Blog di Marco Castellani

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La casa degli sguardi

A volte ci sono dei suggerimenti a cui sei grato, semplicemente grato. Perché poi non sono semplici suggerimenti, sono delle proposte per incrementare la vita, per aumentarla. Sono spunti che ti aiutano ad essere vivo, un po’ di più. 
Spesso infatti ci diciamo, anche noi fisici ed astrofisici, che tutto è relazione, ma poi ci dimentichiamo che questo ha grandi e profonde ricadute anche nella nostra vita ordinaria. Proprio gli incontri e le connessioni, infatti, rendono questa vita più fonda, più imprevedibile, più meritevole d’essere vissuta. Un po’ più inattesa e lieta, in generale. 

Lo spunto di incontro con questo libro, e con Daniele Mencarelli, che ne è autore (che incontro personalmente al meeting), è quello di un ambiente e  di amici di cui ti fidi. Un suggerimento di lettura che non riesci a buttar via facilmente.

Certo, magari ti chiedi, perché proprio questo libro? Capisci la proposizione dei testi di Giussani (che peraltro, l’hai capito ormai, sono fonte inesauribile di sorpresa), capisci tanto altro (come i classici della narrativa, tesori luminosi dei quali sei grato, ma che in verità ti sorprendono meno, a livello di proposta), nei libri consigliati, ma questo in particolare ti incuriosisce. Un libro di narrativa contemporanea? Deve esserci sotto qualcosa, non può essere semplicemente come tanti altri, un prodotto per l’estate, uno dei tanti lanci editoriali che strizzano l’occhio ad argomenti facili, a narrazioni di poco impegno. Deve esserci una storia umana, sotto.

Quando chi ti propone qualcosa è per te autorevole, sei persuaso (lo sei, anche se ancora non comprendi) che quel che ti indica è di valore.

Il libro l’ho terminato pochi giorni fa, e sono grato, come dicevo, semplicemente grato. E’ una storia umana che tocca il cuore in modo profondo, perché Daniele racconta senza infingimenti, senza veli letterari. Mette giù la realtà così com’è, senza proporsi di abbellirla. All’inizio ti spiazza, totalmente. I suoi problemi di dipendenze, i rapporti con i genitori, soprattutto il nulla che attanaglia, non lascia respiro. Il senso del tempo che porta via tutto, da cui non si può scappare – se non apparentemente, con uno stordimento dei sensi, con una smemoratezza chimica od alcolica, che però riporta invariabilmente al punto iniziale. Ed anzi, nel tempo, accresce il disagio, la confusione. E allarga drammaticamente la confusione, lo stordimento, il cupio dissolvi, proprio alle persone a cui più si tiene.

E’ una situazione drammatica, quella da cui parte il libro. Tutto questo è raccontato così, in modo diretto. Senza abbellimenti, senza scansare gli aspetti più penosi e dolorosi.  E nel contempo, senza usare una sola parola più di quelle necessarie.

Lo confesso. Io ci credo che Daniele è un poeta. Non ho ancora letto molto di lui, a parte questo libro, ma ci credo totalmente. Perché solo un poeta ha questo profondo rispetto per le parole, per quello che dicono, che indicano. Solo un poeta le usa con verità ma con misura, senza indugiare negli effetti di coloriture eccessive o senza farsi tentare da sbiadimenti moralistici. Le usa per la profondità che loro hanno, insomma le rispetta, come già si diceva. Una per una.

Solo un poeta, insomma,  parla con questa verità.

La storia che racconta Daniele, scopertamente e dichiaratamente autobiografica, è come una salita dantesca dalle tenebre alla luce, una storia della quale preferisco lasciarne fuori i dettagli per non guastare a nessuno l’esperienza della lettura. La cosa che mi preme notare, è che il passaggio avviene in modo graduale, non trascurando niente, non censurando nulla. Parte anzi da una visione sincera di sé, fuori da ogni infingimento. Solo una presa di coscienza integrale di quello che si é, senza scandalo e senza belle intenzioni, può mettere in moto. Ma certo, non basta.

Due cose fondamentali che mi arrivano dal libro, devo ancora dire. Due cose rendono infatti possibile questo cammino, rendono praticabile, lavorabile, questo percorso.

Una è il valore dell’amicizia (che letteralmente, può salvare la vita). Davide è l’amico poeta che concretamente fornisce l’appoggio per Daniele, gli rende concreta la possibilità di un percorso di uscita da una condizione insostenibile, orientata alla vittoria del nulla, all’autodistruzione. L’amicizia entra in campo come opposizione profonda e radicata, a questa deriva. Come offerta di una relazione che sfida il nulla, ne smentisce la suggestione, lo sfianca. Ma questo è il primo passo. E non è tanto il fatto concreto, l’opportunità specifica (l’offerta di un lavoro presso l’Ospedale Bambino Gesù, in questo caso), ma il fatto profondissimo che scende nel cuore, di sentirsi guardati, sentirsi amati. Essere guardato infatti è il primissimo passo, che consente a Daniele di ripensarsi come esistente, e di poter scommettere su una positività del reale, che pure a volte sembra drammaticamente nascondersi.

L’altro è la percezione di evidenza, appunto, di questa positività, che non rimane appesa ad una teoria o ad uno sforzo volontaristico perché si riesca a vedere, ma si palesa lei stessa, in una inedita ed inattesa  bellezza.  Qui arriviamo al punto, all’architrave del libro. Non sono discorsi, non sono prediche, non sono elencazioni di valori morali che potranno salvare Daniele, che potranno salvare ciascuno di noi. E’ piuttosto la percezione potente della bellezza, come uno squarcio di luce che entra fino nelle circostanze più penose, vi entra e le illumina di una nuova possibilità.

L’episodio della suora che viene sorpresa mentre sorride e scherza con un bambino orribilmente (per Daniele, per tutti noi) malformato, è il vero punto di deflagrazione interna, di uno scoppio sotterraneo ma devastante, potentissimo, ingestibile. L’evidenza di una bellezza che muove la anziana suora a comportarsi in questo modo, è in un certo senso terribile. Nel senso che non ti lascia in pace, non ti dà tregua, ti accende dentro l’esigenza di spiegarti, di rispondere a quello che hai visto. Di fartene un modello, diremmo noi scienziati. Ma nessuno modello riduzionista riesce a tenere, nessuna ipotesi a decostruire rimane salda, quando chi vive è costretto, è ricondotto, ad ammettere la verità, l’accento di verità – e quindi di bellezza – di quanto ha visto, con i suoi occhi.

Vivendo nella carne, appunto. Non sono discorsi, ideologie, strategie ed utopie a sollevare Daniele, a sollevare ognuno di noi dai suoi stati più bassi, da donargli nuova libertà nelle sue dipendenze. E’ il tocco concretissimo del reale che lo viene a trovare, con quell’evidenza lancinante di un altro fattore che a questo punto entra, deve entrare, nella sua e nostra concezione del mondo, dei rapporti tra le persone, del destino ultimo del cosmo fin nelle sue più lontane stelle. Si tratta di non abiurare mai più a questa concretezza: «Noi non vogliamo Cristo solo, vogliamo anche gli alberi, la donna, tutte le creature!» diceva don Giussani.

Ed è davvero una occasione concretissima che fornisce a Daniele quel punto di appoggio che rende di nuovo la sua vita plastica, modificabile, lavorabile. E che insieme gli insinua quel gusto necessario per intraprendere l’opera, che è fatica e sacrificio, come per tutti noi, in qualsiasi condizione ci troviamo.

In quel gusto di costruzione i nostri limiti non sono più scogli insuperabili, si ammorbidiscono essi stessi, e si crea piano piano la sensazione di poter scorgere un percorso, che non censura, non dimentica nulla, non insiste sulla debolezza ma scommette sul potere della vita, su questa luce che affiora sul volto di una suora di più di ottant’anni che abbraccia e sorride a ciò di cui noi siamo spaventati. Da lì si inizia a vedere la realtà con occhi nuovi, e a questa nuova visione la realtà risponde, in un percorso che – non a caso – apre a Daniele la strada per realizzare la propria vocazione, donando la risposta operativa alla domanda più profonda, io perché sono qui? che è sotto alla domanda pressante perché questo dolore? che accompagna tante pagine del libro.

C’è bisogno di vedere, di vedere accadere cose così, di leggere libri così, per non squalificare la nostra vita giocandocela in modo opaco o spento. E per ritornare a domandare davvero, a domandare la gioia piena: perché domandarla non è sconveniente, non è fuori luogo, ma è proprio questa domanda (a volte sussurrata, a volte urlata) il luogo dove poter dimorare, dove poter tornare a dimorare.

Non bisogna nemmeno essere capaci di sorridere, se talvolta non ne siamo capaci. Piuttosto, occorre avere occhi aperti per vedere il sorriso aprirsi sincero sul volto di un’altro quando – per fortuna o piuttosto per grazia – ancora accade, davanti a noi.  

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Quel che fissavi

Esitavo abbastanza, a scriverlo. Eh sì, perché già lo capisco dall’inizio, questo post sarà terribilmente incompleto. In un modo, peraltro, quasi da vergognarsi. Difficile davvero estrarre il succo di questi tre giorni passati al Meeting di Rimini (da mercoledì a venerdì scorso,  per essere proprio precisi). Tre giorni scarsi per essere sottoposti, contaminati, da una ricchezza di incontri, cose, persone, dialoghi, immagini, suoni, che sembra scaturire da una misteriosa abbondanza, non direttamente misurabile.

Il titolo di quest’anno è stato Nacque il tuo nome da quel che fissavi, riecheggiando una poesia di Giovanni Paolo II. Ed effettivamente, qui di cose da guardare, ce n’erano tante. A volte anche in contemporanea, che non sapevi come orizzontarti. Perso, come appariva, in una felice ridondanza, correvi da una parte all’altra, tentando di intersecare le tempistiche, o almeno di slabbrarle solo moderatamente. Il lavoro della vita, insomma, qui condensato.
La sintesi migliore – essendoci stato – mi pare proprio quella di questo breve video, apparso da poco sul canale YouTube del meeting (e ci sarebbe da raspare tanto, nell’area dei video del meeting, perché quasi ogni cosa è stata ripresa, grazie al cielo).
E’ l’unico modo di vedere a volo d’uccello quello che serve di vedere, di respirare l’atmosfera, di rifare memoria, rapidamente, di quello che ti è capitato. Le cose belle sono ben più di quaranta, e ti scorrono intorno, che nemmeno te ne accorgi del tutto. Vedi un pochino di qualcosa, ma quel pochino è sufficiente. Perché in ogni parte c’è il tutto, lo sappiamo. Ed in ogni parte del meeting c’è questa che a mio avviso è la perla più preziosa, quella tensione di positività che alla fine non può non contagiarti. 
Magari all’inizio ne puoi essere perfino infastidito (ecco, a me capita), perché destabilizza, disarticola sottilmente ma provocatoriamente il tuo cinismo abituale, il tuo modo cinico e quasi rassegnato di rapportarti alla realtà. Quello che tu non ammetti, non confessi nemmeno a te stesso (come se non dirselo, equivalesse a sfuggirlo, a non viverlo). E tutto questo allora magari, inizialmente, dà fastidio. Magari riverbera in te quella posizione dell’Innominato manzoniano, che si stupisce della gente lieta che vede recarsi alla Messa (e anche lui dice ma che ci avranno da essere contenti poi…). Quell’eco manzoniana peraltro ripresa esplicitamente nel messaggio del Papa per l’apertura del meeting
Allora ti dici (tu, sedicente cristiano, notare bene), ti chiedi, quasi come un Manzoni minore, ma dove sta il trucco, cosa ci guadagnano questi qua? e pensi magari ai ragazzi del parcheggio, che non sono a gustarsi il meeting come te, ma sono lì a cuocersi al sole epperò nonostante la cottura indubbiamente avanzata, ti accolgono con insolita gentilezza quando arrivi in automobile, ti stanno a sentire, magari scherzano addirittura, se tu scherzi.

Niente, roba che già per me sarebbe impossibile. Cioè, io mi stupisco ancora prima di entrare.

Qual è il vostro trucco, ragazzi? Dài, ditemelo.

In effetti un trucco, dopo tre giorni che giri e giri, ancora non lo trovi. No, non dico affatto che sei piombato nel Paradiso in Terra, ci mancherebbe altro. Niente di tutto questo, nessuna sperticata idealizzazione. Ma nella media, ti trovi così, ti trovi davanti ad uomini contenti, anche nella fatica (che poi, a livello personale, lo sai bene: la contentezza nella fatica, è uno dei tuoi fallimenti più eclatanti, caro Marco). Beh ok, non sarò così, ma posso almeno guardare chi lo è. In fondo, proprio il guardare è a tema, in questo meeting. 
Allora ti lasci condurre, scruti il programma, inizi – appunto – le corse da un padiglione all’altro, per intessere la tua personale traiettoria dentro il meeting, e dipanarla momento per momento (tra un momento e l’altro c’è spazio per ristorarsi con una granita o qualche altro genere di conforto, e dopotutto siamo in vacanza).

La mostra su Etty Hillesum, quella la vuoi vedere assolutamente. Dalla lettura del Diario (leggetelo, in forma integrale, vi prego), sei totalmente innamorato di questa ragazzina, e della sua sconfinata apertura al Destino. E la mostra certo non ti delude. Scansata assai bene la tentazione di presentarne una versione addolcita per i benpensanti, per le persone di parrocchia, viene fuori Etty in tutta la sua rugosa lancinante dolcissima scabrosità inondata dalla Grazia. Viene fuori che Dio sceglie chi vuole, assolutamente chi vuole, come diceva Marina Corradi parlando di lei (e questa è la più pazzesca delle buone notizie, per ognuno di noi: Dio sceglie chi vuole, pescando anche tra i più cattivi).

Lei non era esattamente una santa, una madonnina infilzata. Lei che ha convissuto con tanti uomini, anche contemporaneamente, che ha abortito con una determinazione ferrea e che oggi spaventa anche i più convinti (e incoscienti) assertori della libertà totale di far tutto (“ti sbarrerò l’ingresso a questa vita e non dovrai lamentartene” annota nel diario, il sei dicembre del 1941), sempre lei che alla fine parte per il campo di sterminio, cantando… Lei – esattamente lei – è stata investita dalla percezione concreta della presenza del Mistero, tale da rivoltare completamente lo scenario di desolazione ed odio, scavandone fuori una luce così pura, che ancora ci confonde. Lei, che replica ad un “vecchio ed arrabbiato militante di classe“, che la accusa – assai scandalizzato – di delineare con il suo progetto di purificazione interiore, un ritorno al cristianesimo, “E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma : certo, cristianesimo – e perché no?”

Etty è un mistero pulsante ed uno scompaginamento salutare della nostra tentazione perenne di avvicinarci al divino a botte di sforzi di “bontà”, e non invece cedendo semplicemente alla Sua potenza.

La mostra che ti spiazza di più però, contrariamente alle tue previsioni, non è nemmeno questa. E’ Bolle, pionieri, e pionieri e la ragazza di Hong Kong. In un modo felicemente non lineare, dalla storia del popolo americano sei ricondotto alle tue personali domande. Come ci dice la curatrice della mostra, è una esperienza che diventa interamente personale, dove tu stesso, di fronte alla varietà e provocatorietà del materiale esposto, porti a galla le tue domande, le tue esigenze, la tua specifica fame di senso. Che bello, venire destrutturati almeno per un pochino, in modo che la curiosità autentica, seppellita sotto strati e strati di “già l’ho visto” possa ridestarsi, almeno un attimo, almeno per una microscopica debacle del pensiero ordinario. Leggo adesso che hanno detto, meglio di me, quanto sia straordinaria questa mostra. Posso solo seguire, assecondare. E’ proprio così.

Ma tu sei una persona che scrive, Marco. E quindi sei attratto da quelli che scrivono, appunto. L’incontro con Daniele Mencarelli, venuto a parlare del suo La casa degli sguardi (ma ci fate caso, come il titolo del libro riverbera il titolo del meeting?), è di quelli che inizi con una vaga curiosità, e poi ti affanni a trovare un qualche device su cui appuntare delle frasi, delle gemme di verità che senti utili per te, che non vuoi che vadano disperse.

E poi, ecco, poi ci sono le persone, ed è bello quando avviene il contatto tra persone, il contatto vero, vivo. Daniele aveva letto il mio post sul meeting esprimendo apprezzamento, così mi presento dicendo che sono quello del blog, e intanto che mi faccio firmare il libro, gli consegno Imparare a guarire. C’è molta gente, parliamo pochi istanti, ma sono sufficienti.

Beh ci sarebbe tanto da descrivere ancora, e naturalmente mi sono accorto – come da incipit – che sto trascurando colpevolmente alcuni bellissimi incontri. Ma tant’è. Almeno in questo, sono di parola, e lascio il post così terribilmente incompleto, come dicevo. Cerco un momento di sintesi, cerco un filo di significato.

Lo so, lo so. Si potrebbe dire tanto e tanto altro, in effetti. Avete ragione. Ma avviene anche questo al meeting, avviene un segnale di umanità di un cuore urgente, come si diceva esattamente un anno fa.

Avviene, ed è bello quando avviene.
Sempre bello. 

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Nominare le cose

La poesia è bella, è importante, mi dico, soprattutto per questo. La poesia prende sul serio le parole, le prende sul serio e le ama una per una. Il poeta smonta e rimonta un verso, ed è attento ad ogni singola parola. La rispetta, la onora. Anche una congiunzione, addirittura un carattere sospensivo, una virgola. Ecco, anche questa. Muovere un virgola in un verso a volte è cambiare tutto.
Il poeta ascolta le parole e ne estrae il succo, le mette insieme alle altre e controlla la miscela, gestisce l’alchimia. O almeno prova a farlo, perché poi la vera poesia, sfugge sempre di mano, esonda dai calcoli ordinari, acchiappa quell’aggancio di infinito che ha appena sfiorato e ci fa dimora, ci fa casa. Da lì si comunica anche ad altri, perché è irresistibilmente missionaria. E si realizza la magia, la rinnovata fratellanza tra gli uomini, legati dal comune anelito del cuore. 
Viviamo in una epoca diametralmente opposta alla poesia. La quantità di parole scritte è altissima (sui social, sulle reti di messaggistica), ma una gran parte di queste è utilizzata al minimo potenziale, è svilita, è prostituita. La parola così depotenziata è volgare, sempre volgare. E’ questa, a ben vedere, la vera pornografia. Perché è la più perniciosa: induce un pensiero parimenti depotenziato, servile, non libero. La vera poesia è liberante, non sopporta costrizioni ideologiche o morali, non le sopporta affatto.

Nacque il tuo nome da ciò che fissavi è il titolo del meeting di Rimini di quest’anno, ed è soprattutto un verso di una poesia di Giovanni Paolo II. Il segnale che raccolgo è positivo, confortante. In tempi di slogan e pensiero semplice, dove i cinguettii informatici di illustri ministri fanno a gara in inciviltà e nel rilancio del pensiero pigro, mettere un verso di una poesia a titolo di qualcosa, è andare in salutare controtendenza.

Come dice assai bene l‘articolo di Fabrizio Sinisi,  Tornare a nominare le cose, riscoprirne il nome, è un modo di sancire un nuovo inizio: è come nascere di nuovo. E cosa chiede il mondo d’oggi più di ogni cosa, se non il dono di poter rinascere? 

Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, ne abbiamo sempre più bisogno. Ne abbiamo bisogno a livello personale e a livello sociale, in maniera inscindibile. Abbiamo bisogno di riprendere a sperare, di comprendere che erigere muri (dentro e fuori di noi), chiudere gli accessi (personali e nazionali), serrare i confini (di ogni tipo), non è la risposta alla sete di sicurezza, che è solo un ingabbiamento ulteriore nelle nostre paure e nella nostra solitudine. E chi fomenta tutto questo, giocando sporco sulle nostre paure e le nostre fragilità, non sta facendo un buon servizio, ai singoli e alla società.

La poesia è un superamento allegro e curioso, di ogni recinto… 

Abbiamo bisogno di un riscatto, di una ripresa. Diceva Don Giussani, alcuni anni fa, che abbiamo una sola legge: riprendere, ricominciare, risorgere. La poesia ci aiuta in questo, solo che le diamo udienza. Se accogliamo il suo modo di parlare al cuore, il nostro cuore si riapre, si allarga di nuovo. Possiamo ascoltare, di nuovo, il canto del mondo. E noi, di nuovo, respiriamo.

Ritorna bella e invitante, seducente e accogliente, la prospettiva di guarire, di ritrovare un modo e un mondo di rapporti più sereni, distesi, pieni ed appaganti. Ed il cielo ritorna a vivere dentro di noi, come recita il titolo della mostra su Etty Hillesum al meeting (e questa, a Dio piacendo, dovrò proprio contemplarla nella mia visita).

Etty non ha scritto poesie, che io sappia, ma il suo diario è un’opera incredibilmente poetica, e profetica anche. E’ un punto di partenza prezioso per ogni progetto di umanità nuova, che non eriga a sistema le sue paure, non le congeli dentro la vergogna di controversi decreti di sicurezza, ma le attraversi costantemente, slanciandosi verso l’ideale e la sua scintillante bellezza.

Non abbiamo bisogno di tanti discorsi, non c’è bisogno di retorica. Abbiamo bisogno di poesia, che è l’antidoto emozionante ad ogni sclerotizzazione ideologica, è una delle poche risorse per venire a galla dai discorsi, dai discorsi che non servono più.

Come già scriveva Alda Merini, nella lirica Ho bisogno di sentimenti,

Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Il meeting (se uno non si fa imbrigliare dai discorsi, appunto, e dall’idea che si è fatta di Comunione e Liberazione, ma semplicemente procede ad occhi aperti e cuore allargato) è una splendida occasione di sperimentare una umanità in ricerca, aperta agli stimoli della modernità e affezionata al valore buono delle tradizione, ai valori della cultura e della solidarietà (cosa non troppo banale, di questi tempi). Ed è sempre propositivo, un calderone – anche a volte affastellato, piacevolmente confuso – di proposte perché si comprenda che una vita migliore, più umana, è sempre possibile.

E non si ottiene certo chiudendosi dietro un limite, ma attraversandolo continuamente.

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Il telegrafista ed il meeting…

Quello che emotivamente mi colpisce, mi muove subito qualcosa, è l’accenno alla canzone Giovanni Telegrafista che è presente in due begli articoli sull’imminente Meeting di Rimini, una intervista a Giorgio Vittadini del 17 agosto e un suo pezzo apparso il giorno successivo, cioè oggi (entrambi su Il Sussidiario).
Del Meeting  – dirò subito – se ne parla in moltissimi posti, dunque è forse inutile aggiungere altre parole se non, forse, scegliendo una tonalità emotiva, affettiva, che allacci questa manifestazione con la storia di chi scrive, in una sorta di intreccio “virtuoso” per cui la storia interna e personale illumina quella esterna e sociale – come quella di una manifestazione così grande – e viceversa. 
Ecco perché articolo questo pezzo sul Meeting a partire da una osservazione apparentemente marginale,  come il rimando alla canzone di Jannacci. Non penso sia tanto marginale per Vittadini, che appunto la ripropone a breve distanza in due occasioni (trattasi a mio avviso di una celeste ripetizione, che rallegra, come certi passaggi nella musica di Bruckner). 
E’ un messaggio, mi dico, è un punto importante, per lui. Cerco di capire, allora. Ritorno alla canzone, al testo, alla musica. E’ una canzone in cui l’urgenza del cuore, quella incredibile nostalgia che abbiamo tutti in fondo al cuore – che quando affiora ci stordisce, ci confonde, quanto è potente – quella urgenza viene esplicitata, cantata, senza finzioni. Vien minuziosamente descritta, con la poesia malinconica ma efficacissima che solo uno come Jannacci poteva avere, e con una meravigliosa sintesi. 
Giovanni telegrafista e nulla più… urgente.
Mi conforta proprio tanto questo accenno, questo ripetuto rimando ad un brano dove il grido del cuore è così scoperto, così “indifeso” e non si nasconde, come avviene in troppi discorsi, troppe volte. Mi conforta sul fatto che il Meeting, che ho visitato varie volte e Deo concedente vedrò anche in questa occasione, non è – prima di tutto – una questione di politica o economia o cultura, in senso astratto, o nemmeno di religione: è essenzialmente una questione di cuore.
Mi conforta, dicevo, perché più vado avanti nella vita, più le altre cose, gli altri temi, non mi interessano. O meglio, mi interessano nella misura in cui dialogano con questo cuore lacerato, scoperto, che è sempre il cuore dell’uomo. Chi non dialoga con questo cuore, di qualsiasi cosa parli, sia un laico o un prete o un presidente del consiglio, è un mentitore. Nella misura in cui non dialoga con il cuore, lui mente, disperde parole inutili, non aiuta, non conforta. 
Il grido del cuore di Giovanni (il telegrafista) l’ho sentito già molti molti anni fa, da piccolino. Mio papà non ascoltava molta musica “leggera”, ma aveva una predilezione speciale per due cantautori: Fabrizio De Andrè (quante volte l’ho visto ascoltare quasi religiosamente  il disco La Buona Novella) ed Enzo Jannacci. Ho imparato a rispettare questi due artisti, tramite il rispetto che aveva per loro mio padre, che assorbivo da lui. 
Mio papà aveva questo 45 giri (di tonalità verdina ricordo, nella zona interna ai solchi), con due canzoni, come consuetudine per questi piccoli dischetti, uno per lato: Vengo anch’io da una parte, e appunto Giovanni Telegrafista sul lato opposto. La prima la conoscono quasi tutti, è una canzone orecchiabile e svelta, piena dell’umorismo più solare di Jannacci, una canzone che anche a me bambino divertiva moltissimo. Chissà, forse è per questo che il disco era finito nella mia collezione, che per lo più era composta dai dischi delle Fiabe Sonore, quella bellissima collezione che ascoltavo e riascoltavo, nel mio mangiadischi di colore rosso (con una striscia bianca nella parte anteriore). 
Se Vengo anch’io scorreva così, con questa deliziosa e irriverente leggerezza, il lato opposto era sorprendentemente diverso. La canzone Giovanni Telegrafista si percepiva da subito, aveva una nota dolente, uno struggimento così ben trasmesso dalla voce di Enzo. A ripensarci mi viene la pelle d’oca, anche senza riascoltarla. 

Giovanni telegrafista e nulla più,
stazioncina povera c’erano piu’ alberi e uccelli che persone
ma aveva il cuore urgente anche senza nessuna promozione
battendo, battendo su un tasto solo…

Non capivo quasi niente, non comprendevo la storia raccontata (e forse non mi sforzavo nemmeno di farlo, a quell’età), ma questo senso di struggimento così profondo, quello mi arrivava comunque al cuore, mi parlava anche senza la comprensione del messaggio verbale, anche assai prima della sua piena fruizione. L’intreccio della voce di Enzo e della musica, compiva questo miracolo di comunicazione. Sento che ancora lo compie, a distanza di molti molti anni. 
Questo struggimento, ora mi accorgo, non è un’emozione fine a sé stessa, non è inutile. Perché parla del primato del cuore, dell’irriducibilità dell’esigenza di essere felici, di essere compiuti, oltre ogni accadimento esterno. Nelle comunicazioni di Giovanni infatti passano le cose del mondo,  “passò prezzo caffé passò matrimonio Edoardo VIII  oggi duca di Windsor, passarono cavallette in Cina,  passò sensazione di una bomba volante…” ma quello che lo colpisce, che lo inchioda che lo fulmina, è la notizia di Alba, della “sua” Alba. Quello che si intravede come compimento del cuore vince su tutto, sorpassa ogni cosa, se solo siamo sinceri con noi stessi.
Riconoscere questo, è a volte doloroso, ma liberante. Il cuore non è un accidente scomodo, da mettere da parte al più presto, è una risorsa da conoscere, da riconoscere. E’ il punto sacro che ci rende umani. 
Come ha detto Juliàn Carron ai partecipanti alla Macerata-Loreto, quest’anno, 

 “noi siamo sete di vita e non ci accontentiamo finché non troviamo ciò che la sazia. Possiamo fare di tutto per mettere a tacere il cuore, possiamo perfino pensare di essere sbagliati non essendo mai soddisfatti da quello che troviamo, e invece questo è proprio il segno della nostra grandezza.”

Ecco, questo cuore così pulsante nella canzone di Jannacci, questo cuore riconosciuto e da riconoscere, sempre e di nuovo, è al centro gravitazionale del Meeting: lo capisco proprio dai riferimenti continui di Vittadini. Lo capisco e mi conforto, mi tranquillizzo, mi rallegro. Sono contento che esista un posto così, che esista una storia così. 
Voglio andare a vedere, allora. Voglio portarmi il mio Giovanni, quello della mia infanzia, quello legato al ricordo di mio padre (e ricordo che Jannacci lo intravidi di persona solo una volta, ed era proprio al Meeting…). Voglio portare il mio cuore e farlo respirare, farlo espandere e farlo sentire riconosciuto. Un lavoro di ogni giorno, anzi il lavoro di ogni giorno. Per cui ogni occasione valida bisogna sfruttarla, per cui il senso di andare a vedere diventa quasi urgente. 
Come quell’urgenza di Giovanni, né più né meno.
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Tu sei un bene per me

Rosa la incontro la mattina del mio secondo giorno, subito dopo la Messa. Sono arrivato sabato pomeriggio, in compagnia di altri amici ciellini (così si apostrofano, anche tra loro, le persone vicine al movimento di Comunione e Liberazione): Daniela, Loredana e Michele. Il mio equipaggio, in poche parole.

Da qualche anno, da quando ho riscoperto con più chiarezza l’attrattiva della sequela nel movimento, cerco di non mancare un passaggio al Meeting di Rimini, almeno per un paio di giorni. Lo sento parte del mio cammino, uno dei punti forti dell’anno, qualcosa che innerva di senso e significato lo stesso procedere.
Quest’anno però ci si era messo proprio tutto, inclusa — in prossimità della partenza — perfino la rottura della macchina in autostrada. Ero quasi certo di dover rinunciare. Invece eccomi, sabato verso le cinque sono ormai quasi alla Fiera, con la fretta di arrivare in tempo per l’incontro introdotto da Marco Bersanelli, quello sulle onde gravitazionali. Quello — mi dico — lo “devo” proprio prendere.
Rosa poi mi avrebbe scritto (o come si dice oggi, messaggiato).

Al Meeting 2016 mi ci ha portato Alice, mia cognata. Lei, che ci va da quando aveva sedici anni, tutti gli anni, ad ogni angolo incontrava qualcuno da salutare. Io la seguivo docile, accettando le mostre o i convegni che mi proponeva, in qualche caso aggregandomi a sue amiche, se la proposta mi convinceva maggiormente e se il gruppo si scindeva.

L’incontro condotto da Bersanelli — che ospita Roberto Battiston, Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana e Laura Cadonati, Professore Associato presso la Scuola di Fisica del Georgian Institute of Technology, è denso e molto valido, per tutti. Per me è anche un anticipo regalato di questa “altra” idea di scienza, che tentiamo di sviluppare anche dentro il movimento Darsi Pace: una idea di scienza, in poche parole, aperta alle istanze della cultura e della spiritualità. Dunque, un incontro subito e pienamente darsipacista, appena arrivato. È certo un buon inizio.
Ma è così, ormai. L’avrei confidato a Rosa il giorno dopo: ho perfino smesso di contare le concordanze, non distinguo più se un pensiero, una citazione, uno spunto, mi vengono da Comunione e Liberazione oppure da Darsi Pace (molte volte perfino le fonti delle citazioni sono le stesse). Io la vedo così: al di là delle sigle, delle declinazioni organizzative, c’è l’unificazione delle forze. Come insegna la fisica, ad alti livelli di energia tutto è uno, la diversità si ricompone, si integra: è la strada, la strada dove sono stato posto. Io, di mio, non ho deciso proprio nulla, di mio non decido mai niente: l’unica cosa che posso decidere, l’unica cosa che mi è richiesta, è il mio assenso a seguire, a rimanere — e a ritornare — sul cammino.
Ma non dovrei stupirmi. In Darsi Pace faccio questa strada in compagnia di ex anarchici, di suore, di persone della più varia estrazione e storia. Ognuno integra il percorso, con la sua specifica formazione, e per ognuno — mi pare — accade questo miracolo di integrazione.
Una strada che si snoda ormai dall’ottobre di due anni fa, e che mi ha regalato tanto, e soprattutto una grande ricchezza umana, articolata in incontri, sorrisi, incoraggiamenti, intese. Capisci finalmente il conforto di tante persone che camminano insieme con te: attraverso di loro vedi che le tue debolezze non sono obiezione a niente, ma proprio a niente. Una cosa che da solo, probabilmente, non capiresti mai.
Sì, l’avrei detto a Rosa la mattina dopo, tutto si integra. Se la incontro è poi colpa di Facebook (ma in fondo se sono nel percorso Darsi Pace è sempre ed ancora “colpa” di Facebook, per quel post che intercettò il mio interesse, qualche anno fa). È lui che, alquanto impiccione, mi avverte che ho un amico nelle vicinanze. Avverte anche Rosa, ovvio. E così ci mettiamo in contatto.

È stata una gioia per me incontrare due “insorti”, due persone conosciute al Seminario di Trevi: uno, è un Astrofisico e l’altro un Parroco.

D’accordo (a proposito, io sono l’astrofisico, ovviamente). Ci si vede la domenica mattina, subito dopo Messa.

Bellissima la Santa Messa di domenica 21, Spettacolare il flusso ordinato con cui i ciellini si muovono per l’eucarestia.

La sera del sabato, sono allo spettacolo di Paolo Cevoli, “Perché non parli”. Bello, certo un pelino forse richiede attenzione e concentrazione, perché fa tutto da solo. Non hai il conforto di un dialogo, che magari alleggerisce. Ma è bravo, e soprattutto si respira una buona aria. Quella buona aria di misericordia, che si sente un po’ dovunque, qui in Fiera.
E certo, di bella allegria.
L’allegria totalmente non forzata dei volontari al meeting — è questo spettacolo che mi si rinnova ogni volta che vengo, che dissolve gli strati di cinismo che la vita distratta mi mette addosso. D’altra parte, l’allegria non forzata di qualcuno, la letizia anche solo come accenno, è qualcosa con cui comunque fare i conti, qualcosa che non ti lascia tranquillo, ti spinge a cercare, a capire. Qualcosa che si ripercuote in ogni angolo, agli shop, ai bar, alle mostre. Quello che riescono meglio, quelli che patiscono l’affollarsi delle persone. Tutti.

Le mostre che ho visto mi hanno emozionata. Più di tutte “L’Abbraccio Misericordioso” che anche nei testi del catalogo ho trovato molto affine al pensiero di DP; la mostra su “Madre Teresa” mi ha straziata e anche “American Dream” un viaggio tra i Santi Americani, è stata di grande impatto emotivo. Ho trovato poco piacevole, ma per la disorganizzazione che ha visto far accavallare i gruppi facendo perdere ogni senso, “Restaurare il Cielo”

La mattina di domenica dopo la Messa, mi trovo dunque con Rosa vicino alle piscine. Rosa sta per iniziare il primo anno in Darsi Pace, dopo essere stata a Trevi per la settimana “insurrezionale” (e avere visto una sbaraccata di video di Marco Guzzi, come mi dice). La incontro in compagnia di sua cognata Alice. Ha il mio stesso entusiasmo, Rosa: quello di trovare nel meeting mille cose che hanno un sapore darsipacista.
Parliamo un po’, ed è come se ci conoscessimo da sempre. Quando ti muovi su un territorio comune, sembra che il dialogo sia più efficace. Ci si comprende meglio, più rapidamente. Lo stupore comune di quello che si sta vedendo in opera, rende tutto più facile. Dobbiamo riportare Marco al meeting! ci diciamo — entusiasti come bimbi — e ci pare al momento un’idea di straordinaria importanza. L’aria che si respira qui è un’aria amica a Darsi Pace. Dobbiamo lavorarci. Farlo venire per un incontro. Già, gli incontri, appunto.
Dal punto di vista degli incontri ce n’erano tanti e in contemporanea. Di sicuro non era facile garantire per tutti la stessa qualità, Molti, molto belli, intensi. Mi limiterò a citare quello che mi è piaciuto di più. Il preferito, “Un abbraccio che cambia la storia” con Mons. Paolo Pezzi, Arcivescovo di Monza e Vladimir Legoyda, Presidente dei Rapporti Chiesa — MassMedia del Patriarcato di Monza, con moderatore Alberto Savorana.
Lascio le due donne, con una bella impressione per la loro serenità. Saprò dopo, con grande stupore, che hanno attraversato un dolore molto forte, una grande perdita. A volte, vedo che persone sottoposte dalla vita ad un forte scossone sono proprio quelle che cercano con più serietà, come avessero sfrondato il cammino da tante cose inutili, da tante preoccupazioni di superficie. E questo si riverbera intorno, non c’è dubbio.
Il pomeriggio di domenica è molto denso, con gli incontri di Luca Doninelli sul tema del meeting, Tu sei un bene per me (ovvero, esclamerebbe la mia parte darsipacista, la bellezza inesausta della vera modalità relazionale, del superamento dell’io ego-centrato!), e quello di Davide Rondoni, uno dei poeti contemporanei che ammiro di più, su Shakespeare ed il senso dell’altro in Amleto.
Tutto, tutto rimanda a questo rapporto con l’altro (e con l’Altro), e tutto acquista un senso più vero, più sanguigno, più reale, dopo che questi due anni in Darsi Pace mi hanno fatto comprendere quanto questo rapporto con l’altro, compreso come fonte di bene, non sia scontato ma sia come un termine di un cammino, un già e non ancora. Un cammino innanzitutto dentro di sé, di cui qui si ritrovano le ragioni. In mille incontri e mille diversi linguaggi, più o meno efficaci.
Ho apprezzato particolarmente il linguaggio chiaro e diretto di Vladimir Legoyda del quale ho annotato una frase in particolare sul mio taccuino “Il cristiano non ha altro modo di cambiare il mondo se non innanzi tutto cambiando sé stesso” (che ne dite?) Non mi è piaciuto ad esempio “Le città non possono morire” soprattutto per l’emersione di un linguaggio ancora troppo politichese e mi pare avulso da vere soluzioni operative.
Ma l’incontro che mi colpisce di più è senza dubbio quello che chiude il mio meeting. Ripartirò infatti lunedì a mezza giornata. E prima faccio in tempo ad assistere all’incontro condotto da Roberto Fontolan, “Quale Islam in Europa”, con Wael Farouq, Docente di Lingua e Letteratura Araba all’Università Cattolica di Milano, e con Aziz Hasanovic, Gran Muftì di Croazia.
Qui — proprio sul punto di lasciare la Fiera — accade un piccolo miracolo interiore.
Qui la commozione per la testimonianza anche di chi ha profondamente sofferto e ciononostante ha scelto la modalità relazionale come approccio con l’altro, con le persone di altra fede, diventa commozione di me che ascolto. E gratitudine, vera gratitudine per l’offerta di una chiave interpretativa non bellica e pienamente realistica del rapporto con l’Islam. E in ultima analisi, del rapporto con chi è differente da me per visione del mondo, ma fratello, pienamente fratello in umanità. È la gioia purissima di un abbraccio, di sentirsi finalmente abbracciati, che mi rimane addosso mentre mi avvio alla stazione del treno.
Se devo trarre una conclusione direi che “L’abbraccio” in congresso, in mostra, in verità è il simbolo della resa del cuore, della nostra guarigione, della guarigione del mondo. L’abbraccio, nella misericordia.
Tutto si può dire del Meeting, di tutto si può ragionare: e questo non intende essere un intervento apologetico, né del meeting né di CL. Ma ecco, la Misericordia si avverte. Una misericordia a tutto campo, che non sopporta etichette o sigle o tessere di appartenenza. Mentre mi porto dietro questo abbraccio, i volti, i visi di tante persone di buona volontà, mi accorgo che il cinismo che mi avvelena così spesso nell’ordinario, non è l’ultima possibilità, è solo una (pessima) scelta. Una scelta che si può rivoltare, come un calzino.
Si può sperare, infatti. Si può camminare, perché la strada esiste.
Una strada — ne sono certo — che si può per larghi tratti percorrere tutti insieme, ma tutti. Tutti quelli che non hanno rinunciato a sperare, qualsiasi cosa credano o non credano.
Tutti.
Per darsi pace, la strada c’è: passa per gli incontri, i volti. Passa per l’uomo, coinvolto da Qualcosa di grande: quel soffio che per un momento lo distrae perfino dal suo limite, lo lascia a bocca aperta. A ritrovarsi addosso l’accenno di questa illogica allegria (per dirla con Gaber), fonte e ragione del cammino della vita.

Gli interventi in corsivo e rientranti sono di Rosa, il resto del testo è del sottoscritto.
Versione rivista del post pubblicato sul blog DarsiPace il 15 settembre 2016.
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Abbraccio vuol dire gioia

Sono stato tre giorni al Meeting di Rimini, da lunedì a mercoledì. Tre giorni scarsi, a dire la verità. Però sufficienti. Decisamente sufficienti per riempire gli occhi e il cuore (gli occhi, e quindi il cuore) di cose belle.

Di cose che fanno respirare.

Non so come fare – ora vediamo – ma soprattutto nel parlare di questo vorrei evitare la ricerca delle frasi belle, scansare per una volta la tentazione della  retorica, la costruzione edificante, la levigatezza del dettato. Non mi soddisferebbe. Non vorrei cadere in questo: “dimostrare” e convincere che il Meeting è una bella cosa, una bella iniziativa, che vale la pena andarci. Non mi interessa particolarmente, ora. Nemmeno mi interessa fare una esposizione sistematica ed ordinata di quanto ho visto (una piccola parte di quanto è accaduto e sta ancora accadendo): preferisco dare due schizzi di colore, cercare una immagine, una sensazione. Parlare del mio meeting. Altrove si troveranno certo tutti i debiti resoconti, più meditati e meno soggettivi.

Piscine

Un momento di pausa tra un incontro ed una mostra, alle piscine

Ulteriore premessa. Non ho voglia, non ho tempo ed interesse, per argomentare con chi ha un suo pensiero bello e fatto del Meeting senza esserci andato. Vorrete perdonare la mia vena blandamente intollerante, ma mi sembra proprio troppo, lo dico dolcemente ed amichevolmente, pensare di poter derivare un pensiero maturo sul Meeting dalla lettura esclusiva del proprio giornale, l’ascolto del telegiornale preferito. Non mi pare un approccio conoscitivo adeguato all’oggetto.

Ora dirai che bisogna starci, eh. Diranno subito “i miei piccoli lettori” Sì lo dico, bisogna starci. 

Andare a vedere. Respirare l’aria.

Sopratutto guardare. Guardare i ragazzi e le ragazze che lo costruiscono, lo lavorano, lo faticano. 

Che poi, nel dubbio, per me è più facile e piacevole osservare le seconde, tendenzialmente. Ma c’è qualcosa di più, della eventuale attrattiva fisica (cosa di cui a volte si dubita, in fondo).

Ma guarda. Fosse solo questo (non è poco, per carità), potremmo restare a casa. Magari fare un giro al parco, o in centro (meglio, se si vuole contrarre gente). No, no. Altro.

Poi uno è così, in realtà uno non decide niente. Pensa di pianificare la sua vita, tutto intento ai suoi calcoli, quando invece al massimo fa ridere i polli. O meglio, fa sorridere gli angeli, che sanno come davvero va il mondo.

Grazie al cielo non si può pianificare nulla.

Tanto meglio. Così uno è guidato, se si lascia guidare, o se si distrae e si perde nei suoi schemi in maniera appena sufficiente a far sì che molli la presa. Pure per sbaglio, pure per un istante, pure per una sospensione momentanea del ragionare. Come quando prendi una cunetta in macchina, la prendi troppo veloce e per un momento lo stomaco ti arriva in gola.

Così succede che i contrasti acuiscano lo stupore. Se parti basso poi l’altezza la percepisci di più. 

Infatti parto basso. Lunedì a pranzo, il momento peggiore è proprio l’arrivo. La selva dei dubbi che premono il cervello. Ma perché sono qui: ma tanto io il meeting lo conosco ormai. Perché stare fuori casa anche solo tre giorni, adesso. Adesso che il mio lavoro è in famiglia, lì c’è da esserci, c’è da fare: lo sappiamo. E questi amici ancora  – per certi versi – nuovi, quanto davvero posso aprirmi con loro? Devo rimanere chiuso, con tutta la fatica che comporta? Non mi va di fare fatica. Non mi va. Voglio andare a casa.

Ecco, lo ammetto. Vorrei stare a casa.

Perché sono venuto? Qual era la scommessa? Ora non la vedo.

La mostra di Millet inizia ad addolcire qualcosa nel cuore indurito, fisso nel suo schema, determinato nel suo proposito di contaminazione appena parziale – finestre sottili attraverso cui passa poca luce, giusto il minimo indispensabile. Però qui ti fregano perché passa il colore. Allora su allarga il cuore, e entra anche Van Gogh di soppiatto, Van Gogh che – scopro – copiava Millet e lo adorava. E la guida appassionata ti infetta, ti infetta della sua passione, senza avvertirti (il tuo cinismo abituale non funziona come vaccino, perde colpi). E quei quadri che illustrano così soavemente il valore profondo del lavoro umile: sono un inno nascosto alla vita. Questo non vale. E’ stupendamente disdicevole.

Bella signora che mi lusinghi citando a memoria le mie canzoni

il tuo divano è troppo stretto perché io mi faccia delle illusioni

Qui tutto ti lusinga, se appena  ti lasci tentare, magari il “divano” non è sempre così stretto come canta Fossati in Chi guarda Genova (che posso fare, è entrato di forza, stava passando nelle cuffie mentre scrivevo, poi mi piace troppo questo verso). Così ancora intontito per tutta l’attività intorno, tu che ancora trattieni qualcosa di casa e non sai bene se sei qui per piena ragione, se puoi lasciar correre il cuore: non lo sai ancora. Sei solo un po’ più colorato per colpa di Millet. Appena uno schizzo di colore che stempera il tuo bianco e nero dell’ultimo periodo. E vabbé.

Con questo tiepido colore addosso, vai al salone dove c’è l’incontro con Aleksandr Filolenko (ma chi è, questo tipo? Che ci potrà mai dire, in fondo, l’ennesimo intervento filosofico?). Diciamolo pure, ci vai solo per fare la brava persona ragionevole, quella che va all’incontro principale della giornata, quello che spiega il titolo del meeting. Senza altra ragione che questa, che poi anche gli amici tuoi ci vanno.

Accidenti, quanto uno non capisce fino a che non ci sbatte il naso.

Arriva questo Filonenko: sì sembra ben piazzato, simpatico d’accordo. Un volto curioso, serio e divertito insieme. La Guarnieri lo presenta. Però, fisico nucleare e filosofo. Mica male. Ma anche questo stupore rischia di smorzarsi. Inizia a parlare dell’Ucraina e tu pensi certo bel tema, molto attuale, ci mancherebbe, anche doveroso, etc… ma pensi pure – tra te e te – che allora puoi anche mezzo ascoltare e mezzo assopirti. Invece stai per sentire una delle cose più significative degli ultimi tempi.

Un momento. Che vuol dire significative

Che per te significano, che mettono in movimento quelle corde che fanno respirare, che muovono il cuore indurito. Questo è significativo, il resto chissenefrega. Non c’è tempo per il resto, il resto ha stufato. Quello che intenerisce, commuove, stupisce: questo mi interessa. Il resto può occuparsene chi non si ricorda che non è immortale. Che deve scegliere. Che un giorno il suo essere fisicamente qui si dissolverà. Chi non si ricorda di dover morire può evitare di mettere le cose in ordine di priorità.

Che vita, però. Che vita già morta senza la morte. Poveretto.

Ma torniamo al punto. Il punto è che la gioia sta facendo un giro lungo e sta per arrivarti addosso, ospite imprevista, dama inattesa. L’intervento di Filonenko, iniziato apparentemente sottile e focalizzato, ora si allarga a ventaglio, assume diversi colori e riempie il campo come la ruota di un pavone. Cavolo, come si allarga. Invece di una frequenza singola si amplia a spettro e inizia a vibrare su diversi autostati, su mille colori contigui. Non capisco ancora adesso come sia stato possibile. Parla della situazione politica dell’Ucraina e improvvisamente – senza avermi preliminarmente avvisato – parla della situazione spirituale ed esistenziale dell’uomo, della mia, cioè parla dell’unica cosa che mi interessa, in pratica. E mi dà una prospettiva. Rimango sbigottito. Ad un certo punto – ecco – sta parlando a me della mia personale situazione psicologica, delle mie fatiche e dei miei disagi  interiori e di come affrontarli. Niente altro mi interessa di più. 

Così allargato il parlare procede e mi ha investito e sono dentro, la stanchezza passa e le antenne si allineano, cerco di cogliere.

Sono così rapito che mi incanto ad osservare l’interprete, la traduttrice. Mi appago del gioco di sguardi e di intesa con Filonenko, osservo come lei esiti, riprenda, scivoli sulla frase, si metta di taglio quando è perplessa, si sistemi i capelli mentre pensa. Poi magari ride e rimane colpita lei stessa, si trattiene e poi si lascia afferrare dalla frase, che le addolcisce il viso, le illumina gli occhi. La sua femminilità inconsapevole dona un tocco di morbidezza ulteriore alle parole, già morbide ed accoglienti. Che poi lei,  forse le parole già le sa, ma la parola la colpisce lo stesso, è evidente, e attraverso di lei, attraverso il suo viso, il suo corpo, l’enfasi con cui restituisce il senso, colpiscono me. 

Mi precipito ad estrarre il tablet dalla borsa e cerco di trattenere qualcosa, se non le parole esatte, una imperfetta ricostruzione, un’ombra che però trattiene la bellezza.

Spesso chiediamo a Dio di essere invulnerabili, dovremmo chiedere di essere fragili, vulnerabili. La Sua potenza si manifesta nella debolezza. È quello che hanno scoperto in Ucraina questa estate. Occorre sconfiggere la paura. La prima definizione della liberta è libertà dalla paura. Chiedere di essere vulnerabili. Il coraggio è una virtù cristiana. Ma è il coraggio della debolezza, della mendicanza. Della vulnerabilità. Possiamo fare opposizione alle circostanze, oppure possiamo cedere, ma san Paolo propone una terza via, il vantarsi delle tribolazioni.. Sapere che in ogni tempesta c’è Cristo, indica la possibilità di vittoria sulla paura. Ed è la pazienza. Attraverso questo cammino la vulnerabilità si trasforma in speranza, ma la cosa più importante è la pazienza. Con la pazienza possiamo trasformare la violenza in pace.La pace di Cristo, che possiamo chiedere essendo disponibili a questo lavoro sulla pazienza…

La chiusa è memorabile.

Il primo compito dell’uomo della periferia è  tornare ad educarsi alla compassione. Ed è educarsi alla capacità di far festa. 

In fondo l’unico problema è la gioia, e l’unica cosa di cui val la pena parlare è la compassione (per questo è bella la poesia, perché ci educa alla compassione). Non chi ha ragione, ma quello che ci serve per vivere. La ragione e il torto sono così antichi, così pesanti, così “uno-punto-zero” che non mette conto soffermarci più. Non in un tentativo di sintesi poetica, perlomeno. Un tentativo, imperfettissimo e zoppicante. Ma poetico nel senso di parlare di ciò che avviene nel cuore.  Di ciò che non divide e non definisce.

Così abbraccio vuol dire gioia, in Ukraino, dice Filolnnko. 

 

E tutta l’attualità pesante - se acquista una chiave interpretativa - non dico che scompare, non si censura nulla d’accordo, ma è come levarsi un peso dal cuore, questo sì. Basta un volto, basta un minuto e poco più. Sì, rimane tutto, ma io torno a respirare un po’ di più. Poi, fate voi. A me questo abbraccio tra Julian Carron e Aleksandr Filonenko mi conforta tanto, mi dice tanto di come posso fidarmi della realtà. Ecco, un abbraccio e non tante parole. O magari anche parole, ma come quelle di Filonenko, parole speciali che sono già un abbraccio. Parole con della carità inclusa dentro, in dosi elevate.

O le parole di Carron, e soprattutto il volto. Che uno dice, perbacco ma non è tutto marcio qui. Si può sperare, si può ancora nutrire entusiasmo, positività. 

Così ci sarebbe tanto da raccontare (e lo potremo pur fare), un turbinìo di cose bellissime e di incontri, persone e “momenti di persone” (penso appena all’incontro con il poeta Davide Rondoni, con il filosofo Massimo Borghesi… e poi Jannacci, Guareschi, Peguy, visti con partecipazione e amore) - ma in fondo, mi viene un sospetto: in fondo, è come se tutto sia una conseguenza. Che derivi tutto dall’abbraccio, da quell'abbraccio di mercoledì. Che questo abbia generato tutto, anche ciò che è successo prima. Che questo sia il fondamento, o un indizio del fondamento di tutto, su cui tutto può fiorire.

Anche il ritrovarsi la sera, al tavolo del ristorante, un bicchierino e gli amici vecchi e nuovi, e ora ci si scambia opinioni e idee senza barriere, ora finalmente c’è appena l’umano che vien fuori. E viene fuori anche con persone appena intraviste, con le quali parli come se conoscessi da sempre. L'umano. Quello che sempre cerchi, che sempre fa star bene.

Questo abbraccio. Il quale deriva da un’altra cosa, non è cosa che ci possiamo inventare con la nostra buona volontà. C’è appena una sovrabbondanza da riconoscere.

Grazie al cielo.

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Il mistero della materia…

E’ un pochino lunga, ma vale la pena perché è stata una bella dimostrazione di come si può parlare di cose complesse in maniera semplice ed accattivante (senza che venga meno la correttezza dell’informazione). Se la son cavata benissimo tutti e tre, Marco Bersanelli, Lucio Rossi e Sergio Bertolucci. Tre noti scienziati, intervenuti sabato scorso al Meeting di Rimini, alle prese con una cosa tanto impegnativa come elusiva, la tanto citata particella di Higgs, e il “mistero della materia“.

Quello che a mio parere conquista, è l’entusiasmo e la passione di tutti e tre i relatori. E anche, va detto, la loro umiltà (e sì che di qualifiche ne hanno). Ero presente e vi assicuro, tutto questo era palpabile, ti faceva venir voglia di seguire con attenzione. 
Ne esce un bel quadro non solo della storia della scoperta del bosone di Higgs, ma di quello che è davvero l’avventura scientifica, soprattutto nel caso di una collaborazione così estesa come quella che ha permesso di arrivare alla scoperta. Da vedere.

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I ragazzi del meeting

Questi tre giorni al meeting sono stati esaltanti. E’ vero, un conto è seguirlo sui media ed un altro è andarci veramente. C’è un’aria, un’aria che respiri, che sembra allontanare il pessimismo di tanti giorni e tante sere. Qui lo capisco di nuovo, arrivo naturalmente al punto. Ci vuole un avvenimento per vincere la paura del futuro, non servono le studiate parole, i dotti discorsi. 
Qui ci sono i volti lieti delle ragazze e dei ragazzi volontari al meeting. E li vedi appena arrivi, i volti lieti e la cordialità che scalda il cuore. Se interagisci con loro ti trattano come persona. C’è qualcosa, qualcosa a cui non siamo molto più abituati: ti guardano davvero. Non sei uno dei tanti che chiede una informazione, che domanda dove si svolge un evento, che vuole comprare una maglietta o una piadina. Sei tu. 

Rientrando a Roma, qualcosa mi ricorda il meeting…
Sì, potrebbero essere miei figli, tanti di loro, anagraficamente parlando. E non mi dispiace imparare (o  meglio, reimparare) da loro, se può servirmi a vivere meglio. Non mi dispiace apprendere da come si muovono, come guardano, come sorridono. Tutto serve, tutto ha un senso. 
Potrei parlare di quello che ho visto e ho ascoltato, ma per questo vi rimando al breve “racconto” che ho assemblato su Storify. Mi fermo invece ai volontari, il cui spettacolo  – spesso silenzioso – parlava più di molte altre cose (tanto che anche un ministro se ne accorgeva). Trovare gente che fa gratis un lavoro anche pesante, non è una cosa che si dimentica facilmente. Te lo chiedi, te lo domani, perché lo fanno.

Ha ragione Giulio Terzi, è una cosa che dà fiducia per il paese. Ti viene voglia per una volta, di tirarti fuori dai soliti discorsi, dalla disillusione e dal pessimismo sulle sorti dell’Italia. Non è che hai risolto tutto, hai trovato la parola magica, la soluzione. La crisi è la crisi. Ma in tutto ciò, questi ragazzi ti danno fiducia, speranza. Se ci sono realtà così, se possono crescere, lasciatemelo dire, non siamo a terra. 
O se anche ci fossimo, da qui (ad esempio) possiamo ripartire. 
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