Cinquant’anni e due giorni fa, il 20 aprile del lontano 1972, il modulo Orion della Apollo 16 toccava la superficie lunare, presso l’Altopiano Descartes. Mentre Ken Mattingly orbitava pazientemente sopra le loro teste, gli astronauti John Young e Charles Duke gironzolavano per i dintorni con questo peculiare mezzo di trasporto depositato da Orion. La coppia avrebbe speso quasi tre giorni sulla Luna, in attività di esplorazione e di scienza.

Panorama lunare, anno 1972.
Crediti: Apollo 16NASAPanorama Assembly: Mike Constantine

Questa immagine è stata presa verso la conclusione della loro ultima escursioni lunare, con il rover in primo piano ed il modulo lunare a sinistra, un po’ distante. Duke è il fotografo, Young sta sistemando l’antenna ad alto guadagno orientandola verso la Terra.

Come sempre, mi colpisce l’aspetto umano, oltre il dato tecnico. Tre giorni sulla Luna, è tantissimo. Chissà quanti pensieri, quante emozioni per questi ragazzi. E i rischi? Avranno avuto paura? Dopotutto, un qualsiasi problema tecnico anche di modesto livello, avrebbe potuto comportare facilmente un pericolo molto grande, per la sopravvivenza. E nonostante tutto, hanno vissuto e operato tre giorni in queste condizioni. Lontanissimi da tutto, da tutti. Senza alcuna possibilità di venire soccorsi, in caso le cose si fossero messe male.

Per me rimane una cosa straordinaria. Ma l’esplorazione spaziale è piena di cose straordinarie. E prima ancora, la stessa esplorazione del nostro pianeta, lo è stata.

Siamo capaci di mettere da parte anche la ragionevole paura (almeno un po’) se siamo entusiasmati da qualcosa, da qualcuno. Non siamo spettatori, consumatori, utenti come molta parte della società moderna vorrebbe farci credere.

Siamo persone, ognuno di noi è capace di grandi cose, nella scoperta del mondo e di sé stesso. Crederci è a volte un attimo, più spesso un lavoro.

Lavoro che ci tocca fare, per rimanere umani. Sia qui, che sulla Luna.

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