Siamo ormai ben abituati a vedere la falce di Luna nel cielo notturno, tanto che ci riesce strano pensare ad una immagine simile ma… con la Terra al posto del nostro satellite!

Una “falce di Terra” vista dagli astronauti di Apollo 15 (1971)

Eppure è quello che si vede in questa immagine, presa durante la missione Apollo 15. Che è stata una missione importante: dopo i successi delle prime missioni (Apollo 13 ovviamente, è un caso a parte, testimonianza di grande ingegno e dedizione orientati a salvare vite umane), questa era stata pensata per esplorare la Luna per un periodo più lungo, per esplorare una maggior porzione di territorio, e con più strumenti scientifici di quanto era mai stato fatto.

In altre parole, si stata finalmente prendendo confidenza con l’ambiente. Tanto che si osava fare di più. In quest’ottica, Apollo 15 includeva nella sua “dotazione” – per la prima volta – anche il Lunar Roving Vehicle (LVR) dal costo di ben 40 milioni di dollari (sì, in effetti esistono veicoli più economici, almeno per muoversi sulla Terra), che “vantava” una velocità di punta di 16 Km/h (e sì, ci sono veicoli più veloci, sempre sulla Terra). Il veicolo poteva trasportare quasi mezza tonnellata di carico utile. Da notare che era stato progettato senza conoscere molto dell’ambiente nel quale si sarebbe dovuto muovere, ma se la cavò benissimo ugualmente.

Con Apollo 15 si entrava, potremmo dire, nel periodo classico dell’esplorazione lunare, avendo terminato la fase intrepida di sperimentazione. Ormai era dimostrato, la Luna è a portata dell’uomo. Dopo i primi timidi (ma intrepidi) tentativi, ora si faceva scienza vera.

Il pieno successo di Apollo 15 è dunque stata la prima di una serie di tre missioni avanzate previste per il programma Apollo, che come sappiamo si sarebbe conclusa (anticipatamente rispetto al previsto) con l’Apollo 17.

Gli obiettivi scientifici principali erano acquisire materiale ed esplorare la superficie in un’area preselezionata della regione Hadley-Apennine, impostare e attivare esperimenti sulla superficie e condurre test in volo e realizzare foto dall’orbita lunare. Tra l’altro, Apollo 15 trasmise in televisione il primo decollo lunare e registrò una passeggiata nello spazio profondo dell’astronauta Alfred Worden (per la cronaca, gli altri componenti dell’equipaggio erano David Scott e James Irvin).

Tanta roba, insomma, per una missione lunare. Correva l’anno 1971 (formidabile tra l’altro andare sulla Luna con la tecnologia dell’inizio anni Settanta, un’impresa impressionante di passione ed ingegno umano), l’anno successivo sarebbe stato l’ultimo – finora – per le missioni umani sulla Luna.

La Luna ormai interessava meno, tanto che le ultime missioni già messe in cantiere furono depennate. Si pensava ad altro. Ma non si pensa mai veramente ad altro, rispetto alla Luna. Lei è comunque lì, fa capolino nel cielo notturno, quando è piena illumina tutto con la sua luce dorata. Ci parla, anche se non vogliamo ascoltare. Ed è paziente, la Luna. Ha aspettato cinquant’anni, ma lei in cinquant’anni non cambia di molto, rimane la sua ingenua curiosità verso di noi, quando mi torneranno a trovare? Rimane la voglia di riprendere un contatto, riacciuffare una storia tra lei e noi che forse è stata interrotta troppo bruscamente.

Sono tempi interessanti, questi. Questa storia finalmente riparte, il dialogo ricomincia, ci si riallaccia a tanti anni fa e tutto acquista una luce nuova. Artemis I doveva partire ieri, per la Luna. C’è stato un rinvio per cause tecniche, come molti di voi sapranno (magari avete provato ad assistere al lancio, come me), comunque il dado è tratto, questa storia si è riaccesa. Artemis I partirà tra qualche giorno: la Luna ha ancora molto da dirci, anche noi abbiamo tanto da raccontare a lei, dopo cinquant’anni di assenza.

Anche Marte è lì dietro l’angolo, che ci esorta, ben sapendo che frequentare la Luna è necessario per arrivare fino a lui, per agganciare anche lui nella nostra storia di frequentazione amichevole del cosmo. Anche per questo vogliamo ritornare sulla Luna. E ci sono mille ragioni, economiche, logistiche, anche di prestigio. Quella che per me conta però è una sola. Conta riallacciare un rapporto, conta guardare in alto e non ripiegarsi sulle nostre miserie, non macerarci nelle nostre beghe di cortile, conta lanciarsi verso lo spazio e imparare – da questo stesso moto di d’intenzione – a vederci in modo diverso e a volerci bene davvero, a sostituire la violenza con la conoscenza appassionata e morbida.

Conoscere come atto d’amore, conta solo questo. La Luna lo sa, e aspetta che facciamo questo passo. Verso di lei, ma soprattutto verso di noi.

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