Blog di Marco Castellani

Cosa è la scienza

Sono anni difficili. Il ragazzo alla cassa del supermercato notava stamattina, giustamente, che nemmeno si è usciti dal COVID che già si affacciano alla coscienza le avvisaglie di una nuova guerra mondiale (e speriamo che così non sia).

Forse sono i tempi esatti per chiedersi di nuovo, la natura delle cose, delle parole. Smettendo di dare tutto per scontato. Sono infatti tempi rifondativi, o tempi di collasso. Quel che è tolto di mezzo, brutalmente, è la possibilità di vivere in uno strato intermedio, in una zona tiepida dove sostanzialmente si viene spinti avanti in modo abbastanza inconsapevole.

Secondo me, è questo il tempo giusto per tornare a chiedersi cose fondamentali e scomode, tipo cosa è la scienza. Di riferimenti alla scienza ne abbiamo assorbiti (e subiti) in gran quantità, negli ultimi tempi. Sospinti dal lo dice la scienza oppure questo non è scientifico oppure la scienza ha torto, sballottati da tabelle e proiezioni di andamenti di contagi, di decessi, di guarigioni, c’è stata una spinta fortissima a rendere scientifico quasi ogni respiro, oppure – per ritorsione mentale, o rimbalzo – a rigettare tutto questo, cercando più confortevole dimora in visioni alternative e pseudoscientifiche, in ragioni paradossali di scenari improbabili, in un mix di superstizione e favolistica associata, vibrazioni cosmiche e negazionismi estremi.

In tutto questo stiamo forse perdendo una occasione. Che è quella appunto di ritornare al nostro personale momento (ri)fondativo. Chiedersi, come bambini, il significato di parole che usiamo spesso come contenitori, che non esploriamo dentro, mai abbastanza. La scienza, pensiamo tutti di sapere cosa è. Quel nucleo “duro” di numeri, dati, tabelle, proiezioni, che segue un metodo rigoroso ed emette dei giudizi inappellabili. Nel mare di incertezza, un porto sicuro. Magari noioso, incomprensibile, ma sicuro. L’ha detto un comitato tecnico-scientifico, qualcosa vorrà ben dire. Loro sanno. Oppure, loro sono pilotati dalle industrie, da Big Farma, da Bill Gates, da tutti insieme, da nessuno di questi ma da altri ancora. Comunque, in entrambi i casi non si ragiona su cosa è la scienza.

Perché diciamoci la verità: tutti quanti pensiamo alla scienza come qualcosa di roccioso, stabile, olimpicamente indifferente ai moti del cuore. A cui aggrapparsi o a cui opporsi (a seconda dei gusti e delle opinioni). Qualcosa che fa a meno della filosofia, della poesia, dell’amore, della spiritualità, di tutte le cose insomma che rendono la vita dell’uomo, una vita umana.

Così che la scienza viene invocata, o paventata, in relazione ad un processo di disumanizzazione crescente, pervasivo. L’umano alla fine dà fastidio, imbarazza. Cos’è infatti l’empatia, la commozione, il gioco, per la scienza? Cosa c’è oltre il calcolo delle forze, la composizione dei vettori, l’urto reciproco delle particelle? Certo, ma che fantastica semplicità, vedere tutto come rapporto di forze, somma di urti! Se non fosse, che il disagio preme sul petto: più mi penso meccanico più sto violando un qualche ordine interno, e ne soffro. Dovrei rifondare i miei stessi pensieri, l’idea che ho di me e delle cose, intraprendere un viaggio del cuore verso un cosmo più morbido.

La scienza stessa si sta rifondando completamente, si sta spogliando degli abiti ottocenteschi e da ogni pretesa di autosufficienza. Chi la studia profondamente lo sa, lo sa da tempo. Ma noi che a volte la subiamo, forse dobbiamo ancora capirlo.

La scienza infatti non è (più) niente di tutto questo, non ha niente di come ancora la pensiamo. Grazie al cielo! Ma in fondo la scienza, possiamo dire così, non esiste affatto. Non esiste come categorizzazione, brutale e violenta come ogni categorizzazione ultimamente si rivela. E per quanto esiste, comunque, non è neutra. Un recente articolo dell’amico Luca Cimichella, che vi invito a leggere, perché ampiamente meditato e ben strutturato, ci rimanda alla urgente necessità di ripensare la scienza proprio in questa svolta dei tempi.

Ripensarla, per accorgerci magari che l’avevamo sempre pensata in modo errato. Che essa è molto più di quanto ritenevamo. Molto più interessante, molto più intrigante, molto più seducente. Molto più amica in questo nostro viaggio sparati nel cosmo sopra un pianetino che gira all’impazzata. E sopra il quale non vogliamo darci pace, quando sarebbe la cosa più saggia, la cosa migliore per chi vive sopra questo piccolo puntino blu.

Si parla di scienza dure, spesso. Ecco, io invece direi che la vera scienza è morbida. E la cosa è particolarmente interessante, adesso. Quando i tempi si fanno duri è necessario riscoprire un mondo di cose morbide. Non per annacquarci o intorpidirci in qualche ipotetico irraggiungibile rifugio, no. Non per scappare, ma per formare una vera opposizione alla durezza e alla crudeltà.

Se siamo duri nel cuore saremo dalla parte sbagliata, comunque. Porteremo nel mondo altre frequenze dannose. Se siamo morbidi e in fondo in fondo, un pochino contenti, potremo perfino sacrificare tutto, se serve, perché solo chi è contento – a volte – offre tutto di sé, fino alla stessa vita. Per difendere la giustizia e coltivare il desiderio della pace, non in modo ideologico e roccioso – come nella vecchia scienza del vivere – ma nell’unico modo ancora possibile, quello autenticamente umano.

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  1. Grazie caro Marco, mi ritrovo tantissimo in quello che scrivi. La scienza è un mezzo e un metodo per studiare e osservare, ma sta allo studioso e all’osservatore il compito di integrarla con tutta l’umanità di cui è fatto.
    Sarebbe interessante anche comprendere meglio il confine tra scienza e statistica. Talvolta (spesso di questi tempi) mi pare confondiamo dati statistici per dimostrazioni scientifiche… La statistica è un altro strumento al servizio del nostro intelletto che non può essere preso per buono in modo incondizionato, necessita sempre di un pensiero che vi stia alla base che ne giustifichi le interpretazioni.

    • Marco Castellani

      Grazie caro Pier Luigi, per il commento.

      Hai proprio ragione, è lo scienziato che deve “integrare” la scienza con tutta l’umanità di cui è capace, in modo che la scienza ci parli davvero, ci dica cose che sono importanti nel nostro umanissimo cammino, non tanto e non solo cifre, ma proposte ragionevoli di senso.

      Nella mia ridotta esperienza, ho sempre visto che derivare dal dato scientifico una (pur discutibile, parziale, opinabile) proposta di senso lo rende immediatamente fruibile e anche appetibile, per la donna e l’uomo di oggi, desiderosi di capire e di dare la propria personalissima risposta alle “grandi domande” che abbiamo dentro.

      La scienza è chiamata a partecipare alla costruzione delle risposte, ma non può fare a meno dell’umanità di chi questa costruzione la accoglie cordialmente, reputandola parte fondamentale del proprio cammino.

      La scienza “morbida” è poi anche quella che capisce e integra i limiti, che comprende come un approccio statistico non sia un “dogma” ma un’investigazione del reale che dice delle cose e altre no, che permette di derivare probabilità e non certezze. Questo rientra nella ridefinizione di una scienza più equilibrata e meno “ipertrofica” e senz’altro è un cammino che va compiuto.

      Che speriamo di compiere, insieme.

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