Blog di Marco Castellani

Mese: Giugno 2012 Page 1 of 3

Voyager 1, affacciata sull’immenso

Chi mi conosce un po’, lo sa bene. Io ho una sorta di ammirazione incondizionata per le sonde Voyager. Di più, è quasi una fissazione. Il fatto che siano lì a macinare spazio da circa 35 anni, avendo superato nel tempo una bella serie di problemi tecnici, mi desta davvero meraviglia. 
Ora la sonda Voyager 1 sta arrivando ai confini dell’eliosfera. E’ la vera zona di frontiera del nostro condominio cosmico, il Sistema Solare. Dentro, è casa. Fuori, il vero spazio interstellare. Una immensa vastità di spazio dove la nostra stella non è più dominante. Dove piovono raggi cosmici non più schermati e deflessi dal campo magnetico solare. 
Quando le cose erano fatte per durare… (NASA/JPL)
Lo spazio aperto, quello vero. E nessuno, nessuna sonda ci era mai arrivata, prima delle Voyager. 
Il tema del quarto concorso Vittorio Castellani (una collaborazione tra Osservatorio Astronomico di Teramo e UNESCO) quest’anno ha messo a tema proprio un immaginario viaggio con la sonda Voyager. Ne parlerò in un prossimo post, perché i temi svolti dai ragazzi delle scuole sono stati spesso sorprendenti.
Come e più della sonda, se possibile. Perché lo spazio cela meraviglie, ma l’uomo – ogni uomo – non è da meno.
Perché ha un cuore fatto per l’immenso.
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Voyager 1 verso l’ultima frontiera…

Per circa 35 anni, la sonda Voyager 1 della NASA, ha viaggiato fino ad avvicinarsi ai confini stessi del Sistema Solare. La speranza del team è che un bel giorno la sonda lasci definitivamente il nostro sistema di pianeti per immergersi completamente nello spazio interstellare.

Questo giorno, potrebbe essere quasi arrivato.

“I dati più recenti dalla Voyager 1 indicano chiaramente che siamo in una nuova regione dove le cose cambiano velocemente”, dice Ed Stone, project scientist presso il California Istitute of Technology (Pasadena). “Questo è molto eccitante. Stiamo avvicinandoci all’ultima frontiera del Sistema Solare.” 

La “frontiera” alla quale si riferisce è quella rappresentata dal bordo dell’eliosfera, che possiamo pensare come una gigantesca “bolla magnetica” che circonda il sole e i pianeti. L’eliosfera è in pratica il campo magnetico generato dallo stesso Sole, gonfiato a dismisura dagli effetti del vento solare.

Dentro l’eliosfera esiste il Sistema Solare, è casa (in pratica). Fuori dall’eliosfera è il vero spazio interestellare, un luogo sterminato e misterioso dove nessuna sonda si è mai spinta finora.

Un segnale dell’avvicinamento al confine è rappresentato dal numero di raggi cosmici che colpisce la sonda. I raggi cosmici sono particelle ad alta energia, come protoni e nuclei di elio, acelerati a velocità prossime a quelle della luce, da supernovae distanti e da buchi neri. L’eliosfera protegge il Sistema Solare da questi proiettili subatomici, deflettendo e rallentandone la gran parte, prima che raggiungano i pianeti interni.

Ebbene il numero di raggi cosmici che colpiscono Voyager 1, sta aumentando significativamente. Segno che ci avviciniamo al confine. Altre cose succederanno quando il confine verrà effettivamente varcato, come variazioni dell’orientamento del campo magnetico percepito dalla sonda, e una diminuzione delle particelle ad alta energia provenienti dalla nostra stella.

Ancora non è avvenuto, ma non siamo lontani.  E la stupenda avventura delle Voyager non è ancora finita. Stay tuned!

http://science.nasa.gov/science-news/science-at-nasa/2012/21jun_finalfrontier/

 

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Italia batte Inghilterra

Bravi ragazzi, veramente bravi. Una cosa mi avete insegnato, stasera. A crederci veramente, fino in fondo. Anche quando i risultati non arrivano subito, anche quando sembra anzi che la sorte ti sia avversa.

Bravi ragazzi, brava Italia! (Foto AP/LaPresse)

Ad un certo punto ho pensato, va bene, anche se dovesse andar male, va bene. Perchè affrontare le sfide così, va bene, fa crescere.

Vince la dedizione, la paziente applicazione.

Come voi avete lottato questa sera dietro ad un pallone, voglio lottare io, contro le mie paure, i disagi, i sentimenti negativi, contro ogni sorta di sconforto.

Brava, Italia.

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Tenere (ancora) un diario

Sono un tipo con poca memoria. Credo di esserlo sempre stato, in realtà. Faccio fatica a ricordare le strade, i nomi delle persone, le date. Anche le scadenze, e questo è un po’ un problema.
Di recente (una settimana fa, stando al diario) abbiamo passato la giornata in un agriturismo, un bel pranzo all’aperto in chiusura dell’anno scolastico della piccola Agnese, con genitori e maestri. Ho registrato la mia posizione su Foursquare, per mezzo dal telefonino.

Lui ha preso atto, poi mi ha detto qualcosa tipo ah bene, era da ottobre dello scorso anno che non venivi più qui.

Una foto presa all’agriturismo (via Instagram)



Accolgo la cosa con qualche perplessità. Anzi, a dirla tutta, con molte perplessità. Un botto di perplessità.

Come sarebbe, ottobre? Ma non ci eravamo venuti l’estate scorsa, in chiusura dell’anno scolastico precedente? Ecco, il mio telefono è impazzito. Oppure quelli di Foursquare hanno dei problemi con il database.
Che fare, concediamo il beneficio del dubbio…? Non è che magari ci siamo stati in estate e poi tornati anche ad ottobre? No, non sembra. Neanche a mia moglie risulta, ci siamo venuti una volta sola.

Alla fine viene fuori, la verità.  Siamo venuti effettivamente ad ottobre. Non era affatto estate (ottobre può essere amabile, ma non è certamente un mese estivo).

Ha ragione Foursquare. Ovviamente.

Ricostruiamo (cioè, ricostruisce mia moglie, io ho come al solito ricordi slavati e svaporati in una fitta nebbia). Ecco. Siamo venuti per  festeggiare il pensionamento della maestra… E con l’occasione abbiamo fatto vedere ai pargoli la raccolta delle olive. I bimbi hanno potuto osservare le varie fasi, la macchina che scuote i rami e poi la raccolta con le reti, poi ancora la stanza dove vengono lavorate le olive… ricordo un pochino… quella miscela densa da cui alla fine viene fuori l’olio…
Il diario ha definitivamente messo a posto la quesitone. Ho aperto DayOne e ho fatto una ricerca per “agriturismo”. Eccolo, salta fuori il post. Eravamo lì il 16 ottobre dello scorso anno (in caso vi interessi). 
Rileggendo le note del diario carico in memoria non solo il fatto, ma le mie sensazioni, i fastidi, le soddisfazioni, le cose che mi passavano in testa quel giorno.

Da quando tengo un diario mi sono riappropriato di una parte del mio tempo. Prima, tutto si addensava nell’indistinto, scompariva alla vista dopo qualche giorno. 
Il diario mi aiuta a sondare la dimensione del tempo. E mi permette di scrivere senza problemi, senza pensare a chi mi legge. 
Ho capito che scrivere un diario personale non è più un’opzione. E’ una necessità.

Però lascio ancora troppi spazi vuoti. Dovrei scrivere qualcosa ogni giorno, almeno una riga. Buttar giù almeno qualche metadato della giornata. Tanto per permettere alla memoria di riprendere il file in oggetto.

E per capire, finalmente, che nessun giorno è davvero uguale all’altro.
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Allora, la musica inglese, non la sai…

Scendo in garage con la deliziosa compagnia di Agnese. Per l’occasione, mi intrattiene facendomi alcune domande musicali. In quel che segue, elaboro un pochino il senso del dialogo di stamattina.
Agnese: Allora, questa canzone la conosci? La la la…
Io: No, veramente non mi pare…
Agnese: ma come, è quella tal cantante … ! Famosissima! Si sente in televisone! Davvero non la conosci?
Io (crescente imbarazzo): Mi pare proprio di no. Ma se me la presenti, magari…
Agnese: e poi quel gruppo.. che fa quella canzone…
Io: Ma proprio no, mai sentiti. 

La conclusione è ferrea.
Agnese: Ma insomma tu che musica conosci? Ma che sfigati ascolti? Vediamo… 

Breve riflessione.

… intanto, la musica inglese non la sai.

Fermi fermi. FERMI TUTTI! La musica inglese non la so? La musica inglese non la so?

Cara la mia piccola bimba di dieci anni, carissima Agnese che ti affacci sul mondo magico di armonie e suoni. Non mi dire che la musica inglese non la so, non lo mando giù. Ho passato decenni interi ascoltando i Beatles, i Pink Floyd, i Genesis. In più, vi faccio due scatole così ogni volta che venite in macchina con me (finché ancora ci venite) facendovi ascoltare praticamente l’opera omnia di Mike Oldfield (Amarok però me lo vietano, purtroppo… devo stare da solo per sentirlo. Epperò prima o poi, lo dovranno scoprire, questo tesoro).
E Kate Bush? E Loreena McKennit, Enya (irlandesi, ma va beh, siamo lì)? E Norah Jones? Ah no, quella è americana. Vabbè, come non detto, levate l’ultima. E’ che per me ha comunque qualcosa di british, non so…
E poi, Agnese cara… Dove eri quando il tuo papà ha preso quella tremenda sbandata, durata mesi e mesi, per  Tubular Bells III? Ah ok, non c’eri ancora. Tieni allora, guarda che ti regalo. Per me questa è musica inglese. Anzi, è musica e basta. Tu mi dirai, è roba dell’altro millennio. Beh, ma è pur sempre vino di botte buona, dico io.

… La musica inglese non la so? 
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New Blood, due appunti

Mi sono deciso, alla fine. Sono due giorni che vengo al lavoro ascoltando New Blood, il disco dove Peter Gabriel ha scelto di incidere alcune sue celebri canzoni presentandole in chiave orchestrale.
Davanti a questo progetto sono abbastanza in bilico. Mi piace la musica sinfonica, adoro il tardo romanticismo e sono folle di amore e ammirazione per Gustav Mahler e per Anton Brucker. Per dire, insomma, che l’orchestra non mi spaventa.
Eppure per qualche motivo, rimango un pò interdetto. Faccio due premesse: una è che, nel panorama musicale odierno, ogni nota che esce da un disco come questo è comunque mirabile. La seconda, è che magari con ascolti ripetuti verrò a rivedere alcune mie impressioni (non ne sono certo, ma è possibile).
Certe rivisitazioni mi sembrano più riuscite. Ad esempio, la versione di Digging in the Dirt è proprio bella. L’orchestra ci sta bene, l’arrangiamento è veramente godibile. Non l’avrei detto, visto il tipo di canzone. Anche quel capolavoro sublime che è Darkness ne esce bene, proprio bene.
D’altra parte, Don’t Give Up ha questa Ane Brun alla voce, che (chiedo venia) mi fa gemere di nostalgia per la versione con la mia amata Kate Bush. Forse non ho colto la scelta interpretativa, ma questa voce tremula non mi riesce proprio a conquistare. Insomma, se dici Don’t Give Up, se esorti a non cedere, non è che puoi dirlo (penso io) con una voce che già sembra instabile di per sè. Devi essere esortativo, affermativo, ti ci devi buttare. 
Su Red Rain, lì crollo completamente. A metà brano mi assale una voglia irresistibile di ascoltare la versione originale, con lo stupendo crescendo ritmico di Jerry Marotta. Il problema è che mi manca troppo. Eccola.

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Maturità e felicità, nel presente

Maturità non è la durezza di chi vuole controllare la vita, ma la duttilità resistente di una struttura che rimanendo sé stessa sappia accogliere gli smottamenti dell’esistenza fino a farli suoi, per rendersi ancora più temprata al fuoco e al freddo dell’esperienza, come si faceva un tempo con il ferro dolce delle spade per renderle fortissime. (Dal blog di Alessandro D’Avenia)

Grazie Alessandro per queste parole. Ci vuole questo, ci vuole una giusta comprensione del motivo vero per cui si studia. Per cui si fatica sui libri. Un ragazzo, come un adulto, ha bisogno di capire perché fatica. Ha bisogno di una risposta adesso, non si può accontentare di una convenienza posticipata, di una felicità dilazionata. 


“A che cosa mi serve tutta quella matematica e letteratura se non a rendere abitabile la vita che affronto tutti i giorni? A che cosa mi servono 13 anni di studi se non portano alla maturità di chi sa prendere su di sé il peso delle cose, perché è e può essere un «lottatore temprato» di quel bellissimo e sporco mestiere che è vivere?”


Lo diceva anche il mio caro Cat Stevens in una antica canzone, But I might die tonight.  Un gioiellino di quel disco assai ispirato che è Tea for the Tillerman, 

Certi dischi non si scordano…

I don’t want to work away
Doing just what they all say
“Work hard boy and you’ll find
One day you’ll have a job like mine, job like mine, a job like mine”

“Be wise, look ahead
Use your eyes” he said
“Be straight, think right
But I might die tonight!”


Il concetto di lavora perché un giorno avrai un bel lavoro come il mio è fallace. Non prende. Ci deve essere una felicità per l’oggi. La convenienza deve essere nel presente.

“Maturità è avere l’anima a prova di terremoto. Dio solo sa quanto abbiamo bisogno, nella situazione attuale del nostro Paese, di giovani capaci di resistere al fuoco e al freddo delle controversie per rafforzare ancora di più la tempra delle loro anime a non sbriciolarsi alla prima scaramuccia.”

Grazie, Alessandro. 


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Cosa è un nome?

“What’s in a name? That which we call a rose
By any other name would smell as sweet.”


Così dice la celebre Giulietta (non quella della porta accanto, e nemmeno l’autovettura. Trattasi di Shakespeare).
Così un cambio di nome di per sè non indica un mutamento di qualità, una modifica nell’essenza. Ma in questo caso specifico, aver portato questo blog sotto il nome www.marcocastellani.it coincide con una decisione. 
Scrivere più assiduamente (qui e altrove).
Il blog è un’ottima palestra di scrittura. In più è aperta al pubblico, così l’autore può farsi anche un’idea di quali siano i post più letti e apprezzati. Mentre scrivendo trova la sua “voce”, capisce anche quali sono le frequenze che più interessano. 
Per questo mi è prezioso.
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