Blog di Marco Castellani

Mese: Settembre 2014 Page 1 of 2

Fisica fondamentale

“…la ricerca in fisica fondamentale ha dimostrato di essere dietro tutte le grandi svolte tecnologiche dell’epoca moderna, dai raggi X al web, dalla risonanza magnetica alla Pet. Se vogliamo aprire nuovi orizzonti, anche in altre discipline, non possiamo rinunciare a conoscere sempre meglio le particelle elementari, cioè ciò che compone noi stessi e tutto ciò che esiste.”

Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern

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SegnaleRumore reloaded

Abbiamo finalmente fatto il grande passo: ci siamo spostati da Blogspot ad una piattaforma WordPress “self hosted”. Questo ci garantisce una serie di vantaggi non indifferenti, come la possibilità di gestire questo sito in piena autonomia, di farlo diventare qualcosa che sia più interessante e bello da leggere (almeno si spera).
Al momento il sito è ospitato su un Virtual Private Server (VPS, in breve) : una cosa di cui non ci siamo mai occupati finora, eppure decisamente interessante.

Schema di una VPS. Non vi preoccupate se non ci capite niente: non siete i soli 🙂

La faccio breve, perché dopotutto è un argomento che esula un po’ dai nostri temi favoriti, ma ecco: a fronte di spese ormai modeste, si può entrare in possesso di un server virtuale connesso ad Internet, del quale — a differenza del classico hosting, si è padroni assoluti (o quasi). Accesso in ssh, possibilità di installare e/o reinstallare un sistema operativo a scelta, caricarci pacchetti quali wordpress, collegarci uno o più nomi a dominio, etc. In pratica, per quello che vede l’utente, è come gestire un vero server, non appena uno spazio web dove mettere i files.
L’altro lato della medaglia, è che bisogna lavorarci un po’ di più. Aggiornare il sistema operativo e i pacchetti istallati, preoccuparsi di questioni di sicurezza, e via di questo passo.
Un lato che non è necessariamente negativo: per uno smanettone l’idea di avere un server Debian da amministrare in autonomia, lungi dall’essere una seccatura, è un’altra occasione per imparare qualcosa di nuovo, divertendosi.
Che è una cosa che — come sappiamo — non ha prezzo… 😉
Che ne dite? E’ una scelta che vi piace? Avete delle esperienze simili da raccontare? Avete il vostro sito su una VPS o preferite un classico servizio di hosting? Fateci sapere nei commenti!
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Il caso non esiste. Oppure sì…?

«IL CASO NON ESISTE. Perchè le cose incredibili accadono tutti i giorni», di David J. Hand, Rizzoli Edizioni. Recensione a cura di Stefania Genovese.

CasoNonEsisteIl libro inizia con una prefazione di Marco Malvaldi decisamente intrigante, e che solletica la nostra curiosità su quanto sia importante e fondamentale la sperimentazione nella scienza. Il curatore infatti riporta brani di un famoso e feroce dibattito tra il gesuita Orazio Grassi e Galileo Galilei riguardo l’origine di un inusuale spettacolo celeste (tre comete ignote apparse nel cielo sopra Firenze, nel 1618): in seguito leggiamo di altri aneddoti tratti dalla vita reale, mentre lo stesso Malvaldi invita ad approcciare il libro con una forma mentale «aperta» e «ludica» in quanto l’autore, ha sì corredata la sua opera da regole e ferree statistiche matematiche, ma ha anche invitato il lettore a riprodurre e comprovare le sue asserzioni che inducono a considerare, quanto eventi straordinariamente improbabili possano accadere con ragionevolezza, e per quale motivo continuino ad avvenire nel mondo fatti incredibilmente inverosimili.

Gli esempi riportati sono molteplici; dall’uomo colpito sette volte da un fulmine, all’avvocato scampato alla morte in numerose occasioni durante diversi attentati mondiali, a coincidenze significative ma inusuali occorse a celebri personaggi che, decisamente non solo sbalordiscono, ma fanno sorgere domande riguardo l’apparente aleatorietà e inintelligibilità del caso, e soprattutto se esso necessiti di spiegazioni realistiche o piuttosto sia costituito da eventi sconcertanti e da arbitrarie forze invisibili…

Detto ciò, l’autore si cimenta a svelare questo mistero, introducendo il principio di improbabilità secondo cui eventi estremamente improbabili sono comuni, ed anche il principio di Borel, il quale asserisce che eventi sufficientemente improbabili sono impossibili…Superfluo aggiungere che da buon matematico, D. Hand è fedele al celebre postulato logico Popperiano : <<…Le regola secondo cui si devono trascurare le improbabilità estreme … concorda con l’esigenza dell’ oggettività scientifica>>.

E non possiamo che plaudere ed essere tutti concordi con le sue affermazioni e restare intrigati da tutti i simpatici racconti di cui l’autore ha corredato il libro per sostenere questa massima; tuttavia nel secondo capitolo, quando l’autore affronta le superstizioni, le profezie, le chiaroveggenze, il deismo, i messaggi soprannaturali, pur condividendo «in toto» le argomentazioni che confutano queste forme insane di ignoranza e cieco fideismo, e, riconoscendogli un’ ottima acutezza nel scegliere a sostegno delle proprie tesi, esperimenti ed elaborazioni sociologiche (da Skinner a Merton ad esempio), ho trovato una nota veramente stridente…Premetto che anche io come sostenne il celebre Carl Sagan, continuo a ritenere che «Il mondo sia infestato dai demoni» cagionati dall’analfabetismo scientifico e dall’imperante superficialità ed ignoranza, e che quindi sia necessario sottolineare quanto siano stati detrimenti e lo siano tutt’ora per l’intera umanità le cieche e fanatiche credenze, ed il pensiero cosiddetto «magico», tuttavia non ho assolutamente apprezzato che l’autore abbia accluso la teoria della sincronicità junghiana nell’alveo dell’ESP, del paranormale e delle false credenze, denominandola al pari delle altre come una delle «crepe» che hanno inficiato la visione della natura basata sull’Universo meccanicistico del XX secolo!

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Fede

La fede cristiana ci riporta cioè ad una esperienza del tutto ordinaria, quella in base alla quale noi nasciamo e cresciamo attraverso la parola umana, e specialmente quella parola benevola e amorevole che dice Bambino mio, quanto ti voglio bene e se non ce lo dice con pieno affetto noi soffriamo da morire: Questo è il rapporto di Dio con l’uomo: DIo parla con l’uomo bene-dicendolo, e parlando con lui con amore incondizionato gli forma una identità spirituale libera, lo risana da tutte le male-dizioni familiari e storico-culturali che lo hanno ferito… 

(Marco Guzzi)

Così la fede calma e soddisfa il bisogno di amore e protezione che ti porti dentro, viene a levigare quella ferita che segna i rapporti con le persone, con le cose. Quella ferita originata tanto tempo fa, che ti porti ancora appresso, che segna i rapporti con il mondo e con le cose. Non è niente di automatico: è’ una sfida, per cui ogni volta bisogna ripartire. Ogni volta e sempre si può ripartire. Ogni mattina si può dire di no (anche se magari gestiamo diecimila attività parrocchiali o di gruppi cattolici, movimenti) oppure dire di sì. In fondo, mi dico, quello che conta – quello che ora serve – non è tanto l’enunciazione teoretica di alcune verità, ma il lavoro che facciamo su queste.

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Per guardare il mondo con amore, serve questo, appena questo, sentirsi amati…

Così vedo le cose, e  possiamo ben dire che non è la prima volta che su questo blog si ragione intorno a questi argomenti. Eppure ogni volta che ci ritorno, mi sembra di illuminare la cosa da un angolo leggermente diverso (come il satellite GAIA, che vedrà una stessa stella anche settanta volte, ogni volta portando nuovi dati, così possiamo fare qui, per quello che ci preme di più… )

Queste cose le scrivo qui per me, in fondo, e fanno parte di qualcosa non sistematizzato, ma in perenne ebollizione interiore. Le scrivo per me per coltivare e far crescere un luogo dove io possa riflettere su me stesso e sentirmi a mio agio. Un luogo che penso in questo modo, morbido e conciliante. Un luogo dove le parole non servono a ferire, a distinguere, a separare: ma servano innanzitutto per guarire. Sempre da Marco Guzzi, prendo in prestito un’altra frase: 

.. La scrittura, infatti, possiede di per sé un’incredibile potenza di autoconoscimento e di guarigione.

Ci vedo dei colori pastello, leggeri. Ci vedo l’idea di un tranquillo pomeriggio di sole, vissuto al riparo di un fresco pergolato, magari. Una casa riparata e tranquilla, ma non isolata. Qualcosa costruito con le parole, parole di guarigione…

Fateci caso. Le parole che guariscono sono sempre quelle che intendono correttamente le cose. Tante cose sono state dette sulla fede, tanto alto è il rischio di fraintendere, di restare imprigionati in definizioni sbagliate, limitanti, castranti. Quella di Marco Guzzi che ho messo in apertura, fa risuonare qualcosa di bello in me, tiene vivo e zampillante un desiderio buono di pace e di assestamento psicologico costruttivo, di superamento di tutto ciò (laico o clericale che sia stato) che mi ha fatto male, mi ha ferito… un desiderio dolce di guarigione, appunto. 

Perché il punto è questo. Mi accorgo che la fede viene vista da molti come qualcosa… che non è. Come se un cristiano (o un buddista, un induista, se volete) dovesse avere un ricettario, una lista di cose che non può fare, di curiose limitazioni – come se fosse uno che vuole complicarsi la vita. Invece vuole semplificarla, vuota gustarsela. Senza starsi a tormentare troppo per il fatto che siamo limitati, che possiamo sbagliare. Peccato, davvero peccato,che ti fanno credere che per gustarla devi starci lontano, dalla fede… 

Insomma, cosa è per me, la fede? La fede è – anche – la possibilità di scorgere un significato in ogni cosa e in ogni circostanza. E’ non giudicarsi (io non giudico nessuno, neanche me stesso, diceva Don Giussani), è essere lieti di essere amati, come si è (anche se io sono un mucchi di letame, Cristo è più grande del mio mucchio dl letame, sempre Giussani).

Su tutto, sapere… sentire… che io sono amato, adesso.

Sapere che mi posso rilassare, perché sono molto, molto amato. 

Ecco il punto. Ecco il punto vertiginoso fondamentale dell’universo. Essere amati.

E’ tornare a giocare col mondo, come si faceva da bambini. Perché si giocava fino a che si pensava, si intuiva, che tutto avesse un significato. Che ci fosse una presenza buona a proteggerci, a tirarci fuori dai guai, qualsiasi cosa avessimo combinato. Quando abbiamo bevuto il veleno che – a volte con le migliori intenzioni – ci hanno somministrato (niente ha valore, tutto è opinione, niente esiste in fondo, tutto è appena una accorta flessione del discorso), ecco che abbiamo anche immediatamente smesso di giocare. Magari abbiamo detto sì sì, così stanno le cose, siamo adulti, siamo cresciuti e – fateci caso – abbiamo smesso subito di giocare, di divertirci.

Senza la fede la vita ti diventa una cosa dannatamente seria. 

Ora a me pare una cosa, cioè che a volte siamo così impastati di questo veleno, credenti e non credenti, che si dura una fatica da matti. Ogni giorno dire e ripartire, rifiutando il nichilismo e la sottile (più o meno quieta) disperazione. Ogni giorno scegliere di appartenere…

Al fai ciò che vuoi perché niente ha valore in sé preferisco il Ama e fai ciò che vuoi di Agostino.

C’è un abisso, in mezzo. Grande come la possibilità di avere un cuore – di nuovo – lieto.

Poi non facciamo noi le cose, anzi se ci mettiamo di mezzo noi, di solito facciamo guai. Perché abbiamo questa tentazione di decidere noi, di voler sistemare noi, di non lasciarci andare, di non affidarci. Di pensare che ci sia sempre un’alternativa più furba. Penso che sia una tentazione nota ai praticanti di ogni religione, di qualsiasi forma di spiritualità. 

Tanto che sempre Giussani, individua proprio qui la drammaticità della vita: “La drammaticità della vita consiste nella lotta tra la pretesa affermazione di sé come criterio della dinamica del vivere e il riconoscimento di questa Presenza misteriosa e penetrante” (citato in Vita di Don Giussani di Alberto Savorana, al Capitolo XVI).

Questa drammaticità, d’altra parte, fa sì che venga perennemente chiamata in causa la nostra libertà. E che nessuna adesione sia mai un atto meccanico ed automatico, come una sorta di tessera acquisita una volta per tutte – ma qualcosa che va scavato ed indagato sempre. 

La cui convenienza, appunto, è da ricercare ogni giorno. Così che uno si butta, idealmente, nella vita e fa la verifica. La verifica della convenienza della fede. 

E’ questo il cammino, mi pare di poter dire. E’ questo che può rendere la strada, una strada  bella.

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Vado a vivere sulla luna…

Ma allora… vado a vivere sulla Luna! Questa poteva essere una frase (magari dettata da  un momento di esasperazione) con un suo senso compiuto – fatta salva ovviamente una sua difficile attuabilità, perlomeno in questo momento. Ora però, per colpa del progresso nella conoscenza e comprensione della caratteristiche del sistema solare, rischia di perdere il suo significato originale. O meglio, rischia di perdere la sua univocità. Difatti diventa lecito chiedere, di rimando: ma quale luna?

La domanda è lecita. Eh sì perché ormai di lune potenzialmente abitabili ne sono state rintracciate diverse. E a volte l’idea di abitare sulla luna (o meglio, su una luna) risulta assai meno peregrina – perlomeno per un astrobiologo – rispetto al progetto di provare a colonizzare un pianeta vero e proprio.

Al proposito, il sito di APOD per la giornata di oggi ci offre una interessante compilazione delle quattro lune in questo senso più attraenti del Sistema Solare. Ovvero, quelle dove le condizioni sembrano essere le più favorevoli per la vita. Nell’immagine, che riportiamo qui sotto, sono riprodotte in scala: così potete agevolmente scegliere anche quella che più vi aggrada,magari in base ai metri quadri di cui volete disporre… C’è da dire che viaggi organizzati ancora non esistono: questione di tempo, probabilmente 🙂 Noi ci limiteremo qui ad un breve tour immaginario. 

LuneAbitabili

Iniziamo da Europa (la luna di Giove, non il nostro continente). E’ anche uno dei satelliti più massicci di tutto il sistema solare. La sonda Galileo a Giove ha scoperto che la superficie è probabilmente formata da una crosta ghiacciata al di sotto della quale dovrebbe trovarsi un oceano di acqua allo stato liquido. Certo la temperatura media è un po’ bassina per girare in maglietta e pantaloncini (siamo intorno ai -170 gradi sotto zero) ma decisamente c’è di peggio, possiamo accontentarci. Comunque, in caso, il messaggio è: portatevi roba pesante.

Anche per Ganimede, il principale satellite naturale di Giove, il più grande di tutto il nostro sistema (tanto che sorpassa in grandezza lo stesso pianeta  Mercurio), il discorso sull’abitabilità è piuttosto interessante. Anche per lui ci sono robuste indicazioni dell’esistenza di un oceano sotto la superficie. Vale anche qui la prescrizione di portarsi maglioni pesanti, perché la temperatura media è praticamente quella di Europa.

Possiamo poi spostarci nei pressi di Saturno, dove, osservando la luna Encelado, la sonda Cassini ha trovato fantastiche fontane di ghiaccio d’acqua, che indicano naturalmente la presenza di uno strato acquoso sotto la superficie. Sulla superficie non è bene andar troppo scoperti, però: ci aggiriamo intorno ai meno duecento gradi sotto lo zero.

Cercando tra gli annunci immobiliari lunari, è bene anche non trascurare Titano, un’altro dei satelliti naturali di Saturno (il più grande, per la verità). Titano è composto principalmente di ghiaccio d’acqua e di rocce, e – manco a dirlo – è comunque piuttosto freddino (ma ormai siamo abituati). La cosa interessante è che è considerato simile alla Terra primordiale, ma appunto con temperatura molto più bassa, tanto che il ciclo del metano (che si trova vicino al suo punto triplo, dove coesiste in forma liquida, solida e gassosa) riesce a sostituire il normale ciclo idrogeologico presente su nostro pianeta. Per la precisione, su Titano si possono trovare agevolmente (basta camminare un po’…) dei suggestivi laghi di idrocarburi, mentre la densa atmosfera è composta principalmente di azoto.

Questo per chi non volesse andar troppo lontano, è il quadro dei posti più appetibili. Se non sembrano davvero così invitanti, possiamo consolarci pensando che  – per quanto le condizioni sembrino proibitive – è sempre il meglio che il nostro sistema solare può offrire. Terra esclusa, ovviamente!

Per chi è disposto a viaggiare un po’ di più, guardando anche al di fuori del sistema solare, ci sono comunque ottime notizie:  le nuove ricerche ci dicono che le lune potenzialmente abitabili potrebbero tranquillamente superare, nel complesso, il numero di esopianeti. E’ così: le lune potrebbero benissimo rivelarsi il posto più abitabile in tutto l’universo.

Insomma, tirando le somme: cominciamo a renderci conto che anche per quanto riguarda le lune abitabili, potremmo presto avere l’imbarazzo della scelta. 

Andiamo a vivere sulla luna? Sì ma quale, in caso?

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Il catalogo più dettagliato della Via Lattea

Duecentodiciannove milioni di stelle. Non meno di queste, sono le stelle che formano il nuovo catalogo della parte nord visibile della nostra galassia. Ci sono voluti ben dieci anni perché venisse assemblato il catalogo, utilizzando l’Isac Neewton Telescope (INT) localizzato a La Palma presso le Isole Canarie. Il lavorone appare oggi sulle pagine della rivista specialistica Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

Una banda chiara che attraversa il cielo: così si può ammirare la Via Lattea da posti abbastanza bui. Personalmente, è una delle cose che ammiro con più emozione quando sono in montagna in Abruzzo. Poco fuori da Rocca di Cambio: lì sì che la notte è veramente buia. E lì che il disco della Via Lattea sbalza vivido e gagliardo contro il  nero pulito del cielo, in tutto il suo fulgore. Ma certo, molti di voi avranno il loro posto preferito – e lontano dalle luci – dove poter godere della meraviglia del cielo notturno. E se non l’avete, vi consiglio di trovarlo, e alzare il naso in sù: vale la pena, davvero.

ViaLattea

La mappa di densità del disco della Via Lattea, costruita dai dati IPHAS. La scala mostra la latitude e la longitudine, relative alla posizione del centro della galassia. E’ appena una piccola sezione della mappa totale, ma già da un senso della portata di questa squisita cartografia galattica, costruita con certosina pazienza (Crediti: Barensten e collaboratori)

Tornando al catalogo, diciamo subito che non scherziamo, come dimensioni: stiamo parlando di una estensione di centomila anni luce. Certo il disco galattico è la parte più luminosa ed esuberante della nostra Via Lattea, perché contiene la gran parte delle stelle della galassia (incluso il nostro Sole), e certamente la più densa concentrazione di polvere e di stelle.

L’occhio umano si perde, in questo mare di stelle. Assai meglio se la cava lo specchio da 2.5 metri di INT. Con quello gli scienziati hanno intrapreso la cartografia di 219 milioni di stelle: un compito da far tremare i polsi, non c’è dubbio. INT ci vede lungo, del resto: arriva a stelle della ventesima magnitudine, mentre l’occhio umano arriva sì e no alla sesta (ricordiamo che le magnitudini vanno al contrario della luminosità – o meglio del suo logaritmo: insomma più il numero è grande meno la stella è luminosa).

Attraverso questo catalogo, gli scienziati hanno messo insieme una mappa straordinariamente dettagliata del disco della nostra Galassia, che mostra bene come varia la densità di stelle nelle varie zone. E’ una immagine vivida e completamente nuova di quello che ci circonda.

La produzione del catalogo di stelle, che prende il nome di IPHAS DR2 – solo dal punto di vista informatico una bella impresa – è un lucido esempio dell’approccio moderno dell’astronomia verso i “big data”. Le informazioni riguardano 219 milioni di oggetti, appunto. E ognuno di questi è rappresentato da ben 99 parametri.

Niente male, davvero.

E tutto questo è per la comunità, for free, come si dice. Infatti il team offre al mondo scientifico libero accesso alle misure acquisite attraverso due filtri a larga banda, che hanno catturato la luce all’estremo rosso dello spettro visibile, più una banda stretta centrata sulla linea di emissione dell’idrogeno, quella più luminosa, ovvero H-alpha (ottima scelta per produrre stupende immagini di nebulose, che si trovano in gran numero nella Via Lattea).

Sorgente originale: Phys.org

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Nexus vs Ipad: leggere il Corriere

All’indomani del famoso e discusso KeyNote di Apple, dove sono stati presentati tra le altre cose il nuovo iPhone 6 e gli iWatch, ha iniziato a girare in rete un simpatico e assai impietoso confronto tra le caratteristiche hardware del nuovo melafonino e del Nexus 4, un modello di smartphone Android in commercio già dal 2012.

Iphone6 vs nexus4

Nonostante le perplessità che nutro per le novità presentate nel KeyNote, mi sento di dire che questo confronto è misleading, in buona sostanza. Giova ripeterlo: non è nelle caratteristiche hardware che si appoggia chi sceglie (consapevolmente) un prodotto Apple. Non è una novità che per avere l’hardware migliore – a parità di prezzo – di solito è meglio rivolgersi altrove.

Ho scelto l’iPhone non per l’hardware in se stesso: ho scelto l’iPhone – e l’iPad (l’ormai vetusto iPad 2) – per la eccellente integrazione di hardware e software. E per le caratteristiche di iOS. E per il software che ci gira sopra. E per come ci gira sopra (more on this later).

Perché il confronto è fuorviante? Per lo stesso motivo per cui non conta vantare i megapixel di una camera digitale come se da soli facessero la differenza. Facciamo un esempio che fa capire meglio l’errore. Un esempio che ho provato, diciamo, sulla mia pelle. E che potete divertirvi ripetere a casa vostra, come si dice, se disponete del materiale necessario.

Prendiamo il Corriere della Sera. O meglio, la sua app (per Android e iOS). Va bene, voi potreste preferire un altro giornale. Non vi preoccupate, non è questo il punto. Prendiamo dunque l’app del Corriere su due dispositivi diversi: l’iPad 2 e il Nexus 7  2013 (casualmente, quelli che sono in mio possesso).

Facciamo una ulteriore premessa. Doverosa. L’hardware del Nexus è oggettivamente superiore a quello dell’iPad 2. Basterà dire che l’iPad ha un processore Apple A5 1 GHz Dual Core mentre il Nexus incorpora un Qualcomm Snapdragon 600 donwcloccato a 1.5 GHz (quad core). D’altra parte è un modello molto più recente, il Nexus. Notare che incorpora l’ultimissima versione di Android.

Sembrerebbe dunque un confronto impari. Un modello di tablet del 2013 contro un modello del 2011. E intendiamoci: per molte cose in effetti il Nexus è decisamente più responsivo.

Poniamo però che uno acquisti il tablet anche (se non solo) per leggersi il giornale. E qui iniziano i guai. 

Facendo i confronti, la lettura del Corriere risulta estremamente più fluida sul vecchio iPad 2 che sul Nexus (provate, provate pure). Intendo, ovviamente, utilizzando l’applicazione ufficiale – aggiornata all’ultima versione – su entrambi i sistemi. Mentre sull’iPad tutte le operazioni di giro pagina, ingrandimento articolo, pinch to zoom sono sorprendentemente fluide, sul Nexus si riscontra subito come la risposta appaia fastidiosamente irregolare e percettibilmente “a scatti”. Di fatto la lettura diventa un processo irritante, per nulla naturale. Tutt’altra cosa sull’iPad. Sull’iPad vecchio, per intenderci.

Ora, questo è un caso particolare, di appena una applicazione.

Non vuol dimostrare nulla.

O forse sì. Una cosa la dimostra. Che la semplice contrapposizione dell’hardware – per qualche motivo che qui non approfondiamo – non spiega tutto. 

In breve: chi avesse comprato il Nexus per leggere il giornale, facendo il confronto dell’hardware, avrebbe fatto davvero un pessimo affare. 

Ora mi direte: ma l’app su Android non è matura, ma il processore grafico, ma questo e quello… Ma un domani…  

Ok, quello che volete. Ma il fatto resta: il Corriere si legge molto molto meglio su un iPad di tre anni fa, che sul Nexus dell’anno scorso. A voi capire perché.

Ma a me dichiarare  che questi confronti hardware lasciano – per buona parte – il tempo che trovano. 

Almeno per chi legge il corrierone.  

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L’occhio di Hubble su M 106

Gli esempi di sinergie tra astronomi professionisti e “semplici” appassionati sono probabilmente troppo all’ordine del giorno, perché se ne debba parlare. Potremmo scomodare se necessario i numerosi progetti di crowdsourcing come Galaxy Zoo e affini (ma con insospettabili antecedenti che possono essere fatti risalire perfino all’ottocento). Comunque il messaggio è già limpido: ci dice che la linea di confine tra professionista e amatore – grazie al cielo – non è mai stata davvero invalicabile (pensiamo a tutti gli studi della variabilità stellare, o delle comete), ed oggi è forse ancora più permeabile, appunto perché la moderna tecnologia che permette di contribuire davvero alla ricerca astronomica, anche senza una specifica preparazione, disponendo semplicemente di un computer collegato ad Internet (e tanta voglia di applicarsi). 

Al di là delle affermazioni retoriche, possiamo dire che – come ai tempi più antichi – finalmente la scienza astronomica sta ritornando di tutti. E questo è certamente un bene.

Senza spingerci troppo in là in un discorso complesso, riportiamo solo un ulteriore esempio di virtuosa “collaborazione”. In questo caso è l’immagine della galassia M 106, una galassia a spirale relativamente vicina, perché si trova a poco più di venti milioni di anni luce da noi. Guardate se non è suggestiva questa immagine (promossa ad “immagine della settimana” da spacetelescope.org)

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Crediti: ASA, ESA, the Hubble Heritage Team (STScI/AURA), and R. Gendler (for the Hubble Heritage Team). Acknowledgment: J. GaBany

Ebbene, lo splendore indiscutibile di questa “istantanea” non è casuale, ma è un ulteriore esempio di quella virtuosa collaborazione di cui parlavamo poco fa. Nel caso specifico, infatti, le osservazioni del Telescopio Spaziale Hubble sono state integrate da informazioni aggiuntive “catturate” da due astrofili, Robert Gendler e Jay GaBany. In particolare Gendler ha elaborato i dati di Hubble, integrandoli con le sue personali osservazioni, per riuscire produrre una immagine in questi meravigliosi colori.

E ne è valsa la pena, come potete vedere.

Insomma il cielo è di tutti. Come dovrebbe essere – e come in fondo, è sempre stato.

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