Blog di Marco Castellani

Categoria: educazione

Una scuola visionaria e bella

Il testo che segue è la mia introduzione al volume “C’era una volta… sei racconti per una nuova educazione” di Carla Ribichini, edito da Universitalia e di recentissima uscita. Il libro è già disponibile su Amazon oppure su IBS.
C’è qualcosa che si muove, nell’educazione. C’è qualcosa che non accetta la stasi, che rigetta la narrazione di universo stazionario come ambito in cui tutto rimane sempre uguale, niente cambia. Ci sono ancora persone disposte a scommettere tenacemente sul cambiamento e sull’educazione. E che investono su progetti, anche di lungo respiro, anche rischiosi. Tutto questo, per esporre i più giovani ad una prospettiva nuova ma oltremodo necessaria, dove si possano sentire accolti come persone e non semplicemente come oggetti, numeri, entità disincarnate, destinate al mero assorbimento di un flusso più o meno articolato di nozioni.

C’è qualcosa che si muove, anche adesso. Scrivo da dentro un tempo sospeso, il tempo della pandemia, l’epoca imprevista di un virus – un microscopico parassita biologico, il COVID 19 – che è riuscito a “congelare” un mondo forse troppo in corsa, forse troppo in fuga da sé stesso. E a metterci davanti alla domanda sul senso del nostro vivere, oltre le corse quotidiane con le quali avevamo anestetizzato, perpetuamente rinviato tale domanda. La domanda di senso, l’unica domanda che restituisce quella speciale dignità dell’essere umano, che si misura con la vastità del cosmo e con il senso dell’esistere, dell’essere di tutte le cose.

I poeti lo sanno, da sempre. E’ utile rivolgersi a loro in questo caso. “Come vivere? – Mi ha scritto qualcuno a cui intendevo fare la stessa domanda. Da capo, allo stesso modo di sempre, come si è visto sopra, non vi sono domande più pressanti delle domande ingenue” scrive Wislawa Szymorska.

Il punto di svolta a cui ci chiama quest’epoca, è esattamente questo. Ritornare alla ricerca del senso di tutto, senza la quale ci muoviamo sulla superficie del reale, senza entrare nelle cose veramente. Restiamo prigionieri dell’ego, senza attingere al Sè più profondo, che si nutre di questa ricerca.

C’è qualcosa che si muove, in questo tempo. Che usa di questo tempo per investigare più a fondo, per trasformarlo alchemicamente in un’occasione di crescita umana. Qualcosa in noi ci dice che il dolore non ha l’ultima parola. Il fango può sempre trasformarsi in oro. Tutto serve.

Carla Ribichini è tra chi sceglie di non subire passivamente questo tempo così strano, di non abbassare la soglia del desiderio. Proponendo di vedere questo strano presente come un tempo di raccolta, prima ancora che di pianto. Questo libro è l’appassionata testimonianza del suo lavoro con gli alunni, che fiorisce da questo desiderio indomito. Percorrendone le pagine, scevre di ogni sterile analisi e dense di esperienza umana, possiamo assaggiare frutti davvero gustosi, frutti che ora più che mai devono aiutarci a vivere, a profumare anche queste giornate così strane, trascorse – per molti – nella reclusione domestica, ad immaginare un futuro quando la tentazione sarebbe proprio nella triste rinuncia ad immaginare, a sognare.

Lo fa adesso, Carla, raccogliendo saggiamente i frutti di un lavoro luminoso, che in questo periodo di oscurità rifulge ancora di più, e ci dona speranza. Una speranza che si comunica, si espande per sua natura, e che sono certo raggiungerà intatta i lettori del libro. La speranza non vuole mai rimanere confinata. La speranza è un fenomeno espansivo, è in un certo senso virale, per propria indole. Farci contagiare da essa ci immunizza da una ampia serie di patologie, psichiche e probabilmente anche fisiche. Siamo fatti in questo modo, funzioniamo a speranza.

Vorrei anche far notare come questa sorta di ribellione gioiosa conservi una sua profonda carica sociale e politica. Tornare ad immaginare, ci rende individui molto più solidi e robusti, capaci di riprendere un ruolo di partecipazione attiva nell’agone sociale. In grado cioè di rivendicare un ruolo di protagonisti, e non appena di elettori, o consumatori. Chi immagina, chi sogna, chi lavora per un futuro di inaudita bellezza, non è facilmente controllabile. Lo sappiamo bene, è solo la rassegnazione che ci rende pedine nelle mani dei potenti di turno. L’idea perniciosa che non cambi mai nulla, la ricaduta pesante nel modello di universo stazionario, in senso fisico e psichico. Invece, chi mette le mani in un filone d’oro, chi si nutre ad una prospettiva indomita, ad una speranza che non muore, finisce che il mondo lo cambia davvero. Lo cambia quasi senza volerlo, lo cambia ad ogni respiro, con la sua sola presenza. Lavorare ad un soggetto nuovo nel mondo, un collettore cosmico di speranza e fiducia, è la cosa più rivoluzionaria che possiamo concepire.

L’ambito educativo è certamente quello privilegiato, ed insieme il più sfidante. Conosco molte persone, molti insegnanti, che si rischiano in questo ruolo. Lo fanno quotidianamente, silenziosamente. Senza onori o compensi addizionali. Con semplice passione. Per qualcosa su cui non è sbagliato, una volta tanto, spendere la parola vocazione.

Davanti a questo, allora, il pericolo per noi, è non accorgerci. E’ lasciarci prendere dall’idea appiccicosa e sterile, che tanto non cambia mai niente. Rientrare quieti e rassegnati nel ruolo di spettatori, anonima platea telecontrollata che non attende, non sogna, non spera. Idea pericolosa, falsa e pericolosa. Perché rafforza la stasi, la permanenza in stati di bassa energia, di scarsa creatività, di speranza ridotta. Di vita a freno a mano tirato. Quando l’alternativa, invece, esiste.

L’alternativa va coltivata, come possibilità quotidiana. Questo libro che avete in mano, è vivo e pulsante come un esperimento in corso. Un esperimento che rientra in questo filone virtuoso, significativamente chiamato La Scuola Visionaria.

Come recita il progetto stesso

L’educazione visionaria è quella che sperimenta nuove pratiche, progetta e crea percorsi in cui gli aspetti cognitivi e quelli educativi non sono mai vissuti separatamente, ma si intrecciano continuamente.

L’esperimento ha un tempo e un luogo, come ogni esperimento che si rispetti. Il tempo è quello presente (ma non solo, le radici sono ben sviluppate e si estendono felicemente indietro), il luogo è l’Istituto Comprensivo Corradini (Vermicino, comune di Roma).

Ed è un esperimento relazionale per sua natura. Coinvolge ed integra altre competenze, chiama altre persone in officina. Io stesso, sono intervenuto diverse volte nel loro pregevole laboratorio, per dialogare di scienza e poesia. Incontrare i ragazzi, ma anche gli insegnanti e i genitori, è stata ogni volta un’avventura luminosa che si rinnovava fresca ad ogni occasione, un modo per comunicare a livello profondo, in un clima di attenzione e di rispetto raramente reperibile altrove.

Da astronomo, il mio mestiere è studiare le stelle e l’universo che le contiene, e mi piace raccontarlo, raccontare quello che scopro e quello che il mio lavoro mi porta a pensare. Devo confessare con stupore che in tutte queste occasioni l’attenzione e il coinvolgimento, sono stati realmente gratificanti. Ragazzi, insegnanti, genitori, nelle diverse occasioni, hanno accolto la proposta e accordato la loro vibrazione essenziale all’idea di ritornare ad imparare, ritornare a pensare ad un universo “morbido”, per imparare a guarire. Perché ogni visione rinnovata dell’uomo e del cosmo, è in realtà una guarigione.

Capisco che c’è del materiale umano formidabile, che non possiamo perdere, disperdere. Ogni persona in formazione è un universo di bellezza che si deve schiudere, deve aprirsi e interagire con altri universi, dispiegare con fiducia il suo profumo, il suo colore unico, irripetibile. Lavorare per questi universi in evoluzione, porsi a servizio di questa crescita, è la cosa più bella.

Ma vorrei aggiungere, non è solo quello.

E’ stata forte in me la sensazione di venire invitato all’opera in un campo che è già stato sapientemente coltivato, pazientemente arato, sistemato. Capisco che c’è un lavoro degli insegnanti, dietro tutto questo, un lavoro non di oggi, ma di tanti giorni, tante occasioni. E certi insegnanti, sono eroi: lottare contro lo scoraggiamento, le difficoltà personali, le condizioni spesso precarie in cui si trovano ad operare. Lottare per donare ai ragazzi qualcosa, una speranza, un riposo nuovo. Qualcosa che si potrebbero portare dentro, per la vita. Riprendere forza ogni giorno, per guardare ogni ragazza, ogni ragazzo, nel modo in cui chiede di essere guardata. Non come numero, non come produttore di (presenti o future) prestazioni, ma come persona. Posso chiamarli eroi, senza retorica.

Ma lo dicono anche i ragazzi (cito dal libro La scuola visionaria, firmato da Carla, che trattiene in modo efficace alcuni preziosi segni dell’opera)

Gli insegnanti sono eroi perché ci trasmettono la sapienza del mondo. Ci insegnano la poesia letteraria e quella corporea che colma il vuoto interiore riempiendolo di gioia. Sono eroi, ma non quel tipo di eroi con la calzamaglia e i super poteri… il loro potere è quello di incantare gli alunni con la voce del cuore. (Ivan)

Ed ancora

Lo studente cerca negli occhi degli insegnanti la certezza che la sua vita sarà perfetta o quasi. Gli insegnati sono balsamo quando nei nostri cuori c’è aria di tempesta, sono gentiluomini che custodiscono la nostra vita e si dedicano a noi con amore (Elisabetta).

Tanto altro si potrebbe estrapolare, ma questo, nel candore delicatissimo e commovente di cui sono capaci solo i ragazzi (e chi realmente torna bambino, facendo proprio il monito evangelico), è già sufficiente per definire uno spazio di azione, ed insieme un senso compiuto a questa opera in corso.

Che è un’opera grandissima, da condurre dunque con grandissima umiltà. Perché si tratta appena di questo, di mettersi a servizio di qualcosa, di un’idea presente, di una presenza, di una bellezza che investe l’uomo e lo rende sempre irriducibile a qualsiasi logica di mercato. Gli regala una rinnovata dignità.

Qui, solo qui, scienza e letteratura si possono incontrare, nella declinazione — anche balbettante — di un nuovo universo, dove l’uomo torna al centro di tutto, riprende possesso di tutto, ma finalmente in modo nuovo. Del resto, “Viviamo immersi in uno sconfinato oceano di energia. Ma questa energia, in definitiva, è nostra non per dominio ma per invocazione” ci dice Thomas Berry

Tutto ritorna nostro, nell’atto in cui apriamo le mani, invochiamo, lasciamo andare. Stiamo imparando un nuovo modo di stare nell’universo, un modo bello e nuovo che abbiamo il compito di trasmettere, a chi fa il cammino della vita, appena dietro a noi.

Perché così tutto torna, può tornare, più umano.

Qualcosa di così bello, per cui vale la pena affrontare il rischio. Per cui vale la pena, dedicare ogni sforzo. Per cui vale la pena, sopportare ogni pena.

Sempre dal libro citato, imparo che una scuola animata da idealismo ed amore visionario esercita un potere che rimane per tutta la vita e la trasforma.

A quale ideale più bello, più santo, potremmo mai pensare di dedicarci?

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L’infinito, presente

Da una riflessione su L’Infinito, di Giacomo Leopardi
L’Infinito è una dimensione dell’anima, dimensione ignorata e spesso invisibile, ma assolutamente presente nelle nostre vite; è quella coscienza globale che dà senso all’esistenza e la risolve.

Esiste un marchio d’infinito dentro ognuno di noi e aderire all’infinito che ci abita dentro è l’esigenza di ogni essere umano. L’uomo vive nelle pseudo sicurezze del mondo finito, si perde nella materia, la vuole dominare, è prigioniero nel mondo delle cose; come diceva Pascal, è posto tra i due abissi dell’infinito e del nulla, fra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo.       

                                                                                                                              

Duplice, quindi, è la natura umana, ma il centro pulsante della sua interiorità è proprio il bisogno di infinito che, riconosciuto e ascoltato, spinge l’essere umano ad andare oltre l’io di materia fino ad entrare nella coscienza del Tutto. E’ l’esperienza interiore quella che conta, in quel punto profondo nulla divide l’uomo dall’Infinito e dall’Eterno.

Leopardi, pastore errante, si interroga sull’esistenza umana e ci dà un’umile lezione di coraggio e di forza. La sua poesia è una vera e propria ricerca di consapevolezza e affonda le sue radici nel dolore; rifiutando e  allontanando ogni tipo di consolazione, ci insegna la dignitosa accettazione del destino umano.  Leopardi cerca la verità, lotta eroicamente per superare l’inquietudine e la sofferenza e porta la lotta dalla biblioteca paterna al mondo. Riconosce solo l’uomo, che rimane il suo punto fermo; è un uomo solo e sofferente, ma non sconfitto, l’accettazione della sua disperata condizione lo rende, anzi, più forte e consapevole.

A noi che abbiamo perduto il senso della vita, della lotta, del coraggio e della ricerca, Leopardi insegna a resistere eroicamente “contro le magnifiche sorti e progressive”, insegna a combattere e a portare in profondità la lotta, insegna a rimanere fermi nella visione stretta della siepe, perché solo da lì si può vedere oltre, ritrovare e accogliere l’Infinito.

Leopardi non rifiuta questo passaggio obbligato attraverso la sofferenza, l’attraversa con tutti i suoi sensi, (mirando odo m’è dolce) poi, però, non rinuncia all’idea dell’Assoluto e, con un esercizio spirituale di contemplazione, (nel pensier mi fingo) superando la bugia che siamo solo materia, ci insegna uno sguardo diverso e una visione superiore. Attraverso il pensiero, con un movimento circolare di spazio e di tempo, si collega e si affida dolcemente al Tutto dimostrandoci che l’uomo è fatto di infinito, sicuramente piccolo di fronte all’universo, ma infinitamente grande e consapevole per poterlo immaginare, contenere e cambiare.                       

Avrebbe mai potuto scrivere questa poesia perfetta se non avesse avuto l’infinito dentro? Il poeta è per tutti noi una guida spirituale, la sua poesia, a scuola, ci spinge a rivoluzionare la pratica educativa, diventando abili costruttori della nostra vita, disposti ad accogliere l’infinito.

La poesia è una soglia tra il visibile e l’invisibile e ci dimostra che abbiamo due modalità diverse di conoscere: oltre la conoscenza razionale e sensoriale, c’è una conoscenza che nasce nella sfera spirituale; una mente pensa e l’altra, più profonda, sente, percepisce e immagina. La ragione umana non basta mai a se stessa e il compito fondamentale, soprattutto a scuola, è di natura emozionale: liberare lo spirito creativo, creare risonanze, innescare sentimenti e pensieri positivi, potenziare le dimensioni umane quali entusiasmo, passione, accettazione, coraggio, motivazione e ricerca.

Questa capacità di visione è fonte feconda e l’Infinito diventa significato di sé e serbatoio di possibilità e risorse davvero infinite.

Esercizi di consapevolezza: il mio bisogno di infinito.

Fare esperienza dell’infinito è per gli adolescenti una vera e propria presa di coscienza e rimarrà per sempre un’esperienza indelebile, anche quando la sofferenza e il dolore sembreranno vincere e voler dire l’ultima parola su tutto.

Infinito astratto, concreto
Infinito colorato penetra senza permessi.
Mi pervade. 
 

Lorenzo 

Certe volte si ha bisogno di credere in qualcosa che ti dia conforto.
In quel momento entra in gioco lui, l’Infinito.
Vorrei perdermi dentro di lui, toccarlo e abbracciarlo.
Mi sento in pace con lui.
La mia pace è infinita. 
 

Nicholas

Come un raggio di sole, l’infinito soffia nell’oscurità dei miei pensieri.  

Fatima 

 Ho bisogno di infinito, ho voglia di toccarlo, sentirlo, vederlo e annusarlo. Ho bisogno di quella sua particella che mi fa cambiare e mi fa sentire un uomo divino. 

 Cosmin 

Cuore e mente insieme formano un grande e accogliente infinito che mi avvolge,
mi sento il centro del mio infinito, lontana dal mondo, sola con me stessa e sto bene. 
 

Alessia 

Il mio infinito mi parla, ha la mia stessa voce.
Facciamo gli stessi movimenti e le stesse smorfie.
Non sono ancora quella magnifica creatura.
Ma lo diventerò e sarò il mio infinito.
 

Monica 

Mirando sovraumani silenzi e profondissima quiete…
Mi calmo e trovo la pace.
Il silenzio cauto del vento
mi culla.
Mi sento protetta, libera e indomabile come l’aria.
Non ho più confini. 
 

Monica 

Mi sovvien l’Eterno…
E mi travolge nell’immensità
Ascolto l’infinito silenzio di un colle addormentato,
il suo respiro legato al mio
in questa fragilità.
Mi addormento e mi calmo
Nel riposo dell’eternità. 
 

Marika 

Il pensier mio…
Ormai stanco,
Si rannicchia nell’immensità di un tramonto
che mette in pace l’anima,
i pensieri grigi, come se non fossero mai esistiti,
annegano nell’acqua profonda
e il cielo si arrossa.
 

Davide 

Mi sovvien l’Eterno…
Mi avvolge, mi travolge, mi coinvolge e mi porta in un Infinito pacifico e armonioso
io mi sento libero.
 

Andrea 

Mirando sovrumani silenzi e profondissima quiete….
Mi tuffo nel mio oceano infinito, scivolo nell’acqua, sento il vento accarezzare la schiuma delle onde,
Ritrovo il mio respiro
E mi sento bene. 
 

Alessia

Tra questa immensità s’annega il pensier mio…
tra queste infinite colline
tutto è pace,
Il vento soffia e
Il mio cuore è libero.
 

Aurora 

Mirando sovrumani silenzi e profondissima quiete….
Si risveglia il mio cuore, e nel fresco mattino

d’inverno, batte soave.

Mentre un cielo infinito si apre davanti a me. 

Valerio

Il tempo si è addormentato nel sole del pomeriggio
sotto fronde di immense querce,
è ricoperto da scricchiolanti foglie secche.
Abbagliata dagli ultimi, candidi raggi di sole, mi perdo nel silenzio infinito.
 

Aurora 

Il tempo si è addormentato nel sole
del pomeriggio
Tutto è immobile nella quiete di un respiro dormiente,
I fili d’erba sono cullati dal fruscio lento di una quercia secolare.
Il sole solitario,
anche lui,
si scioglie
nei freschi profumi e
nei morbidi pensieri
di questo tardo pomeriggio primaverile.
E questa mia costante frenetica agitazione è sopraffatta
Dal desiderio di eternità.
 

Marika 

Il tempo si è addormentato nel sole
del pomeriggio.
Le onde inarcate sono ferme
davanti agli imponenti scogli.
Nel vento ancora riecheggiano
I bianchi profumi e le pacate voci
provenienti dal mare.
Mi sento piena, leggera e serena
non più invasa dall’irruenta fretta.
Sono libera. 
 

Monica 

La luna con i suoi occhi
guarda gli infiniti spazi
sui quali regna assieme
al silenzio eterno
che eterno non è.
Tutto si compone,
tutto si spezza;
che siano vite o oggetti
il cielo infinito affligge tutti.
 

Giacomo

L’infinito mi sovviene
Quando sento la pace calare;
Infinito è ciò che, a guardarlo,
si nasconde dietro ogni cespuglio,
Infinito è la voglia dell’umano
Di vivere questa ardua vita,
lasciando la luna calare,
e su questi campi farla poggiare. 
 

Giacomo 

Lavorare con i giovani è una delle esperienze più belle che si possa fare; senti che, al di là di ogni credo, basta l’uomo, non quello prigioniero dell’ego, l’uomo creativo, cosciente di sé, della sua profondità e della sua dimensione infinita. Promuovere la letteratura significa produrre energia creativa, educare la coscienza critica e favorire la costruzione del pensiero e il potere delle emozioni. 
Quando mente e cuore sono abituati a vivere nel finito, sono sofferenti; c’è bisogno, allora, di immergersi nella realtà espansa della coscienza, avere fiducia nelle leggi interiori dell’essere umano e familiarizzare con il proprio infinito. 
Ricordo ai ragazzi che la poesia è un percorso privilegiato di conoscenza, porta alla luce cose che agli uomini distratti sono nascoste, fortifica e insegna a vivere, conferisce senso all’esistenza e dona il coraggio di superarne la precarietà, immaginando una realtà nuova e creando il cambiamento. 
La poesia leopardiana ha impresso nel cuore dei ragazzi insegnamenti che costruiranno le loro vite: ha insegnato che il trascendente è radicato nella loro esistenza, necessario e irrinunciabile, e che l’infinito del cuore è perfettamente connesso con l’infinito del cosmo. I ragazzi hanno imparato a cercare l’infinito nella radice stessa del dolore e a sentirsi fragili e imperfetti senza rinunciare ad aprirsi a tutte le possibilità della vita, per diventare uomini liberi.

Carla Ribichini insegna materie letterarie nell’I.C. Corradini di Vermicino ed è ideatrice di un progetto innovativo che prende il nome di EDUCAZIONE VISIONARIA. E’ coautrice del libro La scuola visionaria. Un’altra scuola è possibile.

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Una scuola che guarisce

Il post sul blog della scuola recita proprio così, c’è una scuola che diventa ogni giorno poesia. Ed è forse la cosa più bella, e al contempo più concreta, più solida, più antiretorica che si possa affermare, sull’educazion. Perché la poesia ha questo in comune con ciò che ci appare normalmente “con i piedi per terra”, cioè con la scienza: è estremamente concreta. In fondo, poeti e scienziati fanno lo stesso mestiere, è ormai assodato. Sarà forse per questo, mi chiedo, che c’è chi prova a farli… entrambi? 

L’incontro con le seconde classi dell’I.C. Corradini di Roma, sul mio libro Imparare a guarire, non è niente di improvvisato o estemporaneo, ma è il coronamento di un lavoro veramente bello che hanno fatto gli insegnanti – la professoressa Carla Ribichini e le sue colleghe – in un arco ormai di diversi mesi, direi con allegra costanza. Lavoro molto radicato e concreto, che abbiamo riportato in varie sedi, tra cui il blog della sezione educativa dell’Istituto Nazionale di Astrofisica.

Lo penso, questo lavoro, come qualcosa che cresce, che irrobustisce, che accende una piccola ma consistente luce di speranza: per questo ha valore, direi oltre le nostre piccole persone. Per questo è importante. Per questo, ancora, sconfessa e fa esplodere – direi dall’interno – tante analisi anche giustificate, ma in fondo (mi pare) inutilmente e pericolosamente rinunciatarie, che vengono fatte quotidianamente sullo stato dell’educazione in Italia. 

C’è davvero una scuola diversa, una scuola visionaria e bella, che rispetta ed onora le emozioni e per questo cerca di farle crescere e germogliare su un terreno sano, colorato, morbido. Cerca di aiutare i ragazzi a guarire, a fiorire nella loro splendida unicità. Non certo massificando, omologando, preparando al mondo del consumo: no, niente di tutto questo. Lo fa, piuttosto, entrando a piccoli passi nella diversità meravigliosa di ognuno di loro, custodendola e onorandola con intelligente amorevolezza, accompagnandola con delicata sensibilità: premessa indispensabile perché possa fiorire, nel tempo, al suo tempo. 
Per questo ci si serve utilmente anche della poesia, delle poesie. Il mio sincero riconoscimento va dunque ai professori dell’Istituto Corradini che hanno visto nel mio recente libro uno strumento di lavoro, leggendovi delle potenzialità d’utilizzo che io stesso non avevo affatto messo a fuoco con tale limpidezza. Per questo,  ci siamo ritrovati, mercoledì 31 di ottobre, insieme ai ragazzi, agli insegnanti e ai genitori interessati, per celebrare insieme questo lavoro che è intrinsecamente poetico, in radice.

Si tratta, in fondo, di imparare a guarire tutti insieme, facendo appoggio sul nostro stare insieme – non in senso volontaristico, ma per esercitarci in una mutua comprensione, una feconda reciproca  compassione. Con noi, per radicarci al compito ed insieme al territorio (siamo ai bordi di Roma, al confine dell’Impero), graditissimi ospiti alcune persone dell’associazione Frascati Poesia tra cui Rita Seccareccia.

Ed è stata, veramente, una celebrazione, o se volete, una festa. Questo è il carattere, sempre perso ma sempre da ricercare, dell’uomo nascente, che è magari debolissimo in tutto ma forte in questo desiderio di luce, pace ed integrità. Forte, in questo inesausto anelito di rinascere fuori da ogni menzogna e ogni roboante retorica, per un pensiero nuovo che sia, innanzitutto, un respiro profondo, un respiro fiorito, che lo redime perpetuamente e redime perpetuamente ogni cosa intorno. Già credere in questa possibilità, crederci davvero, è invitare l’universo ad ordinarsi in tale senso:  è una cosa attiva e rivoluzionaria insieme. 
L’incontro si è svolto tra lettura delle poesie del libro, impreziosite dalle emozioni e dalle impressioni che avevano suscitato nei ragazzi, e musiche e danza, in un alternarsi lieto che chiama molto concretamente all’unità di ogni espressione artistica. Soprattutto, vivendo questo evento, mi era chiaro il potere di guarigione, la carica terapeutica di tutto quanto stava avvenendo. In queste occasioni mi diviene proprio lampante. Ero in un posto, in un angolo di spaziotempo, dove i ragazzi possono – insieme agli adulti – depositare amorevolmente i propri crucci, le proprie tensioni di persone in crescita, e celebrare il dono di essere vivi, in fondo. Farlo in modo consapevole, non distratto come ci propone la società del consumo. Farlo in modo vivo da donne e uomini vivi, quali siamo. Questo angolo di spaziotempo diventava così improvvisamente e dolcemente il centro, il luogo dove le cose vengono in luce, vengono (ri)create, diventano nuove.
Per questo la poesia. di tutto questo la parola, in Questo Universo, è un vettore, un enzima formidabile. Infatti questo Universo ama farsi raccontare, e molti doni si ricevono – io penso – per questa nostra disponibilità al racconto, alla parola.

Come scrivono bene i ragazzi, con profondissimo intuito, la parola poetica è questo strumento quasi taumaturgico, che compie mille e mille meraviglie, che si pone come ponte sopra il razionalismo esasperato da una parte e le tentazioni dell’irrazionale, dall’altra. Proponendo un percorso sano di ragionevolezza, sano e morbido, sano e sorridente.
Tutto è avvenuto nella tranquilla familiarità di un ambiente che fa dell’accoglienza la sua cifra più evidente, almeno per il sottoscritto. E se queste impressioni che registro sembrano enfatiche, non è per una tensione retorica, ma è perché io al Corradini mi sento a casa, devo dirlo. E non c’è protagonismo o affermazione o esibizione di talento o simili sterili situazioni. Affatto, direi. C’è un senso piacevole di officina, un senso d’essere tutti – appena – lavoranti in quest’opera, che ci sorpassa e ci trascende. 
E ci trascende alla grande, ma con allegria, offrendocene anche a noi, di quell’allegria sottile e profonda – così diversa da quella forzata della civiltà della distrazione – che rimane dentro, rimane sotto, in fondo al cuore, e che lo alimenta, nei giorni dell’autunno dove freddo e pioggia non fanno più dimenticare a lungo che c’è il sole a cui riscaldarci, comunque. 
Sì, c’è il sole di quest’opera comune, che aiuta noi adulti e aiuta i ragazzi, forse appena un po’ (ed è moltissimo) nell’opera di costruzione e di perpetua, rinnovata e rinnovante, guarigione.
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Una scuola visionaria (e bella)

C’è qualcosa che si muove, nell’educazione. C’è qualcosa che non accetta la stasi, che rifiuta un modello di universo stazionario come ambito in cui tutto rimane uguale, niente cambia. C’è qualcosa che scommette sul cambiamento e sull’educazione. E che investe su progetti, anche di lungo respiro, anche rischiosi. Tutto per esporre gli studenti ad una prospettiva nuova, dove si possano sentire accolti come persone e non semplicemente come oggetti, numeri, entità disincarnate, destinate al mero assorbimento di un flusso più o meno articolato di nozioni.
C’è qualcosa. Ci sono molte cose. Molte persone, molti insegnanti, che si rischiano in questo ruolo. Lo fanno quotidianamente, silenziosamente. Per qualcosa su cui non è sbagliato, una volta tanto, spendere la parola vocazione.
Il pericolo per noi, è non accorgerci. E’ farci prendere dall’idea che tanto non cambia niente. Idea pericolosa, falsa e pericolosa. Perché rafforza la stasi, la permanenza in stati di bassa energia, di scarsa creatività, di speranza ridotta. Di vita a freno a mano tirato. Quando l’alternativa, invece, esiste.
Questo che segue è appena un appunto (altri post seguiranno, qui o in altra sede) su un esperimento che rientra in questo filone virtuoso, significativamente chiamato La Scuola Visionaria. L’esperimento è pilotato dalla Prof.ssa Carla Ribichini (coautrice del libro omonimo, insieme con Palma Mirella Iannucci).
Come recita il progetto stesso

L’educazione visionaria è quella che sperimenta nuove pratiche, progetta e crea percorsi in cui gli aspetti cognitivi e quelli educativi non sono mai vissuti separatamente, ma si intrecciano continuamente.

L’esperimento ha un tempo e un luogo, come ogni esperimento che si rispetti. Il tempo è quello presente (ma non solo, le radici sono ben sviluppate e si estendono felicemente indietro), il luogo è l’Istituto Comprensivo Corradini (Vermicino, comune di Roma).
In tale ambito, sono intervenuto due volte nel loro pregevole laboratorio, per parlare di scienza e poesia, a maggio di quest’anno. Gli incontri hanno registrato una presenza di un gran numero di ragazzi ed anche di insegnanti. Devo confessare con stupore che l’attenzione e il coinvolgimento, sia dei ragazzi che degli insegnanti, sono stati realmente gratificanti.
Si parla dell’universo: lo spicchio conosciuto, e la gran parte ancora da comprendere…
Lo sguardo attento e partecipe dei ragazzi, sempre sul pezzo anche quando si entra nel regno della fisica non conosciuta, della necessità di un sapere globale e olistico, per la crescita della persone. Capisco che c’è del materiale umano formidabile, che non possiamo perdere, disperdere. Ma non è solo quello.
E’ come se capitassi in un campo che è già stato sapientemente coltivato, pazientemente arato, sistemato. Capisco che c’è un lavoro degli insegnanti, dietro tutto questo, un lavoro non di oggi, ma di tanti giorni, tante occasioni. E certi insegnanti, sono eroi: lottare contro lo scoraggiamento, le difficoltà personali, le condizioni della scuola. Lottare per donare ai ragazzi qualcosa, una speranza, un riposo nuovo. Eroi, senza retorica.
Ma lo dicono anche i ragazzi (cito dal libro La scuola visionaria)

Gli insegnanti sono eroi perché ci trasmettono la sapienza del mondo.Ci insegnano la poesia letteraria e quella corporea che colma il vuoto interiore riempiendolo di gioia. Sono eroi, ma non quel tipo di eroi con la calzamaglia e i super poteri… il loro potere è quello di incantare gli alunni con la voce del cuore. (Ivan)

Ed ancora

Lo studente cerca negli occhi degli insegnanti la certezza che la sua vita sarà perfetta o quasi. Gli insegnati sono balsamo quando nei nostri cuori c’è aria di tempesta, sono gentiluomini che custodiscono la nostra vita e si dedicano a noi con amore (Elisabetta)

Tanto altro si potrebbe estrapolare, ma questo, nel candore delicatissimo e commovente di cui sono capaci solo i ragazzi (e chi realmente torna bambino, facendo proprio il monito evangelico), è già sufficiente per definire uno spazio di azione, ed insieme un senso compiuto a questa opera.
Che è un’opera grandissima, da condurre dunque con grandissima umiltà. Perché si tratta appena di questo, di mettersi a servizio di qualcosa, di un’idea presente, di una presenza, di una bellezza che investe l’uomo e lo rende sempre irriducibile a qualsiasi logica di mercato. Gli regala una rinnovata dignità.
Qui, solo qui, scienza e letteratura si possono incontrare, nella declinazione — anche balbettante — di un nuovo universo, dove l’uomo torna al centro di tutto. E dunque tutto torna, può tornare, più umano.
Qualcosa di così bello, per cui vale la pena affrontare il rischio. Per cui vale la pena, dedicare ogni sforzo. Per cui vale la pena, sopportare ogni pena.
Così recita infatti il libro, nella quarta di copertina:

Una scuola animata da idealismo ed amore visionario esercita un potere che rimane per tutta la vita e la trasforma.

A quale ideale più bello, più santo, potremmo mai pensare di dedicarci?
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No alla violenza di genere

Forse sto per scrivere qualcosa di poco politically correct, ma perdonate, mi viene proprio dal cuore.
Eh sì, perché ad un certo punto, passando e ripassando nelle stesse occasioni (come la celebrazione dell’otto marzo, appunto) è come se uno ad un certo punto, intravedesse una trama. Come potesse finalmente vedere oltre i burattini e scorgere i fili. O se volete, scoprire quel gioco delle parti che ad un certo punto diventa difficilmente digeribile.
Quello a cui certo, puoi anche partecipare. Puoi ancora scegliere di partecipare.
Così fai i tuoi discorsi, punti il dito su tante cose esecrabili, ti vergogni un po’ — come maschio — delle prevaricazioni che tu o i tuoi amici o i tuoi antenati hanno compiuto.
Ma alla fine, il giorno della celebrazione svapora, e con esso tutto l’apparato ideologico a cui hai dato il tuo ennesimo tributo, tanto per tenerti in piedi, per essere moderno, ecco — non regge più.
Si sfalda, ed ora sei solo con te stesso.
La gente intanto, tra traffico e televisione, rientro e riaccompagno dei figli — allo sport, ai corsi di lingua — già archivia l’otto di marzo, pensa ad altro. Carica la mente con nuovi slogan, nuove distrazioni. Nuove giustissime celebrazioni, fresche sacrosante indignazioni (violenza di genere, sfruttamento del lavoro, muri con il Messico, scandali e mazzette, e così via).
Tutto questo evitando quasi sempre di scendere davvero alla radice. Come potesse rimanere un gioco di superficie, da farsi abilmente sul pelo dell’acqua.
Come se tributassimo ancora credito alla velenosa menzogna, per cui basta essere cittadini consapevoli per rifuggire dalla violenza verso le donne, o da ogni altro comportamento giudicato esecrabile.
Ecco, a questo mi sento di dire no, non ci sto.
Non ci credo. Mi state ancora prendendo in giro. L’educazione è necessaria e preziosissima. Ma non basta.
Se la mia vita (in ultima analisi) non ha senso, se mi raccontate tutti i giorni che è un accadimento casuale di un universo indifferente, qualcosa che termina con la mia morte, no: non chiedetemi pure di non essere “violento”.
Con le donne, con gli uomini o gli animali. Con le cose e con i miei pensieri, i miei sogni. Con le stelle, e la loro bellezza. Solo tempo perso, solo l’ennesima insopportabile retorica. Sarò violento comunque, al limite con me stesso (con la benevolenza “illuminata” della società progressista).
Datemi invece un senso, un senso per morire e dunque per vivere. Datemi questo infinito conforto. E io sarò docile e in pace, con la parte femminile e maschile dentro e fuori di me, e con le cose.
Ma fatelo, vi prego, fatelo subito. Del teatrino delle chiacchiere non se ne può più. E nemmeno di certe celebrazioni, quelle che due giorni dopo sono già dimenticate. Le donne non hanno bisogno di ipocrisia, non hanno bisogno di essere prese in giro.
E nemmeno gli uomini.
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