Blog di Marco Castellani

Mese: Febbraio 2021 Page 1 of 2

Passare il testimone

Sono 142 le immagini “riappiccicate” sulla Terra, per ottenere questo panorama a 360 gradi dalla base del cratere Jezero su Marte. Le immagini a colori in alta risoluzione, ovvio, sono state prese da Perseverance (la sua camera Mastcam-Z con zoom ha fatto il lavoro) il 21 febbraio. In bella vista c’è proprio la struttura di Perseverance, grande come un’automobile.

Panoramica da Perseverance. Crediti: NASAJPL-CaltechMSSSASU

Perché qui, in questo cratere? Se a volte sulla Terra parcheggiamo un po’ per caso, dove troviamo posto, su Marte non c’è (ancora) questo problema. Dunque la scelta è altra. Ed è una scelta che ha preso ben cinque anni, nei quali è stata esaminata con grande attenzione una ampia serie di possibili siti. Alla fine ha vinto Jezero, per le sue caratteristiche uniche. Proprio per capire se c’è stata vita, da queste parti.

I ricercatori sospettano che quest’area fosse, un tempo, inondata d’acqua. Anzi, fosse proprio il luogo dell’antico delta di un fiume. Verificare questo, cercare antichi segni di vita, è la missione specifica di Percy, che avrà perfino cura di depositare dei campioni interessanti perché una prossima missione li possa poi prelevare e riportare a casa dove potranno essere studiati con l’attenzione che meritano.

Perché un lavoro è ben fatto quando non si chiude in sé stesso, ma getta le basi per qualcosa che lo trascende, passa il testimone per chi verrà dopo. Perseverance è preziosa anche per quello che lascia in affidamento. Per una storia che diventa sempre più salda e bella, grazie al contributo di chi si è speso per questa. Perché nel nuovo cielo, la collaborazione non è un optional, ma è l’unico modo ancora credibile, per far funzionare le cose. Da soli, praticamente, non esistiamo. La strada è la relazione, e non ci sono scorciatoie, non ce ne sono più.

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Posarsi su Marte

Come potrebbe essere appoggiarsi su Marte? Pochi giorni fa siamo rimasti tutti con il fiato sospeso, nell’attesa che il rover Perseverance ci mandasse il fatidico segnale che ci facesse capire che sì, tutto era andato bene, le ruote del rover poggiavano ormai sulla superficie rossiccia del pianeta e la complessa procedura si era svolta nel migliore dei modi.

Per monitorare al meglio le delicatissime fasi della discesa, alcune telecamere inserite nella strumentazione, hanno ripreso i momenti salienti. I dati non potevano essere trasmessi in diretta per non affollare i canali di comunicazione in un fase molto impegnativa, ma sono stati inviati successivamente e ora abbiamo il video con le vere immagini di questo momento realmente storico.

Mentre scrivo il video – che è stato caricato due giorni fa – è stato già visto più di dieci milioni di volte (al momento della chiusura del pezzo, 10.126.833 visualizzazioni e 274.710 likes, verificate voi quanto questi numeri siano già superati).

Percy inizia il suo lavoro esplorando il cratere Jezero, cercando segni che possono ricondurre a qualche forma di vita che sarebbe esistita nel passato del pianeta rosso.

Un pochino dell’esultanza dei tecnici NASA che si vede in fondo al video, la sentiamo nostra. Il cielo è di tutti, questo è il bello, la scoperta di nuovi mondi e nuove cose sopra la nostra testa, è una fantastica avventura comune. La trepidazione con cui molti di noi hanno seguito la discesa di Perseverance l’altra sera vale più di mille parole, al riguardo.

Manteniamoci in contatto con tale trepidazione, con questa curiosità bambina che si interessa di tutto, gioca con tutto, vuole capire: non tanto per prendere le redini del gioco, ma per gioirne, semplicemente. Se lo faremo, ogni singolo dollaro speso per la missione, sarà stato speso bene.

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Il primo giorno di Percy

Ogni cosa che inizia è bella. Carica di promesse, profumata di cose nuove. Da poche ore Perseverance è sul suolo di Marte, pronta al lavoro che l’attende. Ieri sera, tutto il mondo ha seguito le ultime fasi della complessa manovra di arrivo sul pianeta rosso. Alla sala controllo della NASA questa volta niente abbracci, come ovvio. Ma l’entusiasmo dopo che Perseverance aveva posato le ruote sul suolo, era palpabile, fresco, rigenerante. Quell’esultanza, a vederla, ci ha fatto bene.

Perseverance, primo giorno su Marte.  Crediti: NASAJPLMars 2020

Un viaggio interplanetario di 203 giorni si è concluso, sembra, nel migliore dei modi. La prima immagine presa da Percy ha già fatto il giro del mondo, è già quasi un simbolo. Ieri ci siamo sentiti di nuovo tutti uniti, oltre il piccolo consueto circolo di private lamentazioni, di domestiche lacerazioni, della costellazione di parzialità ed inconcludenze nelle quali a volte ci sentiamo persi, in questo Universo.

Ci siamo ritrovati, inaspettatamente, nella trepidazione per il destino di questo rover, un ammasso di metallo e strumentazione grande come un’automobile. Ci siamo sorpresi in trepidazione in quei sette fatidici minuti, mentre la sonda passava attraverso la procedura complessa che l’avrebbe infine fatta posare al suolo. Scienziati, artisti, artigiani, disoccupati, letterati, ci siamo scordati un attimo dell’angustia dell’isolamento sanitario e ci siamo permessi di sognare un sogno in grande, un sogno che ci unisce tutti e ci mette un piccolo sorriso in fondo al cuore. Sorriso che poi germoglierà, se lo lasciamo crescere, in modi inaspettati.

La scienza è questo sogno comune, è questo ristoro globale, è questa curiosità di quel che abbiamo intorno, è questa avventura di tutti e di ognuno personalmente, è questo bene comune.

Meno di questo, non è scienza. Meno di questo, ormai, non ci interessa più. Buon lavoro, Perseverance. Scrivici, mi raccomando.

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Su Marte, in attesa

Si allungano le ombre all’approssimarsi del tramonto, in questa bella vista panoramica scattata dal rover Curiosity in giro per Marte. La scena copre circa 200 gradi da nord a sud (da sinistra a destra), in questo collage di immagini acquisite dal rover nel giorno marziano 2616 della missione (corrispondente per noi umani alla data del 19 dicembre 2019).

Chissà, forse anche Curiosity ora sta scrutando il cielo, in attesa.

Un tardo pomeriggio come tanti, su Marte… Crediti: NASAJPL-CaltechMarco Di Lorenzo

Il tranquillo panorama marziano è infatti sul punto di essere “disturbato” un’altra volta per l’arrivo di Perseverance, che dovrebbe avvenire nella giornata di domani. L’abbiamo detto, le procedure di entrata in atmosfera e di atterraggio sono estremamente complicate. Nulla è scontato ma speriamo proprio bel buon esito di questa missione: l’attesa sulla Terra è già forte. Perfino l’Empire State Building è stato illuminato per l’approssimarsi dell’atterraggio.

Il respiro ampio in queste occasioni, il senso di partecipare ad una opera comune, sono i tratti più belli di una scienza che si serve virtuosamente anche dei veicoli di comunicazione sociale, per trasmettere un messaggio – una volta tanto – che esonda dal solito cinismo e ci parla di avventure. Di avventure cosmiche alle quali tutti, per il solo fatto di appoggiare i piedi su un pianeta che trottola dentro un Universo in espansione pazza, possiamo e (forse) dobbiamo prendere parte.

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Proteine spaziali

Esistono più di centomila differenti proteine all’interno del corpo umano. Ognuna possiede una struttura differente, e ognuna veicola informazioni importanti sulla nostra salute. Determinare la struttura precisa di una proteina equivale a comprendere la sua specifica funzione, all’interno di un gioco di relazioni incredibilmente complesso.

E qui entra in gioco lo spazio.

Infatti, risulta assai difficile determinare la vera struttura di una proteina qui sulla Terra, poiché la gravità interferisce non poco con la sua crescita, deviandola dal percorso ottimale. Alcune ricerche hanno infatti mostrato come un ambiente di microgravità produca cristalli proteici di elevata qualità, che possono essere decisamente importanti anche sotto il profilo medico.

Cristalli proteici di tipo FEN-1 sono studiati nella loro crescita in regime di gravità terrestre. Serviranno da confronto con i loro analoghi che saranno fatti sviluppare in regime di microgravità.  Crediti: University of Toledo

Nello specifico, il progetto Real-Time Protein Crystal Growth 2 ha l’obiettivo di produrre cristalli proteici di alta qualità per un massimo di otto diverse proteine, che poi verranno accuratamente studiati una volta riportati a Terra. Gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale osserveranno i cristalli, riferendo sulla loro crescita, e potranno anche intervenire sull’esperimento in corso, basandosi sulle osservazioni iniziali.

Solo un esempio ulteriore, di come aprirsi allo spazio, può comportare una serie importante di ricadute sulla nostra qualità della vita. Sotto il profilo culturale ed anche spirituale, certo.

Ma non soltanto.

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Contaminazioni cosmiche

Certo il periodo non è felice per parlare di contaminazioni, ma queste non fanno male. Anzi, sono proprio le basi sulle quali si costruisce la possibilità di vita nel cosmo.

il resto di supernova N103B. Crediti: ESA/Hubble, NASA

L’immagine si deve (tanto per cambiare) ad Hubble, e mostra il resto di supernova chiamato SNR 0509-68.7, noto anche come N103B. In origine era una stella che esplose a supernova (di tipo Ia, per essere precisi), all’interno della Grande Nube di Magellano, una galassia vicina della nostra.

I filamenti nel colori arancioni e rosso mostrano esattamente il fronte d’onda dell’esplosione. Sono fondamentali perché permettono agli astronomi di estrapolare la posizione del centro dell’evento esplosivo. Interessante notare come il materiale prosegue nella sua espansione allontanandosi dal centro, ma non lo fa più in maniera sferica, bensì ellittica. Questo conferma che non si espande in uno spazio vuoto, ma è frenato in modo differente dalle densità di materiale interstellare che incontra. Nell’estrema sinistra poi si intravede la parte esterna dell’ammasso stellare NGC 1850, “tradito” dalla alta concentrazione di stelle.

Questi eventi di “impollinazione cosmica” sono indispensabili per diffondere nello spazio i materiali prodotti dalla combustione delle stelle. Materiali che nel tempo, potranno condensare in altre stelle, in pianeti. E forse anche in esseri viventi: almeno in un caso, sappiamo che è proprio questo, che è accaduto.

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L’altro modo di vedere il cielo

Sono cinquanta gli eventi di onde gravitazionali rilevati fino ad oggi. Tali eventi segnano la violenta collisione di due buchi neri, oppure di un buco nero con una stella di neutroni. La maggior parte di questi sono stati rilevati nel 2019 da LIGO negli USA e VIRGO in Europa.

Cinquanta eventi di onde gravitazionali, illustrati. Crediti: LIGO Virgo Collaborations, Frank Elavsky, Aaron Geller, Northwestern U.

Questa illustrazione è un sommario degli eventi catalogati finora, con colori diversi a seconda delle masse in gioco. I punti blu indicano le masse più alte mentre quelli arancioni le masse più piccole, tipiche delle stelle di neutroni.

Gli astrofisici sono incerti sulla vera natura dei puntini bianchi, che indicano valori di massa che si pongono in un territorio intermedi, tra le due e le cinque masse solari. Il lavoro di interpretazione procede con entusiasmo.

Tutto questo segna per noi la comparsa di “cieli nuovi”. Il cielo che conosciamo da sempre, infatti, è dominato dal Sole, dai pianeti e dalle stelle più brillanti. In contrasto, il cielo nuovo delle onde gravitazionali è come fosse “capovolto”, perché è dominato da mondi lontanissimi, oggetti perlopiù noti da pochissimo tempo, completamente sconosciuti anche ai nostri nonni.

Il contrasto è illuminante. Comprendere il cielo delle onde gravitazionali vuol dire già rimodellare la conoscenza dell’uomo, non solo sulla nascita e morte delle stelle nel cosmo, ma sulla natura e sulle proprietà del cosmo stesso.

Vuol dire anche, che in questa fase di cambiamento d’epoca, anche il cielo ci parla in modo nuovo, ci invita a fare un salto di comprensione.

A noi, accogliere cordialmente questo invito “cosmico”, per il bene nostro e di tutti.

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Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E’ possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda “tranquilla”, volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po’ come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?
Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l’impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all’interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c’è una moderata soddisfazione, come un po’ un appetito spento. C’è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l’esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

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