Credo che a volte rischiamo di perderci qualcosa, nel rapporto con tutta questa tecnologia in cui siamo immersi. Rischiamo di perderci il fattore meraviglia.

Un fattore che va assolutamente recuperato, nella sua parte più robusta e sana. Non si tratta infatti di meraviglia ingenua ma di stupore consapevole. Siamo tutti molto ben coscienti dello strapotere delle multinazionali, dell’invasività (tanto per fare nomi) di Google, Apple, Facebook nel monitoraggio delle nostre abitudini. Sappiamo bene, ahimè, che il nostro comportamento in rete è ampiamente monetizzabile e via di questo passo. Siamo nell’era del capitalismo della sorveglianza e ce ne rendiamo conto.

Però io vedo anche un rischio. Che questa necessaria consapevolezza inquini irrimediabilmente anche il fattore meraviglia che dovremmo avere nell’approcciare questo mondo tecnologico che ci contorna, e che ci rende indubbiamente la vita molto più comoda (e anche divertente).

Ci riflettevo qualche giorno fa. Quando il telefono (il Samsung Galaxy M31, un telefono normalissimo assai lontano dai costosissimi top di gamma) mi chiede manca poco alla sveglia, la vogliamo disattivare per oggi? mi risparmia il fatto – capitato più volte – che io mi alzo, vado a fare il caffè e mentre sono in cucina mi parte la sveglia del telefono in camera da letto, e devo ritornare a spegnerla (nel frattempo il caffè approfitta per straboccare dalla caffettiera, ovviamente). Cioè lui capisce che siccome sto usando il telefono prima del momento della sveglia, sono ovviamente sveglio e attivo, e dunque si rende conto che la sveglia non serve più, anzi diventa una seccatura.

Un’altra cosa che mi colpisce, è che quando rientro in stanza dopo il lavoro, al pomeriggio, senza che io dica nulla, l’Assistente Google che dimora (usualmente silenzioso) dentro Google Nest si accorge della mia presenza, interrompe la sua funzione di stand-by di riproposizione ciclica delle mie foto recenti e allestisce una schermata dove inserisce le cose che, a suo avviso, mi potrebbero servire in questo momento. Voglio ascoltare della musica? Sapere le previsioni del tempo? Insomma lui sa che sono lì, e si chiede cosa mi serva.

Ma ci pensate fino a pochi anni fa, queste cose nemmeno nei romanzi di fantascienza si potevano trovare. E ora sono realtà. Sarebbe da custodire il senso di meraviglia che desta tutto questo. Sarebbe da conservare un pochino della nostra mente “degli anni settanta” del secolo scorso (per chi era già su questo pianeta) e immaginare come ci stupiremmo, adesso.

Per inciso, gratitudine non vuol dire assenza di controllo. Ci sono cose semplici che si possono fare per non gravitare totalmente nell’ambito dei big della tecnologia, per provare a favorire anche soggetti terzi. Per esempio come browser io uso attualmente Vivaldi, che poi ha molte cose in più di Chrome (che appunto prima usavo ordinariamente) e funziona benissimo (è costruito sulla stessa base, usa lo stesso “motore”). Ma anche Brave può essere una scelta. Insomma non dobbiamo essere passivamente spremuti senza poter fare nulla.

Questo e certamente, anche altro. Ma rinunciare a meravigliarsi, lasciandosi inquinare da un sospetto generalizzato, rischia di essere una attitudine umanamente controproducente.

Un po’ come quando tutti usavano Internet Explorer senza esserne contenti. Oppure – cambiando molto argomento – votavano la Democrazia Cristiana senza esserne realmente convinti. Voglio dire, usare una cosa – una risorsa, una possibilità – con sospetto e frustrazione, forse non è una buona idea.

E’ vero, il web non è più (forse) quella stupenda officina di libertà che era un tempo, nei tempi del suo inizio. Internet rischia di essere ostaggio dei più forti, e certo ci vogliono delle regole. Sicuramente è così. Però le cose stanno andando avanti e le sorprese non sono certo finite. In ogni senso.

Entro in macchina e collegato il telefono all’auto, vengo informato del tragitto migliore per il lavoro, ho varie liste di brani che mi piacciono compilate automaticamente da Spotify, ho sotto controllo la temperatura e se c’è da fare una deviazione, vengo informato per tempo.

Una volta avevo lo stradario cartaceo – il famoso Tuttocittà – e dovevo fermarmi e consultarlo (e mi perdevo comunque, anche se in modo più scientifico e consapevole). Ora una voce paziente e informata mi dice dove andare, mi mostra la strada. Se sbaglio, sempre in modo paziente, mi corregge. Se non mi fido e faccio di testa mia, pure.

Insomma la tecnica ha delle grandi potenzialità. In sé ci consentirebbe di vivere molto meglio di quanto facciamo, perché in fondo è un concentrato di pensiero e creatività umana, orientata verso la costruttività. Ma è l’orientamento umano il punto forte, su cui è difficile ma necessario, lavorare.

Tecnica è il James Webb Telescope, che ci sta regalando immagini straordinarie e sta aprendo il sipario ad una nuova percezione di Universo. Tecnica è anche, di converso, carri armati, bombe, armi “intelligenti” (anche se l’unica arma realmente intelligente mi pare sia quella che non spara, non esplode, non reca danno a nessuno).

Siamo immersi in un mondo tecnologico, tanto che è strano che la tecnologia sia così poco presente nei programmi elettorali.

Il punto è che c’è una nuova umanità da coltivare, altrimenti la tecnica rimane totalmente al servizio delle parti più regredite di noi stessi, asseconda il gioco triste del neoliberalismo che ci vede come cose, che non percepisce la novità del Cosmo, che rimane in uno spazio vecchio, in un modo di vedere le cose che si risolve tutto entro lo schema azione-reazione.

Voler partecipare a questa nuova umanità è uno strappo di ogni giorno, che possiamo scegliere di compiere. Costa fatica – a volte, molta – ma regala un’apertura verso le stelle, che ci rimane appiccicata addosso come polvere d’oro e ci fa scoppiare addosso dei sorrisi, ora ed ancora.

In realtà poi la fatica della vita spirituale è infinitamente minore di quella sopportata in una vita cieca e immersa nell’ignoranza; ed inoltre mentre la fatica iniziatica porta alla gioia, alla soddisfazione, e alla pace, la fatica vissuta nell’ignoranza porta solo ad altra ignoranza, alla noia disperata, e al nulla.

Così ci avverte Marco Guzzi, in un post proprio di poche ore fa.

Essere un gruppo specifico ed essere al contempo connessi con-tutti, amare la propria terra e amare la terra, essere se stessi ed essere proprio per questo sempre più aperti agli altri: sarà questa la rivoluzione globale, che gli strumenti della tecnica già ci consentirebbero, ma che potrà essere compiuta solo da una umanità profondamente rinnovata innanzitutto nell’apertura della propria mente

E così sempre Guzzi, nel volume La nuova umanità.

La tecnica è soltanto pensiero umano condensato. A noi indirizzarla, innestarla di meraviglia, di positività e di speranza. Che prima, però, dobbiamo coltivare in noi. Dobbiamo coltivare noi stessi, in realtà, per una nuova e più felice rivoluzione.

Che appare oggi, più urgente che mai.

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