Certe cose, rimangono: vive, nella memoria. Il concorso Rodari si è chiuso da poco, ma io ho ancora tutto negli occhi, nelle orecchie. I sorrisi delle ragazze, dei ragazzi che hanno partecipato. La quieta saggezza dei loro discorsi: pochissima retorica, molta voglia di andare al punto. Di parlare, di vivere di qualcosa di reale, di vero. Questo, soprattutto: una pratica di relazioni in corso, un allenamento. Nessuna parte teorica da attraversare, assimilare, digerire. Nessuna nozione da mandare a memoria, stavolta. Solo pratica. Una officina, un laboratorio. Una proposta operativa.

Chi ragiona in astratto sul riformare la scuola, perso tra belle teorie e spericolati esperimenti mentali, probabilmente perde il suo tempo. Intendiamoci, pianificare e progettare va bene, è certamente necessario. A condizione però di non farci distaccare dal reale, dal quotidiano. Perché sono esperienze concrete che già si possono fare, già si stanno facendo, già esistono. Alle quali – non per merito – si è chiamati, ed allora basta dire di sì. Molti eroici professori già lo sanno. Già lo fanno, direi. E da tempo, anche.

Esposto dalla Scuola dell’infanzia Clericetti, Milano.
(Foto di Adamantia Paizis)

Li chiamo eroici, perché ammiro sinceramente l’eroismo quotidiano di chi sta al fronte, magari in una scuola di provincia, a contatto con diecimila problemi, ma non rinuncia ad iniettare di ottimismo e di propositività il suo ambiente, a contagiare i ragazzi con la bellezza dell’arte e della poesia, con il farsi domande, il ragionare appassionato. Essere educatori è una missione, che ti prende fino alle viscere. Grazie al cielo ne ho incontrate, di persone così, ne incontro. Con il sorriso aperto e le mani sporche di un lavoro bello da fare, tra grandi e piccoli. Un lavoro prezioso perché ci riconcilia con le stelle.

Ed allora le cose diventano deliziosamente semplici. Io penso sempre di dover fare chissà cosa, architettare chissà cos’altro per sentirmi veramente utile. Che ci voglia grande scaltrezza e insomma stare sempre sul pezzo, senza potersi rilassare mai.

Ogni tanto, per grazia, mi accorgo che basta dire di si ad una proposta che arriva – come questa di Rodari – che mi piove addosso senza che io abbia compiuto chissà quale scaltrezza, che abbia preliminarmente guadagnato chissà quale merito. Sì, c’è qualcosa che posso fare ora, che è qualcosa di bello, che è nelle mie corde, che risponde alla mia intima vocazione di interagire, di comunicare, di condividere.

Il concorso Rodari che si è appena concluso con la premiazione ufficiale, è stata per me una occasione preziosa, tanto più preziosa quanto più i tempi oggi si fanno difficili. Tempi in cui, come sappiamo, si passa da una pandemia ad una guerra. Allora, essere parte della giuria non è stato tanto un lavoro, quanto un privilegio. Mi è stato consegnato un lasciapassare magico, per entrare negli universi di tante giovani scrittrici, tanti scrittori in erba: entrarci in punta di piedi ed ammirare quello che la fantasia – ancora non rosa dall’inutile disinganno di molti adulti, dalla quieta e triste rinuncia al gioco – può fare.

Per me il contrario della poesia, della letteratura, dell’arte, è la guerra. Una volta sbarrata la strada di una comunicazione profonda tra i cuori resta soltanto quel misto di rancore e risentimento che non si stempera più in qualcosa che attrae verso il bello ma dilaga nel nichilismo: nella sete di possesso e di conquista, che in ultima analisi è l’opzione nichilista per eccellenza. Inutile prendersi in giro, ormai siamo cresciuti. Se non c’è niente di bello davvero, la regola – non scritta ma molto pratica – è che prendo tutto quel che posso fino a quando posso. Se lascio spegnersi quella fiammella nel cuore che dice che ciò più intimamente desidero esiste e mi viene dato, divento capace di qualsiasi violenza, perché desidero violentemente tutto, per compensazione. Lo diceva già Paolo di Tarso con straordinaria concisione, Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo. (Lettera ai Corinzi 15, 32).

Ecco perché non è un passatempo, tornare anche quest’anno a parlare di Rodari nelle scuole, invitare i ragazzi a costruire storie fantastiche – proprio come lui ci ha insegnato a fare. Mettendo a tema lo spazio, che nel Gruppo Storie, confortati proprio da persone come Rodari, vogliamo vedere sempre più come fonte di perenne meraviglia. E siamo decisi ed ostinati: tanto più le cose si fanno dure tanto più guardare al cielo per noi diventa necessario.

Penso adesso a questa singolare coincidenza, che nessuno si sarebbe mai augurato, ma che a questo punto fa acquistare al concorso una valenza ben più profonda. La guerra in Ucraina rende così immediatamente contingente il discorso su Rodari, delinea un pattern di pacifismo incondizionato e non ideologico. Apre un ponte tra ragazzi e adulti, dove tra le righe degli elaborati può risuonare la vera domanda, ma tu come stai? Come senti questo tempo?

Perché Rodari è il sogno che non si ferma, ecco cos’è. Il sogno bambino che non rinuncia ad esistere anche se si diventa grandi, che si ostina felicemente a ricercare il magico e il bello anche nel mondo degli adulti, e non esita a rimanere testardamente aggrappato a dei concetti – come quello della pace – nudi e crudi, mentre oggi tutti vogliono indurti a “diventare adulto”, cioè (a parer loro) a capire che certo, la pace in generale è una bella cosa, ma oggi dobbiamo essere realisti e capire che… e via di questo passo.

Io dico invece che essere realisti è proprio l’opposto. Perché noi ci siamo scordati del ’68 francese, ecco il problema. E di tutti i ’68 che abbiamo sperimentato nel cuore. Pensiamo candidamente che non c’entrino niente con il tempo attuale. Oggi siamo tutti molto disincantati e molto ragionevoli, non ci interessano più le rivoluzioni (ma in realtà non sappiamo più cosa siano). Ci dimentichiamo molto facilmente di tutto quello che i media non ci riportano agli occhi. Non abbiamo vera memoria. Ci fa molto bene ricordare un motto di allora, siate realisti, chiedete l’impossibile, frase che piaceva molto ad un tipo come Albert Camus. Ed anche a Luigi Giussani. Gente che, mi pare, non ha voglia di perder tempo o di sognare invano. Ma persone che parlano chiaro (e per questo si preferisce non ascoltarle, su questi temi) ce ne sono anche ora.

Considero più di impatto sul reale, una poesia di Rodari esposta davanti ad una scuola di Milano, che tante analisi dotte che leggo sui “grandi giornali” in questi giorni. Qui c’è la poesia che brucia, la poesia che brucia sempre. I pensieri convenzionali, i pensieri addomesticati, i compromessi ragionevoli li brucia in un soffio, lei proprio non li sopporta. E la menzogna che ci arriva addosso da innumerevoli altoparlanti mondani, che la pace sia ultimamente una ingenuità (bella da coltivare, per carità, quando c’è tempo e modo, ma perfavore non adesso che abbiamo da fare finalmente per produrre ed usare le armi, ovviamente per una “buona causa”, anzi il Papa non porti troppo disturbo perfavore), la menzogna è svelata, finalmente.

Come disse Padre Turoldo, solo l’Utopia porta avanti il mondo. Mica i nostri accurati bilanciamenti, prodotti già scaduti del buon senso usurato di quel piccolo mondo che, peraltro, già ci sta candendo addosso (per citare una bellissima canzone del Boss).

E Rodari che entra tra le occupazioni dei ragazzi, fermenta la loro fantasia, opera ancora e crea insieme a loro piccole storie rocambolesche, fantasiose, frizzanti. A volte invece, riflessive, anche tristi, enigmatiche. Sarebbero da leggere e rileggere tutte, le loro storie. Perché c’è un universo in formazione entro ogni ragazza, ragazzo, in ogni classe che ha scelto di partecipare. C’è un mondo che si propone, che è in procinto di fiorire, che vuole essere visto, guardato, apprezzato. Nella confusione dei grandi, tra distanziamento e militarizzazione, emerge potente tra le righe la richiesta dei piccoli, che echeggia quella che anche noi adulti tratteniamo nel cuore, occultiamo quanto possibile. Una richiesta che sussurra, prega, implora mi vuoi guardare, vedere davvero? Vuoi occuparti di me? Vuoi parlare con me?

Il concorso Rodari apre un canale di comunicazione. Un canale efficace perché non è un progetto velleitario ma si appoggia sulle spalle di un poeta, un gigante della comunicazione con i ragazzi, un gigante nel tener fermi i sogni e non lasciare che il tempo li inaridisca. Per questo i sogni dei piccoli, custoditi da Rodari, sono ancora freschi e profumati. Nel mondo mediatico che ci avvelena lentamente e ci trasporta verso il bianco e nero, prorompono gioiosi come un frullio di colore che fa bene, che rinfranca.

I colori reali sono infatti quelli della fantasia, perché la fantasia vera cambia il mondo. Certo non lo cambiano i talk show, nemmeno quei programmi demenziali con tribune elettorali come recitava già il grande Battiato. Non la cambiano le litigate su Twitter, nemmeno. L’abbiamo vissuto con il COVID ma non abbiamo imparato nulla: siamo ripartiti in modo ostinatamente uguale con la guerra in Ucraina, facendone occasione di dibattito infinito.

A chi non ha più sogni resta questo, dibattere di tutto, in modo inutile e sfiancante. Chi è innamorato, chi ha fantasia, non passa il tempo in questo modo.

Una vecchia bellissima canzone di Graham Nash, Teach Your Children, ammonisce che riguardo ai ragazzi ”non puoi sapere le loro difficoltà per crescere / e così, per favore aiutali / con la tua giovinezza / che scoprano la verità / prima di poter morire”

Per mettere in campo la nostra giovinezza (perché, che altro fare?) è prima di tutto necessario riconoscere che non si è perduta, non è svanita. Ma è ancora qui. Ci aiuta Ada Negri, grande poetessa. Mia giovinezza è la ripresa temeraria e forte, il riscatto contro un modo (lineare, implacabile) di vedere il tempo, peraltro già archiviato dalla fisica moderna, ma ancora forte come apparenza menzognera.

Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo
all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:
senza fronda né fior, senza il lucente
riso che avevi al tempo che non torna,
senza quel canto. Un’altra sei, più bella.

Più bella. Da questa rinnovata giovinezza si apre il canale di comunicazione con le ragazze e i ragazzi del concorso Rodari, che ho vissuto come una occasione di crescita personale, dove i maestri sono i piccoli. C’è infatti molto bisogno di crescere, per diventare autenticamente bambini. E tornare a vedere l’arte, la poesia, come un antidoto potente ad ogni forma di violenza, di sopraffazione, di distanziamento e separazione.

La carica lietamente sovversiva di Rodari è scivolata lieve tra le attività dei ragazzi, è diventata una proposta umile che ha generato una risposta ampia, colorata, fragile e forte come sono i ragazzi. Che è stata un insegnamento per noi adulti.

Che appunto ci rimane addosso, se solo lo vogliamo.

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