Blog di Marco Castellani

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Dovrei comprare un iPad mini?

Deve essere così. Mi pare molto ovvio che alla Apple leggano questo piccolo blog. Sì, perché quello che sta per entrare in commercio, insieme con l’iPhone 13 e tante varie cose, è un iPad mini davvero interessante. Che appare un po’ come la risposta operativa a quanto si andava argomentando nel post precedente a questo.

Vado subito al dunque. Sono d’accordo con chi dice che nel recente evento Apple (che definirei uno spot di quasi un’ora e venti oggettivamente realizzato benissimo, tanto che ne vorrei riparlare) la parte più interessante è rappresentata proprio questo iPad mini. E mi sento anche di assecondare chi asserisce che tale arnese risulti totalmente interessante anche per chi (come lo scrivente) graviti da molto tempo prevalentemente nel mondo Android.

Caro Google, una mela non è una pera “strana”. Un tablet non è un telefono “grande”. 

Tra l’altro, nel momento in cui scrivo, il sondaggio promosso dal sito iMore su quale sia stato l’annuncio preferito nel recente evento Apple, appare decisamente a favore di iPad mini. Ma so che non avete tempo da perdere, quindi entriamo nel merito. Vorrei dire perché mi intriga questo nuovo piccolo iPad.

  • Le dimensioni. Come si è già detto, considero un tablet di queste dimensioni estremamente usabile, in un ampio assortimento di situazioni. Non sono un grande fan dei dispositivi con schermo intorno ai dieci pollici, non si tengono facilmente in mano, non ci leggi bene sul divano o sul letto (e nemmeno in bagno). Vanno meglio per lavorare, ma a quel punto passi direttamente al laptop o ti siedi e fai le cose per bene, con un vero computer.
  • La connessione USB-C. Finalmente. Per un utente Android non è una cosa da poco. Vuol dire un cavetto di meno in giro, perché finalmente (qui) Apple adotta quello che è da tempo lo standard, nel resto del mondo. Un solo cavetto. Una grande comodità (e finalmente anche Kindle sta arrivando alla USB-C, ma questa è un’altra storia). Sarebbe veramente ora che Apple abbandonasse Lightning al suo meritato riposo e adottasse USB-C in modo convinto e completo (come anche l’Europa chiede).
  • Ascolto stereo in modalità orizzontale. Era ora. Ho già parlato del posizionamento bizzarro degli altoparlanti su iPad, tutti sullo stesso lato (corto): all’atto pratico, vuol dire che se ti metti a vedere Netflix tutto il suono lo senti uscire da una parte sola, altro che effetto stereo. In questo piccolo iPad invece l’effetto stereo può essere apprezzato non solo in cuffia, perché gli altoparlanti sono posizionati sui lati corti, appunto per fruire di un ascolto stereo in modalità landscape. Sì, va bene, come il Mediapad M5 di cui dicevo, in effetti. Uscito nel 2018, va detto. Ma è una “innovazione” assai gradita qui.
  • Il sistema operativo iPad OS. Non è un sistema perfetto, a voler essere pignoli ci sono alcune cose che non mi entusiasmano. Però è un sistema ottimizzato per tablet, ed è comunque ben fatto (e tra poco vedremo la versione 15 come si comporta). Non ci sono altri sistemi analoghi. Dopo l’abbandono da parte di Microsoft del folle (ma intrigante) progetto di mettere Windows 8 anche sui sassi, e perdurante il plateale clamoroso disinteresse di Google verso il mondo dei tablet, iPadOS è in confortante controtendenza: bisogna ammettere che sono rimasti solo quelli di Apple a ritenere che un tablet non sia appena un grosso telefono. No, il tablet è un tablet, appena. E va pensato in modo specifico.

Complessivamente, un grande salto in avanti anche, diciamo, rispetto a certe ostinazioni che francamente ormai risultano poco comprensibili: anche la versione più recente di iPad, mantiene la connessione proprietaria Lightning – anche bella vecchiotta se vogliamo, visto che sta per raggiungere i dieci anni di età – e presenta stolidamente i due altoparlanti sul medesimo lato (corto) dell’apparecchio (a questo punto, perché ostinarsi realizzare un’uscita stereo sugli altoparlanti, non si capisce).

Ecco, direi che le ragioni per acquisire un iPad classico si concentrano necessariamente sul suo sistema operativo iPadOS, ovvero si acquista essenzialmente un ingresso nell’universo Apple (un po’ come per iPhone SE). Qui c’è poco da fare. Oltretutto sul lato hardware un iPad classico non è esattamente al top. Ha comunque senso, soprattutto se associato ad una tastiera e/o ad una Apple Pencil. Ti consente di fare parecchie cose (no, per Netflix, ti conviene infilare gli auricolari).

Tuttavia, le ragioni per acquistare un iPad mini, questo iPad mini, mi sembrano ben più consistenti, anche a fronte di una spesa richiesta significativamente maggiore. Per chi è a caccia di un buon tablet dalle dimensioni contenute, per come già si argomentava, non c’è una grande scelta. Huawei (da quanto si desume dallo store) sembra aver abbandonato il formato “otto e qualcosa”. Samsung lo occupa – al momento – solo con modelli decisamente economici, come Galaxy Tab A7 Lite oppure Galaxy Tab A, interessanti solo se uno deve spendere poco, certo non comparabili con iPad mini (o con il mio buon vecchio Mediapad M5).

Dunque a mio avviso iPad mini costituisce una opzione molto interessante, per chi cerca un tablet moderno di dimensioni contenute. Almeno fino a quando non verrà fuori un’alternativa credibile (nell’hardware e nel software di gestione) dal mondo Android. Il che purtroppo – almeno per la parte software – temo che non avverrà molto presto.

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Miglior tablet otto pollici 2021 (tipo)

Complice il tempo libero delle vacanze, ho iniziato una ricerca per capire, in prospettiva, se fosse il caso di sostituire il mio tablet Huawei MediaPad M5 (8.4 pollici) che potrebbe essere considerato non nuovissimo, visto che è stato acquistato a novembre del 2018 (per il mio compleanno). Dopotutto, due anni e mezzo abbondanti non sono pochi per un arnese elettronico, in tempi come questi.

Per completezza, devo dire che qualche tempo fa mi sono fatto tentare da un’offerta molto allettante, e mi sono concesso l’acquisto di un iPad (settima generazione) come potenziale sostituto al MediaPad M5, e anche per avere un punto di accesso al modo di vedere Apple, se mi capite (riguardo al quale risento di una forza di attrazione oscillante in modo periodico).

Tuttavia, senza nulla togliere all’iPad (che mi è ben servito per dei lavori specifici, e che attualmente usa perlopiù mia figlia con molto profitto), proprio in questa occasione ho realizzato quanto per me sia comodo il formato otto pollici (tipo). In particolare, come questo realizzi un compromesso veramente splendido tra uno schermo ampio e leggibile e una discreta portabilità.

Siamo d’accordo che un (tipo) otto pollici è la cosa migliore?

Un tablet (tipo) otto pollici te lo porti in giro come se nulla fosse. Se stai leggendo e non vuoi interrompere puoi portartelo perfino al bagno, senza apparire troppo eccentrico (personalmente, non riesco a trasportare in modo dignitoso/casual un dieci pollici nel bagno, non so voi). Per leggere libri – in mancanza del fido Kindle che certo realizza l’esperienza ottimale di lettura, o anche per gli ePub che il Kindle sdegnosamente rigetta – è diecimila volte meglio (fidatevi) di un dieci pollici. Play Book si esprime alla grande sul mio MediaPad. Hai voglia a portarti in giro un dieci pollici per leggere un libro: niente, non è pratico.

Ugualmente quando si tratta di riviste digitali. Lo schermo del MediaPad è quello giusto, non c’è niente da fare. Più piccolo è un fastidio leggere, più grande è un fastidio tenere il lettore in mano. Certo devo usare gli occhiali, come con una rivista cartacea (non invecchiano solo i tablet, bisogna serenamente ammetterlo). Ma qui la cosa è mitigata perché posso allargare un po’ la pagina. Questo per dire, che Readly è di casa sul mio MediaPad. Certo, ho provato Readly anche su iPad, ci mancherebbe. Molto bello, forse superiore come animazioni e transizioni (iPadOS contro Android Pie, il primo vince facile) che si godono sfogliando le varie riviste. Ma niente, scomodo leggere su un dieci pollici, alla fine. Almeno questa è la mia impressione, adesso (le mie impressioni, lo so bene, cambiano con il tempo).

Anche questo, il formato. Ho sempre avuto problemi a digerire il rapporto di dimensioni di MediaPad: fosse stato per me, l’avrei fatto più largo e meno alto. Così, esteticamente: un poco più chiatto. Invece con quel rapporto 16:10 sembra un grosso telefono, non un tablet. Ma quando si parla di vedere Netflix, beh appare semplicemente perfetto. Ah, ovviamente anche YouTube. Dunque, si capisce perché l’han fatto così.

E qui voglio spezzare una lancia sulla genialità dei tecnici Huawei di aver messo i due altoparlanti sui lati corti opposti, in modo che si posizionino alla perfezione quando guardi un video in modalità orizzontale (che è la cosa più ragionevole), restituendoti un suono stereo più che dignitoso. Ah, se vi viene da dire beh ma ce ci vuole forse non avete realizzato come sono dislocati gli altoparlanti di iPad. Ve lo lascio scoprire, come l’ho (amaramente) scoperto io. Se vi trovate un senso, perfavore scrivetelo nei commenti. Devo ancora capirlo.

Nel complesso, sui vantaggi e svantaggi degli otto pollici si possono spendere molte parole, ma alla fine è questione di gusti personali e di come viene usato lo strumento. A me piace che il MediaPad si possa portare in giro molto facilmente, per dire. Già l’iPad ha un ingombro diverso, e si vede.

Quindi da tutto questo sproloquio, avrete capito che un otto pollici (o se vogliamo, otto e un po’) non mi dispiace. Anzi. E quindi, dopo aver cercato su Ecosia best tablet 2021 e cose simili, e aver trovato sorprendentemente pochissimi modelli (tipo) otto pollici, ho raffinato la ricerca e ho tentato aggiungendo, appunto, la specifica degli otto pollici. Così, tanto per andare dritto al punto. Ci sono diversi siti che fanno le loro liste, tra cui WordofTablet (apprezzabilmente nel circuito di ricompense Brave), o anche Lifewire, ed inoltre mytabletguide oppure (in italiano) 10best ed anche AltroConsumo. E via di questo passo.

Qui casca l’asino (diciamo). Se verifico le specifiche di moltissimi di questi, anche usciti più di recente del mio, spesso mi scontro con modelli inferiori, in un senso o nell’altro. Le chiacchiere stanno a zero: difficile trovare modelli con oltre 4 GB di RAM e con risoluzione superiore a 2650 x 1600, appunto (avrete indovinato) le specifiche del MediaPad. Esistono ovviamente una miriade di tablet migliori – e ci mancherebbe altro che mancassero – ma praticamente sempre con il formato dieci pollici o più.

Certo un valido competitor è iPad mini (in verità un poco più piccolo, con i suoi 7.9 pollici di diagonale). Se guardo però la risoluzione, emerge che iPad vanta una griglia di 2048×1536 pixel, dunque inferiore al mio MediaPad. Certo la risoluzione non è tutta la faccendo (poi è vero, la creatura di Apple ha uno schermo più piccolo), ma passando da MediaPad ad iPad mini, sentirei di perdere qualcosa. In questi casi, conta soprattutto se uno vuole (ri)entrare nell’universo Apple, anche magari ad un prezzo un po’ elevato. C’è da capire se vale la pena, e questo è un discorso essenzialmente individuale.

Al di là del fatto che ho compreso – a distanza di anni, d’accordo – che con il MediaPad ho fatto un buon acquisto, è evidente che l’industria non punta molto sugli otto pollici. Non ci crede, non spera di poterci guadagnare abbastanza.

Il che per me rimane un grande mistero. Lo aggiungo allora ai misteri riguardanti lo sviluppo tecnologico, che ormai ce ne sono tanti. Perché la gente si è accanita per anni ad usare Internet Explorer quando era ormai un rottame capolavoro di bachi e maestro d’inscurezza e non adesione agli standard W3C, mentre emergevano già browser più sicuri ed addirittura con la navigazione a schede come Firefox, ad esempio. Oppure, perché VHS ha vinto contro Betamax, tecnicamente superiore (dice chi ci capisce).

Ed intanto mi tengo il mio MediaPad. Che certo, è rimasto ad Android Pie ma, con qualche ritocco e l’interfaccia così carina di Microsoft Launcher, al posto di quella di Huawei (ormai ferma, come è fermo il suo Android), tanto male non è.

E mi interrogo, di quando in quando, sui misteri dell’informatica.

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Pensa diverso. Anzi, uguale

Non nego che se qualcuno mi regalasse l’iPhone 6 (prendete nota) gli sarei grato per un congruo numero di mesi. Non nego che l’oggetto abbia una certa attrattiva nel mio spazio mentale. Assolutamente. A parte il fatto che i grafici Apple sono bravissimi a presentare i prodotti in modo da sollecitare le tue ghiandole salivari, con queste paginette eleganti (poi copiate da Google e da Amazon, basta che vi fate un giro sulle presentazioni del Kindle o del Nexus 7 per notarlo con chiarezza rocciosa e definitiva). 

Non lo posso negare. Non c’è confronto che tenga, ancora. L’iPhone è elegante. E soprattutto, fa girare il software che voglio io (DayOne, sappilo: è quasi tutta colpa tua). 

Questo per ribadire la mia vicinanza emotiva alla faccenda iPhone.

Però c’è qualcosa che non mi torna, c’è qualcosa che mi rimane un po’ qui.  Insomma, non riesce ad essere digerita bene.

Cerco di capire. Di razionalizzare.

Ecco.

Tutta questa cosa di pensare differente, insomma ora come la mettiamo?

Prima l’iPad mini, quando Steve aveva sostenuto che uno schermo minore di 10’ non aveva senso. Vabbé. E’ un bell’oggetto, d’accordo. Sia pure.

Però una cosa rimaneva. Una certezza, per noi utenti Apple. Il formato del telefono. Non ha senso lo schermo sopra i quattro pollici. Non deve avere senso. Tutta la storia che uno schermo piccolo è più pratico, entra in tasca, lo tieni in mano e con il pollice arrivi dappertutto. Per le altre cose c’è l’iPad, non bisogna confonderci. Il telefono deve essere compatto.

Ok, va bene, ci credo. 

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E’ sempre il solito problema: le dimensioni contano? E quanto?

Così passi mesi a guardare questi ragazzotti con i padelloni Samsung o gli Xperia della Sony, e trattieni qualche episodico moto di invida, cercando di ragionare, pensando loro in fondo non hanno ancora capito. Certo ogni tanto ti sorprendi a pensare a come sarebbe guardare delle foto su uno schermo più grande, ma poi ti riprendi e capisci. “E’ un inganno, ragiona. Lo schermo dell’iPhone è quello giusto. E’ quello che ti serve.”

Perlomeno hai un punto di certezza, un conforto oggettivo. Gli iPhone sono tutti così. Certo dal cinque in poi si è un poì allungato lo schermo, ma è poca cosa. Una concessione minima, la larghezza è quella. La nostra filosofia è consistente, non ha motivo di cedimento. I padelloni Samsung  (oh, così brillanti… e guarda come si vede bene…) sono in fondo una manifestazione di immaturità, di superficialità tecnologica. E’ un problema, dopotutto, di scarsa consapevolezza.

Sì sembrano belli anche a me, quando non ragiono… 

Prima o poi, capiranno.

Inoltre, io ho le mie belle app pensate appositamente per questo schermo da 4 pollici. Gli utenti Android sono afflitti dal famoso problema della frammentazione dei dispositivi (ogni utente Apple deve impararlo bene), per cui alla fine una cosa che va bene a tutti (gli schermi) non è realmente ottimizzata per nessuno. Ricordiamocelo.

Questo quadro mentale semi-stabile può andare avanti per mesi. Alla fine sei quasi tranquillo, hai le tue belle convinzioni che tutto sommato tengono. Vacillano ogni tanto, ma tengono. Dopotutto si tratta di pensare differente dalle logiche del mercato. Noi abbiamo una filosofia, un modo di vedere il mondo: non è tutta questione di vendite. Non può esserlo. C’è dell’altro.

Poi arrivano i rumors di un iPhone più grande. Lasciamo stare, sono indiscrezioni, da verificare. Tocca vedere… 

Poi arriva il Keynote. Settembre, nove.

Eccoli.

E qui c’è il crollo. iPhone 6. Molto più che più grande.

Ma come sarebbe? Un modello da 5.5 pollici? E tutta la storia del display troppo grande

Intendiamoci. E’ sicuramente un gioiellino. Anzi, un gioiello: anche nel prezzo.

Però rimango con un fondo di amarezza.

 

A forza di pensare diverso, a volte – azzardo – si può perfino tornare a pensare uguale. 

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Nexus vs iPad: DayDream

Il mio amico utente iPad da anni, che ha fatto la follia di comprarsi un tablet Nexus 7, non perde occasione per raccontarmi le sue peripezie derivate dalla pratica di un confronto accanito ed intensivo dei due sistemi. L’unica cosa che posso fare, a questo punto (visto che non riesco a non starlo a sentire), per mettere a frutto quanto apprendo via via, è quella di riportare in questa sede alcune delle sue impressioni.

La cosa poi ha un certo margine di inevitabilità, complice la nostra abitudine di vederci la mattina al GruppoLocale BAR (quello dopo la piazzetta, svoltato l’angolo, proprio fronte al parco) per prenderci un buon caffè, prima di dirigersi ai rispettivi uffici (lui lavora in una casa editrice, io – è noto – faccio l’astrofisico). Ora, io l’iPad non me lo porto appresso sempre, lui invece – col fatto che il Nexus è piccolo e compatto – capace che quando meno te lo aspetti lo tira fuori dalla tasca della giacca e inizia a farti vedere (volente o nolente, modello volete vedere le foto del matrimonio?) tutte le mirabolanti caratteristiche, tutte le intriganti specificità. O magari (dipende anche dall’umore e dal tempo atmosferico, se piove è più probabile) a sottolinearne implacabilmente i limiti.

TheDayDream

The Day Dream, di John William Godward

L’altro giorno comunque me ne ha insegnata una nuova. Non vi sono solo i widgets (io già quelli non ce li ho, sull’iPad). C’è un’altra cosa. Le applicazioni sul Nexus possono anche presentare uno specifico comportamento allorquando si lascia – poniamo – il tablet acceso e non utilizzato, tipicamente per la procedura di ricarica. O quando si mette sul dock. Avendocelo. 

E’ la funzione DayDream (sogno ad occhi aperti). Ora, guardate, io darei un premio già a chi ha pensato il nome, perché lo trovo evocativo e decisamente poetico. Anche il mio amico è d’accordo, tra l’altro…

DayDream, se ho ben capito, risponde alla domanda spinosa cosa far fare automaticamente al tablet quando non fa niente?

In pratica, laddove l’iPad da inattivo può funzionare al massimo come cornice foto (c’è l’opzione apposita) DayDream estende razionalmente questo concetto a livello delle applicazioni, le quali possono fornire – se gli sviluppatori lo prevedono – un supporto alla specifica funzione per inviare sullo schermo i propri contenuti.  

Così mi sono… ehm… il mio amico si è ritrovato la possibilità di usare il Nexus come elegante orologio da tavolo, tanto per iniziare. Ma questo è niente. Applicazioni come Flipboard lo trasformano ipso facto in una finestra spettacolare sulle news e sulla timeline dei propri social network. Ovviamente – capirete bene – ogni sito di notizie ed aggiornamenti, o fotografie di gattini –  può fare di DayDream un uso davvero ghiotto. Che poi dipende ovviamente dai proprio gusti. Il mio amico ad esempio spesso lascia DayDream impostato su Appy Geek così (mi racconta) si fa una scorpacciate di notizie tecnologiche senza dover nemmeno premere un pulsante.

Come è come non è, questa cosa di DayDream mi ha intrigato abbastanza. Continuo a pensare che molte App si presentino meglio sull’iPad, questo non me lo leva nessuno dalla testa. Però questo Nexus alla fine, ha delle cose veramente simpatiche. 

Devo dirlo. Un po’ lo invidio, il mio amico. 

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Nexus vs iPad: gestione App

Continua la serie delle riflessioni estemporanee di un utente iOS alle prese con un tablet Android, il Nexus 7: il nostro, dopo aver scoperto con piacere la multiutenza, ora si trova ad istallare le sue app preferite… seguitelo nei suoi ragionamenti, potrebbe darvi qualche spunto interessante.

E’ completamente diversa la filosofia di gestione delle App, nei due sistemi. Meno male, altrimenti non sarebbe divertente, per il nostro utente avvezzo ad iOS: non potrebbe imparare niente di nuovo! Cominciamo da iOS, che è governata da un paradigma più semplice. L’applicazione istallata trova necessariamente posto sullo schermo del tablet, nell’ambiente di lavoro. Difatti al visuale standard del desktop è quella che comprende l’elenco delle app. Non è contemplata la possibilità che una app istallata non sia in sullo schermo con la sua iconcina, da sola o in qualche cartella. 

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E’ tutto lì, alla fine il punto sono le app…

Ecco perché disistallare App in iOS è di una semplicità estrema: si elimina semplicemente la relativa icona, cestinandola, e il sistema provvede a togliere di torno la relativa applicazione. Veramente, il massimo della semplicità (innegabilmente, molto pratico).

Tant’é che passando da iOS ad Android all’inizio non ci si trova. Si pensa che basti eliminare l’icona e l’applicazione scompare. No, su Android non è così. Perché Android ha una schermata apposita dove vengono mostrate tutte le App istallate, a prescindere che siano state collocate o meno su uno degli schermi virtuali del tablet. La corrispondenza totale tra icona e app dunque non c’è più: una app può non essere presente in nessun desktop virtuale, ma essere presente e richiamata alla bisogna, tramite il passaggio preliminare alla schermata con la lista delle app. Schermata che appunto su iOS non esiste – o meglio, è il default.

Dunque su Android per eliminare una App si dovrà andare all’interno delle impostazioni, trovare la voce gestione applicazioni, esaminare la lista e trovare quella da eliminare. Finalmente si potrà provvedere a cancellare quella app che non serve più o che poteva servire ma mette quel fastidioso banner pubblicitario per cui arrivederci e grazie…

Anche l’istallazione delle App può seguire traiettorie diverse. E’ ben vero che ognuno dei due sistemi ha il suo specifico market dove selezionare (eventualmente pagare) e poi scaricare le varie App. E’ vero che è possibile accedervi – ovviamente – direttamente dal tablet, per effettuare le varie operazioni necessarie a portare l’app sul proprio dispositivo. Però per Android c’è un canale addizionale. Si può istallare l’app anche da un qualsiasi computer connesso ad Internet, previa autenticazione su Google Play. Da lì, si possono acquistare e indirizzare le app sui propri device Android, precedentemente registrati: se il device selezionato è acceso ed è sotto copertura di rete, la procedura di istallazione partirà automaticamente.

Come dire, posso istallare dal lavoro un software sul Nexus che è rimasto a casa (beato lui), e trovarlo istallato al mio rientro. Questo è allineato al paradigma Google, per cui qualsiasi cosa la devo poter fare dal browser, e segue fedelmente la filosofia Internet-centrica invece che dispositivo-centrica che è (ancora?) prevalente in Apple. In questo sono con Android: devo dire che si rivela di una comodità apprezzabile.

(2 – continua)

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iOS7, la sobrietà del mondo digitale

Uno può dire, leggendo questo post: ecco alla fine ci si abitua a tutto. E probabilmente avrebbe una parte di ragione. Anche perché come spesso accade, dopo una certa asserzione viene anche il momento di correggere il tiro. Se dunque a metà novembre scrivevo circa l’eccessivo minimalismo di iOS7, l’ultima versione del sistema operativo mobile di Apple, oggi un po’ a sorpresa dico che mi comincio a trovare abbastanza bene…

Dunque, la lezione potrebbe essere, mai fidarsi dei blog e di chi vi scrive! Il fatto è questo, in ogni caso: comincio ad abituarmi. Inizio a trovare interessante e gradevole lo stile di iOS7, così minimalista e così bianco. Averci a che fare tutti i giorni, sull’iPhone e sull’iPad, sicuramente aiuta. Uno comincia a vedere le cose in maniera diversa. E perfino il meraviglioso stile di iOS6, ora, inizia a sembrarmi un po’… vecchio!

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Il mondo digitale e quello fisico vanno ognuno per la sua strada, ormai…

Photo Credit: angelocesare via Compfight cc

Comunque prima o poi doveva avvenire, a pensarci bene. iOS6 era graficamente delizioso, spumeggiante e quasi barocco, in certe sue rappresentazioni. L’idea centrale era (secondo me): riprodurre il mondo reale nella sua proiezione virtuale, con tutta la  precisione e la sontuosità possibile. Così – ad esempio –  il blocco note era veramente realizzato a guisa di un blocchettino per appunti, uno di quelli del mondo fisico, per capirci. Con carta gialla e righette e tutto il resto.  Dell’applicazione iBook, per la lettura dei libri digitali, abbiamo già parlato. Veramente la cosa che meglio mappava un libro reale dentro il mondo virtuale: il modello fisico era seguito con tenacia e perfezione, con tanto di ombreggiature ai bordi, costina ombrata in mezzo alle pagine. Un gran pezzo di software, dava la pista all’applicazione Kindle e a tutte le altre che ho provato (e non sono poche). 

Perché appunto l’idea era quella: il virtuale deve essere una rappresentazione quanto più possibile accurata del mondo reale. La gente si deve trovare a suo agio, nel passaggio al virtuale. Deve trovare qualcosa che le ricordi il più possibile il corrispettivo esistente nel mondo fisico.

L’idea. E appunto quella, quella ora è cambiata. Alla base di iOS7, si capisce dopo un po’ che uno lo usa, è un altro concetto omogeneo e ben definito, direi compatto (magari discutibile nelle implementazioni, al massimo). Il concetto è che non serve più un aggancio al mondo fisico, ormai. Il mondo virtuale ha una sua piena dignità e si può assumere una sua sufficiente frequentazione da parte dei più.

Dunque non servirà più modellare un blocchetto per appunti, in iOS7. Si farà la cosa più semplice possibile, a vantaggio dell’usabilità: schermo bianco, stile piatto. Lo stesso per i libri. La metafora del libro vero era attraente, ma toglieva spazio e dunque in questo nuovo paradigma non aveva più senso. Anche perché lo stesso libro digitale si è svincolato dal suo corrispettivo fisico: niente è più costretto a somigliare ad un oggetto esistente.

Il che a volte spiazza. A me all’inizio non mi garbava perdere questa connessione tra mondo fisico e corrispettivo virtuale, devo dire la verità. Ma poi ti abitui… e anzi ti sembra gradevole. Il fattore abitudine, al di là di tutto, è determinante. Forse il fatto è semplicemente questo, che ci vuole tempo per assimilare una idea, percepire l’unità del concetto dietro la molteplicità delle sue manifestazioni. Così anche alcune scelte che qualche settimana fa mi sembravano sciatte – come quella di sostituire i pulsanti con semplici scritte – ora mi sono diventate gradevoli. E poi capisco anche perché: fa tutto parte della stessa idea di fondo, che sottende le singole scelte grafiche. Perché disegnare un finto pulsante ? Non ha senso nel nuovo concept. Non ci sono più copie finte di oggetti fisici. Dunque una scritta “cliccabile” è sufficiente. Ma questo lo capisco solo dopo. Dopo, quando cerco di rendermi ragione delle mie impressioni di uso.

Così come a mano a mano che le applicazioni di terze parti si aggiornano per iOS7, l’ambiente diventa ancora più omogeneo e coeso. La stessa filosofia è alla base della molteplicità delle sue rappresentazioni, della sue “incarnazioni” nelle varie app. E- bisogna dirlo – viene realizzata in maniera coerente e sufficientemente completa.

Forse ci metto anch’io un pochino a cambiare paradigma. Ma lo sto facendo, lo sto facendo… 

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Posta su iOS: Mailbox premia le caselle vuote

Se avete seguito questo blog, l’avrete bello che capito: per me il protocollo di posta elettronica è vecchio. Possiamo dire la verità, di per sé sarebbe ampiamente superato: insomma, non è certo in linea con le tendenze più interattive e multimediali della era attuale di Internet. Tuttavia è comunque uno dei mezzi per scambiare testo e dati più diffusi, e tutto fa pensare che lo resterà per un bel pezzo. Alla fine, è semplice, ma funziona. Ed è tanto inossidabile che anche trovate assolutamente geniali come Google Wave si sono dovute arenare davanti a questa sorta di attrito, di resistenza al cambiamento. 
Tutto questo per dire che qualsiasi attrezzo tecnologico connesso ad Internet, deve prima di tutto mandare e ricevere posta in modo più comodo possibile, compatibilmente con le sue dimensioni e le sue caratteristiche. Così non stupisce che anche per dispositivi iOS (iPhone, iPad, iPod Touch) vi siano disponibili una serie abbastanza rilevante di applicazioni interessanti: vi voglio parlare della mia esperienza, senza nessuna pretesa di essere anche minimamente esaustivo.

Non è raro disporre di molte caselle di posta. Sempre piene, peraltro…

Prima fermata d’obbligo, il client di iOS integrato. Fa certo un ottimo lavoro: possibilità di connettere più account, parametri di connessione preimpostati per tutti i servizi più importanti di webmail (gmail, yahoo, etc…), ottima leggibilità dei messaggi, e via di questo passo. Una cosa molto utile è la possibilità di definire degli indirizzi VIP, da trattare in maniera diversa dagli altri: possiamo facilmente definire delle regole di notifica specifiche per questo gruppo di indirizzi “privilegiati”, ad esempio. Dunque potremo ritenerci già ampiamente soddisfatti dalle caratteristiche del programma di cui il nostro iPhone, o iPad/iPod,  è già dotato appena arriva nelle nostre mani..

E questo sicuramente potrebbe esaurire il discorso, almeno per molti.

Va da sé che i motivi perché io mi metta a provare un altro software saranno da cercare in alcune specificità che magari si trovano nel disegno specifico di quella applicazione, che certamente esulano dalle caratteristiche di progetto di un client email standard. 

Per farmi capire, prendo subito in esame una alternativa che mi pare – al momento – tra le più interessanti, ovvero quella di Mailbox. L’applicazione è disponibile per iPhone/iPad e per ora funziona soltanto per gli account gmail. Dal sito web dell’applicazione si può intuire la filosofia entro cui si muove il programma: “Modern tech for an ancient medium. Designed 30 years ago, traditional email transmission is clunky and slow.” Devono aver letto il nostro l’articolo, ovviamente 😉
Scherzi a parte, l’approccio alla gestione delle email in effetti è ingegnoso. In breve, permette – con un movimento rapido del dito – non solo di archiviare e/o cancellare i messaggi, ma anche (è qui la genialata) di postporli ad un momento più opportuno: vi sono varie alternative possibili, che vanno da poche ore ad un mese più tardi, o anche dopo. L’obiettivo esplicitamente dichiarato, è arrivare al fatidico traguardo di mailbox zero. E’ chiaramente un segno dei tempi – che viene debitamente riconosciuto dalla stessa progettazione di Mailbox – quello di essere sopraffatti dal numero di email che piovono quotidianamente nelle nostre caselle di posta. Pensateci: ora avere zero messaggi sembra un sollievo, quindici anni fa l’avremmo certamente vista in modo diverso.

Un’altra possibilità utile che offre Mailbox è quella di spostare facilmente il messaggio in una lista, dalla quale può essere facilmente consultato nel momento che pare più opportuno. Vi sono delle liste già impostate, ma si possono modificare, come pure aggiungerne altre. Una che io ho aggiunto subito è On Writing (titolo in omaggio ad un libro di Stephen King), per radunare tutte le email relative alla scrittura creativa. 

Come nota di colore, c’è anche un premio per chi arriva allo stato così agognato di Mailbox zero: una foto acquisita tra le più suggestive apparse in Instagram, immagine che cambia di giorno in giorno.

Simpatico, indubbiamente: fornisce una nota di giocosità al tutto, che non guasta.

E voi? C’è un client che vi piace tanto da aver abbandonato quello standard di Apple? Fatemi sapere, magari lo trattiamo in un post prossimo futuro…

To be continued…

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Perché mi piace iOS7

Devo dirlo, iOS7 mi piace. Mi piace molto. 
E’ vero, è vero tutto. Vero che sia ispirato pesantemente ad Android, vero che con questo aggiornamento i device Apple acquistano delle funzionalità che erano già accessibili agli utenti del robottino verde già da diverso tempo. Certo.
Eppure c’è qualcosa che mi fa dire, ecco finalmente. Ora ho il telefono che volevo. Finalmente posso accendere e spegnere bluetooth e wireless senza nemmeno dover sbloccare il telefono, finalmente le app si aggiornano da sole senza bisogno del mio intervento. Certo il nuovo design delle icone al primo momento spiazza un pochino, per la sua semplicità quasi estrema. Eppure dopo un po’, ecco, ti ci abitui. E anzi ti piacciono. 
User: spidi99 wikipedia, CC BY-SA 3.0
Per il resto, cito, finora non ho trovato niente che mi faccia rimpiangere la versione precedente. Il che non è affatto scontato, come sappiamo. 
Allora – diranno i miei affezionati lettori – non valeva la pena avere un device Android? Magari, per avere molte di queste bramate funzionalità con diversi mesi/anni di anticipo? 
Mmmm.. non lo so. Non ne sono certo.
Non lo so per questioni, temo, squisitamente soggettive. Come tali, ampiamente contestabili (anzi, contestatele pure, nei commenti). Però ve le dico lo stesso. Intanto, l’eleganza. Dite quello che volete, ma un i-qualcosa con iOS7 a bordo ha nel complesso una eleganza che a me pare – in questo momento storico – senza eguali. Eleganza che si tramuta immediatamente in piacere d’uso. Tutto è dosato sapientemente. Colori, effetti. Le animazioni ci sono, ma non sono esagerate, sono giuste.

Ma non è solo l’estetica a tenermi legato a iOS. Rimane infatti il problema del software. Eh sì. Se voglio far girare Momo e DayOne sui miei aggeggi elettronici, questi non possono essere Android (al momento), ma devono avere a bordo iOS.  E non poter aggiornare il mio diario mentre sono in giro è un po’ seccante (almeno per un grafomane compulsivo come il sottoscritto). 

Certo il software Android si è enormemente evoluto negli ultimi tempi. E cominciano ad esserci applicazioni che io come utente Apple addirittura invidio (come Google Music, ad esempio). Ma nel complesso posso dire che la differenza del parco software è uno dei fattori principali che mi tiene legato ad Apple. Magari cambierà nel futuro, chissà.
Anche il mio iPad2 ha potuto effettuare l’aggiornamento (temevo di no, all’inizio) e devo dire che si è un po’ come riaffacciato ad una “nuova vita”: come si fosse rimesso a nuovo da solo, senza aver dovuto spendere un centesimo. Certo le applicazioni da un po’ di tempo non sono proprio scattanti, si comincia a far sentire un po’ il peso degli anni, ma nel complesso si difende ancora bene. E non mi pare che iOS7 lo appesantisca più del precedente.
Mentre il sistema precedente mi piaceva sì, eppure mi sembrava affetto da pesanti incongruenze (come la laboriosità pratica di alcune semplici operazioni, tipo gestione del wireless, bluetooth, modalità aereo) questo mi piace così com’è e lo voglio esattamente così. 
Ed è una festa per gli occhi, il che è sempre un punto rilevante. 
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