Lo scrivo perché non trovo più con chi parlarne, senza che mi tiri appresso qualcosa. Ho provato un po’ ingenuamente a parlarne in casa, tempo fa. Lo sai che è uscita la demo dell’inizio di Tubular Bells 4? Bella… però peccato che Mike si sia ritirato, pare che non la completi…

E intanto uno si aspetta, che ne so, una certa partecipazione al dolore. Sì perché è un dolore, certo non comparabile con altri dolori più forti, per carità. Però è un dolore. Nel senso che uno sente un gusto, un sapore di qualcosa, ma non può proseguire, rimane appunto un accenno. Si incammina su una strada bella, alberata, con tante cose da guardare lungo il cammino. E poi, alla prima curva, quando si aspetta un cambio di panorama, si trova davanti un segnale di STOP. Proprio quando uno avrebbe voglia di saperne di più, di entrare meglio nella faccenda.

C’è quel tanto che basta per farti dire ok, mi interessa, mi piace, vediamo… ma poi niente, non vedi niente. Rimani lì. Rimani in demo.

E la partecipazione è limitata. La moglie, il figlio (saggiamente) ti dicono Eddai, ma ancora con Tubular Bells? Ormai ha detto tutto, certo che ha lasciato perdere… un tema usato ed abusato E tu che gli vai a dire?

Che è vero, tutto vero, in prima battuta: sul tema Mike Oldfield (che proprio ieri ha celebrato il suo settantunesimo compleanno) ci ha fatto dischi e dischi. Però la verità – e quasi ti vergogni di dirlo – è che a te sta bene, sta bene che Mike ci abbia costruito dischi e dischi, su quel tema. Perché diciamocela tutta, tu quei dischi e dischi li continueresti ad ascoltare, perché il modo che ha il tizio di mettere in musica la faccenda, semplicemente ti piace. Quasi ti vergogni, ma ti piace. Ti parla. E quel passaggio di chitarra elettrica ti intriga, e ti basta quella leggera variazione su un tema usato (e forse abusato) per sentire in aria, qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo su un tema (per te) antico, un tema conosciuto ma che non ti stanca, non ti ha stancato, non ti ha ancora stancato.

Ma sì, Marco, devi ammetterlo: tu sei un tipo che ama ripercorrere le stesse cose, ormai si sa. Chi ti conosce lo sa bene. La gente invece vuole cose nuove, mentre tu ripassi sovente sugli stessi sentieri. Per dire, sei uno di quelli che rivedrebbero Jarry McGuire all’infinito, anche se praticamente conosci ogni scena a memoria.

Lo so, è perché ogni volta puoi andare più a fondo nello studio, puoi vedere più a fondo, puoi decostruire l’opera – ormai i pezzi li conosci bene – per poi riscostruirla nella tue mente e confermarti, in questo modo, che è proprio bella. A volte quasi meravigliosa. In quella nota, in quella sfumatura del volto, in quella sequenza. Jerry McGuire andrebbe analizzato scena per scena, e certe scene in particolare (e non appena l’ultima, con la celebre mi avevi già convinto al ciao) andrebbero studiate con ogni attenzione. Insomma Marco, sei fatto così.

Così, basta l’accento diverso nella sequenza di introduzione di Tubular Bell 4 e dopo un primo ascolto in cui ti sembra di essere diventato come gli altri, dici quasi però sempre la stessa storia poi invece, inaspettatamente, ecco che ci cadi dentro tutto. E questa variazione di accento (non saprei come dire, la mia teoria musicale è piuttosto scarsa) ti ha già preso, hai proprio voglia di sentire altro, hai quasi bisogno di sentire altro.

Che poi è appena una demo, rendiamoci conto di come sarebbe il prodotto finito (e in me vive indomita la speranza pazza, che prima o poi lo finisca). Ma a nessuno interessa realmente, o almeno nessuno di quelli che hai intorno. Perché per tua fortuna, quelli che hai intorno sono persone normali.

Eppure un accenno di un’opera d’arte è qualcosa di particolare. in un certo senso è come se l’universo, le stelle, i quasar lontani, facessero spazio perché sorga all’esistenza questo nuovo piccolo universo questo modo di intendere le cose e i rapporti tra le cose. Un’opera dell’ingegno umano ti insegna qualcosa. Ti introduce in un cosmo nuovo, tu entri e inizi a meravigliarti, ma il viaggio si interrompe presto. Certo, dopo l’intro c’è la variazione alla soglia dei quattro minuti, si apre questo panorama arioso, solare. Bello. Ma presto rimani con un senso di desiderio: ho capito, mi hai mostrato che c’è altro rispetto al mio modo ordinario di pensare (cosa che fa ogni buona opera d’arte), ma ti fermi prima, non mi conduci a questo altro: non è un viaggio che mi porta in posti nuovi e mi riconsegna a casa, più ricco.

E’ questo un viaggio che mi fa presagire posti nuovi, luoghi sensazioni e profumi che parlano al mio cuore, ma il tutto rimane aperto, si sfuma (come sfuma l’arpeggio finale del pianoforte) e tu esci come da un sogno terminato troppo presto, con la sensazione di come sarebbe potuto essere. Ma non lo sai. E c’è questo, che un teorema matematico rimasto non dimostrato, un’intuizione scientifica sulla natura del cosmo (mettiamo ora, un problema da risolvere con la costante di Hubble), tutte queste cose possono passare di mano, essere iniziati da alcuni e completati da altri. Un’opera d’arte, no. Un’opera d’arte parla dell’artista e di quello che nel suo cuore corrisponde al tuo, in una connessione empatica profonda che sorpassa diecimila universi. Un’opera d’arte non finita, è semplicemente non finita. Per certp, non la può completare nemmeno l’intelligenza artificiale (alla quale si deve l’immagine di copertina, comunque).

E ora che scrivi, confessalo, ti ha ripreso la nostalgia, hai rimesso per la ennesima volta la demo in ascolto. E nemmeno ti stancheresti. Meno male che hai gli auricolari, eh.

Caro Marco, saresti quasi da arrestare.

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2 pensieri su “Quasi da arrestare

  1. ma no, può farlo benissimo Robert Reed, che a rifare Oldfield tale e quale è bravissimo, lo fa già con i suoi dischi originali.
    Personalmente ritengo (e spero) che la decisione di abortire TB4 sia nata da un impulso di saggezza, dall’aver capito che davvero non c’era più altro da dire, dall’avere riascoltato quella demo e pensato “ok, ma che sto a dire di interessante con questo brano?”.
    Perché TB II è un progetto splendido, direi geniale, in quanto ripercorre passo passo tutte le sezioni dell’originale pur riscrivendole completamente. Si può dire che TB I e II siano isomorfe in senso matematico. Con una grande, importante differenza: TB I appartiene al periodo più ispirato di Mike, dove la sua sofferenza interiore si tramutava in una musica che sapeva esprimere tutto lo spettro dei sentimenti, dalla gioia alla disperazione più cupa. TB II invece (come quasi tutti i suoi album dopo Incantations) restringe il campo, tagliando tutto il lato “sinistro” dello spettro, e non scendendo mai al di sotto della vaga malinconia. Ciò lo rende un disco più solare e più facilmente asportabile, ma anche meno ricco (stessa cosa vale per Amarok confrontato con Ommadawn). L’apporto importante di Trevor Horn ha poi ulteriormente spinto in questa direzione.
    TB III, del periodo ambient, techno e poi chill-out di Mike (che personalmente in genere detesto) è forse l’esperimento più riuscito. Si allontana decisamente dalla struttura dell’originale, di cui conserva solo alcuni frammenti del tema, una parte per chitarra simile e le campane, ma comunque (pur non potendo essere confrontato secondo me con gli altri due) risulta pregevole, con una qualità comparabile a quella di The Songs of Distant Earth.
    Ma la demo di TB IV, cosa rappresenta? Sembra una cover di TB I: non aggiunge davvero niente, non va da nessuna parte. Non esplora alcun territorio. Nasce morta. E, spero, Mike se n’è accorto.
    Del resto, dopo anni e anni di dischi (sempre a mio parere) mediocri (o peggio, come Man On The Rocks), prima di ritirarsi è riuscito a regalarci un gioiellino, Return To Ommadawn, un disco inaspettatamente bello e imperfetto, artigianale, sincero e anche dolente e nostalgico, quasi come se il primo Mike avesse fatto capolino improvvisamente per esprimersi per un’ultima volta.
    In ogni cosa nella vita, che si tratti di sport, di carriera, di arte, o di gioco d’azzardo, bisogna capire quando fermarsi e resistere alla tentazione di andare avanti a oltranza fino a superare la soglia del ridicolo e diventare una pallida imitazione di sé stessi. Alla fine Mike ha chiuso in bellezza, con un disco memorabile. E sono contento che sia andata così.

    1. Capisco Giovanni, e per molti versi, condivido. Non riesco nemmeno ad eccepire quando scrivi che la demo di TB4 “non va da nessuna parte”. E qui forse, si interrompe il ragionamento razionale ed entra nel gioco il mio amore sviscerato per il tipo di musica che esce dalla testa di Oldfield. Per cui, lo ammetto, anche una minima variazione su un tema usato e forse abusato, mi risulta irragionevolmente interessante.

      Poi c’è una questione affettiva, se vogliamo: TB3 l’ho amato tantissimo, tantissimo. All’epoca sotto l’entusiasmo per quest’opera, creai anche il gruppo di discussione su Yahoo! (si chiamavano Yahoo! Clubs, ricordo), che poi dopo varie trasformazioni imposte da Yahoo! venne chiuso d’ufficio, come gli altri.

      Ora c’è un gruppo Facebook che conta più di 6300 iscritti, evoluzione sempre di quell’idea. Figlio cioè di quell’entusiasmo, che mi prese all’epoca, che ancora permane. E che si sarebbe volentieri versato su una quarta versione delle campante tubulari, anche se più povera di idee…

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