Blog di Marco Castellani

Categoria: Battisti

Lucio Battisti arriva su Spotify

Era molto, che molti di noi lo aspettavano. E credo si possa dire, si possa dire senz’altro, che da qualche giorno siamo tutti un poco più ricchi. Dal 29 settembre, per la precisione. Giorno in cui il catalogo del “primo Battisti” (quello del sodalizio con Mogol, che ha prodotto moltissimi indiscutibili capolavori), è approdato finalmente sulle piattaforme di ascolto in streaming. Ovvero, nel luogo esatto dove in questo momento storico, si ascolta la musica, principalmente. 
Verso la fine degli anni ’60
Come ogni fan di Lucio Battisti già sa, anche la data di questo evento non è una data scelta a caso. Riprende direttamente il titolo di una sua celebre canzone, una delle prime, appunto. Comunque, che Lucio Battisti ci sia mancato, su Spotify (e simili servizi ovviamente), è per me la semplicissima verità. Che ci sia mancato molto, intendo.

Così se pur rimane, per me, il desiderio (o il sogno) di avere a disposizione il catalogo completo, comprensivo del secondo periodo di Lucio, quello in collaborazione con Pasquale Panella (tanto bello e luminoso quanto ancora sostanzialmente non compreso) c’è comunque tutta la gioia di avere intanto alcuni dei suoi album più celebri, finalmente disponibili sulle piattaforme di streaming. 

Che è davvero un arricchimento, per tutti. Non entro nel merito delle controversie legali che hanno tenuto le splendide melodie di Lucio lontane da Spotify e soci, non mi interessa qui. Dico soltanto che non sono per nulla d’accordo con chi ritene questa una commercializzazione e uno svilimento di alcuni degli album più belli della musica italiana. Au contraire! 
Pensiamoci un momento. Ormai l’ascolto in streaming è la modalità normale di fruire della musica, per moltissime persone. Iniettare le canzoni di Battisti in questo circuito è riportarle in un certo modo in vita, rimetterle a disposizione di tutti, veramente. Permettere che questa musica fluisca finalmente fuori dal contenitore del CD, che ormai (in termini di modalità di fruizione) comincia a mostrare tutta la sua età.

No, non è che averli su Spotify è semplicemente avere aperto un’altro canale di fruizione. E’ che questo canale è particolarmente ricco e ha delle sue peculiarità. Brani come Emozioni, oppure Non è Francesca – brani che sono come la pietra angolare di tanta espressività musicale del nostro paese – di fatto, facendosi liquidi, circolando in forma di bytes nei circuiti musicali (ufficiali e legali) entrano di fatto nel regno dell’intelligenza artificiale, e di tutto quel che si può fare con essa.

Non sono ascoltabili soltanto come album, appunto. Ben altro, già li aspetta. Infatti, esplodono nei colori della modernità, che vuol dire che diventano il centro propulsore di compilations, playlist, “radio” tematiche, e ogni altra derivazione che i sapienti algoritmi dei servizi di streaming oggi possono proporre. Escono prepotentemente dal “compartimento stagno” del compact disc, sostanzialmente  e costituzionalmente refrattario ad ogni ibridazione e contaminazione, digitalmente asettico e in sé stesso conchiuso, e si aprono al resto del mondo (musicale), fecondano e fermentano una serie imprevedibile e quasi insondabile di possibili articolazioni. Tutte da indagare e da godere, per chi è appassionato. 
Insomma, il punto è che le canzoni di Battisti in qualche modo, crescono, con questo passaggio importante. Diventano qualcosa che non era nemmeno pensabile, nel momento in cui sono state concepite. L’arte che spiazza e decentra incontra la precisione informatica dei più sofisticati algoritmi, un matrimonio tra diversissimi che, forse proprio per questo, promette di durare ed essere anche molto fecondo.

Per dire, ora una delle tante playlist di musica italiana non sarà più costruita attorno ad una mancanza, ma guadagnerà senz’altro caratteri di integrità e completezza, mai azzardati prima di questo fine settembre.

E il consumo della musica di Lucio Battisti diventa anche tracciabile, monitorabile, indagabile. Alfine, esposto e disposto al data mining, in tutte le sue forme, presenti e future. Al momento che finisco di scrivere questo post, il conteggio delle riproduzioni dei brani più gettonati (termine alquanto desueto ma in fondo adeguato) del nostro, sono (guarda un po’) quel 29 settembre nel quale tutta questa storia ebbe inizio (577.509) poi Mi ritorni in mente con 540.761 riproduzioni e appena dopo, immancabile capolavoro, Il mio canto libero (501.338 riproduzioni). Sono i tre brani che, all’alba del 3 ottobre, hanno passato il mezzo milione di riproduzioni. E sono passati appena quattro giorni e un pochino, dall’apertura del catalogo. C’è da scommettere che quando leggerete queste righe, i numeri che ho riportato siano già ampiamente superati.

Insomma. C’è bisogno di buona arte, di buona musica, di buon parlare, in questo mondo, troppo spesso asservito alla distrazione e al chiacchiericcio. Mettere Lucio Battisti in rete risponde (al di là delle ovvie logiche commerciali, sempre presenti) a questo bisogno, va in questa direzione. Dunque è una cosa bella, luminosa. Che fosse prudente “preservare” Lucio dai social, dalla rete, come dicono alcuni? Forse, in un certo senso. Teniamo conto però che troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante, come ci ricorda proprio il nostro cantautore (La collina dei ciliegi, ovvero qualcosa che sta alla musica popolare italiana, per lo splendido equilibrio, come una sonata per pianoforte di Mozart sta alla musica classica).

Aggiungendo, e quasi sempre dietro la collina il sole.

Quando avremo anche il catalogo del secondo Battisti, i meravigliosi cinque album con Pasquale Panella (tanto sperimentali quanto autenticamente godibili) avremo ancora un poco più di sole, nelle orecchie e sulla pelle, in ricircolo nel cuore. Per ora, godiamoci queste piccole gemme. Ironiche, scanzonate, profonde, canticchiabili. Diciamolo, eterne.

Grazie Lucio. Ci ritorni in mente, oggi più che mai.
E comunque, ci manchi.

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Tuona di già…

Non c’è niente da fare. Oggi mi rientra nei neuroni continuamente. E’ quel grumo di note e parole che definisce la mia giornata, la identifica e la separa dalle altre.
 
 
 
Complice il tempo che su Roma è veramente di diluvio accentuato, complice anche il fatto che l’ho risentita stamattina in automobile, venendo al lavoro.
 
Complice soprattutto il fatto che, sotto la scorza un po’ difficile, come quella tipica delle canzoni del Battisti “secondo periodo”, si schiude dopo qualche ascolto una tenerezza bellissima. E si rivela per quello che è, una stupenda ed appassionata canzone d’amore.

 


Così un amore, un fatto apparentemente privato, assume una rilevanza immediatamente cosmica, totalizzante.

 

Perché un amore non può assumere nessun’altro tipo di rilevanza, dopotutto.

Altrimenti non è niente.

“Tuona di già / stai buona…”

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Take five (Lucio sei grande)

Di solito uno non ci pensa. Fa le sue cose e non ci pensa. Se gli dici, ma hai presente che ci sono gli ultimi cinque album di Lucio Battisti? Hai presente la bellezza? Quello magari ti guarda strano, non è che capisca bene. Ti dice, ho le bollette da pagare, devo passare dal commercialista o – peggio ancora – devo andare dal dentista. Devo accudire un mio parente anziano, ho la macchina in panne. Mia moglie non mi capisce. Cosa mi importa degli ultimi cinque album di Battisti adesso?

Io pure risponderei così, a prima botta (o qualcosa di simile, ci siamo capiti).

E’ proprio questo il guaio.

Che la gente non si accorge che c’è la bellezza, in giro. Non vi attinge, nei momenti di difficoltà. C’è questa dannatissima idea che uno per attingere alla bellezza deve aver sistemato tutto, deve star bene e a posto, rilassato e ben nutrito, deve aver messo a posto tutti i desideri e gli istinti. Poi pensiamo alla bellezza. Devastante, devastante.

No, è che anch’io in fondo sono così, è per questo che è devastante. Altrimenti erano problemi vostri, e pace. 

Prendiamo Lucio. Gli ultimi anni sono quelli della collaborazione con Panella, e della sperimentazione sonora. Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza, Hegel. Dal 1986 al 1994. Posto che sono dei capolavori ancora in larga parte non assimilati (dopo tutti questi anni!), ecco che si pone il problema. 

600px Lucio Battisti Hegel svg

L’ultimo lavoro. “E” sta forse per End. La fine. O forse un inizio nuovo…

Per me questi lavori trasudano bellezza. Anche a distanza di anni, quasi dieci dall’ultimo lavoro (che stavo riascoltando in questi giorni), c’è qualcosa di coraggioso e di sublime che attraversa anche i brani meno riusciti. Ma chi glielo ha fatto fare? Chi? Prendiamo il Battisti di Una giornata uggiosa (1980). Fama, riconoscimenti, soldi. Un percorso collaudato. Con un paroliere d’eccezione come Mogol, tra l’altro. E che ti succede? 

Che si cambia. E già (che – detto tra noi – non ho ancora ascoltato, ma confido che questo non indebolisca la mia tesi)  è il manifesto del cambiamento.

Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale, mostra a te stesso che non sei un vegetale. E per dimostrare che si può cambiare, sposta il confine di ciò che è normale. Bella giornata è questa qua, l’aria più fresca ti esalta già, il momento migliore per cominciare un’altra vita, un altro stile (Scrivi il tuo nome)

Così cambia tutto. Si prendono nuovi rischi, si fanno nuove scelte. Nuove collaborazioni, nuove sonorità. Nuovi testi: poetici, preziosi. E inizia l’avventura straordinaria. Ora mi permetto una digressione: la musica attuale è così tristemente immediata nella melodia e nelle parole. Soddisfazione immediata, o cambi pezzo (o stazione radio, o file mp3). Al primo ascolto hai capito tutto. Non c’è un rapporto da approfondire, se non va cambi. Poi ti stufi, e cambi. Un dongiovannesco sfrenato. Un libertinaggio forzoso (neanche deliberatamente scelto). 

Qui c’è di entusiasmante che al primo ascolto non capisci nulla. Nemmeno riesci ad arrivare alla fine del disco (quasi come con Amarok, ma questa è un’altra storia). Poi riparti, e ti inizia ad entrare in testa un passaggio, una sequenza di parole. Vorrei segnalare questo fatto, vorrei avvisare: le sequenze di parole di uno qualsiasi di questi album ti possono ricorcolare in testa a distanza di settimane, mesi. Anni. Ok, non le riesci a spremere tutte subito. Non come le altre canzoni, scarti, mangi, digerisci e ciao. Una botta e via, amici come prima, non mi ti filo più, chi si è visto si è visto.

Qui invece ti ricircolano dentro, ci pensi quando meno te lo aspetti. E estrai nuovo succo, quando meno te lo aspetti.  E’ più un matrimonio che una avventura occasionale. E’ il rapporto con una sposa non con una amante. Del resto,. non è una cosa nuova, non è invenzione di  Lucio (meglio, della somma arte Panella, il paroliere). Si chiama in termini semplici, si chiama poesia.

La sposa occidentale che sembra quasi ridere / e invece lei respira, / quasi piangere, ma gira / dall’altra parte il viso, ma ritorna / portando sue notizie inaspettate; / amando tutto ciò che adora, / chiama con nomi fittizi le cose: /così, semmai, le rose / son spasimi, per ora. (La sposa occidentale)

Poi l’ultima canzone dell’ultimo discoLa voce del viso. La bocca.  E’ come se riassumesse tutta la poetica dei cinque dischi, ma in fondo di tutto Battisti. L’elogio commosso e stupefatto della bellezza. Più che elogio: il tributo. La bellezza che addolcisce il mondo, la vita quotidiana. La bellezza che nelle canzoni prende le sembianze dolci della donna, della ragazza. Seguita e indagata con una sorta di divertita tenerezza, e insieme di sbigottimento davanti al mistero. Al mistero di qualcosa che non si può spiegare compiutamente, in parole umane. 

Quest’opera sensibile: 

il tuo volto che si manifesta ed è 

oltre l’ordine della natura.

Il primato del principio del piacere sulla fredda razionalità. E’ paradossale perché spesso l’ultimo Battisti viene etichettato frettolosamente come cerebrale e invece secondo me non c’è niente di più passionale, di più sanguigno ed insieme di più teneramente appassionato. 

Ti spadroneggia allora il tuo godio, 

disincantato in quanto, 

più è restio al racconto lenitivo, 

al riassunto giulivo. E non è riso appunto 

e non è pianto il tuo perché il racconto è il riso e pianto il suo riassunto. 

Sul viso la sintassi non ha imperio, non ha nessun comando. 

Vado in visibilio qui, non riesco più ad essere distaccato, nemmeno un po’. Ma vi rendete conto? Sul viso la sintassi non ha imperio non ha nessun comando. Vince la bellezza sul razionalismo! Ecco cosa canta Lucio come ultima cosa, cosa ci regala prima di partire.  Vince una Bellezza su tutte le nostre preoccupazioni.

E tanti altri esempi…. per esaurire l’argomento ci vorrebbe un libro. O due. Ma qui illumino per schegge, momenti, impressioni. Epifanie. 

Comunque torno al punto, perdonate la divagazione. Il punto è che uno non ci pensa. Non  ci pensa agli ultimi cinque dischi di Battisti. Dite la verità, quante volte ci avete pensato? Sono tempi dure, dite. Ci sono altri problemi.

E io dico che è proprio il tempo di pensare agli ultimi dischi di Battisti, proprio perché sono tempi duri.

Proprio perché sono tempi duri, ci vuole la bellezza. Ci vuole la poesia.

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Pensieri (che ne so io di un campo di grano?)

Pensare è un’attività favolosa, senza confronto. Una meraviglia quotidiana a cui siamo fin troppo abituati. Ma bisogna anche utilizzarla bene, questa meraviglia. A volte il pensiero lo uso indebitamente, fuori dal suo ambito. La cosa più incredibile è che non mi accorgo nemmeno di farlo.

Così affondare nei pensieri per risolvere qualcosa è l’errore più grave che posso fare. 

Perché – detto in termini diretti – il pensiero può violentare la realtà. Ecco il grande pericolo. Può fare questo. Disperdere la sua incredibile e multiforme complessità forzandone i tratti dentro uno schema necessariamente povero e precostituito. Povero perché non ammette l’imprevisto, non tollera minimamente di essere sorpreso. Nel suo delirio di onnipotenza (nel nostro), vogliamo tenere in controllo ogni fattore, ogni variabile. Non lasciamo spazio a quello che esce dal nostro quadro.
Può far tutto questo, e a noi sembra niente. Davvero, sembra niente ma è tutto.
Ci pensavo qualche giorno fa, guardando dalla finestrina delle rampa delle scale. Prendiamo un albero. Ecco, sì. Anche quell’albero là, quello là davanti a me. E’ così evidente – se solo mi fermo un poco a guardare, sì a guardare prima di pensare – che il mio modello di realtà è inadeguato. Che pretendo di controllare qualcosa la cui giocosa complessità mi sfugge in ogni direzione. 
Che ne sai tu di un campo di grano? Ma davvero…

Le foglie, i rami. La complessità impressionante che governa tutto questo. Non posso circoscrivere nemmeno con precisione tutte le informazioni che definirebbero una singola foglia. Non dico una foglia in generale (terribile problema della generalizzazione!), intendo una di quelle foglie che sto guardando. Ognuna diversa, unica. 

Ho fatto un piccolo gioco. Ogni piano che scendevo, mi fermavo alla corrispondente finestrina. Guardavo l’albero. Da ogni piano era una prospettiva diversa, ogni finestra apriva su una visione diversa dello stesso oggetto, nel suo rapporto con le cose circostanti.

Una bella lezione.

E io che cerco ancora di cavarmela dicendomi di aver visto un albero. Che drastica semplificazione ho apportato, alla complessità del reale! Così funziona, di solito: io mi faccio velocemente un modello del mondo, nella fretta di iniziare ad intervenire. Ecco che ho già sostituito alla quieta contemplazione, la fretta di raccogliere i dati sufficienti a manipolare il reale.
Il pensiero va bene per costruire, edificare. Se ho un problema scientifico certamente devo ragionare, fare ipotesi, elaborare teorie. Ma stare a ragionare intorno ad una situazione, è totalmente inutile. Peggio, è usare uno strumento inadeguato. Come voler misurare la temperatura con un metro. Vuol dire non rendere omaggio alla complessità mirabolante di quello che esiste, di cui riesco a trattenere solo una piccolissima parte. Tutto il contrario di quello che dovrei fare, di quello che mi farebbe davvero respirare, arrendermi. 
I mistici, i poeti, lo hanno sempre saputo. Shakespeare ha ragione. Vi sono più cose in cielo e in terra che nella nostra filosofia.
Così mi ripeto che non è il metodo giusto, non è la scelta corretta. Se già un albero è così complesso, così intrinsecamente inconoscibile nella sua totalità di esistenza, come sarà ancora più complessa una qualsiasi situazione umana. 
Come sarà complesso, un amore. Un’amicizia, un rapporto.

L’altro giorno passavo in auto vicino ad un piccolo parco urbano. Mi è venuto da pensare, ma anche se io circoscrivessi appena un metro quadro di questo parco, mi mettessi a studiarlo, analizzarlo, misurarlo… potrei mai dire di conoscerlo? Riuscirei a darmi ragione del numero e della posizione dei fili d’erba, del loro colore, del loro modo di muoversi al vento, delle interazioni reciproche? Che ne so di questo metro quadro, in realtà? Che ne so dei rapporti di questo piccolo pezzo di realtà con il resto del reale? Riecheggiando Battisti/Mogol, mi chiedo, ma che ne so io di un campo di grano, veramente?

Eccoci. Di fronte all’albero, di fronte al prato, io allora mi devo arrendere. Devo deporre le armi, le mie pretese razionalistiche occidentali postmoderne di conoscenza aggressiva e invasiva. Non è facile per me, non è facile per niente. Sono troppo abituato ad un sistema di rapporto diverso con la realtà. Un sistema malato, perché genera disagio. Un sistema cui mi sono abituato e mi hanno abituato, certo con le migliori intenzioni. Ci ho messo tanto per capirlo, ma ora mi sembra di essere finalmente sulla strada per iniziare a comprenderlo.

Perché non è facile? Non è facile perché per farlo devo convertirmi ad un alto sistema di rapporti. Non posso farlo dall’interno da un sistema di pensiero aggressivo e ultimamente disperante. Non posso prenderla come una ennesima acquisizione, un’ulteriore annessione. No, devo cambiare io.

Così di fronte ad una difficoltà, ad un problema – quanto può essere più complesso di un albero, di un prato, di una foglia! – Io devo fare lo stesso, mi devo arrendere. Così lascio fare a forze che mi trascendono e possono lavorare al problema molto meglio di me. Ammetto finalmente che non posso reggere il mondo sulle mie spalle, non posso tenerlo su io: ecco le assurde pretese dell’ego! L’ego non ammette niente che lo trascenda, in ultima analisi, e non si fida di nessuno. Bisogna arrivare a scontrarsi con il fallimento del suo modello, per iniziare a vedere una nuova luce.

Questo è veramente un punto decisivo, del mio lavoro personale. Il mio pensiero lavora sul già visto, non ammette la novità. Il mio ego vuole avere tutto sotto controllo, vuole che il mondo vada come dico io.  Non è facile per niente mollare le redini, eppure ad un certo punto diventa necessario. Se voglio guadagnare una pienezza di vita più grande, è realmente necessario.

Perché io, di un campo di grano, non so proprio nulla…

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Boschi di braccia tese…

Stamattina è ripassata alla radio, nel mentre mi trovavo sul tragitto casa-lavoro, la famosissima canzone di Battisti La collina dei ciliegi

http://it.wikipedia.org/wiki/La_collina_dei_ciliegi

Ebbè. Mi è venuto spontaneo un azzardato accostamento: nientemeno, alle Sonate per pianoforte di Mozart. Sì sì, sto osando, ma lasciatemi spiegare: in entrambi i casi, ognuno nel suo specifico ambito (ma suscettibile di non improbabili connessioni), mi sembra di essere davanti ad un capolavoro della classicità, della limpida perfezione formale. Nessuno sperimentalismo fine a se stesso, niente sbavature, una trama limpida e appunto, armonica.

Al contempo, però (e questo è il difficile) un ricercare senza farlo vedere.. un senso di esplorare novità incredibili senza apparentemente tirare il tessuto formale che fa l’impianto di base. Così l’impianto classicissimo della canzone ha questi “strappi” e quei “silenzi” improvvisi (“e d’improvviso quel silenzio tra noi”, no questa è un’altra) che mettono in tensione, senza farlo vedere, il modello stesso. Il genio che si manifesta nel fare una cosa formalmente semplice ma piena di sostanza.

Eh sì. Più divento grande e più apprezzo Battisti. Beh, di Mozart non mette caso neanche di dirlo…

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