Blog di Marco Castellani

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Senza condizioni?

Andiamo subito subito al dunque, senza girarci intorno. 

“Lui mi ama / senza condizioni.”

Leggo questa frase in una poesia di Marco Guzzi, riproposta proprio in occasione di questa Settimana Santa, e mi rimane addosso. Ci rimango addosso. 
Il significato che trasporta è dirompente, scardina ogni logica a cui il mio sistema di pensiero si è abituato. Questa frase presa sul serio, forse solo questa (o qualche frase che comunque esprima lo stesso equivalente concetto), può bucare la retorica dei discorsi d’occasione, solo il rilancio di questo perpetuo scandalo di ogni porzione benpensante in noi, questa ingiustizia bellissima. Questo svincolo soave dall’ansia di prestazione, dalle logiche di marcato, dal dare per avere. Avere gratis, furfanti come siamo. Questo è veramente qualcosa che interessa, che ancora desta curiosità.

Nella radicale delicatezza di una promessa di amore, si salvano le sfumature…
Avverte Don Giussani, nella frase che è stata posta nel volantone di Pasqua di quest’anno, che io resto quel povero cristo che sono, ma con Cristo sono certo, ricco.
Se ascolto il mio cuore, sento che è il suo desiderio più grande, più bello e più grande: essere amato senza condizioni. Le cinque parole più belle del mondo. Fatemi una frase più bella di così. Se ci riuscite. Io non riesco. Riprendo la poesia di Marco, perché mi fa respirare, e mi allargo, espando e riprendo le parole antecedenti, anteriori di quella bellissima frase…

“… posso amarlo senza paura,
abbandonarmi a Lui, alla Vita,
con tutto il cuore colmo di speranza,
perché Lui mi ama
senza condizioni.”

Questo è estremamente liberante, a pensarci già zampilla un inizio di gioia, già zampilla una nascosta Pasqua, può zampillare perfino tra le pieghe dolorose di un Venerdì Santo, dei tanti venerdì santi della mia inadeguatezza congenita ( e santa, in qualche modo, perché amata). Già c’è, lo sento. Perbacco! Essere amati senza condizioni è la buona novella, la più buona novella immaginabile. L’unica buona novella che ancora possa sorprenderci, l’unica buona novella in assoluto. L’unica novità perpetuamente più moderna del nostro sentirci moderni.
Ormai non abbiamo voglia di sentirci dire null’altro. Meno che mai ammonimenti morali. Ma per carità! 
Non abbiamo che voglia di persone (qualsiasi cosa credano) che ci ricordano  – prima ancora che con le parole, con il volto – la scommessa più alta in gioco, qui ed ora: la scommessa di un amore eterno e invincibile, inarrestabile ed immutabile.

Questo mette in salvo la mia vita, se ci credo, ammorbidisce le asperità, quando ci credo, e mi apre sempre, quando mi affido, un riposo di mille sfumature tutte da esplorare, da guardare, da accogliere. 

Come dice Santa Teresina,  tanto amata da Don Giacomo,

Che importa, mio Gesù, se cado ogni istante, in questo modo vedo la mia fragilità ed è per me un grande guadagno… Voi, in questo modo, vedete ciò che posso fare e sarete così più tentato di prendermi in braccio.

Essere presi in braccio. Essere amati, sempre e comunque. 
Custodisco questo pensiero, provo a giocarci un attimo, a nutrirmene.
No no attento, una parte di me dice no, c’è il trucco, si pretenderà pur qualcosa.
Devo essere all’altezza, devo cambiare.
E’ dura questa parte, è incattivita e rabbiosa. Va bene, la lascio essere, non devo essere cattivo con lei, chissà cosa ha sofferto. Che poi lo so, cosa ha sofferto, cosa ho sofferto. Decenni di separazione, di angoscia, di richiesta disperata d’amore, in me. Il vuoto addosso, e un grido d’amore, perfavore amami, ti prego, perfavore salvami.
Decenni, in me. Millenni, dietro di me, ancora dentro di me.
Va bene, ci lavoriamo. Dovrò amare anche il mio bisogno d’amore.
O piuttosto, lo dovrà amare Lui, io non posso. Non riesco, non capisco.
Capisco che Lui può, è la prova gustosa dell’Onnipotenza.
Che bello che Lui possa, amare ciò che io non riesco. Dà gusto.
Così io intanto riposo, avendo affidato a Lui il compito di amarmi.

Certo. C’è tutto un lavoro che dovrò fare,  che devo fare, di emersione dalla paura, di guarigione. Per capire, per lasciarmi insegnare, per lasciarmi guidare dai maestri, per ambientarmi, mettere casa nell’idea che niente, che non c’è da aver paura, non c’è troppo da aver paura. Ma capirlo con delicatezza, con limpida precisione. Già e non ancora, esattamente.

Riprendo il pensiero, lo guardo, come un dono.

Davvero, senza condizioni? Ma come può esserci qualcosa più bello, più bello di così? Quel senza condizioni allora è un proiettile, è un moto di rivoluzione (personale e sociale), è una alleanza mistica di parole, è un soffio, un’idea pazza, santamente pazza, che sgretola millenni di sensi di colpa e inadeguatezza. Ogni volta, ogni giorno, li sgretola di nuovo.
Se lui mi ama senza condizioni, quando io lo sento,
io sono il furfante, il brigante più leggero di tutti:
il più contento.
Auguri.
(Questo testo è la rielaborazione di un commento su un post del blog Darsi Pace)
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Confine

Ecco una parola che è tempo di aggiungere al mio personale vocabolario, questo progetto in lenta progressiva formazione. Confine. Il confine è interpretabile in una varietà infinita di modi, in tantissime situazioni. La prima cosa che mi viene in mente, è che il confine ha una fondamentale funzione positiva, di identificazione. Separando me stesso dal resto del mondo, io inizio a esistere, io esisto in quando entità separata dal resto del mondo, in prima istanza. Devo però comprendere questa separazione, devo ragionarci bene affinché non mi porti fuori strada, non mi faccia impantanare nella angosciosa illusione dell’autonomia, per citare una frase significativa di Don Giussani. 
In realtà è in una certa polarità dinamica del confine si gioca tutta la partita. Perché un confine ci vuole, è una buona cosa, e questo va detto. Vi immaginate una cellula senza membrana cellulare per esempio? Come farebbe semplicemente ad esistere? Dunque una separazione, che è in realtà una convocazione, una chiamata all’esistenza. Esisto in un luogo specifico, un luogo definito. Esisto perché non sono tutto il resto, sono qui. E il rischio sarebbe quello di rimanere a questo esisto, come fosse qualcosa di compiuto, di definitivo, di acclarato.
Non è così. Ed eccola la polarità dinamica, affascinantissima, di questa parola. Il confine è felicemente contraddittorio, perché esiste, in qualche misura, proprio per essere violato. Le barriere esistono per essere superate. Infrante. Io esisto perché mi impegno coscientemente in una violazione perpetua dei confini, in una continua disgragazione del sovranismo latente che un certo pensiero in bassa frequenza mi vorrebbe far adottare, come difesa preventiva, come atto implicito di calcolata ostilità verso il mondo. Invece, coltivare la fiducia è aprire i confini, forzarli, allargarli, vedere cosa accade nel passaggio (tentativamente regolato, certo) di merci e persone, anche e soprattutto attraverso i miei confini. 

Del resto, se rimango nei miei confini, se chiudo i porti all’arrivo del nuovo, dell’inatteso, all’inizio mi sento al sicuro. Di primo acchito, al primo impatto, mi può anche sembrare una gran buona idea, una ottima idea. Però alla fine mi stufo, mi annoio. Mi deprimo. Il sovranismo eccessivo di me stesso mi porta alla depressione. Capisco che sto remando contro il flusso dell’universo, così facendo. Sottraendomi da questa dinamica di scambio, mi sto impoverendo. Sono nato per contaminarmi, per ibridarmi, per rischiarmi nel confronto dialogico. Io esisto e acquisto sapore, consistenza, in quanto decido volontariamente per l’apertura dei mie porti, verso l’esterno.

Non è automatico, deve essere una mia decisione, riesaminata e rilanciata ogni istante. Devo inserirlo come punto centrale del mio personale contratto di governo (di me stesso). Niente in tutto questo è automatico: è questo il bello.

In me stesso ci sono infinite sollecitazioni a varcare i miei confini. Ce l’ho incorporate, in pratica. E’ fin troppo ovvio pensare all’ambito affettivo, ma vale la pena vederlo in questa luce. Sì, perché il rapporto d’amore è una violazione consensuale di confini, in fondo. Confini emotivi e confini fisici, anche. Nel rapporto sessuale, i confini stessi dei corpi vengono rinegoziati, rimodulati, almeno per un certo lasso di tempo. Lo dice benissimo il secondo capitolo di Genesi, e non si può dire con miglior poetica precisione, i due saranno una carne sola. Ovvero, qui i confini non sono nemmeno più negoziati, sono proprio aboliti, in un atto totale di fiducia, di abbandono. Rinuncio deliberatamente a mantenere un preciso controllo su come e quanto sono invaso, come o quanto invado: evado la logica sempre un po’ mercantile dello scambio, e mi abbandono. C’è un inizio di indicazione preziosa, anche: salendo in frequenza, progredendo nell’intensità del vivere, i confini si sfaldano, si stemperano. Svaniscono, idealmente. La gioia è vera quando è sconfinata, appunto.

In effetti, l’intero rapporto tra uomo e donna, che è frequentazione, assistenza mutua e convivenza, è affascinante anche solo a pensarlo, perché è una rinegoziazione quotidiana di confini, dei confini di due persone che accettano questa curiosa infrazione costante che a volte costa fatica, ma che viene accolta con la percezione luminosa di un mutuo vantaggio.

E’ una questione di sguardo, anche. Come guardo a me stesso e al resto. Si capisce: se mi percepisco unito al resto, alla fine tutto è mio, è parzialmente mio. Leggo come secondo alcuni studiosi il significato etimologico di Europa è ampio sguardo. Non so se è vero, ma è bellissimo. L’ampio sguardo mi rende disponibile verso un intreccio con entità diverse da me, in un interscambio delicato, difficile ma bello come un bacio. Il piccolo sguardo, al contrario, mi fa ricadere nel sovranismo spiccolo dove i veri governanti al potere sono i miei piccoli interessi, interessi poco interessanti alla fine. Anche se difficili da mettere in discussione, perché piuttosto refrattari al dibattito interno.

Lo sappiamo bene: è un combattimento, tenere le frontiere aperte. Perché la percezione del bene non è immediata, non è banale. La frontiera può essere varcata anche con cattive intenzioni. Aprendo la mia frontiera posso anche venire ferito, violato, umiliato, distrutto. Percepire che è un valore il rischio consapevole e accorto dell’apertura della frontiera, è materia di un mio personale lavoro.  Dire che l’altro è un bene per me implica – almeno come anelito – una volontà di riscatto dagli egoismi e dai particolarismi che tanto spesso mi incastrano. Ed è un lavoro anche questo (ma un bel lavoro).

Nessun sogno bellissimo ha dei confini, se ci fate caso.

Quindi il confine è una membrana che esiste per essere instancabilmente lacerata, come una ferita continuamente riaperta.

Quella ferita aperta, che ci mantiene vivi.


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Lo chiamavano Jeeg Robot

Se adesso parlo del film Lo chiamavano Jeeg Robot – badate bene – non è per tentare una recensione. D’altra parte, c’è chi lo fa già molto bene. E’ invece occasione per prendere spunto e ragionare su delle suggestioni, dei frammenti luminosi. Attraversare con la mente e il cuore delle immagini, dei suoni, dei volti. Dei sorrisi, dei corpi.

Non spendo parole sulla trama, questa d’altra parte si può agevolmente reperire in rete. Non le spendo non perché non sia importante, ma direi male delle cose e ruberei invece spazio a quello che davvero voglio dire.

Enzo ed Alessia, in una sequenza del film…

Mi spiazza, intanto. Già dai primi istanti capisco che non può scorrere via senza lasciami un graffio, una ferita. Molto crudo per diversi aspetti. Sarò io che non sono abituato a certe scene così forti, ma faccio fatica a digerire il primo tempo. Le immagini decisamente non mi accarezzano.

E’ appena una azzardata analogia, ma in un certo senso mi rimanda a Delitto e Castigo, per quella parte di desolazione e violenza che si espande, si espande fino a farti sentire una stretta al cuore, farti intendere che è tutto, che è tutto quello che esiste. E che comunque, se pur esiste altro, qui ed ora, se pure esistesse: ebbene, in questo universo, in questa borgata romana, non entra, non detta regole, non istruisce il reale. E’ come se fosse altrove, distante, disperso. Ultimamente, dunque, è come se non esistesse. Lo sai bene, ormai: quello che non avverti, in fondo, per te non esiste. E’ un puro nome, vuoto.

A volte sembra che devi arrivare in fondo, completamente in fondo. Che devi lasciare ogni riserva residua, ogni spazio mentale per dire ma tanto cambierà. Abbandonare ogni tua strategia per cambiare. Devi arrivare ad accogliere quello che succede, esattamente come succede. Sembra a volte che solo lì, solo davanti ad una tua resa completa, possano accadere quegli imprevisti che ti rimettono in gioco.

Sì è un film crudo, sicuramente. Ma questo registro espressivo, si scopre piano piano, non è gratuito, non è fine a se stesso. Perché il contrasto è più vero, poi, te lo senti addosso. Il contrasto con la bellezza e la dolcezza che poi fioriscono, sbocciano (come avviene nell’ultima parte del romanzo di Dostoevskij attraverso la presenza carnale di Sonja). Ma no, non appena il contrasto. Perché non si procede per contrasti, ma per compenetrazioni. Ecco se dovessi descrivere il punto infuocato del film, direi questo: la bellezza che fiorisce dove non ti aspetti.
Ma ancora, non è appena questo. E’ molto di più. Che la bellezza, la dolcezza, arrivi in una situazione di estrema violenza e totale disincanto, materialismo arruffato e totale, pornografia e disperazione, uno se lo può anche aspettare. Può contemplarne la possibilità, diciamo. Ma metti caso invece che la bellezza e la dolcezza non piombino intatte ed inossidabili dall’esterno, al suono limpido e trionfale di un hollywoodianamente salvifico arrivano i nostri. A questo siamo abituati, è roba vista. E’ consona al nostro modo pigro di pensare.

No, quello che mi colpisce dentro, davvero, è accorgermi di una bellezza che fiorisce dentro alla miseria e al degrado. Che non arriva da fuori, in una improbabile (ed ultimamente irritante) esportazione della virtù impermeabile a ciò che incontra ed ansiosa soltanto di redimere. Invece, una bellezza che sposa completamente, accoglie integralmente lo spaziotempo in cui si trova, vive e si sviluppa e brilla in quell’esatto sistema di rapporti. Non ha l’ansia di redimere il marcio, perché nel marcio fiorisce: non perché ami il marcio (anche non si fa problema di questo), ma è perché lì ha la sua funzione d’essere (diceva del resto il grande Fabrizio de André, che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior).

Così seguo Enzo, questo ladruncolo di Tor Bella Monaca, nella sua vita di espedienti e di miseria morale e materiale. Lo seguo, lo spio nella miseria della sua vita quotidiana, fino a che mi viene addosso la sensazione che niente la possa cambiare. E io, così infarcito di pensieri borghesi e di trito buon senso, sarei tentato di lasciar perdere, di non guardare più, di pensare ad altri, ad altro. A darlo per perso. Siamo tutti d’accordo, noi gente per bene, Enzo è perso. 

Però il cuore non è contento. Dire Enzo è perso non lo fa contento. Lo rende pratico, calcolatore, pieno di buon senso (e come non può essere perso, non lo vedi? Perché impiegarci tempo? Ma lo vedi che fa?). Perché non c’è niente da fare – il cuore è contento solo se gli viene spiaccicata davanti la notizia che nessuno è mai perso, nessuno mai. Fino all’ultimo.

Come grida al mondo il cuore di Papa Francesco, tra l’altro. Esattamente così. Dice cose enormi così, e io poi le riduco continuamente alla mia piccola misura. Davvero, sarebbe da prendermi a schiaffi. Ma intendetemi: con gioia, non con rancore. Sì, prendermi a schiaffi (non troppo forte, ovviamente…) con gioia, ridendo come un pazzo, perché vuol dire che mi sto finalmente svegliando.

Così l’amore, inaspettato, inatteso: insomma è quello il canale. Che riversa grazia, dolcezza, che innesta un cambiamento. Siamo seri, nessun discorso, nessuna predica o nessun atteggiamento da crocerossina, nessuna ansia redentrice sarebbero serviti, in quel misero comprensorio di Tor Bella Monaca. E’ l’amore che apre un canale, lo apre quando e dove dice lui.

L’amore è davvero capace di cambiare una persona. Ci sono certi superpoteri in ballo (per la cronaca, pare che fare il bagno nel Tevere non faccia sempre così male, anche se vi invito a non provare). Ma il vero superpotere è l’amore di Alessia. Anche qui, una che all’inizio non gli avresti dato un euro. Una così disturbata e sfortunata nella vita che sono tentato, anche qui, di darla per persa.

Sono tentato, sì, perché il mio modo di ragionare è orribilmente convenzionale. E’ il modo di chi non si aspetta nulla, anche se sostiene tanto spesso il contrario. Dunque è un modo orrendamente volgare, della vera volgarità profonda. Non sono volgari i DVD di film porno che si accumulano nell’appartamento fatiscente di Enzo, suo apparente unico svago. Quella è l’espressione di un grido, semmai. E’ molto più volgare il sentimento borghese di non aspettarsi nulla. Questa è la vera , suprema volgarità. E mi dispiace di essere così spesso volgare, così spesso sporco. Ma sono contento di quanto me ne accorgo, di quanto occasioni come questa me ne fanno accorgere. Perché respiro, respiro di nuovo.

L’amore di Alessia, un amore gratuito, innesta un cambiamento. L’amore cambia, non un discorso. Un amore sbagliato, se volete: che nasce nei posti sbagliati, che si alimenta in modo – se volete – approssimativo e rozzo (significativa che l’unico amplesso venga consumato in fretta e in un posto decisamente poco poetico come un centro commerciale). Ma all’amore questo non importa nulla, non gliene può fregà de meno (per dirla alla romana, tanto per fedeltà alla location).

L’amore di Alessia, la sua morbidezza, il suo stesso seno che viene incorniciato in molte sequenze (vabbé, io ci ho fatto caso, lo ammetto…) come silenzioso ma tenace contraltare alla violenza efferata di diverse scene, come vera bellezza disarmata, rimando ultimo ad una possibile promessa di dolcezza, di accoglienza totale… Ecco cosa compie il miracolo, ecco cosa rende Enzo capace di cose che non avrebbe mai pensato di poter fare. E soprattutto, non avrebbe mai pensato di voler fare. 

Perché l’amore sboccia dove vuole, e quando vuole. E ognuno può essere salvato, e può a sua volta salvare, se preso in braccio da questo amore. Ognuno, sempre. Sì fa fatica capirlo davvero, perché capirlo vuol dire, in fondo, rinunciare al nostro delirio di progettualità e alla nostra ipertrofia del giudizio (sugli altri, e su noi stessi).

Vuol dire solo questo, arrendersi a questo Amore. 

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Fede

La fede cristiana ci riporta cioè ad una esperienza del tutto ordinaria, quella in base alla quale noi nasciamo e cresciamo attraverso la parola umana, e specialmente quella parola benevola e amorevole che dice Bambino mio, quanto ti voglio bene e se non ce lo dice con pieno affetto noi soffriamo da morire: Questo è il rapporto di Dio con l’uomo: DIo parla con l’uomo bene-dicendolo, e parlando con lui con amore incondizionato gli forma una identità spirituale libera, lo risana da tutte le male-dizioni familiari e storico-culturali che lo hanno ferito… 

(Marco Guzzi)

Così la fede calma e soddisfa il bisogno di amore e protezione che ti porti dentro, viene a levigare quella ferita che segna i rapporti con le persone, con le cose. Quella ferita originata tanto tempo fa, che ti porti ancora appresso, che segna i rapporti con il mondo e con le cose. Non è niente di automatico: è’ una sfida, per cui ogni volta bisogna ripartire. Ogni volta e sempre si può ripartire. Ogni mattina si può dire di no (anche se magari gestiamo diecimila attività parrocchiali o di gruppi cattolici, movimenti) oppure dire di sì. In fondo, mi dico, quello che conta – quello che ora serve – non è tanto l’enunciazione teoretica di alcune verità, ma il lavoro che facciamo su queste.

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Per guardare il mondo con amore, serve questo, appena questo, sentirsi amati…

Così vedo le cose, e  possiamo ben dire che non è la prima volta che su questo blog si ragione intorno a questi argomenti. Eppure ogni volta che ci ritorno, mi sembra di illuminare la cosa da un angolo leggermente diverso (come il satellite GAIA, che vedrà una stessa stella anche settanta volte, ogni volta portando nuovi dati, così possiamo fare qui, per quello che ci preme di più… )

Queste cose le scrivo qui per me, in fondo, e fanno parte di qualcosa non sistematizzato, ma in perenne ebollizione interiore. Le scrivo per me per coltivare e far crescere un luogo dove io possa riflettere su me stesso e sentirmi a mio agio. Un luogo che penso in questo modo, morbido e conciliante. Un luogo dove le parole non servono a ferire, a distinguere, a separare: ma servano innanzitutto per guarire. Sempre da Marco Guzzi, prendo in prestito un’altra frase: 

.. La scrittura, infatti, possiede di per sé un’incredibile potenza di autoconoscimento e di guarigione.

Ci vedo dei colori pastello, leggeri. Ci vedo l’idea di un tranquillo pomeriggio di sole, vissuto al riparo di un fresco pergolato, magari. Una casa riparata e tranquilla, ma non isolata. Qualcosa costruito con le parole, parole di guarigione…

Fateci caso. Le parole che guariscono sono sempre quelle che intendono correttamente le cose. Tante cose sono state dette sulla fede, tanto alto è il rischio di fraintendere, di restare imprigionati in definizioni sbagliate, limitanti, castranti. Quella di Marco Guzzi che ho messo in apertura, fa risuonare qualcosa di bello in me, tiene vivo e zampillante un desiderio buono di pace e di assestamento psicologico costruttivo, di superamento di tutto ciò (laico o clericale che sia stato) che mi ha fatto male, mi ha ferito… un desiderio dolce di guarigione, appunto. 

Perché il punto è questo. Mi accorgo che la fede viene vista da molti come qualcosa… che non è. Come se un cristiano (o un buddista, un induista, se volete) dovesse avere un ricettario, una lista di cose che non può fare, di curiose limitazioni – come se fosse uno che vuole complicarsi la vita. Invece vuole semplificarla, vuota gustarsela. Senza starsi a tormentare troppo per il fatto che siamo limitati, che possiamo sbagliare. Peccato, davvero peccato,che ti fanno credere che per gustarla devi starci lontano, dalla fede… 

Insomma, cosa è per me, la fede? La fede è – anche – la possibilità di scorgere un significato in ogni cosa e in ogni circostanza. E’ non giudicarsi (io non giudico nessuno, neanche me stesso, diceva Don Giussani), è essere lieti di essere amati, come si è (anche se io sono un mucchi di letame, Cristo è più grande del mio mucchio dl letame, sempre Giussani).

Su tutto, sapere… sentire… che io sono amato, adesso.

Sapere che mi posso rilassare, perché sono molto, molto amato. 

Ecco il punto. Ecco il punto vertiginoso fondamentale dell’universo. Essere amati.

E’ tornare a giocare col mondo, come si faceva da bambini. Perché si giocava fino a che si pensava, si intuiva, che tutto avesse un significato. Che ci fosse una presenza buona a proteggerci, a tirarci fuori dai guai, qualsiasi cosa avessimo combinato. Quando abbiamo bevuto il veleno che – a volte con le migliori intenzioni – ci hanno somministrato (niente ha valore, tutto è opinione, niente esiste in fondo, tutto è appena una accorta flessione del discorso), ecco che abbiamo anche immediatamente smesso di giocare. Magari abbiamo detto sì sì, così stanno le cose, siamo adulti, siamo cresciuti e – fateci caso – abbiamo smesso subito di giocare, di divertirci.

Senza la fede la vita ti diventa una cosa dannatamente seria. 

Ora a me pare una cosa, cioè che a volte siamo così impastati di questo veleno, credenti e non credenti, che si dura una fatica da matti. Ogni giorno dire e ripartire, rifiutando il nichilismo e la sottile (più o meno quieta) disperazione. Ogni giorno scegliere di appartenere…

Al fai ciò che vuoi perché niente ha valore in sé preferisco il Ama e fai ciò che vuoi di Agostino.

C’è un abisso, in mezzo. Grande come la possibilità di avere un cuore – di nuovo – lieto.

Poi non facciamo noi le cose, anzi se ci mettiamo di mezzo noi, di solito facciamo guai. Perché abbiamo questa tentazione di decidere noi, di voler sistemare noi, di non lasciarci andare, di non affidarci. Di pensare che ci sia sempre un’alternativa più furba. Penso che sia una tentazione nota ai praticanti di ogni religione, di qualsiasi forma di spiritualità. 

Tanto che sempre Giussani, individua proprio qui la drammaticità della vita: “La drammaticità della vita consiste nella lotta tra la pretesa affermazione di sé come criterio della dinamica del vivere e il riconoscimento di questa Presenza misteriosa e penetrante” (citato in Vita di Don Giussani di Alberto Savorana, al Capitolo XVI).

Questa drammaticità, d’altra parte, fa sì che venga perennemente chiamata in causa la nostra libertà. E che nessuna adesione sia mai un atto meccanico ed automatico, come una sorta di tessera acquisita una volta per tutte – ma qualcosa che va scavato ed indagato sempre. 

La cui convenienza, appunto, è da ricercare ogni giorno. Così che uno si butta, idealmente, nella vita e fa la verifica. La verifica della convenienza della fede. 

E’ questo il cammino, mi pare di poter dire. E’ questo che può rendere la strada, una strada  bella.

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Durante la salita

Che poi, è quello che ci definisce durante le azioni minime che parla molto di più di tanti proclami o anche di tanti comportamenti “eroici” che possiamo mantenere in determinate situazioni più o meno cruciali, più o meno eclatanti. E’ proprio quando le luci del sipario sono spente (o pensiamo che lo siano) che si vede davvero l’umanità dell’attore. E e azioni minime rivelano molto di noi stessi, di dove appoggiamo il nostro cuore, del posto dove ci abbeveriamo per la nostra sicurezza. Vedersi in azione è scoprire quello che ci fa vivere, è davvero un processo dinamico, un lavoro eminentemente sperimentale, non accademico.

Pensavo stamattina qualcosa così. Pensavo a come sarebbe bello essere definito durante le azioni minime, quotidiane: quella senza una apparente gloria in se stesse, quelle che – per la nostra testolina limitata – fanno appena da ponte per rendere possibili altre azioni, certamente più pregnanti e degne d’esser ricordate. Pensavo ma chi mi vuole bene durante la salita del garage? Una cosa completamente ordinaria: accendi la macchina, giri due curve, apri il cancello con la chiave magnetica (il telecomando, per i più facoltosi) e fai la salita. Una manciata di secondi appena, tutto qui.

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 Sì’, d’accordo – dico io – ma chi mi vuol bene in questo momento? Tu dici, ma che ti importa? Stai andando al lavoro, hai le cose da fare, poi torni a casa e certo trovi tua moglie, i figli. Hai gli amici. Insomma non ti manca niente. Sì ma adesso? Insisto io. Chi ha il tempo e la voglia di pensare a me adesso? Io sono fatto così, se credo che nessuno mi voglia bene da morire ora, in questo momento, qualcosa inizia ad andare storto, qualcosa subito appassisce, l’entusiasmo si stempera, le paranoie avanzano. Insomma non mi ci trovo bene a non sentirmi amato da pazzi.

Lo confesso. Normale o no, io ho una fame di amore pazzesca, forse esagerata. Se cerco di mettermi in salvo con una serie di strategie mentali mi stanco e non ottengo quasi nulla. Tutto il repertorio di raccomandazioni moderne e un po new age di imparare a volersi bene da soli va subito fuori giri – come un motore a frizione abbassata – se non c’è Qualcuno che mi vuole bene prima di tutto. 

E anche le azioni minime vanno a pallino.

L’ho ben capito, sono le azioni minime quelle dove rischio di sentire di più il vuoto, di essere colpito da quelle momentanee ma brutali assenze di significato, che mi schiantano e mi confondono. Chi mi sostiene, tra una “grande impresa” e l’altra? Nella vita ordinaria, come me la cavo? E’ anche una questione di non accontentarsi. Di desiderare un amore che ti abbracci e ti accompagni sempre, anche e soprattutto nelle azioni minime. Non essere mai solo anche nelle azioni più piccole, quotidiane. Ma chi mi vuol bene durante la salita del garage? 

Tutto parte dalla consapevolezza di essere amata, quando hai capito quello, è fatta.

Sto leggendo in questi giorni il libro di Costanza Miriano Obbedire è meglio. Mi piace molto, ha uno stile semplice ed accattivante, un sapore di vita in corso. E’ tutto trapuntato dalla convinzione che (contrariamente a quanto ogni persona moderna e “libera” ritiene di dover pensare) essere cristiani conviene. Sì, perché sul fatto che si possa essere cristiani i più ormai non si stracciano le vesti. Dopotutto, dicono, siamo liberi. Ma sul fatto che convenga esserlo, questa è tutto un altra cosa. E’ tutta un’altra pretesa, questa. 

E tra un episodio e l’altro di vita familiare ti imbatti in queste illuminazioni (quasi alla Rimbaud, con le dovute differenze). Perché è così, è lasciarsi andare ad essere amati. Anche quando fai la salita del garage. E allora – nel momento in cui lo capisci, cambia tutto. Fare la salita del garage sapendo di essere amati sempre e comunque è tutta un’altra cosa, dovreste provare (a me a dir la verità capita ancora poco ma quando capita è una festa: mi viene perfino da sorridere ed essere di nuovo amico del mondo).

Nel momento in cui lo capisci. Nel momento. Perché è una cosa dinamica. Non è che te lo metti in scarsella per sempre. Ogni volta devi decidere, decidere se dire di sì. Se starci. 

“La libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio” (Benedetto XVI, Spe Salvi)

Ogni uomo… ogni momento. Il gioco è iniziare sempre. Perché, secondo me, uno prima di tutto non crede in un Mistero amorevole per un “dovere” o un senso etico. O perché si è convinto leggendo dotti trattati di teologia. Uno si affida (o piuttosto, ritorna continuamente ad affidarsi, appena può, appena si rende un pochino conto) per un senso di convenienza personale, perché si vuole bene. Perché le cose funzionano meglio, i meccanismi girano più oleati. Ed è conveniente lasciare entrare un Amore che avvolge, avvolge e ti corrisponde come un guanto. Tanto che a volte questa convenienza ti brilla così davanti (o magari brilla nei volti di un amico, o anche di un illustre sconosciuto) che ti stufi perfino di resisterGli, e sono momenti benedetti.

“La sostanza della santità è la docilità, mentre vivere secondo la carne è voler controllare tutto.” Costanza hai ragione, accidenti. Finalmente detto in questo modo la cosa mi suona interessante. Perché c’è l’amabile rischio, una buona volta, di rilassarsi un po’. Di affrontare la salita del garage con un sorriso (a costo di farsi guardar strano dai passanti, appena sbuchi fuori).

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Amore

Bella storia parlare dell’amore, oggi. Impegnativa. Sull’amore si sono scritte milioni di righe, si è detto di tutto, si sono scontrate teorie ed opinioni. Allora piuttosto che parlarne ancora, oggi si può soltanto lasciare uno schizzo, un’impressione.  

Un’ombra di parola, un taglio di luce. 
Un tassello in un mosaico. 

Ecco cosa proviamo, 
qui.

Cos’è che mi fa andare verso l’altro? Perché non mi basto? Come mai l’innamoramento svapora ad un certo momento? Poche chiacchiere: stiamo a ciò che accade. Accade che puoi trascorrere ampi margini di vita quotidiana vicino a tua moglie o tuo marito senza quasi guardare chi hai accanto. E poi d’un tratto, per una parola, una attenzione, una carezza, ti ritrovi dentro quel fatto, il fatto che sei innamorato ancora… 


Cavolo, ti viene da pensare. Proprio quando avevi pensato che ne eri fuori. Che avevi teorizzato che l’amore era roba per giovani. Che sì, certo, ti dispiaceva abbastanza non essere più innamorato, ma almeno avevi capito come vanno le cose.
Invece no, non sei uscito dal gioco. E non ti raccapezzi più (sei contento, ma non ti raccapezzi).
Tutto cospira a pensare che si stia girando attorno ad un mistero. Per chi vive da tanto tempo insieme ad una altra persona, il mistero dell’abbracciare la differenza si fa vivo in tutta la sua ineluttabile luccicanza. 

Nell’amore si fa esperienza di qualcosa di più grande, di un mistero che eccede i due e che si esprime con un sospiro, non certo un sospiro di rassegnazione, ma un sospiro che esprime un anelito. Se non c’è sospiro è inevitabile cadere nella pretesa verso l’altro e nella rabbia per la propria ed altrui inadeguatezza. (Eugenia Scabini, qui e di seguito)

La verità, vi prego, sull’amore. Mai come in questo caso non riesco più a sopportare elucubrazioni e discorsi disancorati – secondo me – dalla semplice verità delle cose. 

Il matrimonio viene spesso contrabbandato come un’armonia magica, mentre è un’impresa che ha in sé un’evidente drammaticità, in cui le differenze sono un dato naturale e ineliminabile. Non serve applicarsi a limarle, come se volessimo cloroformizzare la realtà e, in fondo, negarla.

Questo è il discorso più onesto che potrei fare sull’amore coniugale. Questo è il parlare più spogliato di illusioni e velleità e desideri e più possibile ancorato alla vita reale, così come mi appare davanti agli occhi, ogni giorno. 
Diminuisce, inevitabilmente, la passione più istintuale. Ma di più, più di questo. Svapora l’illusione che la presenza dell’altra persona sia la chiave di interpretazione del cosmo, dell’universo, della vita. Di essere al riparo dall’esigenza di senso, dalla ricerca.
Eppure c’è qualcosa che cresce, dicevamo. Qualcosa che nella fase di innamoramento non si può nemmeno sospettare.
Certo cresce appunto il senso della distanza, del fatto che l’altra persona sia inesplicabilmente diversa da come siamo noi. Sia diversa anche da come la vorremmo, in fondo. 
Ma non è questo, non è questo che mi stupisce, dopo tanti anni di matrimonio. Questo casomai mi fa arrabbiare, disperare, deprimere – quando non lo accetto, quando non lo voglio accettare.
Il che avviene ancora troppo spesso.
Eppure non è questo il punto.
Quello che mi stupisce, quello che cresce e mi stupisce, è notare come tutta questa distanza venga coperta, abbracciata, travalicata. Dall’amore. Succede. Succede ed è una cosa francamente incomprensibile. Cioè, tu vedi questa persona così insanabilmente differente da te che ti vuole bene, e tu capisci anche – con grande costernazione, con commozione e costernazione insieme – che tutte queste differenze non impediscono che tu le voglia bene

Due persone che vivono l’esperienza dell’amore vero “sospirano”, perché attraverso l’altro si affacciano all’infinito, tenendosi per mano si incamminano insieme verso il compimento di entrambi.

E volersi bene attraverso le differenze (non dico sforzarsi di farlo, intendo proprio vedere che accade) scusate ma per me resta un mistero. Un mistero che non censura nulla (la noia, la stanchezza, i risentimenti, tutto quello che volete). L’amore provato e temprato di un matrimonio ha una robusta architettura – un punto di stabilità, anche davanti alle mancanze dell’uomo e della donna, alla loro luminosa e commovente imperfezione – che non ha confronti, nemmeno con quello bellissimo sfavillante dell’innamoramento. Diciamolo, è proprio un mistero.
Un mistero che si va approfondendo e rendendo più presente, ogni giorno che passa. 
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L’amore e il camioncino

Te lo devo dire. Da un po’ di giorni vado avanti e indietro in macchina con i tre dischi del nuovo lavoro di Mark Knopfler, Privateering, che ho avuto la lungimiranza (con il senno di poi) di acquistare da Amazon nell’edizione Deluxe. Però non ti voglio tediare con una recensione, tanto se vuoi ne trovi quante te ne pare in rete. Allora ti spiego cosa ho fatto io (mettiti comodo, tanto la giornata è  piovosa, favorisce il tranquillo ragionamento). Dopo essermi digerito il primo, per curiosità ho saltato temporaneamente il secondo – per ora – e ho puntato direttamente al disco bonus, quello con le tracce aggiunte. Non ero convintissimo che valesse la pena, prendere anche questo disco. Hai presente, no? Ti danno questi dischi aggiuntivi con brani che tu li senti e dici, beh avevano fatto bene a scartarli. 

Io temevo una cosa del genere. Cioè ti dico, avevo già incasellato il prodotto. Fino a che non l’ho ascoltato, questo disco aggiuntivo. Apriti cielo, dopo un primo brano simpatico ma non trascendentale (anche se mi piace molto come la batteria sottolinea certi passaggi), ti arriva addosso una versione di Cleaning My Gun che dire trascinante è dire davvero poco. Ragazzi, vi rendete conto? Ma se Mark suona una cosa simile quando viene a Roma e io sono lì a sentirlo (sì sì ho già il biglietto), ma insomma… che altro chiedere? Anche la versione di Sailing to Philadelphia è pacata e gustosa, come deve essere. Una chicca è il brano di chiusura, Hill Farmer’s Blues, con quel giro di chitarra che ti entra in testa e non ti molla più, che dice che le cose sono belle e interessanti dopotutto. Non so, almeno a me lo dice. E su quello infatti puoi costruire qualsiasi struttura. Ci credo, hai già affermato la positività di tutto, hai voglia che puoi costruire!
Vabè lo so che stai pensando. Vedi questo che parla di un album che nemmeno ha sentito tutto. E hai ragione. Ma aspetta, non andare (tanto fuori piove ancora). In realtà quello che volevo dire è più elusivo, decisivo ma delicato, insomma. E’ l’innamoramento, ecco. E’ che è una cosa strana. E’ sempre un mistero, in qualche modo. Non dico soltanto innamorarsi di una donna, o di un uomo. Dico anche innamorarsi di un disco, di una musica, di un libro, di un film. Ora ti entra in testa e si attivano tanti collegamenti. Si desta una energia particolare. Ti senti più vivo.

Ricordo alcune grosse infatuazioni artistiche. Tubular Bells 3, di Mike Oldfield. L’ho sentito di continuo per un lungo periodo. Ha una energia particolare, direi una qualità di energia limpida, contiene secondo me qualcosa di spirituale. Allora, il disco si apre con il rumore del vento, che delicatamente modula una struttura di sei note, che poi viene ripresa in tutto l’album. Ebbene, ti dico, io ancora adesso quando sento il rumore del vento, spesso sento anche le note del disco. Se non le sento ce le metto io, le aggiungo mentalmente, come indispensabile complemento.

Un’altra simile è stata causata dal bel disco di Kate Bush, Aerial. Ora, come probabilmente saprai, in realtà è un cofanetto di due CD. Elegantissimo, tra l’altro. Forse quello con la copertina più bella degli ultimi anni. O meglio, la parte interna della copertina. I delicatissimi colore sul marrone, la ragazza al tavolo. La sua espressione. Il calamaio, la penna. La finestra e l’albero di fuori. La gloria delle piccole cose, riscattate da una festa di colori dolci. L’apertura del secondo disco è stupenda. Le note delicate del piano, la voce di bimbo che parla ai genitori di un cielo pieno di uccelli e subito il classico richiamo della tortora che accompagna poi tutto il disco. Il pianoforte ribatte gentile sulla struttura ritmica del richiamo, la musica si costruisce intorno, pian piano. E per me è così, ormai non c’è verso. Ormai quando sento la tortora mi immagino di stare dentro il disco. Se sento il suo verso mi immagino subito le note ribattute del pianoforte. Tu-tu-tuu. Tu-tu-tuu.

Aprendo il disco di Kate Bush si trova questo bellissimo disegno…


Ora mi sta capitando qualcosa di simile con il camioncino. Sì il camioncino che campeggia al centro del disco di Mark Knopfler. Quando vedo un camioncino appena appena simile girare per le strade, lo guardo con un affetto tutto nuovo, con una attenzione che non gli avrei mai concesso. Prima.

Il camioncino di Mark, ora anche mio 🙂

L’amore, l’affezione, ha qualcosa di unico. E’ una cosa che ha radici misteriose e attorno a cui si organizza e si rimodula la stessa percezione del mondo. Questo vale per il grande amore, per una passione, per qualcosa che desta il senso del bello. Non c’è verso. Nell’ambito un amore tutto viene riorganizzato.

Diceva Romano Guardini, Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito. E mi sembra di capire, la stessa dinamica vale per ogni amore. Ogni cosa o persona attraverso la quale il senso di una armonia e bellezza universale ci raggiunge.

Anche attraverso un camioncino, per dire.

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Moglie, felicità e cedevolezza

Andiamo subito al punto. Per me, per il punto in cui sono, per la mia età, per tante cose, è diventato importante, prioritario, capire l’importanza della famiglia. 

Hai presente, il tipo di cose che tu dai per scontato e quindi corri rischi. Come sempre quando dai per scontato qualcosa, lo riduci, lo interpreti parzialmente. Soprattutto, blocchi quello scambio fecondo tra ciò che hai ridotto e la tua interiorità, la tua anima. E non sto parlando del rischio di essere moralmente ineccepibili anche come sposo o genitore (con le propre forze soltanto, del resto, è impossibile). Non si tratta di non sbagliare. Parlo del rischio ben più grande di trascorrere gli anni senza gioire abbastanza di quanto si ha, senza rallegrarsi della bellezza di una lenta costruzione, di un cammino da fare insieme. Più lenti o più veloci,  candendo e rialzandosi. Non è il problema.

kissing shadows
Kissing Shadows, by -clo

Il rischio per me è un altro. Rischio di guardare mia moglie come una persona che può compiere il mio desiderio. Necessaria e sufficiente, diciamo, a farmi sentire bene.

Spesso cado in quest’atteggiamento mentale. E sbatto presto contro un muro, perché (come poi devo capire) sto forzando la realtà e le persone in una interpretazione errata. Allora la mia delusione è dietro l’angolo. Tutto perché guardo la mia sposa nel modo sbagliato, con una pretesa. Senza arrendermi al fatto che lei sia segno.


“Se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto.” diceva Juliàn Carròn qualche anno fa.
Rilke lo dice proprio bene: Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.


Una pienezza delle quale l’altro è segno. Solo questo può essere degna continuazione dell’estasi dell’innamoramento, limitata per sua natura. Solo questo posso ragionevolmente accettare in un rapporto che dura nel tempo: una pienezza maggiore. Non ho proprio voglia di accontentarmi di qualcosa di meno.

La buona notizia è che questo mi fa capire come affidarsi (cedere, attratti da questa prospettiva di pienezza… invece che logorarsi i muscoli e la volontà nel tentare di essere buoni o all’altezza o non fare sbagli), non è qualcosa di astratto, ma è qualcosa che ha molto, molto a che vedere con la felicità. Anche quella coniugale.


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