Blog di Marco Castellani

Mese: Settembre 2012

L’amore e il camioncino

Te lo devo dire. Da un po’ di giorni vado avanti e indietro in macchina con i tre dischi del nuovo lavoro di Mark Knopfler, Privateering, che ho avuto la lungimiranza (con il senno di poi) di acquistare da Amazon nell’edizione Deluxe. Però non ti voglio tediare con una recensione, tanto se vuoi ne trovi quante te ne pare in rete. Allora ti spiego cosa ho fatto io (mettiti comodo, tanto la giornata è  piovosa, favorisce il tranquillo ragionamento). Dopo essermi digerito il primo, per curiosità ho saltato temporaneamente il secondo – per ora – e ho puntato direttamente al disco bonus, quello con le tracce aggiunte. Non ero convintissimo che valesse la pena, prendere anche questo disco. Hai presente, no? Ti danno questi dischi aggiuntivi con brani che tu li senti e dici, beh avevano fatto bene a scartarli. 

Io temevo una cosa del genere. Cioè ti dico, avevo già incasellato il prodotto. Fino a che non l’ho ascoltato, questo disco aggiuntivo. Apriti cielo, dopo un primo brano simpatico ma non trascendentale (anche se mi piace molto come la batteria sottolinea certi passaggi), ti arriva addosso una versione di Cleaning My Gun che dire trascinante è dire davvero poco. Ragazzi, vi rendete conto? Ma se Mark suona una cosa simile quando viene a Roma e io sono lì a sentirlo (sì sì ho già il biglietto), ma insomma… che altro chiedere? Anche la versione di Sailing to Philadelphia è pacata e gustosa, come deve essere. Una chicca è il brano di chiusura, Hill Farmer’s Blues, con quel giro di chitarra che ti entra in testa e non ti molla più, che dice che le cose sono belle e interessanti dopotutto. Non so, almeno a me lo dice. E su quello infatti puoi costruire qualsiasi struttura. Ci credo, hai già affermato la positività di tutto, hai voglia che puoi costruire!
Vabè lo so che stai pensando. Vedi questo che parla di un album che nemmeno ha sentito tutto. E hai ragione. Ma aspetta, non andare (tanto fuori piove ancora). In realtà quello che volevo dire è più elusivo, decisivo ma delicato, insomma. E’ l’innamoramento, ecco. E’ che è una cosa strana. E’ sempre un mistero, in qualche modo. Non dico soltanto innamorarsi di una donna, o di un uomo. Dico anche innamorarsi di un disco, di una musica, di un libro, di un film. Ora ti entra in testa e si attivano tanti collegamenti. Si desta una energia particolare. Ti senti più vivo.

Ricordo alcune grosse infatuazioni artistiche. Tubular Bells 3, di Mike Oldfield. L’ho sentito di continuo per un lungo periodo. Ha una energia particolare, direi una qualità di energia limpida, contiene secondo me qualcosa di spirituale. Allora, il disco si apre con il rumore del vento, che delicatamente modula una struttura di sei note, che poi viene ripresa in tutto l’album. Ebbene, ti dico, io ancora adesso quando sento il rumore del vento, spesso sento anche le note del disco. Se non le sento ce le metto io, le aggiungo mentalmente, come indispensabile complemento.

Un’altra simile è stata causata dal bel disco di Kate Bush, Aerial. Ora, come probabilmente saprai, in realtà è un cofanetto di due CD. Elegantissimo, tra l’altro. Forse quello con la copertina più bella degli ultimi anni. O meglio, la parte interna della copertina. I delicatissimi colore sul marrone, la ragazza al tavolo. La sua espressione. Il calamaio, la penna. La finestra e l’albero di fuori. La gloria delle piccole cose, riscattate da una festa di colori dolci. L’apertura del secondo disco è stupenda. Le note delicate del piano, la voce di bimbo che parla ai genitori di un cielo pieno di uccelli e subito il classico richiamo della tortora che accompagna poi tutto il disco. Il pianoforte ribatte gentile sulla struttura ritmica del richiamo, la musica si costruisce intorno, pian piano. E per me è così, ormai non c’è verso. Ormai quando sento la tortora mi immagino di stare dentro il disco. Se sento il suo verso mi immagino subito le note ribattute del pianoforte. Tu-tu-tuu. Tu-tu-tuu.

Aprendo il disco di Kate Bush si trova questo bellissimo disegno…


Ora mi sta capitando qualcosa di simile con il camioncino. Sì il camioncino che campeggia al centro del disco di Mark Knopfler. Quando vedo un camioncino appena appena simile girare per le strade, lo guardo con un affetto tutto nuovo, con una attenzione che non gli avrei mai concesso. Prima.

Il camioncino di Mark, ora anche mio 🙂

L’amore, l’affezione, ha qualcosa di unico. E’ una cosa che ha radici misteriose e attorno a cui si organizza e si rimodula la stessa percezione del mondo. Questo vale per il grande amore, per una passione, per qualcosa che desta il senso del bello. Non c’è verso. Nell’ambito un amore tutto viene riorganizzato.

Diceva Romano Guardini, Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito. E mi sembra di capire, la stessa dinamica vale per ogni amore. Ogni cosa o persona attraverso la quale il senso di una armonia e bellezza universale ci raggiunge.

Anche attraverso un camioncino, per dire.

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Domenica in bici (III)

Terza ed ultima parte del racconto (Prima parte qui, seconda parte qui)

Roberta la guardò di taglio, con la sensazione di dover risentire di nuovo la stessa spiegazione.
“Beh stavo facendo vedere a Roberta il tragitto fatto fin qui, semplice…” Stefano cercava di tenersi sul vago perché aveva capito che Roberta non avrebbe sopportato una seconda esposizione della intera faccenda, espansa in tutti i suoi molteplici addentellati tecnici.
“Cioè, come fai, scusa? Quello non è il tuo coso… il tuo iPhone?”
“Android! E’ uno smartphone Android!” puntualizzò Stefano con enfasi inconsueta.
“Vabbè insomma per me si somigliano tutti, più o meno”, replicò lei tra l’intimorito e il seccato.
Roberta stette un attimo in silenzio, paventando la tirata “Android è un sistema aperto mentre l’iPhone no etc etc…” che aveva avuto la disavventura di leggere una volta sul suo Facebook. Che due cocomeri
“… agli alberi!”
Giada stette un attimo in silenzio, giudicandola una mossa necessaria da compiere prima di poter tornare a parlare di cose normali.
Stefano stette un attimo in silenzio, cercando di accettare l’idea che potessero esistere persone che, in apparente possesso delle loro facoltà mentali, fossero in grado di scambiare un iPhone con un dispositivo Android. Ci riuscì solo parzialmente, ma per l’occasione si accontentò.
“Vedi Giada, prima di partire ho lanciato una applicazione che tiene traccia della velocità e della posizione, così ora abbiamo tutti i dati, con tanto di statistiche”
“E scusa, come fa a saperle, tutte queste cose?” si informò lei.
“Beh c’è il GPS, no?” replicò Stefano, quasi fosse l’evidenza universalmente più acclarata.
Il vento muoveva le fronde degli alberi e scompigliava appena le chiome di Giada. Lei pensava se aveva mai saputo che i telefoni avessero il GPS. E se il GPS era proprio quella cosa che usava papà gli anni passati, quando ancora li portava in vacanza in Toscana, per non perdersi nelle stradine verso il mare. Aveva una immagine di tanti anni prima, ancora vivida in memoria: mamma seduta nel sedile affianco, sorrideva mentre papà le piegava la nuova meraviglia tecnologica grazie alla quale non si sarebbero più persi. A mamma non importava molto la tecnica, non l’aveva mai interessata, le importava di più che il papà fosse entusiasta e che le sorridesse. Quanto tempo passato, da allora. Si chiese se papà e mamma avessero approfittato del fatto di essere rimasti soli la domenica, in casa. Chissà se lo facevano ancora, chissà quanto spesso lo facevano, se per abitudine o ancora per vero desiderio. Perché poi le venivano in mente queste cose? 
Ma ecco, Stefano la guardava, registrando paziente il suo momento di assenza.
“Giusto, il GPS. Che scema a non averci pensato”, disse Giava recuperando frettolosamente dalla memoria l’ultimo scampolo di conversazione.
“Che fai mi prendi in giro?” disse Stefano e la squadrò perplesso.
“Noo figurati”, rise Giada.
“Ah, mi era parso sai…” replicò Stefano, già più addolcito dal suo sguardo cristallino. E si lanciò euforico in una complessa spiegazione delle carattestiche del programma e del suo utilizzo dei dati raccolti con il Global Positioning System…
Le piaceva farsi spiegare le cose da Stefano. C’era un qualcosa di morbido ed invitante nel poter ascoltare la sua voce senza doversi per forza inserire con domande, commenti. Senza bisogno di essere notata, di essere qualcosa. Era un po’ come scaldarsi vicino al fuoco senza dover fare nulla, se non stare presso il camino.
Come ora è bello stare qui in mezzo al prato. Le cose più belle sono quando uno sta in un posto, in una situazione, pensò Giada. Non quando fa qualcosa, ma quando rimane, accetta di rimanere. Non è l’attività che ci riempie, ci soddisfa. E’ uno stato di passività, invece. Accogliere le cose come sono, prima ancora di elaborare strategie. Ecco, tutto qua: accogliere, amare. Le donne sono favorite, allora: sono loro che accolgono in sè l’uomo adulto, son loro che crescono in sè l’uomo bambino. La loro stessa carne è una festa di accoglienza.
Allora è bello davvero essere una donna.

Questo pensiero le mise addosso una nuova energia, tanto che si permise di interrompere Stefano.
“Ma senti scusa eh…”
“Che c’è, non si capisce?” chiese Stefano, in apparenza seccato di essere stato interrotto mentre elencava tutte le app che si potevano istallare per raccogliere i dati GPS, elaborarli e poi presentarli nei modi più vari.
“Sì sì. Cioè. Un po’. Insomma io volevo capire anche un’altra cosa…”
“Vai spara” fece lui, segretamente compiaciuto da queste due ragazze che ormai lo stavano ad ascoltare da un quarto d’ora buono, dimenticandosi anche il resto della gita.
“Allora, ehm… Senti quesa cosa. Martina ieri ha mandato una foto sul suo… Titter”
“Twitter” puntualizzò Stefano. 
“Eh infatti, quello che dicevo io. Però dalla gita, non da casa. Proprio mentre era in gita, insomma. Dice che ha usato il cellulare, dice che si può. Non serve un computer.”
“Ma certo”
“Beh, e come si fa?”
“Dammi il tuo telefonino” ordinò Stefano. Giada obbedì prontamente.
“Uhmm non è proprio un’ultimo modello… Poi se non hai un piano dati sbanchiamo il tuo credito. Aspetta”
Su piano dati Giada immaginò qualcosa come un complotto politico-informatico su scala mondiale. Ma forse era su una falsa pista, si concesse di pensare.
“Ecco facciamo così. Usa il mio, per stavolta”, disse Stefano staccandolo dal supporto della bicletta.
“Prendilo. Fai una foto, come hai fatto l’altra volta, ti ricordi”
“A cosa? A te?”
“NOO! Sennò poi mi vedono tutti. Dove vuoi.. Alla natura… All’albero!
“Ok, fatta” disse Giada contenta di esibire le sue capacità tecniche, dove possibile.
“Ora clicca su condividi. Ecco, lì a destra. Perfetto.”
Roberta aveva poggiato la bici a terra e si stava avvicinando alla fontana. Stefano invece si era avvicinato a Giada per vedere lo schermo del suo cellulare, ancora ben stretto nelle mani della sua amica. Al contatto della sua spalla, Giada ebbe un brivido inaspettato, che la eccitò e la preoccupò al medesimo tempo. Cercò di non darlo a vedere concentrandosi sul telefono. Ah se Luisa fosse venuta questo non sarebbe successo. Ora non starei così, con queste stupide farfalle nella pancia. Ma perché ha deciso di non venire…

Silver-Washed Fritillary (argynnis paphia)
“….stupide e bellissime farfalle colorate…”

Stefano non si era accorto di nulla. O almeno, così sembrava.
“Metti lì la tua password di Twitter. Vai, ora spingi la freccetta. E via. Fatto.”
Sentiva il suo respiro nell’orecchio. Il suo respiro.
“Fatto, ma cosa?” 
“Quella insulsa foto degli alberi? Proprio quella?” si allarmò Giada. Guarda che razza di presentazione delle mie capacità artistiche mando in giro.
“Sì proprio quella!”, rise Stefano. “Perché, c’è qualche problema?”
No se sono vicina a qualcuno come te, non c’è nessun problema. Sono al riparo. Avrebbe voluto dire qualcosa così, ma non lo disse. Però si accorse troppo tardi, dal viso di Stefano, che i suoi occhi dovevano averlo detto lo stesso, aggirando in qualche modo il controllo del cervello.
Poi per un attimo il parco fu pieno di silenzio, di vibrazioni di possibilità, di battiti fondi di cuori. Di attese. Poi per un attimo il parco fu pieno di farfalle, di stupide e bellissime farfalle colorate, su nel prato e giù nella pancia di Giada, giù giù nei fianchi di Stefano.
“Ne volete, di acqua?” Roberta tornò con una borraccia piena e la sua voce allegra e forte.
E con una occasione di distrazione di cui, per diversi motivi, entrambi le furono grati.
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Un romanzo è anche una trama di domande

L’esperienza di pubblicare un romanzo e di ottenere delle informazioni dai lettori, dei commenti, delle indicazioni, è davvero qualcosa di stimolante e unico. Poter verificare che certe frasi, certi passaggi, che per te hanno una particolare importanza, vengono scelti anche da altre persone. Vedere già da questo che riesci a far passare qualcosa.

Se riesci a far passare qualcosa percepisci che quello che hai fatto non lo hai fatto “soltanto” per te. 

Che poi – lasciami dire – già se lo avessi fatto soltanto per te, lo avresti comunque fatto per gli altri. Seguendo il tuo cuore, assecondando una tua vocazione, avresti realizzato un atto di amicizia con la vita, realizzato un accordo con la struttura dell’universo, per cui ne sarebbe venuto bene per te e dunque per chi ti sta intorno. Perché poi, vedi, il bene non lo puoi confinare, è contagioso. Vedi dunque che è impossibile, in un certo senso, scrivere soltanto per te.
E questa è una cosa. Ma siamo d’accordo, se a questo si aggiunge un canale di contatto con i tuoi lettori (siano uno o mille, la dinamica non cambia), il gioco diventa ancora più bello e il senso di aver fatto qualcosa per gli altri diventa deliziosamente percepibile. 
Così invece di presentare degli estratti del libro scelti da me (come avevo inizialmente programmato) preferisco affidarmi a delle voci altre, delle diverse sensibilità. E tanto più mi stupisce quando, come nel caso che sto per presentare ora, queste sensibilità risuonano con la mia. Una gentile lettrice, Carola Di Blasi, ha avuto l’interesse e la cortesia di approfittare della pagina facebook del romanzo, per inserire alcuni brani da lei ritenuti più significativi.  Qui ne riporto alcuni.

“Stai sempre a ruminare su tutto, lasciati andare per qualche momento almeno. Prendi le cose come vengono, non bloccarle, non analizzarle sempre. Abbassa le difese. Cedi, ogni tanto” (link)

“L’aereo è una buona palestra per la mente, per questo forse molta gente ne ha paura. Un poco come andare in macchina quando guida qualcun altro. In aereo lasci il controllo, ti devi affidare, per forza. Capisci che non è tutto in mano tua, nella tua stessa vita.” (link) 

Forse non va perso mai nulla, in fondo. E la somma di tante piccole cose non è mai uguale a zero. (link) 

E’ una legge dell’universo, è stato fatto così. L’essenziale non è fare, ma lasciar fare. Cioè cedere a ciò che accade, non impuntarsi. Io ci ho messo un sacco di tempo per capirlo. (link 

Può una persona soddisfare veramente il bisogno di amore del cuore di qualcuno? Non ci stiamo tutti sbagliando, non stiamo sbattendo qua e là come automezzi impazziti, cercando qualcosa che non si trova? Ma non si trova perché cerchiamo nei posti sbagliati? Dove avrei dovuto cercare, io, qualcosa che mi placasse la fame di amore, di comprensione, di attenzione? Dove avrebbe dovuto cercare Francesca, e dove Arianna? Sono posti diversi per ognuno di noi? Possiamo essere risposta l’uno all’altro, o manchiamo tutti di qualcosa? (link)

 Come dicevo, i brani evidenziati spesso sono quelli che per me rivestono una particolare importanza, che va al di là della vicenda narrata. Non voglio commentarli uno per uno, perché trovo un qualcosa di fastidiosamente saccente in un autore che vada a spiegare la sua stessa opera (rubando così l’interpretazione al lettore, sottraendogli la sua specifica parte creativa).  Dirò solo che sono quei brani dove ho attinto alle domande che ho dentro e che gridano per una soluzione, o almeno un cammino verso una soluzione. E ai barlumi di risposte che scorgo in questa drammaticità bella del vivere.

Keep On Walking
In cammino…

Ma sono proprio le domande che appunto non mi fanno star fermo ma mi spingono a camminare. Quando mi fermo e mi siedo, quando cerco di dimenticarle, queste domande, il malessere che sempre mi assale mi spinge a rialzarmi e proseguire nel cammino. Grazie al cielo.

E il mio romanzo, al di là della qualità letteraria (giudicherete voi), è anche una trama di domande. Forse un romanzo è anche questo, forse deve essere anche questo. Più che dare risposte, un modo per far risuonare delle domande, farle ricircolare tra chi scrive e chi legge. Tra due diverse forme di attività sul testo, insomma: entrambe creative, per l’appunto.

Perché ammettiamolo, le domande hanno la loro importanza. E’ quando non ci domandiamo niente, che la vita diventa insopportabile. Allora domandiamo, senza paura. Ma andiamo fino in fondo, domandiamo cose enormi, come essere felici. Anche se ci hanno fatto intendere che non sta bene, non è da adulti: ve lo devo dire, io non ci sto. L’isola che non c’è invece ci deve essere.

Cerchiamo, camminiamo, impariamo, proviamo, quando sbagliamo chiediamo scusa, torniamo, ripartiamo. Immaginiamo com’è il ritorno ad essere contenti, lieti. Perché l’uomo è fatto per l’infinito, come ci ha ricordato Benedetto XVI per l’apertura del Meeting di Rimini.

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Il Ritorno, disponibile in ebook

Ecco, ce l’ho fatta. Il mio (primo?) romanzo sta finalmente uscendo alla luce del sole. Ci siamo! Ho rivisto la versione ebook, controllato, ricontrollato… eccoci. Eccoci.
Uno scienziato geniale che ormai vive nascosto, ha qualcosa per Luca. Anche Francesca, giovane e avvenente, ha qualcosa per lui. E un dolore per sè, da curare ed amare. Anche Luca cova un dolore, una ferita tracciata da una vita troppo consueta, troppo prevedibile e blindata alla sopresa. Ma le sorprese arrivano. Un viaggio, degli incontri. Una voglia di verità di tutto, una sete di capire. Un ritorno, forse.
Il libro è in vendita su Lulu.com 

Il libro che esce oggi, un primo risultato l’ha ottenuto. Ha vinto il National Novel Writing Month del 2009. Questa bizzarre competizione per cui si vince producendo un manoscritto di almeno 50.000 parole, ha avuto il grande merito di farmi scrivere senza che l’implacabile censore interno avesse l’ultima parola. Finalmente. 

Poi c’è stato il momento della revisione, lenta. Anche, del dubbio. Dell’incertezza. Ma vale, vale la pena? Ma l’incertezza è più bella quando la si supera. Quando rileggendo trovo dei brani che mi toccano, che riescono ad essere quello che avrei voluto leggere… Allora dico sì, valeva la pena. Vale la pena, scrivere, se ne senti il desiderio. Sempre.
Insomma, per diversi motivi questo libro ha già vinto. E’ una sfida vinta. Se poi piacerà, sarà una ulteriore vittoria. Bella, dolce. Ma forse non tanto importante quanto la prima. Anzi, certamente. Aver seguito un sogno, averlo accettato, coltivato, fatto crescere. Aver fatto parlare il cuore, seguito il desiderio. Creduto nel sogno. Ecco la vera vittoria.
Sono grato a tante persone, per questa vittoria. Alcune vicine, in casa. Altre conosciute attraverso Internet, attraverso dei libri. Mi piace qui ricordare lo scrittore Valerio Albisetti, per il suo libro I sogni dell’anima. Mi ha insegnato quanto possono essere seri i propri sogni, quanto sia un compito seguire le proprie aspirazioni. Grazie, Valerio!
Il libro sarà presto pubblicato anche in versione “tradizionale”. La versione elettronica comunque può avere un prezzo più basso, in virtù della sua natura, ed essendo un file epub senza vincoli, può essere letto praticamente dovunque.

“Così fanno le storie: rendono soffici gli spigoli delle cose e ti permettono di camminarci sopra.” dice Alessandro D’Avenia nel bel libro Cose che nessuno sa.

Per me è così. E’ tutto quà il segreto. Scrivo perché attraverso le parole la vita mi diventa meno spigolosa, più intellegibile. Sarò riuscito a smussare davvero qualche spigolo?  Bene, non spetta certo a me dirlo…
… ma spero proprio di sì.

Support independent publishing: Buy this e-book on Lulu.

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Come leggere un epub

Il formato epub è ormai uno standard nel campo dei libri digitali. Se la soluzione di lettura ideale è probabilmente quella di caricare il file su un apposito lettore di ebook (praticamente ogni lettore, a parte il Kindle, permette di leggere libri in tale formato), che a motivo dello schermo speciale non illuminato, garantisce una esperienza di lettura potenzialmente affine a quella del classico libro cartaceo, vi sono ormai diverse soluzioni che permettono di leggere in maniera relativamente confortevole anche su altri supporti. Qui di seguito listiamo alcune possibili scelte, avvisando che molte alternative sono comunque disponibili, basta cercare un po’ in rete per trovare spesso soluzioni interessanti e gratuite.

Lettura di epub sul computer
  • Non possiamo non iniziare dal celebre programma Calibre. E’ ben più di un lettore di ebook, permette di gestire una vera e propria collezione, nonché di effettuare facilmente conversioni da un formato ad un altro (cosa estremamente utile per chi possiede un Kindle, come vedremo dopo). In realtà le sue potenzialità sono ben più vaste, perché include opzioni di sincronizzazione con vari device e comprende addirittura un server web per accedere alla propria collezione ovunque ci si trovi. Il programma esiste per tutti i principali sistemi operativi.
  • Non è comunque necessario istallare alcun software, se si vuole “soltanto” leggere. Vi sono ottime estensioni per i browser più diffusi, che li abilitano come piattaforme di lettura. Per gli utenti Chrome consiglio l’ottimo Readium, mentre gli utenti Firefox possono trarre vantaggio da un componente aggiuntivo come EPUBReader
Lettura di epub su iOS
  • Nel caso di un iPad o di un iPhone, l’ottima applicazione iBook, fornita di default nel corredo software, è già un ottimo lettore di epub. Data la qualità, probabilmente non ha molto senso cercare altro (almeno per gli epub non protetti).
Lettura di epub su dispositivi Android
  • Vi sono molti software disponibili, anche gratuitamente. La scelta come spesso accade è questione di gusti. Un software gratuito e leggero, con diverse funzionalità interessanti e notevoli possibilità di configurazione, è FBReader, di cui abbiamo già parlato (notare che esiste anche una versione desktop).
Lettura su Kindle di Amazon
  • E’ certamente un lettore eccellente, tuttavia non può leggere il formato epub. La cosa da fare è – attraverso un programma gratuito come Calibre – convertire il file in formato moby (quello nativo di Kindle), e poi inviarlo al lettore. E’ una cosa semplice che richiede poco lavoro, i risultati sono (per quanto ne so) ottimi. Inoltre, convertire il file in moby permette anche di leggere su computer o diversi dispositivi, utilizzando l’ottimo e onnipresente software Kindle.
Lettura online
  • Si può anche godere la gioia di una sana lettura senza dover istallare proprio nulla. Siti come Booki.sh permettono di creare un account gratuito e caricare facilmente la propria libreria di epub, per leggere praticamente ovunque, utilizzando un comune browser.
Come vedete per ogni dispositivo fisso o mobile esistono varie possibilità per leggere libri in formato epub. Tenete presente comunque che quanto scritto si riferisce a libri senza protezioni di Digital Right Management (o al massimo libri protetti con tecniche di Watermarking, la cui fruibilità è pari a quelli senza protezione).  

Sperando che questa breve rassegna vi sia stata utile, non mi resta che augurarvi buona lettura. A proposito, se avete  segnalazioni di software che vi piace e nono sono state menzionate nell’articolo, siete invitati ad intervenire nei commenti. Sarebbe interessante aprire un confronto sulla qualità dei diversi software, ad esempio…
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Faticosa, ma saporita

Finalmente, verrebbe da dire. Sta per cominciare un altro anno, un anno lavorativo e scolastico e familiare. La pausa estiva disegna e separa gli anni meglio di un trentun dicembre. Ecco tra poco entriamo – domani entriamo, diciamo – nell’anno nuovo. E bisogna entrarci bene. Cioè questo. Con una contentezza o un miraggio o una domanda di una contentezza o della possibilità di una contentezza, oppure solo nel non negare la possibilità di una futura o presente contentezza.

Sta iniziando un anno. Sta andando via la stagione calda. Viene l’autunno, fa sera presto, fa più freddo. Che bello.  Sta iniziando un anno, mesi e mesi, il lavoro nelle settimane, l’osservatorio, le puntate in asdc, la mensa. Le cose per Gaia, che l’anno prossimo finalmente se ne andrà a spasso a scrutare la Galassia. Fa sera presto, è più bello predisporsi a tornare a casa, dopo il lavoro. Pensare al caldo rifugio che ci aspetta, a lei che ci aspetta e sta preparando la cena, dopo aver lavorato anche lei, fuori. 

Autumn

Bello fare le cose, salutare gli amici, i colleghi, avviarsi verso casa. Bello avere un margine di libertà e ampiezza anche davanti ai problemi Anche davanti alle tentazioni. Non essere schiacciato da un niente da un nulla da un nientenulla che avvelena.

Essere più vicino a respirare,
ad avere un respiro fondo, regolare.
Bello alternare lavoro e riposo
e quasi senza accorgersene
tornare a progettare
fare progetti
di nuovo.

Come una vacanza o l’ipotesi di una casa
e gli esami della figlia oppure anche
i compiti della piccola
e il lavoro degli altri che è pur lavoro. Bello
sorridere perché appoggiati
a radici solide
sorridere per un briciolino di luce
uno scherzo di luna
per le radici e per il respiro.

Sentire addosso il tempo che passa
come un rivestimento più saldo
strato su strato
nell’attesa e nel guardarsi
indietro
senza timore
contando i passi del cammino.
E il bello è sempre davanti.
E la dolcezza di casa quando
si sprofonda nell’inverno sarà

sarà ancora maggiore
pioggia alle finestre e tuoni e fuori la consueta
dominante azzurra
mentre dentro casa
dentro
la calda gialla operosa e tranquilla
lieta luminosità

e sì farà freddo e qualcuno
dirà copriti e sarà come una gemma regalata
un segno di affetto come dire
non voglio che ti ammali
mi sei caro mi sei
non posso stare a vederti star male

sarà come una gemma respirata
e un vestito e un maglione pesante
e un sorriso leggero per
uscire aspettando con serena pazienza il rientro.

Sarà questo e sarà un anno azzurrossogiallo e quanti colori vuoi
sarà da piangere e da ridere e arrabbiarsi anche
e dire come, chi, perché
e anche chi me l’ha fatto fare
e correre sotto la pioggia con la borsa e trovare
il traffico
e avere preoccupazioni assortite e cose da
sistemare ma sapere
che vi sono radici profonde
– e siamo grandi e siamo bambini e potremmo
un giorno potremmo chissà
diventar vecchi e rimanere bambini –
e comunque niente più la vita piatta e niente più il niente ma

la vita, quella colorata
faticosa ma saporita
la vita.

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