Blog di Marco Castellani

Mese: Gennaio 2019

Una formazione per il mondo digitale

Davvero interessante la prima puntata del 2019 di Eta Beta, la trasmissione di Radio 1 condotta da Massimo Cerofolini, sull‘ambigua spiritualità del web. Con Massimo, erano in dialogo Marco Guzzi (filosofo, fondatore dei gruppi di ricerca interiore Darsi Pace), Vito Mancuso (teologo, autore del libro La via della bellezza) e Paolo Benanti (docente di Etica delle tecnologie all’Università Gregoriana e autore di Realtà sintetica. Dall’aspirina alla vita: come ricreare il mondo?).

Difficile, farne un resoconto. Anzi, improponibile. D’altronde, con ospiti di questa natura si crea invariabilmente una rete di connessioni e di ramificazioni di pensiero, tali che una semplice puntata di una ventina di minuti è sufficiente appena ad aprire delle piste, a suggerire degli approfondimenti, e non certo a ragionare esaustivamente sul tema – peraltro di per sé stesso davvero importante e complesso, anche profondamente controverso.

Dunque il rimando all’ascolto attento della puntata è tutt’altro che di prammatica, ma risulta fondamentale, proprio per sviluppare autonomamente quelle parti che risultano più risonanti, nelle proprie corde interiori.

Personalmente, mi ha colpito molto il comprendere come anche la fede cambia con l’avvento del digitale: non è mai da intendere come un universo a sé stante (e come potrebbe, del resto?) ma riflette e riverbera ogni impulso, ogni segnale che attraversa il mondo “secolare”. La spiritualità autentica è sempre in dialogo con il mondo, e non è impermeabile nemmeno a quelle acquisizioni della tecnica che rimodulano potentemente il nostro approccio con il reale (e va da sé che Internet e l’avvento dei social network è proprio una di queste).

Importante notare come questa riflessione avvenga in un momento della storia in cui l’entusiasmo incondizionato per le possibilità e la “virtuosità” della rete mondiale – rispetto a ad alcuni anni fa – è drasticamente calato, tanto che tra i propositi del nuovo anno, può starci (e ormai nessuno si meraviglia) quello di “usare meno Internet”, come recita un articolo pubblicato su Internazionale.

Ma il ventaglio di proposte (perché le intenderei esattamente così, come proposte lasciate al libero approfondimento) della puntata è assai vasto. Penso ora a certi temi sollevati da Guzzi, penso all’irriducibilità della coscienza umana ad una macchina digitale, ad esempio. Se la macchina non sostituisce il cervello, e non lo farà mai, resta aperta la questione della incommensurabilità del nostro sistema della coscienza rispetto a qualsiasi interpretazione meccanicistica. Rimane tutta viva la nostra misteriosa, splendida singolarità. E sempre da questo intervento, trovo suggestivo la lucida constatazione che i cosiddetti big data non risolvano o mitighino questo “problema della coscienza”, ma semmai lo rilancino, a nuovi emozionanti livelli.

Evidente, come ricorda Guzzi, che le tecnologie siano del tutto “neutrali”, né negative né salvifiche. E’ un pensiero errato quello che porta ad esprimersi diversamente, a demonizzare Facebook oppure ad incensarlo. La verità – dice sempre Guzzi – è che ci vuole una formazione, per usare questi strumenti evoluti.

L’esposizione di Vito Mancuso si gioca, mi pare, su di un registro più critico riguardo sull’impatto di queste tecnologie sulla vita reale. Bello e validissimo in ogni caso il richiamo di Mancuso al fatto che la bellezza è creativa, e non può essere digitale o automatica, in nessun modo. Suggestivo anche il suo connettersi alla imperfezione analogica come via perpetua di bellezza e dunque di fascinazione (sto leggendo il suo libro sulla bellezza, ma sono ancora un po’ all’inizio, abbiate pazienza).

Sul cambio di paradigma in rapporto alla spiritualità si sofferma debitamente Paolo Benanti, per il quale il digitale cambia proprio il modo di vedere la realtà. Riformulando perfino categorie come “salvezza” o “giustificazione”, un tempo prerogativa dell’approccio spirituale alla vita. E non solo, perché la fede si viene a modificare con il cambiamento stesso della relazione di natura “credente” che ora viene influenzato in maniera tutt’altro che trascurabile dal web e dall’uso che ne facciamo per “recuperare” informazioni e orientamento nel mondo.

Vorrei però terminare riprendendo quanto dice Marco: Internet è uno strumento formidabile di connessione tra gli umani, uno strumento in sé assolutamente neutrale. Dovremmo guardarci allo specchio, e capire che la stupidità di Facebook è il riflesso di un nostro modo “stupido” o istintivo di agire, di manifestare delle parti di noi che ancora attendono di essere guarite. Un modo che possiamo correggere, con pazienza, lavorando su noi stessi.

In sintesi, ci vuole realmente una educazione e formazione all’uso del mondo digitale. Proprio per la sua importanza, e proprio nella coscienza che siamo in una epoca di modificazione accelerata di sistemi di pensiero e di credenze che hanno resistito per secoli, sostanzialmente uguali a sé stessi.

Dobbiamo mettere a tema argomenti che rischiano di passare sottotraccia come scontati, sui quali invece la riflessione è più che mai necessaria. Proprio per la consapevolezza che vogliamo acquisire nell’uso della tecnica, perché dispieghi il suo carattere creativo (tecnè vuol appunto dire arte, in greco). Sempre di più, a vantaggio di una umanità davvero “nuova”, anche nell’uso di questi strumenti.

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    Mondi lontanissimi…

    Potrebbe tornare in mente, ai più maturi, quel celebre album di Franco Battiato di diversi anni fa (correva la metà degli anni ottanta dello scorso millenno, per la precisione), perché proprio di mondi lontanissimi si sta parlando.

    Il primo giorno dell’anno corrente, come annunciato dal tweet, la sonda New Horizons ha incontrato, all’interno della fascia di Kuiper, un oggetto chiamato Ultima Thule. Alla rispettabile distanza di sei miliardi e mezzo di chilometri dal Sole, questo piccolo mondo detiene un record davvero importante, perché è attualmente l’oggetto più lontano mai investigato direttamente da una sonda partita dalla Terra.

    L’immagine è stata acquisita dalla sonda ad una distanza di poco meno di trentamila chilometri, circa una mezzora prima del minimo avvicinamento. La sua configurazione bizzarra – essenzialmente, si presenta come due sfere tenute assieme dalla mutua gravità – è dovuta probabilmente ad una “collisione morbida” che potrebbe essere avvenuta poco dopo la nascita stessa del Sistema Solare. Mondo lontanissimo, dunque, ma anche antichissimo (ed è per questa ultima caratteristica che il suo studio è così importante, per fare luce sulle nostre stesse origini).

    Il “lobo” più grande, chiamato Ultima, è largo poco meno di venti chilometri, mentre quello piccolo, Thule, non arriva nemmeno a quindici. Ed ecco l’altra qualifica importante, è proprio un mondo piccolissimo quello che New Horizons è stata capace di scovare, nella profondità del cosmo.

    E’ molto significativo, il fatto che adesso siamo in grado di fare osservazioni così dettagliate di oggetti tanto lontani e tanto piccoli; è significativo perché dimostra ai nostri occhi, così spesso distratti, il grado di precisione e di finezza che ha guadagnato ormai l’indagine astronomica all’interno del Sistema Solare. Questo “nuovo universo” che abbiamo intorno, è un universo che finalmente si fa capire, si palesa: non è più così nascosto, è disponibile ad un dialogo di scoperta che avviene ormai giorno per giorno. È già più accogliente, in un certo senso.

    I prossimi anni, c’è da scommetterci, saranno formidabili sotto questo aspetto, e il nostro sistema planetario ci sarà infine restituito in tutta la sua incredibile complessità e poliedricità.

    Cioè, in tutta la sua bellezza.

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    La grazia di un Sombrero…

    E’ una immagine decisamente pacificante quella che ci restituisce il sito Astronomical Picture of the Day, come prima immagine del nuovo anno, ed è anche una testimonianza viva dell’immensa varietà che caratterizza le galassie sparse per l’universo.

    Quella che ammirate qui sotto è la Galassia Sombrero (anche chiamata Messier 104), che rappresenta una delle galassie più grandi nel vicino ammasso della Vergine. La parte intermedia della galassia rimarrebbe nascosta a motivo della grande quantità di gas e polveri, mentre brilla nelle bande infrarosse. Questa immagine, in particolare, è realizzata come composizione di dati infrarossi del Telescopio Spaziale Spitzer con dati ottici provenienti da Hubble (in falsi colori, per una migliore visibilità).

    Crediti: R. Kennicutt (Steward Obs.) et al., SSCJPLCaltechNASA

    In questo modo possiamo vedere sia la parte centrale e i bordi, sia penetrare attraverso la polvere delle zone intermedie per vedere come anch’esse – pur a frequenza diversa – risplendano davvero.

    Le galassie sono forse tra gli oggetti celesti più felicemente segnati da una stupenda varietà di realizzazioni, e ci aiutano a comprendere la grandissima diversità che regna nel cosmo. Non c’è regola, nel cielo, non c’è standard, c’è una naturale apertura alla più alta differenziazione, sempre con pari dignità.

    Dal punto di vista scientifico, l’osservazione accurata della morfologia delle diverse galassie, ci aiuta sempre di più ad entrare nei dettagli del meccanismo di nascita e formazione di queste strutture così complesse, che spesso ospitano stelle dei tipi più diversi, in termini di composizione chimica e di età. Vi sono catalogazioni che vengono usate da tempo, ma questo nemmeno può rendere ragione esaustivamente dell’estrema varietà di quello che possiamo vedere in cielo.

    Varietà che si traduce esteticamente, in inesausta bellezza.

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