Blog di Marco Castellani

Categoria: iPod

Posta su iOS: Mailbox premia le caselle vuote

Se avete seguito questo blog, l’avrete bello che capito: per me il protocollo di posta elettronica è vecchio. Possiamo dire la verità, di per sé sarebbe ampiamente superato: insomma, non è certo in linea con le tendenze più interattive e multimediali della era attuale di Internet. Tuttavia è comunque uno dei mezzi per scambiare testo e dati più diffusi, e tutto fa pensare che lo resterà per un bel pezzo. Alla fine, è semplice, ma funziona. Ed è tanto inossidabile che anche trovate assolutamente geniali come Google Wave si sono dovute arenare davanti a questa sorta di attrito, di resistenza al cambiamento. 
Tutto questo per dire che qualsiasi attrezzo tecnologico connesso ad Internet, deve prima di tutto mandare e ricevere posta in modo più comodo possibile, compatibilmente con le sue dimensioni e le sue caratteristiche. Così non stupisce che anche per dispositivi iOS (iPhone, iPad, iPod Touch) vi siano disponibili una serie abbastanza rilevante di applicazioni interessanti: vi voglio parlare della mia esperienza, senza nessuna pretesa di essere anche minimamente esaustivo.

Non è raro disporre di molte caselle di posta. Sempre piene, peraltro…

Prima fermata d’obbligo, il client di iOS integrato. Fa certo un ottimo lavoro: possibilità di connettere più account, parametri di connessione preimpostati per tutti i servizi più importanti di webmail (gmail, yahoo, etc…), ottima leggibilità dei messaggi, e via di questo passo. Una cosa molto utile è la possibilità di definire degli indirizzi VIP, da trattare in maniera diversa dagli altri: possiamo facilmente definire delle regole di notifica specifiche per questo gruppo di indirizzi “privilegiati”, ad esempio. Dunque potremo ritenerci già ampiamente soddisfatti dalle caratteristiche del programma di cui il nostro iPhone, o iPad/iPod,  è già dotato appena arriva nelle nostre mani..

E questo sicuramente potrebbe esaurire il discorso, almeno per molti.

Va da sé che i motivi perché io mi metta a provare un altro software saranno da cercare in alcune specificità che magari si trovano nel disegno specifico di quella applicazione, che certamente esulano dalle caratteristiche di progetto di un client email standard. 

Per farmi capire, prendo subito in esame una alternativa che mi pare – al momento – tra le più interessanti, ovvero quella di Mailbox. L’applicazione è disponibile per iPhone/iPad e per ora funziona soltanto per gli account gmail. Dal sito web dell’applicazione si può intuire la filosofia entro cui si muove il programma: “Modern tech for an ancient medium. Designed 30 years ago, traditional email transmission is clunky and slow.” Devono aver letto il nostro l’articolo, ovviamente 😉
Scherzi a parte, l’approccio alla gestione delle email in effetti è ingegnoso. In breve, permette – con un movimento rapido del dito – non solo di archiviare e/o cancellare i messaggi, ma anche (è qui la genialata) di postporli ad un momento più opportuno: vi sono varie alternative possibili, che vanno da poche ore ad un mese più tardi, o anche dopo. L’obiettivo esplicitamente dichiarato, è arrivare al fatidico traguardo di mailbox zero. E’ chiaramente un segno dei tempi – che viene debitamente riconosciuto dalla stessa progettazione di Mailbox – quello di essere sopraffatti dal numero di email che piovono quotidianamente nelle nostre caselle di posta. Pensateci: ora avere zero messaggi sembra un sollievo, quindici anni fa l’avremmo certamente vista in modo diverso.

Un’altra possibilità utile che offre Mailbox è quella di spostare facilmente il messaggio in una lista, dalla quale può essere facilmente consultato nel momento che pare più opportuno. Vi sono delle liste già impostate, ma si possono modificare, come pure aggiungerne altre. Una che io ho aggiunto subito è On Writing (titolo in omaggio ad un libro di Stephen King), per radunare tutte le email relative alla scrittura creativa. 

Come nota di colore, c’è anche un premio per chi arriva allo stato così agognato di Mailbox zero: una foto acquisita tra le più suggestive apparse in Instagram, immagine che cambia di giorno in giorno.

Simpatico, indubbiamente: fornisce una nota di giocosità al tutto, che non guasta.

E voi? C’è un client che vi piace tanto da aver abbandonato quello standard di Apple? Fatemi sapere, magari lo trattiamo in un post prossimo futuro…

To be continued…

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Il problema è il software

Man mano che passa il tempo, rifletto e a volte mi capita di… aggiustare il tiro. Anche e soprattuto in relazione alla tecnologia di uso quotidiano. In realtà devo dire che mi capita abbastanza spesso. Fossi un consulente informatico di una ditta manderei tutti ai pazzi, perché ogni due settimane proporrei e illustrerei dettagli di strategie di sviluppo e adozione software completamente diverse. Forse è per questo che faccio l’astrofisico, invece.
Tanto per spiegare. Perché a breve distanza dal post dove magnificavo Android a scapito di iOS, ora sto per scrivere un altro contributo che va in direzione esattamente opposta (o più propriamente, nella stessa direzione e in verso opposto). Tuttavia, per non contraddirmi completamente e perdere del tutto quel poco di credibilità che ancora potevo avere, cercherò di approcciare la faccenda da una direzione lievemente diversa. Ovvero quella del software.
Ce la farà Google Play ad offrire
una esperienza d’uso completa e coerente
per app, film, libri e musica?

Infatti il problema è il software. E’ chiaro, no? Siate onesti: quante volte avete anche voi lo avete pensato? La mattina, lavandovi i denti davanti allo specchio, pettinandovi, prendendo la giacca (attenzione, non scordate le chiavi della macchina, sono lì sul tavolino all’ingresso) ? Il problema è il software, esatto.

Mi ha fatto riflettere anche un bell’articolo su PC Magazine di aprile. La scelta di un tablet è data in ultima analisi dalle cosiddette killer application che intendiamo farci girare sopra. Dunque la scelta di uno non è quella dell’altro: Franco sceglie un iPad e Carla sceglie un Sony S. Non c’è una cosa migliore in assoluto. Tutto uguale, dunque?

In effetti… c’è un però. Azzardo. L’approccio degli sviluppatori per Android deve ancora maturare: non si può sviluppare per un device da 10” come se fosse un 4” allargato. Altrimenti lo spazio non si usa bene, viene sprecato. Su questo devo dar credito ad Apple. Le applicazioni per iOS – anche quelle cosiddette universali, che funzionano su iPhone e iPad (e iPod touch) – sono di norma ottimizzate egregiamente per trarre il massimo vantaggio dello spazio disponibile (e quasi sempre, anche dell’orientazione del device). 

Per Android non è ancora proprio così, mi sa.
Detto questo (e fatte salve le riserve su iOS come sistema operativo, presentate nel recente post), mi sto chiedendo quali siano le mie killer applications, ovvero ciò che vorrei portarmi dietro in uno smartphone
E’ una cosa molto personale, ma in questo caso, pur essendo personale, è anche cosa che si può scrivere su un blog. Se devo pensare alle applicazioni più ghiotte per me, ecco quello che mi viene in mente (elenco assolutamente incompleto, badate bene!):
  • DayOne. Colpa sua se ho ripreso gusto a scrivere un diario privato. Colpa sua se mi piace rileggere cosa ho scritto il giorno prima, o la settimana prima o ancora più indietro. E capire meglio il senso di cosa succede e cosa faccio, o lascio succedere quando ci riesco. 
  • MomoNote. Eccellente sistema di etichette, ogni volta che c’è una cosa che mi voglio ricordare la butto dentro. Citazioni, parti di email, brani di libri. Mi servono tanto i buoni spunti, per attraversare le giornate. Qui li ripesco al volo, quando voglio.
  • iA Writer. Ti fa riscoprire il piacere di scrivere. Sopratutto ti fa riscoprire l’attraente semplicità di buttare giù parole. Elegante e minimalista. Io lo trovo ottimo soprattutto per scrivere poesie (in questo si sta candidando a sostituire Google Docs, che era perfetto nell’era informatica precedente, quella che si viveva usando solo il computer). Certo scrivere con lo smartphone non è ideale, ma ho la sensazione che per appuntare qualcosa da rivedere in un secondo tempo, può andar bene.
  • Google Reader & Feedly. Non dimentichiamoci i feed.
  • Gmail (posso fare senza?)
  • Facebook (quasi come sopra)
  • Twitter (quasi come sopra)
  • Foursquare (forse inutile, ma divertente)
  • Kindle app e un lettore di libri in formato epub 
  • Waze per le info sul traffico (occhio a non cercare di usarlo mentre si guida però!)
  • Edge. Quanto mi piace questo giochino elegante e tranquillo…. 😉
  • …. (to be continued) …
DayOne, MomoNote e iA Writer sono solo per iOS (almeno, al momento). Questo è un bel colpo per la mia permanenza nell’ecosistema Android. Poi, avendo un MacBook e un iPad (e un iMac in arrivo) mi tenta l’integrazione in uno stesso ecosistema (certamente chiuso, ma coerente e ben realizzato). Insomma non è così improbabile una futura migrazione.

Per ora, comunque, aspetto con una certa curiosità l’arrivo di Android Ice Cream Sandwitch sul mio Sony-Ericsson Xperia Ray, in modo da poter fare le mie valutazioni. E con pari curiosità, sto a guardare le recentissime mosse di Google per creare un ecosistema finalmente completo e coerente, avviate con l’apertura di  Google Play.

Se penso che in anni passati mi appassionava la sfida linux vs. Windows, oggi guardo alla contesa iOS vs. Android con lo stesso identico interesse. Sono cambiati i tempi, le possibilità offerte dalla tecnologia, o sono cambiato io? O entrambe le cose?

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Quanto serve un iPad?

L’altro giorno al lavoro, nella caffetteria. Mi avvicino al distributore automatico di caffè (niente di che come qualità, ma meglio che niente…); intanto, il mio collega cosmologo, seduto al tavolo con altre persone, si accanisce verbalmente su taluni aspetti delle nuove mode tecnologiche (lo fa, lo fa). Segnatamente stavolta è sotto mira l’iPad.
Ma a che serve un iPad? Ma non serve a niente!
Non dovrei intervenire, lo so. Meglio starne fuori, di solito. Provo solo a dirgli che io un po’ lo uso, ma non serve (cioè non serve dirglielo). E’ troppo serrato sulle sue considerazioni, non ammette ripensamenti, nemmeno parziali. Si sposta repentinamente a descrivere l’ultimo bollettino sulle condizioni dei lavoratori cinesi che producono per le aziende che vendono ad Apple (tema importante ma anche controverso, a quanto leggo). Capisco che non ne posso venire a capo, lascio cadere.

iPad stand
Vi sono in commercio diversi supporti per iPad,
ma questo è sicuramente il più originale 🙂
Non passa molto tempo che vengo attratto da brandelli di conversazione nell’ufficio accanto al mio. Il mio fiuto di vecchio indagatore di gadget tecnologici ha sollevato un allerta: si sta parlando di iPad.
Ora ti vengo a spiegare perché non mi piace l’iPad
Vado a vedere, sono curioso.

Sono due ex direttori di osservatorio a parlare. Insomma mica pizza e fichi, se mi capite. Uno ha appena ricevuto un iPad, l’altro viene a spiegargli perché non gli piace. Non ricordo bene le frasi, ma il senso è il seguente…

Ma l’iPad, ma non sai quello che ci sta dentro! Non puoi vederlo. Invece, guarda, ho preso il Samsung Galaxy (mi pare, ndA), ho scaricato un file manager e l’ho istallato, ed ecco fatto. Vedo i files, le cartelle.
Bella forza. Il fatto che non vedi il filesystem è punto chiave del paradigma di iOS, da quanto posso capire. Piaccia o no. E’ un modo di vedere, prima che una libertà o una limitazione. E’ un’ottica. In quell’ottica lavori con applicazioni e dati, ma non navighi nel filesystem.Non solo non te ne devi occupare, ma per te non esiste. Cartelle e files, non ti devono servire. Se un’applicazione può scambiare dati con un’altra, ti viene segnalato. Ma tu non parti dai dati per andare all’applicazione che li gestisce, devi fare sempre il percorso opposto.
Non so se questo mi piace o no. A giorni alterni penso che sia una trovata geniale o una insopportabile limitazione. Comunque, ecco il mio punto, non si può ridurre il tutto a “perdita di libertà” quando è innanzitutto una proposta di un paradigma differente.
E non è tutto. Non basta non avere un iPad per stare a posto. Per esempio, io mi sono fatto comprare – tempo fa – un Toshiba Folio 100. Android, 100%. Bello, libero, aperto. Se non fosse che Toshiba (di cui non intendo comprare più nemmeno una chiavetta usb) di punto in bianco – non molto dopo la commercializzazione, ha cambiato idea. Sissignore. Ha lanciato un nuovo modello, appena un pizzico diverso dal mio. E questo Folio è rimasto così. Abbandonato, come i suoi acquirenti. Brava Toshiba. Un market proprietario penoso (ed è un complimento). Niente più aggiornamenti, niente di niente. Un dual core fermo ad Android 2.x, in pratica con un sistema operativo da telefonino (e per giunta, vecchio). In garanzia, non te lo cambiano neppure per passare ad un modello superiore (pagando la differenza), ho provato a chiedere. Eppure i soldi erano soldi veri, o no?
Toshiba_folio_100_22
Il “famigerato” Folio 100
di Toshiba

Almeno Apple questo non lo fa. Ti fa spendere, ok, ma una volta che hai speso, non ti molla per terra. 
L’iPod 3 ha ricevuto aggiornamenti fino a che era oggettivamente possibile. E ancora posso caricarci un bel pò di cose, anche se sono anni ormai che ce l’ho. Per quello che è, il suo onesto lavoro lo fa.
Insomma, potrei andare avanti ma avete capito. La cosa è questa. Sto imparando a diffidare sempre di più delle posizioni “massimaliste” (che in passato sono state per larga parte anche mie, beninteso, in particolar modo per quanto riguarda linux: per me, il sistema del pinguino doveva essere necessariamente il migliore e sempre e comunque la scelta più adeguata, anche a prescindere dai fatti).

Dire che l’Ipad non serve a nulla, è un travisamento della realtà (inutile, nel miglior caso) come dire che è una cosa indispensabile. Scagliarsi contro l’impostazione chiusa dei sistemi operativi di Apple è assolutamente inutile ed (anche) irritante, tanto come magnificare oltremisura gli apparecchi della “mela”.

Le posizioni drastiche, ideologiche, sono in fondo trucchi per evitare di pensare, di stare con gli occhi bene aperti, attenti alla realtà. Come dovremmo fare tutti. Momento per momento.
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