Blog di Marco Castellani

Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E’ possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda “tranquilla”, volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po’ come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?
Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l’impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all’interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c’è una moderata soddisfazione, come un po’ un appetito spento. C’è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l’esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

/ 5
Grazie per aver votato!

 227 letture su Stardust,  2 oggi

Precedente

M53, un gioiello

Successivo

L’altro modo di vedere il cielo

  1. "Non lavorerei mai in un dipartimento alla cui testa ci sia uno Steve Jobs" direi che riassume bene anche il mio pensiero. Probabilmente sarebbe qualcosa di esaltante (a tratti) e molto stressante (per il resto del tempo).

    Probabilmente ora lavorano in modo più rilassato, ora che si sono "ibmizzati" un pochino, come rilevano alcuni commentatori. Hanno la loro nicchia e ci lavorano benino.

    Del resto, i tempi sono anche cambiati, lo stesso Steve avrebbe i suoi problemi a mantenere un alto tasso di innovazione. Si va verso un perfezionamento progressivo di ciò che c'è, difficile pensare ad un device totalmente "nuovo" come per esempio iPad (anche se appunto, era già comparso in "2001 Odissea nello Spazio").

    Come ho sperimentato e scritto, Apple ad un certo punto ha fatto un sacco di pasticci con il suo ecosistema (per gestire Photo, Music etc senza impazzire dovevi consultare "decinaia" di riviste specializzate, ricordo rubriche fisse dove ti insegnavano, piano piano, a dominare iTunes…), che per un certo tempo è invece rimasto senza rivali. Le cose, vanno e vengono, a volte "pensare differente" è non pensare come Apple, quando lei pensa troppo uguale.

    Ma è il bello della faccenda, non possiamo più ripararci all'ombra di nessuna "mamma tecnologica", ci tocca vivere e rischiare…

  2. Chissà se sia un caso che quando che Apple dai tempi del loro Apple II sembra essere sotto l'influenza di due grandi forze tra loro opposte: una generata dal poco cooperativo, spietato, e visionario Steve Jobs, che con un team "pirata" lavorava alla creazione del Macintosh, e l'altra dagli altri vertici del consiglio amministrativo che non avevano neanche capito che continuare a vendere Apple II non era un buon piano neanche a medio termine.

    La storia si sa: Macintosh viene lanciato, salva la morente Apple. Steve viene fatto uscire. Apple quasi collassa. Steve rientra. Apple diventa una delle high tech company più quotate.

    Steve non aveva capito sempre tutto. Ha avuto diversi fallimenti, personali e professionali. E furono molte le decisioni di enorme importanza per la prosperità di Apple che furono prese contro il suo volere, come per esempio quello di aprire il AppStore del iPhone a applicazioni non-apple: decisione che generò per Apple un redditizio ecosistema senza precedenti.
    Ma è inconfutabile che Steve Jobs era, malgrado tutto, una forza verso un modello business che non si basava sulle indagini di mercato canoniche. Non era interessato a creare prodotti che i sondaggi avevano identificato poter essere appetibili. Era interessato a trovare prodotti che non erano neanche stati immaginati dai market analysts.

    Non lavorerei mai in un dipartimento alla cui testa ci sia uno Steve Jobs. Ma mi sembra che questo articolo in effetti rifletta una forza di gravità intrinsecha di Apple nel non disturbare quello che funziona nel mercato, anche se ovviamente guidata da persone diverse rispetto a quelle dei tempi del Apple II. Una gravità comune a le compagnie meno glamour. Una gravità che rende un po' tutto più pesante, incluso i prezzi delle loro devices.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: