Quando ero ragazzo ho avuto un privilegio unico: ho assistito in diretta alla nascita di Internet. Non è cosa da poco. Al tempo, c’era la eccitante sensazione che Internet fosse finalmente un territorio libero, fuori da ogni restrizione e ogni regola. Era l’espressività totale, incondizionata. E basta.

Certo per un po’ lo è stato davvero. Ed ha rappresentato una stagione incredibile, forse unica nella storia. Ora non è più così. Le regole, che temevamo come emanazione dei vari enti governativi, sono invece venute dal mercato. Questo ora detta le regole, e la libera espressività – se pure formalmente garantita – è compressa e annichilita dalla logica del profitto. Internet non è più la libertà del pensiero, è innanzitutto un business. Così le multinazionali decidono come possiamo esprimerci sui social, censurano o consentono, ultimamente guidati dal loro (sacrosanto, in un certo senso) modello per massimizzare i profitti.

Internet non può essere lasciato alla logica del più forte. Non può più, non è più un gioco da pari a pari, da appassionati artigiani del web. La stagione dei radioamatori del www è finita, per sempre.

Bene fa l’Unione Europea a perseguire l’obiettivo di regolamentare il campo, iniziando a porre degli importanti argini allo strapotere praticamente incontrollato dei giganti come Google, o Facebook. La UE vuole riscrivere le regole per Internet, leggo. Questa è una battaglia importante che nell’era digitale diventa una battaglia per la vivibilità del mondo, senza qualificazioni di settore. L’informatizzazione infatti, è ormai ovunque.

Va quasi da sé, che simili “imprese” sono possibili solo in una Europa unita e in movimento coerente, un’Europa che non rinuncia al suo sogno, e da questo costruisce. Nessun paese da solo ha armi sufficienti. Uniti si combatte e si può (forse) vincere. I sovranismi più che mai mostrano qui la loro impotenza, anche digitale. Probabilmente, non li rimpiangeremo.

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