Scrivi se la realtà è positiva

Una delle cose belle dell’attività di scrivere è che è richiede una disciplina. Che per scrivere bene e con profitto devi entrare in una sorta di disciplina dello scrivere, che è poi esattamente quella del vivere. Così che una cosa aiuta l’altra.


Anche perché se hai la vocazione di scrivere e la censuri, per certo non vivi bene. 


Una prima  cosa che si deve imparare riguarda l’atteggiamento. Essere positivi. Questa è una cosa su cui  faccio abbastanza fatica, per carattere. Sono soggetto tanto ad entusiasmi quando a repentine discese. Facilissimo allo scoraggiamento, a perdermi nel classico bicchiere d’acqua. 

… e` uno dei miei limiti
io per un niente
vado giu`

se ci penso mi da’ i
brividi

(Samuele Bersani, Spaccacuore)
Anche io ho i brividi per quanto basta poco a mandarmi giù. Pazzesco.

Writing

Però questo non aiuta la scrittura. Se lo vuoi fare davvero, se vuoi seguire seriamente la tua passione, devi farlo in modo professionale. Consideralo pure un lavoro. Se ne hai un altro, di lavoro, meglio per te, ma questo devi trattarlo altrettanto seriamente.
Come nel lavoro, l’atteggiamento è tutto. Un atteggiamento positivo permette di passare agevolmente anche nei momenti no, in cui tutto ti sembra contro, tutto sembra andare storto. Ritengo che l’ostacolo più grande sia – dopo i momenti di entusiasmo (Sì scriverò per tutta la mia vita!), la palude insidiosa dello scoraggiamento. Hai presente, quando guardi quello che hai scritto e… 
… no, non ti piace.  (Inutile girarci intorno)
Manca qualcosa, non va bene, è lento, è scritto male, è ampolloso, è pieno di te, non è scorrevole. E lì che scivola in testa la frase più pericolosa, non riuscirò mai a scrivere bene. Che errore! Cacciala via, immediatamente.
E’ una scusa, una scusa orribile per non abbracciare completamente la meravigliosa rivoluzione che può attenderti: vedere il mondo con occhi nuovi. Vedere tutto con gli occhi di uno scrittore. 

Questo mi ha sempre affascinato. L’occhio di uno scrittore è lanciato avanti, non vede semplicemente le cose, ma cerca le connessioni tra loro. Vuole mettere in ordine delle parole, delle parole vive, così cerca un ordine nel mondo. Cerca sotto le cose per arrivare alla sostanza.

Un atteggiamento intrinsecamente positivo, spalancato sulla realtà. 

Anche se fosse una realtà dolorosissima.

Un atteggiamento positivo, per non essere preda del sentimento (e delle sue fluttuazioni), si deve basare su un fatto di ragione. Riconoscere che la realtà stessa è positiva. Questa è la scommessa di chi scrive, di chi ha il coraggio di creare. 

Se sei nel nulla non scrivi, di solito. Se crei stai combattendo il nulla, hai scelto di combatterlo: stai seguendo la tua vocazione e in forza di questo riconoscimento, lotti ipso facto per un mondo migliore, più luminoso, più umano. 

Un riconoscimento magari timido, imperfetto, timoroso. Un inizio di riconoscimento. O l’inizio dell’inizio di un riconoscimento.
Che è già una roba completamente diversa dal nulla. 

Loading

Io sto scrivendo

L’attività di scrittore si è evoluta con il tempo. Nelle cose non essenziali, perlopiù. Si può ancora, certamente, scrivere con una matita e un blocco di appunti, in una stanza spoglia, con un tavolino ed una sedia. Anzi, per un certo verso, la vera cosa affascinante dello scrivere è proprio questa: basta poco, pochissimo. Una frase appena, magari. Mi illumino d’immenso. Può essere appuntata ai margini di un quaderno. E rimanere, passare attraverso i secoli, i millenni (certo, devi essere un Ungaretti, e non è immediato). Penso anche ad alcuni versi di Saffo. Brevi, lapidari, moderni. Eterni.

Eros mi scuote la mente
come il vento sui monti gli alberi invade

E’ il nucleo della scrittura. Ricordiamoci sempre che per scrivere basta poco. 

Accanto a questo nucleo vi sono, comunque, una serie di possibilità realmete nuove. Prendiamo la rete, prendiamo in particolare i social network, croce e delizia dell’attuale epoca informatica. Proprio attraverso i social network ci si può accorgere di quanta gente, in ogni istante, stia cercando di seguire la nostra stessa passione. Stia scrivendo.

Che dici, non sarebbe male, cercando di svolgere una attività fondamentalmente solitaria come quella di scrivere, sbucare fuori ogni tanto dal proprio lavoro e scambiare quattro chiacchiere con altri scrittori? Basta andare su Twitter e cercare messaggi con una hashtag appropriata. La hashtag è fondamentalmente una etichetta che permette di identificare i post di uno specifico tema (usualmente viene identificata dal suo primo carattere, che è sempre ‘#’). Una delle più significative, e con una sua storia interessante, è #amwriting. E’ la contrazione delle frase inglese I am writing (sto scrivendo). 
Scorrendo i messaggi la prima impressione è di stupore… allora non sono solo!  Ok, certo lo sapevi già, ma un conto è saperlo un’altro accorgersene.
Allora puoi seguire qualche scampolo di conversazione, vedere i progressi degli altri, intervenire su qualche messaggio significativo (certo c’è da tenere conto che i messaggi sono quasi tutti in inglese). Per poi rimetterti a lavorare. Ma intanto sai che il bar degli scrittori è sempre disponibile. Ci trovi sempre qualcuno.
Personalmente la trovo una risorsa confortante. Il tempo impiegato su #amwriting non è perso, perché di solito ne esci con la fiducia un po’ più salda. E’ bello vedere che in ogni istante c’è gente che scrive e non si arrende, si misura con i propri limiti, fa i conti con rifiuti editoriali, con famiglie burrascose, figli  irrequieti e genitori irritanti, mariti collerici e mogli invadenti. E va avanti, e scrive. Perché non lo hanno scelto loro, ma qualcosa dentro li spinge a farlo. 
Che poi, per essere un vero scrittore, basta una cosa sola. Scrivere. 

Loading

Dentro anche Facebook. Fuori gli altri…

Dico la verità, anche se dico qualcosa che il me stesso di qualche tempo fa (i.e., linuxaro puro e purista), avrebbe accolto con estrema preoccupazione e marcata disapprovazione. Mi sono divertito l’altra sera assistendo su  Engadget alla “diretta” della WWDC 2012 di Apple. 
Chiaro che queste cose sono parte di un apparato mediatico e anche propagandistico che mira ad ottenere attenzione e suscitare entusiasmi, a volte irragionevoli. Chiarissimo. Però io mi sono ugualmente entusiasmato interessato seguendo la descrizione del nuovo sistema operativo “mobile” di Apple, il tanto atteso iOS6. Tra le più o meno importanti migliorie annunciate, mi colpisce l’integrazione di Facebook dentro il sistema operativo stesso: più o meno quanto accaduto tempo fa con Twitter.
Più che per il fatto tecnico, mi colpisce per l’indicazione che questo porta sullo sviluppo del fenomeno dei social network: come sancisse una conferma, una presa d’atto, delle tendenze più recenti. Direi che siamo alla fase della potatura, del consolidamento, dopo il periodo florido e sperimentale che ha visto diverse strategie competere, con i rispettivi siti e le relative filosofie d’uso.
Diciamolo pure, avere Twitter e Facebook integrati in un sistema operativo mobile diffusissimo è più che sancire chi sono i vincitori. E’ stabilire una differenza sostanziale e definitiva tra chi ha vinto e chi no. Se diventa così facile, usando una qualsiasi applicazione, inserire contenuti nella propria timeline in Facebook o Twitter, è più che certo che il 99% delle persone si appoggerà esattamente a tali social network. Rinforzandone ulteriormente il predominio, in una tipico circolo virtuoso (per i due network, vizioso per gli esclusi). 
Aggiungiamo anche che uno dei pregi maggiori di Facebook è abbastanza poco collegato ai suoi pregi tecnici, ma alla sua enorme base di utenti. “Quasi quasi me ne vado da Facebook, perché ormai ci stanno tutti…” ponderava tempo fa la mia figlia maggiore, e ribatteva il secondogenito “Ma è proprio perché ci stanno tutti che ha senso esserci”. Non mi sento di dargli torto — se ci trovi il collega di lavoro, lo scrittore che ti piace, l’insegnante di ginnastica, l’amico delle scuole elementari che non vedi da una vita, la ragazza carina che ti piace (dove piace è da assumere in senso diverso rispetto al caso dello scrittore…), penso sia abbastanza accademico mettersi a cercare un altro network.
Insomma come spesso capita, dopo una fase di c’è posto per tutti sono usciti i veri vincitori. Non sono necessariamente i migliori, ma sono quelli che meglio di altri hanno anche saputo leggere i mutamenti rapidi del web e adeguarsi di conseguenza. Twitter in questo ha fatto scuola, innanzitutto con il meccanismo delle risposte, prima adottato informalmente dagli utenti poi incorporato a pieno titolo nell’architettura del sistema. Ma anche Facebook con lo sviluppo della bacheca che l’ha portata da porzione del tutto marginale del concept a vero punto focale. 
Insomma per vincere bisogna avere una buona idea, in partenza. E saperla anche cambiare in fretta. 

Loading

Vita su Marte rivelata dalle sonde Viking: intervista a Giorgio Bianciardi

Il Mars Curiosity è attualmente in rotta verso il pianeta Marte, arriverà nell’agosto 2012. Sarà sicuramente un rover in grado di dare maggiori informazioni sulle possibilità di forme di vita marziana. Crediti NASA.

di Umberto Genovese

L’8 maggio 2012 ho intervistato  il Dott. Giorgio Bianciardi – che conosco personalmente da anni – in proposito alla sua ricerca sui risultati dell’esperimento Labeled Release (LR), come seguito del mio precedente articolo Caccia ai microrganismi marziani, le nuove ricerche sugli esperimenti Labeled Release.

Colgo l’occasione per scusarmi col dott. Bianciardi per non aver forse sottolineato abbastanza che lui è il primo firmatario della ricerca [1] e che è anche medico oltreché biologo presso l’Università di Siena e attuale vicepresidente dell’Unione Astrofili Italiani.

Ecco a voi  l’intervista, ma prima facciamo un veloce ripasso della storia della ricerca biologica delle Viking.

Il Labeled Release Experiment

L’esperimento Labeled Released (LR) fu ideato dal dott. Levin alla fine degli anni cinquanta del secolo scorso per cercare attività biologica su Marte [2] e venne scelto insieme ad altri tre esperimenti per sondare il suolo marziano alla ricerca di tracce biologiche nelle due missioni gemelle Viking giunte su Marte nel 1976.

L’esperimento LR consisteva nel prelevare alcuni campioni di suolo marziano e aggiungervi una soluzione altamente nutritiva – e molto diluita –  composta da alcuni semplici elementi organici derivati dagli esperimenti di Miller e Hurey (glicina, D-alanina e L-alanina, formato, D-lattato di sodio e L-lattato di sodio, glicolato)  a cui però il comune carbonio era stato sostituito con la versione radioattiva di questo: il carbonio 14 (14C). Eventuali microrganismi eterotrofi avrebbero assimilato le sostanze nutritive e rilasciato il 14C nell’aria. L’atmosfera sopra i campioni veniva monitorata per diversi giorni al ritmo di una rilevazione ogni 16 minuti.

Fin da subito il monitoraggio dei campioni di suolo marziano trattato con i composti nutrienti evidenziò un rilascio di 14C [3]. Invece i campioni di suolo pretrattati con un riscaldamento di 160° centigradi per tre ore, il rilascio non avvenne, segno inequivocabile di una qualche attività metabolica o di qualcosa che potesse imitarne gli effetti.

Una sonda Viking – Credit: NASA

Alla fine fu convenuto da molti scienziati che si fosse trattato della seconda ipotesi, che il terreno marziano fosse ricco di perossidi [4] e che questi avessero prodotto un risposta di stampo biologico all’aggiunta dei nutrienti, mentre il riscaldamento dei campioni aveva distrutto i legami covalenti dell’ossigeno nei perossidi e quindi inibito qualsiasi risposta.

Intanto il gascromatografo di massa (CG/MS) non rilevò alcuna presenza organica nei campioni di suolo, ma solo anidride carbonica, acqua e composti del cloro (clorometano e diclorometano) che furono scambiati per residui dei solventi usati sulla Terra per pulire le celle dei due laboratori. Fu solo con la sonda Phoenix che il mistero è stato risolto [5]:  la sonda scoprì che il terreno marziano è ricco di perclorati che una volta riscaldati distruggono le molecole organiche rilasciando appunto i due prodotti scoperti dal gascromatografo delle Viking.

Il dott. Levin non fu mai persuaso dalla tesi ufficiale, e per oltre un decennio studiò e ripeté l’esperimento LR con campioni di suolo diversi ottenendo risultati paragonabili a quelli su Marte [6] .  Altri scienziati poi nel corso di questi 36 anni hanno ipotizzato che sia i perossidi che i perclorati possono essere essenziali a una biologia sviluppata su Marte, soprattutto per la loro capacità di abbassare il punto di congelamento della – comunque scarsa – acqua marziana.

L’intervista a Giorgio Bianciardi

Il dott. Giorgio Bianciardi, esobiologo e vicepresidente dellUAI.

Grazie dott. Bianciardi per il tempo concesso. Partiamo proprio dall’inizio. In cosa consiste essenzialmente la tua analisi numerica e come può distinguere tra un processo di natura chimica e uno di origine biologica, e in quale ambito viene comunemente  utilizzata?

Analizzo i modelli caotici nei sistemi biologici allo scopo di evidenziare disturbi che nascondono delle patologie. Un sistema biologico ha un certo comportamento caotico riproducibile su diverse scale temporali (un minuto, un ora etc.) mentre un sistema non biologico ha una risposta diversa, più semplice. Un sistema malato avrà l’attrattore caotico [7]

Quindi la tua ricerca sui dati degli esperimenti LR su Marte ha evidenziato qesta risposta caotica?

Si, i risultati dei conteggi dei marcatori di carbonio 14 emessi dai campioni di suolo marziano dopo il nutrimento con la pappa biologica mostravano il tipico andamento che ci si può aspettare da una risposta di tipo biologico.

Questo tipo di risposta era lo stesso ottenuto dalla ripetizione degli esperimenti di rilascio marcato ottenuti in laboratorio con campioni terrestri e, come era stato ottenuto su Marte con il suolo sterilizzato, anche sulla Terra i campioni sterilizzati non mostravano alcuna risposta di alcun tipo. Segno evidente che qualsiasi cosa  avesse rilasciato il carbonio 14 era andato distrutto.

Eppure il gascromatografo nelle sonde non fu in grado di rilevare alcuna materia organica e così gli altri esperimenti, e come fu detto (ed esempio dal celebre Carl Sagan) “se c’è vita, dove sono i cadaveri?”

Il gascromatografo a bordo delle Viking (esperimento CG/MS – nda) non riuscì a rivelare alcuna traccia di sostanze organiche, ma solo acqua, anidride carbonica e tracce di solventi che gli scienziati dell’epoca interpretarono come residui dei solventi usati per pulire le celle delle analisi. Fu solo nel 2008 che la sonda Phoenix scoprì che il suolo di Marte è particolarmente ricco di perclorati [8] che se riscaldati distruggono qualsiasi materia organica presente rilasciando quelle tracce di solventi che il CG/MS aveva trovato.

Inoltre il gascromatografo di massa a bordo dei lander Viking era molto poco sensibile, circa un decimilionesimo di grammo di materia organica per grammo di campione, ossia 10-7 gr, mentre l’efficienza del processo di analisi riduceva questa ad appena un decimo, diciamo che in realtà la sensibilità complessiva si riduceva a  10-6 gr per grammo. Un normale batterio terrestre pesa circa 10-12 grammi e il 90% del suo peso è acqua, mentre il resto, 10-13 gr, è materia organica.  Il gascromatografo avrebbe potuto rivelare solo oltre una soglia di 10 milioni di batteri terrestri per grammo, troppi anche per molti ambienti terrestri [9].

Quindi uno strumento matematico pensato e concepito per evidenziare attività biologica sulla Terra può funzionare anche per la vita extraterrestre?

Ripeto: una risposta biologica è sempre diversa da una risposta chimica, questa è organizzata secondo un grado di complessità diverso, come lo è ad esempio il battito cardiaco rispetto al movimento di un pendolo che si smorza col tempo.

È possibile che il tuo metodo di analisi numerica possa essere sviluppato in futuro tanto da poter essere utilizzato per scoprire attività biologica su altri mondi per esempio analizzando la curva di luce stagionale e lo spettro dell’atmosfera di un intero pianeta?

A noi non interessava trovare un metodo universale per scoprire sicuramente dell’attività biologica, anche perché probabilmente un metodo universalmente valido forse non esiste. Sono molti i sistemi naturali che seguono schemi di risposta non lineare, come accade nella rotazione assiale di un pianeta ad esempio, o nella risposta elettronica di un transistor. Quindi questo metodo non può essere utilizzato in questo senso, a noi è servito solo per dimostrare che le risposte del contatore indicavano un rilascio di radiocarbonio nell’ambiente con uno schema non riconducibile ad alcun processo fisico naturale in quel contesto, tipico però dei sistemi biologici.

Quale è stato il ruolo del dott. Miller nella ricerca?

Il dott. Levin si è speso per venti anni cercando di dimostrare al mondo che il Labeled Release aveva identificato dell’attività biologica. Nel 2000 il dott. Miller, neurofarmacologo, ha proposto a Levin  di ricominciare da capo e insieme hanno  ripetuto tutti gli esperimenti dei Viking sulla Terra, dimostrando che i risultati erano gli stessi  che su Marte.

Miller scoprì tra l’altro che i risultati delle Viking mostravano una correlazione  col periodo circadiano marziano.
Poi nel 2003 Miller e Levin lessero i miei lavori indipendenti e mi contattarono per applicare le mie ricerche al complesso dei dati in loro possesso. Successivamente mi proposero di mettere il mio nome come primo ricercatore e io accettai.

Perché la vostra ricerca è stata approvata e pubblicata dalla Società Coreana per lo Spazio, piuttosto che la NASA [1. La NASA l’anno scorso (dicembre 2010) promosse con una conferenza stampa la ricerca (finanziata dallo stesso ente) sulla “Vita Strana” ipotizzata da Paul Davies e che la ricercatrice Felicia Wolfe-Simon disse di aver trovato nel lago Mono Lake: i famosi batteri all’arsenico, che poi biologi indipendenti di mezzo mondo hanno demolito.] proprietaria del progetto Viking?

La ricerca è terminata l’anno scorso, ma abbiamo avuto delle difficoltà alla sua pubblicazione per i tempi molto stretti che ci eravamo prefissati, noi volevamo che la pubblicazione avvenisse prima che la sonda Mars-Curiosity sbarcasse su Marte.

Un conto è dire adesso che le Viking avevano individuato dell’attività biologica, e un altri è dirlo dopo che Curiosity avrà individuato le stesse.

E se Curiosity dimostrerà il contrario?

Allora ci saremo sbagliati, ma la posta in gioco è troppo grande per non rischiare!

[1] Complexity Analysis of the Viking Labeled Release Experiments, Giorgio Bianciardi, Joseph D. Miller, Patricia Ann Straat e Gilbert V. Levin, IJASS, vol. 13, no. 1, pp.14-26, March, 2012, disponibile su: http://ijass.org/PublishedPaper/year_abstract.asp?idx=132 .

[2] Levin, G. V., Heim, A. H., Clendenning, J. R., and Thompson, M.-F. “‘Gulliver’ – A Quest for Life on Mars,” Science, 138, 114 (1962).

[3] Altri esperimenti con il suolo trattato a diverse temperature o tenuto separato da Marte per lungo tempo dettero a loro modo risultati significativamente diversi.

[4] Durante la felice opposizione di Marte nel 2003, il Pianeta Rosso era anche molto vicino al suo perielio, il che permise agli osservatori di studiare la dinamica dei perossidi marziani nell’atmosfera. Le osservazioni furono effettuate presso il James Clerk Maxwell Telescope (JCMT),  Mauna Kea Hawaii, dal dott. Todd Clancy dello Space Science Institute (SSI) di Boulder, Colorado. Queste osservazioni confermarono che l’equilibrio chimico del perossido di idrogeno nell’atmosfera marziana era determinata dai prodotti della fotolisi del vapore acqueo. http://www.spaceref.com/news/viewpr.html?pid=13756

[5] Detection of perchlorate and the soluble chemistry of martian soil at the Phoenix lander site.

[6]  Labeled Release – An Experiment in Radiorespirometry, GILBERT V. LEVIN and PATRICIA ANN STRAAT http://gillevin.com/Mars/Reprint78-labelrel-files/Reprint78-labrelea.htm .

[7] Teoria del Caos – Attrattore Strano.] compromesso rispetto a un sistema biologico sano.

[8] Scientists Set Record Straight on Martian Salt Find | Space.com.]

[9] http://astrobiology.berkeley.edu/PDFs_articles/Glavin_EPSL2001.pdf .

Umberto

Altre informazioni su: http://tuttidentro.wordpress.com/2012/04/28/vita-su-marte-gli-ultimi-controlli-dei-dati-dalle-sonde-viking/

L’articolo è stato pubblicato inizialmente sul sito Il Poliedrico: http://ilpoliedrico.altervista.org/2012/05/intervista-a-giorgio-bianciardi-sul-labeled-release-experiment.html .

Loading

Calma e fiducioso abbandono…

C’è un senso di armonia che a volte si rende percepibile fin dentro le cose più piccole.

Quando succede di avvertirlo (e succede anche nei momenti di confusione, di buio) capisco che non esistono affatto cose “più piccole” ma ogni cosa è importante, ogni cosa è connessa a tutto il resto dell’universo.

Come l’altra sera, mettendo a posto in cantina il tavolo del picnic. Mi è venuto da pensare che se faccio una cosa bene, con attenzione, con calma, è una cosa che ha più valore, è una cosa che serve di più, in ogni parte di universo. C’è un senso di ordine, di nascosta bellezza, che collega me ai più lontani quasar.

I quasar sono tra gli oggetti rilevabili
più lontani nell’universo…

Perché è tutto collegato. La nostra mente separa, divide, seziona. Ma è tutto collegato. Tutto fa parte di una stessa trama, di un medesimo ordito cosmico.

Altro che puntini spersi nella fredda vastità dell’universo. Da astronomo e da uomo mi ribello. Come si fa a convincersi di una cosa simile? Solo perché è deprimente dovrebbe essere reale? Abbiamo ancora questa sciocchezza in testa del troppo bello per essere vero, cioè abbiamo paura di affidarci …

Così di fronte ai problemi in famiglia, alle difficoltà di coppia, al senso di aridità, al senso di vuoto, penso che la cosa importante è restare calmi e pazienti. Come di fronte alla constatazione delle proprie miserie, dello scarto tra come vorremo essere e come siamo. 

“Dobbiamo rammaricarci sì, dei nostri mancamenti. Ma con un dolore pacifico, sempre fidenti della divina misericordia”.(San Pio da Pietrelcina)

Landscape Photography

Calmi e pazienti, in attesa. Anche quando non abbiamo pronta una risposta, una strategia. D’altra parte, se avessimo sempre una strategia, come potremmo sottrarci alla dolorosa illusione di dovere fare tutto noi?
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza». Ma voi non avete voluto…” (Isaia, 30, 15)
Abbandono fiducioso. Volerlo è crescere, superare l’Io e le sue pretese infantili e raggiungere il Sè… Per me è un lavoro (un lavoro, tra l’altro, che rende interessante e utilissima la preghiera).  Spesso non riesco ad abbandonarmi, così tentato di voler fare tutto io, ma riesco comunque a percepire la bellezza e la grande desiderabilità di questo abbandono. Ed è già tanto, tantissimo.
Prima non c’era questo, prima ero concentrato fino all’angoscia, su quello che dovevo fare o non fare. Ma stavo male. Volevo imporre alla mia vita regole diverse, da quella che già c’è. La regola della vita è abbandonarsi. Quell’abbandono fiducioso che è stato giustamente definito “una delle conquiste fondamentali della vita morale di una persona”

La via che conduce a Dio è simile ad un bambino che si addormenta tra le braccia del padre….
(Santa Teresa) 

C’è una lunga strada da percorrere, ma si può percorrere in modo lieto. Se siamo umili e aperti, se ci aiutiamo a vicenda, le sorprese nel cammino – ne sono certo – non potranno mancare.

Quello che s’abbandona, mi piace. Quello che non s’abbandona non mi piace, è semplice da capire. Ma io vi conosco, siete sempre gli stessi. Siete disposti a farmi dei grandi sacrifici, purché gli scegliate voi. Preferite farmi dei grandi sacrifici, purché non siano quelli che io vi chiedo. Piuttosto che farmene dei piccoli che vi chiedo io. (Charles Peguy, Il mistero dei santi innocenti)

Loading

Domenica in bici (II)

(Per chi l’avesse persa: la prima parte del racconto si trova qui.)
All’incrocio, appena prima della salita verso il parco, c’era un tipo fermo con la bici. Stava pasticciando con i tasti del suo cellulare. Era Stefano, ovviamente.
“Alla buon’ora, ragazze mie!” esclamò appena le vide.
“E’ molto che aspetti?” gli chiese Giada, avvertendo lei per prima la triste retoricità della domanda.
“Beh, insomma. Me l’avevano già chiesto i dinosauri che passavano da qui”, rispose. “Carini anche se un po’ ingombranti, alcuni assolutamente fuori misura. Ci ho fatto quattro chiacchiere mentre vi aspettavo. Veramente è da un po’ che se ne sono andati… curioso….” 
“Ah ah, molto divertente”, disse Roberta, un po’ aspra. 
“Andiamo?” chiese Stefano per chiudere l’argomento. Sapeva bene che tanto non l’avrebbe mai avuta vinta, da solo con due donne.
“Dai forza buttiamoci” disse Giada. “Ho voglia di pedalare!”

A sweet parking spot.
… ho voglia di pedalare!

La giornata era proprio bella, il sole faceva capolino tra gli alberi e lanciava di tanto in tanto fitte lame di luce, che colpivano i ciclisti sul volto, costrinendoli a rallentare o inclinarsi per riuscire ancora a vedere davanti.

Giada si sentiva contenta, contenta di aver portato la sorella, contenta di aver intravisto di nuovo quel sorrisetto bonario sul viso di papà, dopo tanti giorni che gli era sembrato così serio, troppo serio. Un sorriso bambino, dopo il tempo sprecato ad essere (a suo avviso) inutilmente adulto. Perché c’era questo fatto strano: secondo lei, suo papà non era troppo bravo a mostrarsi adulto. Si capiva che se lo imponeva, ogni tanto. Ma ci riusciva in maniera slabbrata, imperfetta. Riusciva molto meglio nell’essere ancora bambino, quando ci si lasciava andare, senza preoccuparsi se fosse il caso oppure no. 
Questo le piaceva del papà. Gli altri adulti erano insopportabilmente adulti, tutti pieni di stucchevole ragionevolezza e finto distacco, tutti sempre lì a bilanciare l’opportunità di questo o di quello. Lui invece aveva questi entusiasmi che lo prendevano, aveva tanti sogni e cose belle da fare, sembrava giocasse. E poi, è vero, anche certi momenti di malinconia, che non si capisce da dove venivano. Allora stava zitto zitto, anche per giorni. Ma era ancora più bello poi quando tornava a sorridere e a scherzare con tutti.
Era contenta e per essere ancora più contenta (perché quando uno è contento non gli basta mai) voleva tornare piccola, farsi abbracciare da papà, farsi coccolare dalla mamma, passare una giornata con loro sana sana, come fosse ancora bambina. Tornare a quando era tutto semplice e l’amore dei genitori bastava ad essere felici più che si può. E non c’erano problemi di ragazzi che ti piacciono o non ti piacciono, non c’erano ragazzi da allontanare o da cercare. 
A volte diventare adulti le sembrava una grande cosa. Altre volte invece le sembrava una cosa davvero poco divertente. Da piccola era diventata quasi una fissazione, lo chiedeva continuamente alla mamma “Ma gli adulti giocano?”. Adulti che non giocano le sembrava una cosa incredibile, pazzesca. A che serve, insomma, faticare tanto per diventare adulti e poi magari nemmeno giochi, nemmeno ti diverti più?
La mamma rispondeva rassicurandola, con pazienza. In vari modi, con diversi accenti, le parlava del mondo adulto. Mamma era la sua inviata speciale in un mondo ancora sconosciuto, una persona fidata da cui avere notizie fresche, di prima mano, di cosa succede lassù. Così aveva iniziato a capire che anche gli adulti giocano, si divertono, ridono, litigano, fanno la pace. Come i bambini. In più si amano, si cercano, oppure si odiano, si detestano: molto più dei bambini. E aveva cominciato a capire quali sono gli adulti con cui si sente meglio: quelli che non si prendono troppo sul serio, quelli che mantengono sempre un riflesso del loro lato bambino, che concedono si scorga sul volto. 
E’ impressionante, ci sono dei vecchi che sono giovanissimi: come ad esempio Vittorio, il nonno di Stefano. Pieno di acciacchi qui e lì, ormai quasi cieco, ma sempre scherzoso. Più una persona è anziana e sembra lo stesso felice, più Giada si rassicurava: la vita é una cosa bella, evidentemente, se ti piace anche da vecchio. Vale la pena percorrerla tutta.
“Giadaaaa… sbrigati, o io e Stefano ti molliamo qui!”. La voce squillante di Roberta la scosse dai pensieri e la riportò  di colpo sul presente. Succedeva spesso, quando si sentiva più contenta la mente se ne accorgeva e si permetteva maggiori libertà, come fare collegamenti più indietro nel tempo, tentare connessioni complesse come cercare un senso a tutto, lanciarsi in operazioni molto più ardite del normale, della normale vita momento per momento.
Pedalando forte per riprendere il distacco, arrivò su uno spiazzo largo. C’era una fontanella da una parte, e Roberta e Stefano fermi a chiacchierare poco lontano. Si vede che era rimasta abbastanza indietro, chissà da quanto la aspettavano.
Quasi sera
…arrivò su uno spiazzo largo.
Avvicinandosi, iniziava a percepire maggiori dettagli. Ecco, Roberta stava guardando il manubrio della bici di Stefano. Iniziava anche a sentire pezzi di dialogo. Lui parlava di qualcosa come velocità, calorie, non capiva bene.
“Vedi, Roberta, ecco la mappa. Ora guarda il grafico: per esempio, tutta questo parte l’abbiamo fatto a velocità superiore ai 35 chilometri all’ora…” disse Stefano indicando qualcosa con un dito. Avvicinandosi vide meglio, il qualcosa era il cellulare di Stefano, fissato sul manubrio della sua bici con un coso nero di plastica.
“Che ci fa il cellulare montato là sopra? Un’altra delle tue diavolerie tecniche?” chiese Giada. “Mica l’avevo visto.”
(2. continua)

Loading

Usa bene la tua energia

Uscendo dalla palestra ieri sera l’ho percepito (il momento che segue l’esercizio fisico e la relativa doccia è spesso foriero di interessanti illuminazioni, per me). Riguarda un uso corretto dell’energia. Semplice. Da fisico, avrei dovuto capirlo da tempo. 
In ogni istante, posso resistere o lasciarmi andare, lasciarmi condurre dalla vita. Se resisto uso male l’energia, la blocco, violento me stesso e il mondo. Credo spaccature e attiro conflitti. Se cedo, se mi lancio andare, incanalo l’energia dell’universo sui binari giusti, mi apro ad incessanti possibilità positive, non ostacolo ma assecondo il fiorire delle cose. Fiorisco anch’io con loro.
Orangefield

Gli effetti positivi del cedere sono immediati. La respirazione si fa più profonda e più bassa, più di pancia. La tensione diminuisce, si sente il corpo, si avverte un diffuso benessere, si è più ottimisti e rilassati. Che differenza da quando pensavo che uno fosse padrone della propria vita, che potesse riempirla come un contenitore vuoto da colmare a piacimento. Con tutto il problema di scegliere bene come colmarlo. Con l’ansia di lasciarlo troppo vuoto.
Come è meglio così invece. Sapere che esiste sempre un flusso, una direzione delle cose, una Presenza buona che dirige tutto (e perdona i nostri sbagli) e che dunque non abbiamo il problema si scegliere, ma la dolce libertà di lasciarci andare, e goderne.
Fa tutta la differenza del mondo. Se dico cosa devo fare sono fondamentalmente da solo, da solo con i miei dubbi. E il pensiero non serve, rende tutto più pesante, rende soltanto più solida e tenace la resistenza. Il pensiero si vuole sovrapporre alla realtà definendo un percorso suo.  La vuole forzare. 

Poca osservazione e molto ragionamento portano all’errore, molta osservazione e poco ragionamento portano alla verità (Alexis Carrel)

Se dico cosa vuoi che io faccia mi rivolgo ad un Tu, alla guida dell’universo. Direttamente. Non sono da solo. Il mio unico problema allora è mettermi il più possibile nella modalità di ascolto (perché ho visto che mi conviene, e dunque è ragionevole). Però mi piace proprio pensare che c’è un cammino e devo soltanto riconoscerlo. E se inciampo e cado non devo scoraggiarmi, ma semplicemente rialzarmi e riprendere il sentiero. A pensarci, è di una semplicità spaventosa.
Osservare e non pensare mi sembra un modo molto migliore di onorare la realtà, di stare a quello che accade. 
Mi piace proprio essere guidato, mi piace proprio (mi porta al sorriso) che non mi debba inventare nulla, debba solo lasciarmi andare, riconoscere che sono creato in ogni istante e che sono amato.  Solo così riesco a rilassarmi.
E’ una cosa talmente bella, che non può che essere vera.

Loading