Blog di Marco Castellani

Mese: Maggio 2020 Page 1 of 2

Lezioni da una testa calda

In ideale continuazione del post di qualche giorno fa, dove abbiamo ammirato un insolito Giove all’infrarosso, scopriamo adesso cosa altro ci può sorprendere nell’adottare questo strano ma fruttuoso “modo di vedere”, aumentando appena la lunghezza d’onda della radiazione rispetto al visibile. Disponiamoci alla sorpresa, se appena puntiamo verso il cosmo più ampio, a quello che ci attende al di fuori dal Sistema Solare.

Perché si scoprono soavi meraviglie, come questa.

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Crediti: NASAESA, and The Hubble Heritage Team (STScI/AURA)

Tecnicamente, quella che stiamo ammirando è una vastissima, magnifica nube interstellare, scolpita dai venti delle stelle in maniera molto artistica, a formare una configurazione riconoscibile per noi. Chiamata infatti Nebulosa Testa di Cavallo, si trova completamente immersa nella vasta ed articolata Nebulosa di Orione, una delle nebulose più brillanti di tutto il cielo notturno (oltreché costutuire la regione di formazione stellare a noi più vicina).

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Ricominciare a costruire, cantando

Doverosa premessa. E’ chiaro a tutti che non possiamo parlare degli Inti Illimani senza incontrare Lucio Dalla al secondo pensiero, anzi appena al termine del primo. Allora affrontiamolo.
Anno 1977. Il drastico giudizio di Dalla, arriva dentro la canzone Il cucciolo Alfredo, la musica andina / che noia mortale / sono più di tre anni / che si ripete sempre uguale. E tuttavia, ferma restando la mia grande ammirazione per uno che nella sua vita ha realizzato dischi pazzeschi, devo ugualmente ammettere che sono rimasto sorpreso, e parecchio, dalla riscoperta di un brano storico degli Inti Illimani.
Il “charango” è uno strumento molto usato dal “complesso cileno”…
Però dico subito, che non ce l’ho affatto con Lucio, non ce la potrei mai avere con lui. Primo, perché la frase è estrapolata da quella che accade essere una canzone bellissima dentro un album bellissimo, epico, un gioiello acquatico, abissale ed azzurrino, Come è profondo il mare. Secondo, perché a mio avviso quel giudizio va interpretato come una salutare polemica verso una esaltazione assai acritica che regnava in un certo periodo, una esaltazione parecchio ideologica e pochissimo musicale. Contro la quale, assai giustamente (ed in tempi non sospetti), Lucio si ribella. Terzo e certamente non ultimo, perché la frase che precede quel giudizio così netto è, dal punto di vista letterario, smodatamente geniale, il complesso cileno è affisso sul muro / promette spettacolo / un colpo sicuro. Evocativa, sommamente ardita nel permutare il manifesto di una concerto con i suonatori medesimi.
Del resto, che questa chiave di lettura tutto sommato possa stare in piedi, si evince anche dalle stesse parole del maestro, che ebbe a scrivere nella prefazione del fumetto “1975, un delitto emiliano” di Alberto Guarnieri ed Emilio Laguardia:
Mi inteneriva questa mancanza di precauzione con la quale i giovani vivevano allora. Venivano conquistati anche dal luccichio delle idee, da una forma di violenza che poteva sembrare, e magari era, gratuita e fine a se stessa. Che non portava a nulla se non alla contrapposizione spesso irrazionale. Scrissi “Il cucciolo Alfredo” anche per recuperare una libertà semantica di gesti e di parole che si era persa perché sovrastata dal peso dell’ideologia forzata.
Bene, sciolta l’obiezione di Lucio – che sempre mi sorge in testa quando penso agli Inti Illimani – ritorno con maggiore leggerezza a quanto stavo dicendo. Ritorno al brano.
Un brano che ascoltavo da ragazzo, un frammento del quale mi è tornato in testa per anni, forse per decenni. Tornava periodicamente, con ampi intervalli di silenzio. Come una cometa di lungo periodo, che ogni tanto ti passa vicino e poi la rivedi dopo tanti anni… e quando ti passa vicino, questa cometa particolare, ti ricircola in testa un brandello di ricordo, un minimo elemento tematico. Agganciata ad un frammento visivo, uno scampolo di memoria, un flash di tanti anni fa: a casa di Alberto, un compagno del liceo, poi l’immagine di una chitarra, non ricordo se le mia o di qualcun altro, delle persone, alcuni discorsi… e quel brano, che chissà come si chiamava, con quell’andamento così affascinante, così semplice e coinvolgente. Ah, e quel nome. Violeta Parra, cantautrice, poetessa, pittrice cilena. Per me, allora, abbastanza avvolta nel mito e nel mistero, grande dorato mistero su chi fosse e cosa rappresentasse realmente quella donna (non c’era Google, non c’era Wikipedia per raccogliere informazioni). Nemmeno sapevo che fosse già morta, probabilmente.
E’ andata così per tanti tanti anni. Mi veniva in mente, pensavo appena però che bella canzone che era, se la ritrovassi, poi abbandonavo il pensiero, convinto di non poterla trovare. Fino a pochi giorni fa, quando ho pensato di correlare le informazioni, le pochissime informazioni che avevo, per cercare il titolo. Hai visto mai. Violetta mi ha aiutato molto: inserendo il suo nome e cognome vicino alla denominazione del gruppo, Google mi ha restituito subito il nome della canzone. Ah ma era così semplice?
Si chiama La Exiliada del Sur. E’ una canzone che (adesso finalmente che lo so, posso fare il saputo) compare nel disco Inti Illimani 2, La nueva Cancion Cilena, che uscì nel lontano 1974. Da qui l’ho cercata subito per ascoltarla, dopo tanto tempo (ce l’avevo su qualche musicassetta andata ovviamente perduta, buttata o chi lo sa). L’ho cercata innanzitutto su Spotify (pagherò pur l’abbonamento per qualcosa?) e il brano originale no, non si trova. Mentre su YouTube invece c’è, anzi c’è tutto l’album. Questo mi conferma che il vero repository di musica non è Spotify o nessun altro. E’ YouTube, appunto. In casi “disperati”, il brano lo trovi lì. O non lo trovi affatto. Ma questo è pure un altro discorso. Torniamo alla canzone.
Beh, ma è un brano favoloso. Ancor meglio di come me lo ricordavo. E il testo, poi? Il testo è dolce, delicato, poetico. Ed anche, sentire queste voci declamare con orgoglio, potenza e passione (altro che minimalismo!), insomma ti viene istintivamente da raddrizzare la schiena, quando ascolti. Tanta musica di adesso, al confronto, ti pare proprio così, “strofe languide di tutti quei cantanti / Con le facce da bambini e con i loro cuori infranti” come cantava Finardi in Musica ribelle.
E ti arriva addosso anche un po’ di nostalgia. Di te ragazzo, certo, di un periodo in cui questo friccico rivoluzionario lo sentivi nell’aria, lo respiravi, come la sensazione che le cose stessero davvero per cambiare. Eccome se lo sentivi. Tra poco il vecchio mondo lo spazzeremo via canterà poi sempre Finardi (mica è colpa mia se in tema ha fatto canzoni favolose) nella bellissima Zerbo, che racconta meglio di mille dotte analisi sociopolitiche, l’arco intero di questo afflato rivoluzionario, dall’ascesa al punto di “picco”, fino alla ingloriosa decadenza, la caduta nel “privato”, lo stemperarsi dell’ideale in tanti piccoli rivoli e minime conflittualità… qualcosa che accennavo nel post su musica e rivoluzione, tempo fa.
Comunque, rivoluzioni a parte, è bello riscoprire come questi Inti Illimani, per quanto pompati ideologicamente da un certo clima degli anni settanta (se non ascoltavi gli Inti Illimani un paio di volte al giorno, non eri abbastanza progressista), fossero veramente bravi. Musicalmente, intendo. Altroché. Peccato appunto che su Spotify siano presenti in modo decisamente incompleto. Questa canzone c’è, per esempio, ma solo in una esecuzione dal vivo. L’album in studio manca proprio, purtroppo.
E niente, è che sono un po’ prevenuto verso le esibizioni dal vivo. Le ascolto con un poco di benevolenza. E’ difficile cantare bene, proprio bene, fuori dallo studio di registrazione, qui è buona la prima per forza, se sei giù di voce… poi questa canzone così potente, figuriamoci.
E invece, sorpresa.
Perché questi ti eseguono un brano così, dal vivo, che puoi ascoltare senza doverti far girare in mente, in sincrono, quello in studio. Che voci. Strumentazione ed arrangiamento appena un poco più pop, mi sembra (e anche questo è interessante, nel confronto con il pezzo registrato in studio). Ma il fascino della canzone rimane intatto.
E mi riporta indietro, a tanti anni fa. Con la voglia di ritornare avanti, ritornare qui. Di riassorbire un po’ di quell’ottimismo, magari depurato per il tempo trascorso, reso più limpido. E’ ora di imparare anche dalle rivoluzioni mancate, per orientarsi verso quella che può fiorire, quella ancora (e sempre) possibile. E’ ora di ricominciare a costruire.
Magari, cantando.

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Dovrei comprare un iPhone SE?

Stavo leggendo una interessante recensione del nuovo iPhone SE sull’ultimo numero di MacWorld. Ora, da una parte mi pare molto positivo che vi sia un iPhone abbordabile ad un prezzo meno che stellare, certamente lo è.
Leggo anche, sempre sulla stessa sapida recensione (a proposito, sul numero di giugno, che è appena arrivato in Readly), grandi cose del suo processore A13 di Apple. Bene, ottimo. E che, essendo un “nuovo” iPhone, in ogni caso, beneficerà per alcuni anni di tutti gli aggiornamenti di iOS, laddove (e questo è vero) per Android sulla stessa fascia di prezzo si “sganciano” relativamente presto dalla versione più recente del sistema operativo, ricevendo al più i doverosi aggiornamenti di sicurezza.
Quanto spendo, per metterci le mani sopra?
Però ci sono ancora diverse cose che non riesco ad elaborare, che secondo me inficiano un po’ l’appetibilità di questo iPhone “economico” (le virgolette sono d’obbligo, essendo il prezzo di partenza fissato sul sito di Apple a 499 Euro, con la dizione probabilmente opinabile, a meno di quello che pensi).
Cose che, non dico puntino a veri e propri difetti, ma sono istanze che alla mia valutazione appaiono un pochino, diciamo così, problematiche. Peraltro è ampiamente questione di gusti, di percezione soggettiva, perché si trovano agevolmente opinioni un po’ diverse, sui vari siti.
Uno, il display. Questo brillante display retina da 4.7‘’ proprio. Ma scusate, non è un po’ piccolo? Intendo, per gli standard attuali. Io posseggo un Samsung Galaxy A8 (del 2018) e ha un display di 5.6‘’ e ancora a volte mi pare piccolino. Non so se vorrei tornare ad un 4.7‘’, anche se con un brillante processore dietro, e il marchio della mela a garanzia. Non so, magari invece c’è chi vuole.

L’altra è la risoluzione. Anche qui confronto con quello che ho, tanto per rimanere sul concreto. L’iPhone SE “vanta” una risoluzione di 1334 x 750 pixel, il mio (che non è in alcun modo un Android di fascia alta) se la cava egregiamente con 2220 x 1080 pixel. Abbastanza di più, per un telefono che costa abbastanza di meno (e non è più certo un “nuovo modello”). Certo con lo schermo piccolo la risoluzione minore si nota meno, siamo d’accordo. Ma qualche dubbio mi rimane.
Il mio dubbio è insomma quello di sempre. Quando posso essere disposto a pagare per entrare (o rientrare) nel modo Apple di vedere le cose? Pagare 500 Euro per un iPhone piccolino, con risoluzione (indubbiamente) limitata, ha senso solo come acquisizione di un terminale che “dialoga” con il resto del mondo Apple. Ovvero, se ho un iMac ad esempio, o un iPad, la scelta indubbiamente porta alcuni vantaggi di maggiore compatibilità. Vantaggi a cui ognuno può dare il suo peso.
Con meno di 200 Euro (meno della metà del prezzo) posso prendere un Galaxy A40, anche lui 64 GB di memoria (ma estendibile), display 5.9‘’, risoluzione 2340 x 1080. Che quando lo accendi, ti si aggiorna (provato) ad Android 10.
Ovviamente sono in ambiente Android, in questo caso. Vuol dire che alcune app non le trovo, anche se la maggior parte esiste nei due ambienti, oramai.
Naturalmente ci sarebbero da fare comparazioni ben più articolate di quella che ho abbozzato io, molto limitata. Ma del resto, qui si appuntano solo alcune considerazioni, opinabilissime per carità. Alcuni spunti, diciamo.
Ma questa domanda, guardando l’iPhone SE, mi rimane addosso, per il momento. Quando sono disposto a pagare il biglietto di ammissione al mondo iOS? E collegata a questa, ovviamente: questo prezzo di appartenenza è in qualche modo giustificato, da un punto di vista meno emotivo?
Lo scopriremo solo vivendolo, diceva il poeta (cantore). Qui io direi, lo scoprirò solo indagando in me stesso, scrutando i miei desideri, cercando di comprendere, con pazienza, quanto sono “indotti” dal mercato, quanto sono compensazioni di altri desideri di ben altra possibile compiutezza, quanto sono autentiche scelte ben ponderate.
Tutte cose che alla fine, hanno ben poco a che fare con un telefonino…

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Giove all’infrarosso

Difficile non essere attratti da questa immagine decisamente inusuale di Giove, pianeta che ormai conosciamo per come si presenta nell’intervallo di lunghezze d’onda proprie dello spettro visibile.

Ammirare questa foto, per questo, è un ottimo allenamento all’idea che non c’è un modo solo di vedere le cose. Tutto dipende da come le si guarda, e non è appena un modo di dire. E’ scienza. Diceva una canzone, da che punto guardi il mondo tutto dipende, e questo si applica bene anche in questo caso (le canzoni spesso ci indovinano). Ma quanto è diversa questa immagine dal nostro “solito” Giove?

Crediti: International Gemini ObservatoryNOIRLabNSFAURAM. H. Wong (UC Berkeley) & Team; Ringraziamenti : Mahdi Zamani; Text: Alex R. Howe (NASA/USRAReader’s History of SciFi Podcast)

Sarà banale dirlo, ma davvero. Cambiando lunghezza d’onda vediamo cose diverse. Modificando registro di indagine, si apre a noi una sezione diversa della realtà, ci spostiamo su frequenze diverse, più o meno energetiche, e di conseguenza percepiamo il mondo in modo diverso.

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L’opera della nostra guarigione

C’è sempre da stupirsi, di quanto un’opera di poesia, che sembra (a primo pensiero) quanto di più personale possa esserci, si possa rivelare inaspettatamente corale, posa dispiegare una sua potenzialità relazionale. Che certo all’inizio, non avresti detto.
No, affatto. Tu avresti pensato magari a lasciare questi tuoi versi in un cassetto, in un angolino di un hard disk, di un server di qualche grande azienda, in qualche Silicon Valley molto linda e molto all’avanguardia, dove tu incidi per un pezzettino, un pezzettino appena. Dove ci stanno le tue parole, riposano e respirano.
Poi la strada, sai. La strada. C’è la strada. Fatta di occasioni, di incontri. Quello con Marco Guzzi, intanto. Indubbiamente importante, per i tuoi anni recenti. Tanto che tu, vincendo la timidezza, avresti poi chiesto proprio a lui la prefazione per Imparare a guarire, il volume di poesie. E questa prefazione che c’è, ora c’è, c’è da tempo, ed è bella e solida e impreziosisce davvero queste pagine, le radicano più decisamente in un cammino di possibile guarigione, le restituiscono un accordo armonico di terapia, personale e forse anche un po’ comune. Che è poi quello che desideravi, quello che speravi.

Poi le cose ti sorpassano, e questa in effetti è (sempre) la tua unica speranza, che le cose appunto ti sorpassino, ti sorprendano e ti superino alla grande, e tu con tutte le immagini che hai di te, appesantito da tanti inutili pensieri, ecco, tu stesso rimani indietro. Ma sei felicemente indietro, perché se loro vanno avanti, va bene, lo sai che va bene. Va molto bene. Che diciamocelo pure, ormai è parecchio evidente, è chiaro, certo non sarai salvato per una tua abilità, per qualche tua guittezza, semmai, ma per una sovrabbondanza che arriva gratis (in allegra spudorata violazione di ogni regola di mercato) e che appunto ti sorpassa. E di molto.
Così dopo la lettura di Fabio Fedrigo di una poesia del volume, di cui hai già scritto, ora c’è questo altro regalo, la lettura che fa Pasqualino Casaburi di una particella dell’introduzione di Guzzi, e di alcune tue poesie (bella scelta, mi viene da dire).
Così mi scrive lui stesso,

Un filo sottile unisce le cose e tutte le creature. L’arte poi ha un suo particolare privilegio. Quello di lasciare dove passa una scia invisibile agli occhi, un’ armonia che RI-suona vibrando nel cuore. Quando le passi accanto succede anche questo. 

Pur non conoscendo Marco Castellani di persona (e poi, voglio dire, in questo periodo sarebbe stato oltremodo difficile che ciò fosse avvenuto) mi sono incontrato con il suo scrivere, ed è stato un colpo di fulmine. Il gancio è stato la sua vicinanza ai gruppi Darsi Pace, laboratori creati da Marco Guzzi, una persona alla quale mi sento molto legato per le affinità di pensiero. 

Dai testi poetici del filosofo e poeta Marco Guzzi è stato appena un passo per ritrovarmi dentro l’atmosfera dei versi di Marco Castellani. Ho apprezzato così il suo lavoro di astrofisico, lo studio della fisica dell’Universo, come territorio infinitamente esplorabile come del resto quello della sua poesia che mi si è presentata davanti un giorno, grazie ad una piccola raccolta dal titolo accattivante, Imparare a guarire

Ho trovato in quelle parole uno spiccato senso di profondità dell’essere ed allo stesso tempo la semplicità e la gratitudine di esserlo.

Questo mi ha portato a provare a far RI-suonare quelle parole con la mia voce per vedere le emozioni di ritorno. 

Dapprima ho fatto e riascoltato gli audio. Poi avendo saputo, tramite Elena, una mia amica di Roma, dell’iniziativa culturale ideata da Happening Cult ho provato anche io a fare un piccolo video con alcune poesie di Marco ed inviarlo alla redazione. 

Happening-cult in questo periodo di chiusura in casa ha creato questa vetrina di poeti in erba e non, ma anche di semplici lettori, che prestano la loro voce e diffondono ancora di più la bellezza della poesia. 

È stato un’esperienza nuova per me dovermi cimentare con la dizione (le pause soprattutto) ma soprattutto dover citare espressioni e parole che comunque fanno parte di un universo intimo. È per questo che non finirò mai di ringraziare Marco Castellani.

Vorrei correggere il tiro, solo per l’ultima frase, un po’ eccessiva magari. In realtà sono io a ringraziare Pasqualino, per la sua dedizione appassionata a questa piccola opera. Che nella misura in cui è la guarigione nostra, sorpassa e lascia indietro anche ogni valutazione sulla capacità poetica, essendo questi testi “a servizio” per un cammino.
Così che anche in questi periodi di chiusura, la realtà ti viene a trovare e ti stimola, ti porta ad una apertura inattesa. A uscire dalle tue private lamentazioni, e tornare a fare i conti con il noi. L’opera della guarigione è comune, è sociale, è politica.

E’ insieme, prima di tutto.

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Sorger di Luna piemontese

Era il sette di maggio, proprio una settimana fa, e la Luna era appena sorta, poco dopo il tramonto del Sole. Ed è stata proprio una luna in fiore (in inglese, Flower moon): così si chiama infatti la luna di maggio secondo le tribù degli algonchini, l’insieme di tribù dei nativi americani più numerosi esistenti tuttora.

E’ stata peraltro l’ultima in una serie di quattro superlune, come si dice di solito. A proposito, questo termine, che avrete sicuramente incontrato vari volte sui media, è stato creato dall’astrologo Richard Nolle nel 1979, e si riferisce sia ad una Luna piena (o anche nuova) che capiti entro il 90% dalla posizione del perigeo lunare, il punto di l’avvicinamento maggiore alla Terra del nostro satellite. In particolare, poi, questa luna piena si è verificata ad una distanza temporale di appena 32 ore dal momento effettivo dell’attraversamento del perigeo.

Per questa stupenda immagine il sito APOD ricorre all’opera e alla passione di un fotografo del nostro paese, Tiziano Boldrini. I campi allagati e la chiesa in rovina, che donano un tocco di magica suggestione a questa immagine, si trovano infatti nella zona di Casaleggio Novara, nel Piemonte.

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Come casa nostra

Una domanda sempre più pertinente, sempre più ragionevole, viste che la lista degli esopianeti conosciuti continua inesorabilmente ad allungarsi, è se possano esistere sistemi di pianeti simili al nostro. In altre parole, se ci sia da qualche parte, se si sia già trovato, un posto come casa nostra, in questo smisurato Universo.

Non parlo appena della Terra e della caccia ai pianeti ad essa simili, in cui siamo ormai lanciatissimi, come comunità scientifica. Piuttosto estendo la trattazione a questo sistema di pianeti che conosciamo, la cui configurazione ha peraltro informato sapienze antichissime, discipline come l’astrologia, la quale, pur se ora sappiamo che non riveste carattere scientifico, nondimeno ha avuto una profonda influenza sulla cultura e lo sviluppo dell’uomo, nei secoli.

E’ certamente un argomento delicato. Tuttavia, l’idea che quello che fanno i pianeti intorno a noi ci riguarda, che non siamo impermeabili a quanto accade lì sopra secondo me si può utilmente trattenere almeno a livello di indicazione, di suggestione, di invito alla partecipazione ad uno spettacolo più grande, ad un cosmo più ampio, più articolato e vasto dei nostri pensieri ordinari. Proprio quelli che spesso qualifichiamo appunto terra terra, come per dire, non esiste pianeta diverso dentro di me, sono legato a doppio filo alla cosa più immediata, non ho spazio di possibilità.

Invece è bello recuperarsi, da questa condizione in cui si cade sempre, e concedersi alla dolce evidenza che c’è altro, c’è altro dopo i nostri piccoli schemi mentali, esiste molto altro.

Il sistema di Kepler-90 confrontato con il nostro (Crediti: NASA Ames, Wendy Stenzel)

In questo altro potrà meravigliare il fatto che esistano sistemi di pianeti simili al nostro, simili in maniera piuttosto spettacolare.

Prendiamo il sistema planetario che si trova intorno alla stella Kepler–90. Per intanto, si tratta di otto pianeti, lo stesso numero di quelli del Sistema Solare (no, Plutone è da tempo uscito dal conteggio…). La stella che li illumina è una nana di tipo G, molto simile al Sole. Tra gli otto, ci sono pianeti rocciosi, tipo la Terra e pianeti giganti del tipo di Giove e Saturno.

Invece, una differenza sostanziale (che potrà deludere alcuni) è che i pianeti sembrano orbitare troppo vicino alla loro stella, perché possano presentare sulla loro superficie, un ambiente adatto alla vita. Peraltro, non è ancora detta l’ultima parola, perché future osservazioni potrebbero portare alla scoperta di altri pianeti più lontano dalla stella, e dunque più freddi.

Già così, ci rendiamo conto che il nostro ambiente non è poi così irripetibile. Che possiamo trovare situazioni nel nostro Universo, che ci ricordano assai da vicino, l’ambiente di casa nostra.

In fondo, in questo passaggio di epoca, trovarsi di fronte un cosmo non così inospitale come pensavamo un tempo, ma aperto ad una vivibilità più ampia, estesa, contribuisce a smuovere i nostri paradigmi un po’ sedimentati. E questo nuovo universo, più lo studiamo più ce ne accorgiamo, è sempre fonte di sorpresa.


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La poesia ai tempi del Coronavirus

Non tutti i tempi sono uguali: se l’universo è in espansione, anzi in accelerazione, questo va da sé, ed ogni tempo è in fondo un tempo particolare. Secondo me, ci sono tempi particolarmente importanti anche per leggere di poesia. Non tutti i momenti sono uguali, anche per questo. I tempi particolarmente sfidanti, come è indubbiamente quello che stiamo attraversando, sono probabilmente quelli più adatti. Penso che i tempi in cui il senso di sopportazione per la retorica arriva al limite, sono sempre tempi di opportunità per l’espressione poetica.
Quest’ultima infatti è antiretorica per eccellenza (a parte la brutta poesia, ovvero la poesia mancata, la poesia che non è poesia). Nella poesia finalmente la parola è accudita, coccolata, protetta. Ogni singola parola, conta. In esatta salutare opposizione al diluvio di parole di questo tempo, dove si spinge sulla quantità forse per una percezione di difetto, di mancanza. Tutto il contrario nella poesia, dove anche tre parole contate si possono mettere insieme, con una tale alchimia segreta, che si pongono naturalmente in pool position per rimanere eterne nella storia della letteratura. Esempio facili ma importanti, possono essere Mattina, di Giuseppe Ungaretti, oppure Ed è subito sera, di Salvatore Quasimodo. La prima è stata giustamente definita come “uno dei componimenti più brevi dell’intero novecento”. Un uso quanto mai accorto delle parole, con un risultato splendidamente riuscito proprio nell’uso sapientemente ridotto di mezzi.
Foto di Eleonora Antoniella
E’ utile pensare in questo tempo, a risultati estremi come quello di Ungaretti. M’illumino / d’immenso, il testo di Mattina, sono appena quattro parole. Qui la potenza di fuoco della parola è evidentissimo: quattro parole, quattro parole bastano.
Quanto spreco di parole c’è adesso, quante parole ci buttano addosso i media? Da ogni angolo di casa connesso ad una sorgente informativa, fuoriescono a getto continuo tonnellate di parole. Alcune certamente utili, la maggior parte no. D’altronde, le parole utili sono pochissime, e quindi tale comunicazione è paradossalmente incomunicante.
Se già Nanni Moretti, in una celebre sequenza, urlava alla giornalista à la page che lo intervistava, che le parole sono importanti, lo faceva in ultima analisi per una rivendicazione poetica. La vera poesia usa con studiata parsimonia un ingradiente “magico”, la parola appunto, così che l’abuso ordinario diventa francamente intollerabile. Nelle parole il poeta tenta di dire il mondo, secondo come gli si rivela. Ogni sequenza di parole che mette in fila, è un tributo alla rivelazione del mondo, a come esso gli appare, oltre ogni razionalizzazione e normalizzazione. E’ il suo mondo unico e specialissimo, che per un mistero largamente insondabile, risuona anche nelle profondità di altre persone, di altri cuori. Creando un ponte misterioso e bellissimo tra universi che ordinariamente dispiegano i loro fiori (ed anche le loro spine), ad anni luce di distanza uno dall’altro.
La parole dunque sono materiale così prezioso che sprecarle appare intollerabile. Usarle male, è intollerabile. Depotenziarle, lo è. La parola che stordisce, che spinge sulla quantità e non onora la immensa pazzesca profondità di ogni vocabolo, è volgare, è pornografia verbale. E’ un gioco al ribasso, è pavimentare d’oro una strada per farla percorrere dai cani (niente contro i cani, ma non apprezzerebbero certamente lo sforzo e la spesa). La parola oggi, in questi giorni di clausura fisica e di media che fanno da surrogato al contatto umano, è spinta al massimo su questa deriva, è abusata, è trascinata su terreni dove non vorrebbe andare, è forzata ad un significato che non la rispetta, non la onora: è violentata, stuprata.
I diecimila talk show dove si analizzano all’infinito le coordinate esitenziali di questo tempo così peculiare, ripetendo all’estremo le cose che sappiamo già analizzandone in mille declinazioni, contaminando il silenzio necessario di parole rese inutili, disinnescate, sterilizzando alla radice ogni possibile percezione di un senso di mistero che pure ci avvolge, si pongono all’opposto esatto dell’espressione poetica, sempre molto cauta ed accorta sull’uso della parola.
Tornare a lavorare sulla parola è l’opera per uscire da ogni modello di universo stazionario ed abbracciare davvero lo schema evolutivo che anche lo studio del cosmo oggi ci suggerisce.
E’ un lavoro che ci attende, ci attende tutti, quello di ridefinire un dizionario, quello di restituire il carattere inaudito alla lingua, sottraendola da ogni incrostazione di già visto, già sentito. Per questo è opportuno, ora più che mai, riprendere a leggere poesia, a scrivere e leggere poesia.
E’ un lavoro che anche io voglio provare a fare ora, dentro questo tempo. Perché il vero terribile rischio di planare sul chiacchiericcio televisivo e di rimanere storditi, anestetizzati lì dentro, è quello di uscire da quest’epoca, esattamente come vi eravamo entrati. Dunque, vanificando e sporcando di inutilità anche una cosa enorme e drammatica come questa, che stiamo vivendo. Un rischio che mi spaventa, mi spaventa totalmente, che non vorrei proprio correre. Tornare come prima? No, non voglio, non ne ho voglia. Non mi piace l’idea, non mi piace l’ostinazione a dimorare in un universo stazionario, dove non cambia nulla e dunque il tempo alla fine è vano.
No, mi ribello! Mi piace invece respirare la primavera in corso e il germogliare di idee leggere ed ampie come il mare, come un mare azzurro e sereno di tante coste italiane, che orla ed adorna tanti miei ricordi, tanti nostri ricordi. Sentire la pace di un tempo che srotola un suo significato, un significato nascosto che a volte si fa strada fino al cuore e ti punge di un momento assurdo di felicità pazza, tanto eccentrico e fuori orbita che puoi vivere aspettando che ne torni un altro, e l’occupazione della tua vita allora è appena lanciare funi, agganciarle da uno di questi momenti al successivo, e percorrere il tuo tempo e il tuo spazio, fidandoti che vi sia un senso, scommettendo su un senso che irrobustisce il passo e rende solido il cammino. Anche se le funi scendono giù giù prima di risalire, verso l’altro aggancio.
E le parole che servono in questo viaggio sono poche e belle, poche e belle come la vera poesia che ci accompagna e ci parla di un mondo fatato, un mondo fatato che è decisamente troppo bello, in fondo in fondo troppo smaccatamente bello, per non essere anche vero.

 214 letture su Stardust,  2 oggi

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