Il cosmo e la poesia (IV)

Alle volte sono le poesie, che ci aiutano. Ci aiutano a capire, a capire in che mondo siamo, in che universo stiamo vivendo. Ci aiutano a comprendere in che universo scegliamo di vivere, momento per momento. Sono intrinsecamente cosmologiche, le poesie.

Immagine creata con Copilot Designer di Bing

Del resto, la scelta è affidata – sempre e di nuovo – alla nostra libertà. Possiamo sempre e comunque transire di universo, passando da spazi privi di senso e senza speranza ad ambienti cosmici finalmente intrisi di significato, orientati ad un fine. Ambienti dove tutto  —  perfino il nostro dolore  —  acquista un suo peso specifico, una sua dignità di valore, adeguandosi, aderendo al campo di onde generato da quella data finalità, da quel principio d’ordine. Possiamo addirittura lasciarci sprofondare dentro un buco nero sapendo che non è la fine, ne usciremo attraverso un buco bianco, in questo o un altro universo (di pensieri, sensazioni). Sarà certo doloroso, perché è sempre doloroso lasciar indietro quel che non serve più. Doloroso ma necessario, per rinascere.

Proprio la poesia è quella che ci può aiutare a compiere questo lavoro cosmologico, questo continuo e reiterato ritorno all’universo buono, quando per vari motivi ci troviamo intrappolati in ambienti dove il senso si fatica a trovare, gravitazionalmente catturati dai tanta materia oscura del nostro vivere.

La poesia è sempre affermazione di un senso. Scrivere è il risultato di un atto di fede. Scrivere è intrinsecamente un gesto cosmico: vuol dire credere, fidarsi che l’universo sia innanzitutto raccontabile.

Il mondo, gli uomini, i pianeti, le stelle: ecco, tornano raccontabili. Di conseguenza, ricevono un significato. Felicissima sortita dal non senso che ci troppe volte ci avvolge, aderente come un foglio di cellophane (secondo la poetica di Abacab, nota canzone dei Genesis).

Se le cose e le emozioni sono raccontabili c’è una storia. Se c’è una storia, c’è uno sviluppo. C’è una progressione. Niente è uguale a prima. Avverte saggiamente Muriel Rukeyser che l’universo è fatto di storie, non di atomi. Nessuna teoria di universo statico allora vale più: son solo brutti sogni, da dimenticare in fretta.

La poesia di David Turoldo Canta il sogno del mondo parla proprio di un sogno, e in questo parlare, in questo dire le parole del sogno ci aiuta a cambiare universo, a collocarci in quello più gustoso, più saporito, più soave e leggero.

Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta …

… Canta il sogno del mondo

Il cosmo non è vuoto, non è vuoto di significato. Tutt’altro: c’è più che un significato, c’è un sogno.

Non diamolo per scontato. Quante volte infatti pensiamo, ci muoviamo, ragioniamo, discutiamo, come se questo — esattamente questo — non fosse assolutamente vero? Quante volte ci troviamo posizionati a distanze siderali, ad anni luce dalla percezione, dal riconoscimento di questa presenza, della presenza di questo sogno?

Si tratta quindi di riconoscere questo significato, intanto, di riconoscerne la sua esistenza. Notiamo, a questo proposito, che Turoldo non dice affatto di inventarsi un sogno: non è la sua abilità inventiva che vuole mettere in campo, la sua capacità di astrazione concettuale.

Piuttosto, dice di cantare il sogno del mondo.

Questo sogno già esiste, non dobbiamo fare la fatica di inventarlo: dobbiamo solo riconoscere che c’è. Il sogno del mondo è preesistente al poeta stesso, non è un’opera della sua abilità. La sua abilità dove si esercita, dove si proietta? Appena, nel riconoscere questo sogno, nello svelarlo. Nel farsi docile tramite, membrana vibrante, rilevatore sensibile e attento.

C’è un sogno nel cosmo, possiamo trovarlo e cantarlo. Un universo con un sogno dentro, non è un universo vuoto. Non lo può cogliere la scienza, anche se si può avvicinare, magari. Lo si può cogliere più direttamente con la poesia. Ma questo, appunto, è solo il primo passo.

Il passo successivo è accordarci a questo riconoscimento, mettersi in armonia con questo, risuonare sulle stesse frequenze, se possibile. Permettersi di risuonare con questo sogno, in modo da amplificarlo, farlo passare attraverso di noi.

Così, accettato questo, che esiste il sogno, e che possiamo accordarci ad esso, possiamo finalmente iniziare a percepire questa leggerezza di cui parla il poeta. Una leggerezza che può coabitare con tante pesantezze che ci capita pur di provare, da esseri umani quali siamo. Ma se attraversata da questa leggerezza, ogni materia oscura è già meno pesante, ogni energia oscura si addolcisce, diviene gestibile..

È una questione di bilanciamento. Ed anche una decisione: canto il sogno del mondo non se sono bravo, o migliore degli altri, ma quando mi arrendo a questo sogno. Permetto allora che un universo sempre nuovo, fiorisca dentro di me.

E così sorrido, e se mi capita, canto.

Contributo pubblicato sul numero di aprile 2024 di Frascati Poesia Magazine

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