La piazza è già piena quando arrivo. Forse dovrei affrettarmi, ma non ho voglia di affrettarmi. Non dico che voglio arrivare tardi, ma è come se il fatto di andare di corsa sia qualcosa contro quello che intendo fare, quello che faccio andando lì, in Piazza San Pietro.

L’ultima occasione simile è stata nel 2015. Ricordo che andai via dalla piazza abbastanza perplesso, anche un po’ preoccupato. Le parole che ci aveva rivolto il Papa mi erano sembrate a tratti dure (ed insieme tenerissime, per l’accento sulla misericordia), mi domandavo se avessimo tutti sbagliato qualcosa.

Ricordo che rimasi con quella sensazione per un po’, poi mi quietai pian piano rimirando (è il caso di dirlo) con che intensità – da chi guida il movimento – fossero state prese sul serio tali parole, fossero state messe al centro di un lavoro, di un lungo e paziente lavoro, capace di affrontare ogni cosa senza scandalo, ma senza sconti. E capii quanto di bello poteva venire fuori da quello che – forse in maniera superficiale e un poco emotiva – mi era parso a tratti un rimprovero. Poi niente, c’era stata quella citazione di Gustav Maher, di un artefice di bellezza così importante nella mia vita. Mi era sembrata proprio mia, quella citazione, quel passaggio. “Fedeltà alla tradizione – diceva Mahler – “significa tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri”. Così, come se fossi stato facilitato, aiutato, dalla presenza da entità affettive immediatamente riconoscibili: come se tutto dovesse diventarmi più persuasivo per il fatto che toccava elementi a me familiari, amate.

Ora che ci tornavo – a distanza di sette anni – mi chiedevo cosa avrebbe detto. Ora che tante cose stanno succedendo nel movimento, ora che c’è pericolo ed insieme c’è un’occasione di nuova responsabilità, mi chiedevo proprio cosa avrebbe detto.

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