Blog di Marco Castellani

Categoria: Branduardi

L’urto del tempo (ovvero, mai dire mai)

L’argomento è tra i più seri. Forse il più serio, mano mano che uno va avanti con le stagioni, prosegue avanti il suo tragitto, nel trascorrere (comunque) ricco degli anni. E’ così serio (come la religione, il sesso) che si preferisce spesso non parlarne, si riconosce il composto equilibrio di non parlarne proprio. 

Come si fa, insomma, per le cose di cui nessuno ritiene davvero che esista una soluzione, o comunque un modo produttivo per poterle affrontare. Come si fa per le cose che ci piovono addosso e ci lasciano confusi, perplessi, interdetti. Indifesi, anche. Per le quali ognuno mette in campo, personalmente, privatamente, le difese che può, che trova, che gli sembra di trovare al momento. Provvisorie e parziali e discutibili che possano essere, ma intanto (parzialmente) tamponano. Cantava infatti Roberto Vecchioni molti molti anni fa (e lo capisco certamente più adesso che al tempo),

“salvarla con le figurine /salvarla con le patatine / con il rimorso di arrivare / soltanto quando la nave è partita / però salvarsela la vita.”

Insomma, ci sono cose che non riusciamo proprio ad affrontare di petto, dove ci arrabattiamo come si riesce. E del resto, come possiamo biasimarci? Insomma, già è demanding il fatto stesso di vivere, di intessere relazioni, di lavorare (chi può). Figuriamoci a chiedersi una cosa come questa. Figuriamoci.

Chiedersi cosa regge l’urto del tempo è cosa leggera solo per chi sia ancora molto giovane (e non è neanche detto, se la persona in questione è sensibile). Altrimenti è qualcosa, appunto, su cui non si può scherzare. Come detto, non conviene. Se ci penso, quindi, capisco meglio che il titolo di questi che chiamerò brevemente Esercizi (qui tutte le informazioni per capire cosa sono e come entrarvi in contatto), Che cosa regge l’urto del tempo,  è veramente una sfida. E’ proprio qualcosa su cui non sopportiamo risposte retoriche o inconcludenti, su cui non tolleriamo perdite di tempo, giri di belle parole.


La posizione predominante (psichicamente dentro di noi, e statisticamente tra noi) è quella espressa in modo geniale e disincantato da Francesco Guccini nella canzone Farewell, non a caso richiamata esplicitamente da Juliàm Carron durante gli Esercizi. Non si può scavallare rapidamente questa posizione, dobbiamo farci i conti ogni mattina invece. Di più, io diffiderei profondamente di chi la scavalla troppo facilmente, magari con quel meccanismo di spiritual bypassing che purtroppo non porta mai ad una vera crescita dell’individuo.


Possiamo dirlo, possiamo ammetterlo. E’ tremendamente persuasiva la frase di Guccini

Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione, e il peccato fu creder speciale una storia normale…

Qui non c’è più da barare. E’ vero, si esce da questa percezione, se ne può uscire, lo sappiamo tutti. Abbiamo tutti sperimentato momenti in cui questa percezione era vista come falsa. Momenti, dico. Perché certo, viviamo abitualmente così, con una specie di asserzione interiore che gira in background, che avverte “niente può reggere l’urto del tempo”. Cantava anni fa, il Boss, che everybody dies baby it’s a fact. Sembrerebbe una parola tristemente definitiva. Eppure abbiamo tutti sperimentato momenti illuminati in cui sentivamo che questa non è l’ultima parola. Non è il framework conclusivo, quello che comprende tutto.

Ma qui si innesta il cambio, secondo me. Per andare oltre va effettuato un cambio di paradigma. Non basta più elencare concetti, srotolare asserzioni. Non vale più il fatto, capisco una cosa, la faccio mia, procedo oltre. Non è qualcosa che va capito. E’ piuttosto roba che va domandata, che richiede un cambio di atteggiamento. Una nuova attitudine. Qualcosa che ci viene addosso, ci cambia polarizzazione, ma non possiamo afferrarla. Non è questione di circoscriverla in un nostro ambito. E’ una cosa che non possediamo, ma in un certo senso ci possiede.

Insomma, non è a forza di ragionamenti sull’universo, che arriviamo a poter assentire con quella bella, antica canzone di Angelo Branduardi, sentendo anche noi che niente mai perduto va, al centro tornerà. Soprattutto perché si insinui l’idea, l’ipotesi pazzesca (e tremendamente interessante, per chiunque), che quel che c’è di buono in me non andrà perduto. Ecco, questa sarebbe davvero la rivoluzione perpetua, del nostro modo di pensare.

Mi fermo sulla soglia. Ma capisco che è cosa per cui può essere giustificato perfino un lavoro spirituale, nella misura in cui può favorire questa diversa percezione dell’ordine delle cose, dell’ordine del tempo. Qualcosa che ci porti a sussurrare, come trionfo della categoria della possibilità, quel mai dire mai che è anche il titolo di una bella canzone di Ligabue (nota, vi erano tempi in cui non avrei mai pensato di dire la frase intera “una bella canzone di Ligabue”, ma tant’è), che lascia intravedere un modo di vedere le cose, diverso.

Proprio perché l’argomento è oggetto di un lavoro, sempre da rinnovare, non è che me la posso cavare convincendovi (e convincendomi) in maniera dialogica. Sarebbe un inganno. Mi basta di portarci (e portarmi) a dire (quasi vergognandosi, ma dirlo) beh sì, può esserci questa possibilità, sembra pazzesco il più delle volte, ma può esserci. 

E’ anche un lavoro di cesello. Rinunciare alle interpretazioni all’ingrosso dell’universo, la vita, il cosmo, il Mistero, la fede… e abbassarsi a cercare quella struttura fine, quella trama di luce sottile, che a volte abbiamo intravisto tra le cose, negli spazi tra le cose. Come, sottratto al vuoto che fa paura, e consegnata ad un ordine pacifico, benevolo, bello e rassicurante.

Ed anche, come suggeriscono gli Esercizi, in modo cordiale ma preciso, ritrovare dentro sé stessi quel nucleo di valore, quel momento di incontro con qualcosa di luminoso ed armonioso, di qualcosa che vale e che ha incrociato la nostra vita, in un momento, un segmento di tempo. O che può passare o ripassare, in qualunque condizione ci troviamo.

Per questo, non dobbiamo fare nulla. A far da noi su questo, infatti, non siamo buoni.
Possiamo aspettare di intravedere, forse, una soluzione.

Dire che è impossibile, è certo lecito. Ma non sembra ragionevole.

Le sorprese, in fondo, accadono ancora.

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    La pulce che ti rubò l’ombra…

    A volte sono troppo pigro perfino per cambiare CD. Il che se ci penso può anche essere un bene. Mi trovavo ieri mattina (in macchina lungo l’Altopiano delle Rocche) a riascoltare un brano che ormai avrò sentito un numero incredibile di volte, una di quelle canzoni con cui praticamente sono cresciuto (considerato che il disco è del 1977…). Perché io non proceda troppo chiuso – direbbe il sommo poeta – specifico che sto parlando de La pulce d’acqua, di Angelo Branduardi. Spesso ascoltavo semplicemente la musica, o seguivo gli arrangiamenti delle varie strofe – sempre diversi – lasciando scorrere le parole come fossero una bella favoletta, quasi  un testo per bambini, senza farci troppa attenzione. Mi sa che sbagliavo. Il fatto che Branduardi piace molto ai bambini d’altra parte dovrebbe convincerci subito di quanto sia serio.

    E infatti. Infatti mi perdevo qualcosa. Ieri mattina l’ascolto mi ha spalancato il cervello, di colpo. Un sacco di cose che avevo letto e digerito negli ultimi tempi si sono improvvisamente collegate al testo, illuminandolo. Perché è un testo apparentemente semplice, ma profondo. O perlomeno, è un testo che non ti lega ad un livello di comprensione, ma permette anche che tu scenda in picchiata giù dentro le parole, fino a trovare dei concetti veramente nutrienti. E sempre attuali, perché riguardano la posizione dell’uomo al cospetto dell’esistenza, del reale.
    Leggo che il testo si ispira ai miti degli indiani d’america, ma in quanto espongo non seguirò questa strada, certamente valida (di solito il mito ha a che fare con faccende umane interessanti e sempre attuali), ma darò voce alle considerazioni che mi sono venute in mente ascoltando il brano.
    Iniziamo dalle prime parole. Dopo la gentile apertura affidata alla chitarra acustica, entra la voce.
    E’ la pulce d’acqua che l’ombra ti rubò…
    Ecco, inizia subito descrivendo un problema: un furto, un fatto certamente negativo. Una mancanza. Io mi farei quasi ingannare dalla soavità della musica, senza capire che qui si aggancia subito il dramma, il vero dramma (oso dirlo subito) della modernità. Questa strana rottura di simmetria. Ti hanno rubato l’ombra. Ovvero, la consistenza profonda di te stesso, che hai solo nel dialogo con l’ombra, non ti è più permessa. Improvvisamente eccoti, sei confinato su un livello esclusivamente orizzontale. Il terreno di coltura ideale per ogni insoddisfazione, frustrazione, violenza, perché il tuo cuore ha desiderio di ben altro, di altezza e profondità, di una dimensione verticale. Un bel guaio (a dir poco). E secondo la canzone, sarebbe stata appena una pulce… Chi ci avrebbe mai pensato? Un animaletto minimo. Perché le cose apparentemente minime ti avrebbero “punito”? Ossia, perché hai perso il rapporto autentico con il reale, in ogni sua minima declinazione? Azzardo: forse perché non lo valutavi abbastanza? Magari vivevi nel futuro o nel passato, trascurando il presente. Dimenticando che la vita è adesso.
    E tu ora sei malato…
    Semplice. Tu ora sei malato. E se lo sei, la prima cosa è ammetterlo, anche con te stesso. Già ti senti meglio, vedi? Ammetti la malattia, la debolezza, l’oscurità, il buio. Tu ora sei malato. Smetti di resistere. Vivi anche la malattia, non cercare di farla passare subito. Di passare oltre. Passaci dentro, invece. Tutto avviene per un motivo. Perché ti senti meglio ammettendo la tua malattia (almeno a me capita…)? Perché hai iniziato a mollare, non pretendi più che tutto vada bene così. Porti alla luce le tue ferite, perché il sole le possa risanare…  D’altra parte ogni processo di guarigione, di ricerca di senso del vivere, comporta come primo passo l’accettazione profonda delle circostanze in cui si è: “Se uno vuol venire dietro me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16:24). E’ abbastanza esplicativo: “prenda la sua croce”. Non c’è da scappare da nulla, da censurare nulla.
    sull’acqua del ruscello forse tu troppo ti sei chinato…
    Andiamo alla sorgente del problema (per rimanere nelle analogie idriche). Ti sei forse chinato sull’acqua a guardarti troppo a lungo? Hai guardato te stesso, hai lasciato che il tuo ego si gonfiasse, divenisse ipertrofico, invece di abbandonarti al flusso della vita? Ti sei fermato su te stesso, chinato troppo su di te, invece di vivere, di abbandonarti, di vivere il momento presente? Hai preteso (magari per un tuo desiderio anche buono, per una intenzione di far del bene) di tenere tutto sotto controllo? Di fare tu, invece che di affidarti, di essere fatto, creato di nuovo ogni momento?
    Tu chiami la tua ombra ma lei non ritornerà…
    Senza l’ombra non stai bene, l’hai capito. La chiami, la consistenza di te. Hai capito che senza l’ombra non puoi stare, che devi accettare anche le parti oscure, dialogarci. Allora la chiami, la tua ombra, ma lei  no, non torna, non ne vuol sapere. Certo non torna subito, perché non puoi volerla come il tuo ego vuole le altre cose, non puoi volerla senza accettare una trasformazione, senza lasciarti davvero andare, senza cambiare atteggiamento, senza un nuovo modo di vedere il mondo, senza una conversione…
    E allora devi a lungo cantare per farti perdonare…
    Non puoi avere indietro la consistenza subito. Ci vuole tempo, se non accetti uno sviluppo nel tempo sei nella vecchia logica, parla ancora il tuo ego, che vuole solo prendere, accumulare, per la sua frenetica corsa contro la paura della morte. Invece ti tocca di abbassarti alle piccole cose, per godere veramente di tutto. Devi allinearti al ritmo dell’universo, smettere di resistere: devi cantare. Mollare le pretese tue, allentare la morsa. E cantare. E cantare a lungo, dice la sfrofa. Cioè devi fare un cammino, devi essere disposto a stare su una strada (aspettatevi un cammino, non un miracolo, avvertiva anni fa don Luigi Giussani, e l’invito è valido tuttora, è un aiuto prezioso a stare nel reale nella giusta modalità, ovvero nella modalità nella quale il cuore può essere più lieto). In ultima analisi, il tuo ego si comporta come se con la morte scomparisse tutto, il tuo essere profondo capisce che non è così. E che il cammino può durare tutta la vita, che non si può affrettare nulla, ma che è bello camminare.
    E la pulce d’acqua, che lo sa, l’ombra ti renderà.
    Se cambi atteggiamento, in profondità, il reale “se ne accorge” (non perché se ne accorga nel senso che noi diamo al termine, ma perché adesso risuona sulle tue stesse frequenze, perché è stato creato così), se sei disposto a vivere la vita così come viene, se sei amico della vita, la vita lo capisce. Dolce è la vita a chi bene le vuole, canta (appunto) il poeta Carlo Betocchi.
    Così il reale (le pulci dell’acqua, le serpi dei boschi) è come se rispondesse al tuo mutato atteggiamento. L’ombra ti ritorna, ti viene resa. Non perché sei stato più bravo, più buono, più coerente. No. Non è un problema etico. Ti ritorna perché hai ceduto, hai cantato.
    Quindi puoi riprenderti l’ombra. C’è la speranza di poter guarire, abbandonando l’angosciosa  illusione dell’autonomia (Giussani). Salvi così la vita dal semplice trascorrere, investendola di un significato denso, capace di fugare l’apparente banalità di tanti momenti. Perché ogni cosa, ogni situazione contiene una carica di sfida. In ogni momento, devi rispondere. Ora, devi rispondere. Non conta il passato, devi rispondere ora.
    Ci stai, a questo cammino? Ti vuoi bene abbastanza, per cercare la consistenza di te?
    Ecco, mi fermo perchè sono arrivato ad una  domanda abbastanza fondamentale, che chiama in causa la mia libertà, momento per momento. Dopo questo lavoro sul testo, la canzone finalmente parla per me, parla a me. E tocca argomenti così universali che, immagino, parla anche al cuore di tanti altri. 

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    Una antica meraviglia

    Una mattina come tante. Scendo con Agnese, facciamo un pezzettino di strada insieme, poi lei va verso scuola (che è proprio sotto casa) e io a prendere la macchina per andare al lavoro.
    Ma sì. Una mattina come tante. Facciamo colazione scherzando un pò… Scendiamo in ascensore e le improvviso finti animaletti (noi li chiamiamo mangiabocca, animaletti parlanti che faccio io muovendo le mani) che sostengono di essere venuti a trovarla, di notte.

    – Ma quando? fa lei, con insolito interesse.

    L’ascensore ci sta portando dal quarto piano al piano terra.
    – Una notte, che leggevi, con la luce accesa. Invento.

    – Sì sì ma quando? Incalza lei. Non so che dire… 
    – Maa… beh, una notte… una notte che pioveva tanto. Improvviso. Butto lì. Tanto per dire.
    – Che pioveva tanto? Mi sorprende l’insistenza della bimba.
    Apriamo la porta a vetri dell’androne. Siamo fuori. Allora lei mi racconta. Mi racconta di un libro che sta leggendo. Senza che io dica nulla, mi dice – sinceramente stupita – di come le succede che leggendo è come se entrasse tutta dentro la storia. E’ come se ci fosse dentro

    book heart <3

    E mi porta un esempio che riguarda proprio la pioggia. Mi racconta di come nel libro vi sia un episodio che avveniva durante un forte acquazzone, e che lei chiudendo il libro fosse rimasta così dentro la storia, che si immaginava che piovesse davvero. Ha il libro con se, mi fa vedere alcune pagine, delle figure. Ma siamo d’accordo, per entrare nella storia non c’è nemmeno bisogno delle figure.
    La saluto e vado verso l’auto, riflettendo. Stupito io per primo. Ecco, una bimba di nove anni ha da poco aperto lo scrigno preziosissimo della lettura. Altro che televisione, computer, Internet. Leggere. Una antica meraviglia che si rinnova sempre. Che chiede solo un minimo di disponibilità iniziale. E regala tanto, premia tanto, per questa iniziale piccola disponibilità.
    C’è stato un tempo che pensavo leggere romanzi fosse tempo sprecato, in fondo. Come fosse una evasione della realtà. Che cantonata avevo preso! Di più. Una miopia pazzesca. Il fatto, il fatto vero, è che dopo aver letto, dopo essere “evaso”, rientri nella realtà e ti trovi –  in maniera imprevedibile, incredibile – più capace, più pronto, più attrezzato, più capace di leggere il reale ed interpretarlo. Allora non sei uscito dalla realtà, non è evasione. Hai appreso qualcosa, sei cresciuto. Puoi entrare nei tuoi problemi, con una marcia in più. Qualcosa di prezioso, che la semplice analisi della realtà non ti avrebbe dato. 
    Accendo l’autoradio mentre vado al lavoro, mi sintonizzo su Radio Uno per ascoltare Ben Fatto, uno dei miei programmi preferiti del mattino. Ogni giorno c’è un tema. E non ti trovo oggi, che parlano dei libri, delle lettura?  Con l’aggiunta di una canzone di Branduardi dedicata proprio al potere della lettura, Il libro.
    Ma che coincidenza. Come … leggerla? 
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    Branduardi, allunaggi e notazioni inverse…

    Un post su 37Signals mi ha fatto tornare con la mente a molti, molti anni fa. Quando l’informatica praticamente non esisteva, almeno nel sentire comune. I calcolatori erano giganteschi pachidermi relegati in misteriosi istituti scientifici o tecnologici, senza praticamente alcun impatto nel vivere comune.

    Non parliamo di Internet. Nemmeno ci si pensava. E’ un privilegio, dopotutto, aver vissuto l’epoca pre-internet e vivere la presente. Si capisce bene la differenza, cosa che le generazioni più giovani già non possono fare. E’ incredibile, ma non c’era Google, non c’era Yahoo. Non c’era la posta elettronica. Non esistevano i siti web. 

    Se pensi all’indietro, allora capisci la lentezza. Metti ti veniva in mente un pezzetto di una canzone. Potevi passare settimane a rigirarti il brandello di testo e musica nella testa, chiedere, ipotizzare, cercare nei tuoi dischi e in quello degli amici. E non trovarlo. Non potevi buttare la stringa di testo dentro Google e risolvere. O un pezzetto di una poesia, letta chissà dove e poi per buona parte scordata. Poteva rimanere un mistero per anni.

    Oppure un libro, cercavi un libro e passavi librerie e librerie. Vediamo, non c’è, forse si può ordinare, torni la prossima settimana. Aspettavi. In fondo il tempo aveva un valore, l’attesa – e la conseguente pazienza – erano necessarie, per portare a termine una ricerca…

    Ricordo quanto ci misi a trovare il primo disco di Angelo Branduardi. Circa diciottenne, avevo scoperto la musica “moderna” con Alla Fiera dell’Est. Allora ero andato indietro a trovare il secondo, La Luna, e poi a cercare il primo album, l’omonimo Angelo Branduardi. Giorni e giorni a cercare in tutti i negozi di dischi. Mi ero fissato, lo dovevo trovare. Alla fine lo trovai (su musicassetta, altro oggetto decisamente desueto) da Ricordi a Piazza Venezia (che tra l’altro non c’è più – Ricordi, non Piazza Venezia…).

    Fu una ricerca che si snodava nel tempo.

    Ora sarebbe questione di pochi secondi, sul web. Cavolo, pochi secondi. Quale lentezza ci può essere?

    Non parliamo poi di Facebook. Social network? Nemmeno nei romanzi di fantascienza.

    Arrivarono le calcolatrici, sì. Era il top della modernità. Mio papà scienziato, astrofisico, le usava, aveva adottato le HP, a casa a noi piccoli ci spiegava i vantaggi, le pecularità. C’era questa cosa della notazione polacca inversa che a me sembrava tanto strana e lui mi spiegava come invece fosse più logica. Non metti l’uguale a fondo dell’operazione, ci metti il segno. Strano….

    Un calcolatore della serie HP

    Poi c’era il fatto pazzesco che erano programmabili. Potevi memorizzare una serie di istruzioni per farle eseguire in sequenza, con degli input da tastiera per intervenire sul flusso delle operazioni. Per capire la meraviglia, ricordatevi che non c’erano ancora i personal computer. E questi piccoli aggeggi che sapevano tutta la matematica, e li potevi programmare, erano una cosa impressionante. Riviste specializzate riempivano pagine e pagine. 
    Ricordo che nel manuale di uno degli HP (ne abbiamo avuti più di uno), c’era un gioco di un allunaggio simulato (chiaramente era da mettere in memoria immettendo le istruzioni nella calcolatrice, una per volta, attento a non sbagliare). Dovevi dosare il carburante, per non schiantarti sulla superficie lunare, o finirlo troppo presto (con identico risultato). Tutto con numeretti che comparivano a video (chiamiamolo così). Con un pò di fisica sotto. Semplice. Eppure ci ho giocato un sacco. 
    Ricordo la frase con cui si concludeva uno di questi libretti acclusi agli HP. Era qualcosa così: Siate contenti di poter programmare. Newton e Galileo ve lo invidierebbero di certo.

    Che tempi. Li capirebbero, i ragazzi dell’era facebook?
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