Blog di Marco Castellani

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Il mondo un poco alla volta

Sono un convinto sostenitore delle cose graduali (sono anche molto impaziente, ma questo rientra nelle normali contraddizioni dell’essere umano). C’è poco da dire, i fatti son questi: là fuori c’è un mondo incredibile, variopinto, mirabolante. Di una complessità irriducibile ad ogni schema. Infinitamente più colorato di tanti pensieri quotidiani. Un mondo che in gran parte, purtroppo, non conosciamo.

Studio da anni la varietà degli ambienti galattici ed extragalattici, a volte la racconto, trovando certo infinite sorprese. Tuttavia, ben pochi panorami spaziali possono tenere il passo con certe meraviglie che vediamo sulla nostra Terra. Ma ci sarebbe tanto, troppo da scoprire. Ci vuole, appunto, un percorso graduale, che si snoda sui giorni. Mi conforta molto l’idea di essere accompagnato, preso per mano, nella scoperta quotidiana della varietà del nostro mondo. Apprezzo il fatto di avere una finestra ogni giorno differente, su scenari che il più delle volte non conosco affatto. Non li contemplo mai, addirittura non li penso esistenti. Mi perdo la loro potenziale bellezza e complessità, semplicemente perché non ne sono mai venuto a contatto.

A metà ottobre mi aggiravo con il tablet per  una nebbiosa foresta… 

Tutto questo, per dire che trovo irresistibile l’idea dello sfondo quotidiano di Bing, il motore di ricerca di Microsoft (azienda verso la quale in questa sede non sempre sono stato tenero). Ovvero quella di esplorare il mondo, come riportato nella pagina, una foto alla volta. Mi piace sì tanto che ho istallato Microsoft Launcher sia sul telefono (Samsung Galaxy M31) che sul tablet (Huawei Mediapad M5). Messo insieme al mio laptop Samsung Galaxy Book Ion, ho lo stesso background aperto, diciamo, a varie dimensioni nella mia giornata di lavoro. Tanto mi sono abituato, che mi dispiace che non ci sia qualcosa del genere nativo per l’iMac (c’è però un eccellente programmino che costa due lire, funziona bene, e che ovviamente ho acquistato). Mi spiego, non è che manchino sfondi a rotazione per cui ogni giorno, oppure ogni ora, ti cambia panorama sotto il naso mentre tu fai altro, ti rimpalla dalle Cinque Terre ai grattacieli di Los Angeles. Assolutamente. Ma sono cose automatiche, non c’è quel senso di sorpresa che invece posso coltivare quando aspetto che il mio sfondo cambi, in un modo (verso un mondo) che ancora non conosco.

Lui, il beccofrusone… 

Mentre scrivevo l’abbozzo di questo post, vedevo una foto di una volpe rossa, presa dalla Foresta Nera in Germania. Ora che riprendo a lavorare sul testo, mi trovo davanti ad un simpaticissimo beccofrusone canadese (l’avevate mai debitamente considerato, prima di adesso, un beccofrusone canadese? Dite la verità). Poi chissà, voleremo in Messico o scopriremo (come spesso accade) qualche bellezza paesaggistica italiana? Ogni giorno una nuova tappa.

Certo, Apple ha fatto le sue scelte per quel che ti propone come carta da parati informatica, e sono anche interessanti. Su macOS è simpatica l’idea dello sfondo che cambia con l’ora del giorno, così che lo stesso panorama ti appare sotto un cielo luminoso (e un poco nuvoloso, invero) oppure trapuntato di stelle, se lo guardi di notte. Però non è la stessa cosa. All’inizio questa cosa dello sfondo che si fa “notturno” mi pareva una cosa veramente intrigante. Dopo un po’ mi sono accorto che mi stanca. E le cose non sono migliorate con il passaggio a Monterey. Apple, fammi vedere cose nuove, e spiegami cosa sto vedendo. Va bene questo sfondo stilizzato del canyon di Monterey, ma insomma non è che qui ci passiamo la vita, dài. Portami altrove.

Così ci siamo lasciato alle spalle – senza troppi rimpianti – l’area di Monterey, di Big Sur e tutti questi posti molto californiani: ora ci avventuriamo giorno per giorno in nuovi territori (o territori già visti ma rivisitati con l’occhio esperto di un bravo fotografo). Perfino, fuori dalla California (osiamo, osiamo).

Forse io desidero proprio questo, essere preso per mano e condotto a scoprire il mondo, un poco alla volta. Mi piace pensare che non ci sia un algoritmo automatico, ma qualcuno che seleziona ogni giorno un certo panorama, un certo ambiente, la foto di un particolare animale, una scogliera, due orsi bianchi, un angolo di New York, un parco canadese, il giorno di Halloween un campo di zucche, quasi magico con il sole basso sull’orizzonte (è accaduto), il pianeta Nettuno il giorno dell’anniversario della scoperta (è accaduto, mi pare fosse Nettuno, comunque un pianeta). Beh viste le correlazioni, se è un algoritmo che sceglie le immagini, è stato programmato bene avendo cura di vedere cosa significano i singoli giorni (bella questa frase, mi pare che dica qualcosa di più rispetto alla descrizione di un software).

Confesso, questo è un desiderio molto profondo, può voler dire tante cose, e probabilmente tutte che trascendono la portata di un semplice servizio che ti cambia l’immagine di background su di un dispositivo (o su molti).

Ovvio, non basta uno sfondo che cambia quotidianamente, per recuperare un significato dei singoli giorni. Un colore, un sapore, un profumo di un giornata, diversa da tutte, speciale. Ci vuole ben altro, siamo d’accordo. Però se uno è già in ricerca, mi sento di dirlo, anche questo un poco aiuta.

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Miglior tablet otto pollici 2021 (tipo)

Complice il tempo libero delle vacanze, ho iniziato una ricerca per capire, in prospettiva, se fosse il caso di sostituire il mio tablet Huawei MediaPad M5 (8.4 pollici) che potrebbe essere considerato non nuovissimo, visto che è stato acquistato a novembre del 2018 (per il mio compleanno). Dopotutto, due anni e mezzo abbondanti non sono pochi per un arnese elettronico, in tempi come questi.

Per completezza, devo dire che qualche tempo fa mi sono fatto tentare da un’offerta molto allettante, e mi sono concesso l’acquisto di un iPad (settima generazione) come potenziale sostituto al MediaPad M5, e anche per avere un punto di accesso al modo di vedere Apple, se mi capite (riguardo al quale risento di una forza di attrazione oscillante in modo periodico).

Tuttavia, senza nulla togliere all’iPad (che mi è ben servito per dei lavori specifici, e che attualmente usa perlopiù mia figlia con molto profitto), proprio in questa occasione ho realizzato quanto per me sia comodo il formato otto pollici (tipo). In particolare, come questo realizzi un compromesso veramente splendido tra uno schermo ampio e leggibile e una discreta portabilità.

Siamo d’accordo che un (tipo) otto pollici è la cosa migliore?

Un tablet (tipo) otto pollici te lo porti in giro come se nulla fosse. Se stai leggendo e non vuoi interrompere puoi portartelo perfino al bagno, senza apparire troppo eccentrico (personalmente, non riesco a trasportare in modo dignitoso/casual un dieci pollici nel bagno, non so voi). Per leggere libri – in mancanza del fido Kindle che certo realizza l’esperienza ottimale di lettura, o anche per gli ePub che il Kindle sdegnosamente rigetta – è diecimila volte meglio (fidatevi) di un dieci pollici. Play Book si esprime alla grande sul mio MediaPad. Hai voglia a portarti in giro un dieci pollici per leggere un libro: niente, non è pratico.

Ugualmente quando si tratta di riviste digitali. Lo schermo del MediaPad è quello giusto, non c’è niente da fare. Più piccolo è un fastidio leggere, più grande è un fastidio tenere il lettore in mano. Certo devo usare gli occhiali, come con una rivista cartacea (non invecchiano solo i tablet, bisogna serenamente ammetterlo). Ma qui la cosa è mitigata perché posso allargare un po’ la pagina. Questo per dire, che Readly è di casa sul mio MediaPad. Certo, ho provato Readly anche su iPad, ci mancherebbe. Molto bello, forse superiore come animazioni e transizioni (iPadOS contro Android Pie, il primo vince facile) che si godono sfogliando le varie riviste. Ma niente, scomodo leggere su un dieci pollici, alla fine. Almeno questa è la mia impressione, adesso (le mie impressioni, lo so bene, cambiano con il tempo).

Anche questo, il formato. Ho sempre avuto problemi a digerire il rapporto di dimensioni di MediaPad: fosse stato per me, l’avrei fatto più largo e meno alto. Così, esteticamente: un poco più chiatto. Invece con quel rapporto 16:10 sembra un grosso telefono, non un tablet. Ma quando si parla di vedere Netflix, beh appare semplicemente perfetto. Ah, ovviamente anche YouTube. Dunque, si capisce perché l’han fatto così.

E qui voglio spezzare una lancia sulla genialità dei tecnici Huawei di aver messo i due altoparlanti sui lati corti opposti, in modo che si posizionino alla perfezione quando guardi un video in modalità orizzontale (che è la cosa più ragionevole), restituendoti un suono stereo più che dignitoso. Ah, se vi viene da dire beh ma ce ci vuole forse non avete realizzato come sono dislocati gli altoparlanti di iPad. Ve lo lascio scoprire, come l’ho (amaramente) scoperto io. Se vi trovate un senso, perfavore scrivetelo nei commenti. Devo ancora capirlo.

Nel complesso, sui vantaggi e svantaggi degli otto pollici si possono spendere molte parole, ma alla fine è questione di gusti personali e di come viene usato lo strumento. A me piace che il MediaPad si possa portare in giro molto facilmente, per dire. Già l’iPad ha un ingombro diverso, e si vede.

Quindi da tutto questo sproloquio, avrete capito che un otto pollici (o se vogliamo, otto e un po’) non mi dispiace. Anzi. E quindi, dopo aver cercato su Ecosia best tablet 2021 e cose simili, e aver trovato sorprendentemente pochissimi modelli (tipo) otto pollici, ho raffinato la ricerca e ho tentato aggiungendo, appunto, la specifica degli otto pollici. Così, tanto per andare dritto al punto. Ci sono diversi siti che fanno le loro liste, tra cui WordofTablet (apprezzabilmente nel circuito di ricompense Brave), o anche Lifewire, ed inoltre mytabletguide oppure (in italiano) 10best ed anche AltroConsumo. E via di questo passo.

Qui casca l’asino (diciamo). Se verifico le specifiche di moltissimi di questi, anche usciti più di recente del mio, spesso mi scontro con modelli inferiori, in un senso o nell’altro. Le chiacchiere stanno a zero: difficile trovare modelli con oltre 4 GB di RAM e con risoluzione superiore a 2650 x 1600, appunto (avrete indovinato) le specifiche del MediaPad. Esistono ovviamente una miriade di tablet migliori – e ci mancherebbe altro che mancassero – ma praticamente sempre con il formato dieci pollici o più.

Certo un valido competitor è iPad mini (in verità un poco più piccolo, con i suoi 7.9 pollici di diagonale). Se guardo però la risoluzione, emerge che iPad vanta una griglia di 2048×1536 pixel, dunque inferiore al mio MediaPad. Certo la risoluzione non è tutta la faccendo (poi è vero, la creatura di Apple ha uno schermo più piccolo), ma passando da MediaPad ad iPad mini, sentirei di perdere qualcosa. In questi casi, conta soprattutto se uno vuole (ri)entrare nell’universo Apple, anche magari ad un prezzo un po’ elevato. C’è da capire se vale la pena, e questo è un discorso essenzialmente individuale.

Al di là del fatto che ho compreso – a distanza di anni, d’accordo – che con il MediaPad ho fatto un buon acquisto, è evidente che l’industria non punta molto sugli otto pollici. Non ci crede, non spera di poterci guadagnare abbastanza.

Il che per me rimane un grande mistero. Lo aggiungo allora ai misteri riguardanti lo sviluppo tecnologico, che ormai ce ne sono tanti. Perché la gente si è accanita per anni ad usare Internet Explorer quando era ormai un rottame capolavoro di bachi e maestro d’inscurezza e non adesione agli standard W3C, mentre emergevano già browser più sicuri ed addirittura con la navigazione a schede come Firefox, ad esempio. Oppure, perché VHS ha vinto contro Betamax, tecnicamente superiore (dice chi ci capisce).

Ed intanto mi tengo il mio MediaPad. Che certo, è rimasto ad Android Pie ma, con qualche ritocco e l’interfaccia così carina di Microsoft Launcher, al posto di quella di Huawei (ormai ferma, come è fermo il suo Android), tanto male non è.

E mi interrogo, di quando in quando, sui misteri dell’informatica.

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Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c’è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E’ un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell’interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all’altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po’ di cammino…) 

L’altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l’iPhone all’iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell’iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l’ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale – dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l’ha ancora?) – si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L’obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei – perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse – è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello “della casa”. Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l’omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è “ma perché dovrei voler cambiare?”).

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft – che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android – è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E’ da un po’ che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E’ facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell’aggiornamento più recente.

Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E’ sostanzialmente  – al di là di ogni retorica – un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l’altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l’altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire – o pensare – me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell’interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell’universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l’universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall’ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito. 

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Linux a casa? Forse è il caso…

Ho passato anni a provare diverse distribuzioni linux, con grande piacere (e con notevoli frustrazioni, anche). Ultimamente però ho perso decisamente interesse nell’esplorazione dello smisuratamente (ed eccessivamente) vasto parco dei vari sapori di linux. Un po’ perché probabilmente crescendo gli interessi cambiano e si modificano, un po’ però penso sia legato ad un fatto oggettivo… 
Vedo infatti l’universo delle diverse distro sempre più come chiuso nella sua cerchia di appassionati e un tantino autoreferenziale rispetto al mondo ‘reale’ della tecnologia, in particolare alle sue più recenti evoluzioni. Non scorgo – tranne una eccezione – un disegno di largo respiro che abbracci in maniera strategica e pianificata l’evolversi dell’approccio all’informatica e l’arrivo di sempre nuovi modi di fruirla. Piaccia o non piaccia, non trovo nel mondo linux un analogo all’approccio di Apple, o di Microsoft, non riscontro l’attenzione sistematica e strategica verso i nuovi (e non tanto nuovi ormai) indirizzi tecnologici e sociali. Come la sempre maggiore fruizione di internet in mobilità, tanto per fare un esempio.
Certo non si può pretendere da un team di appassionati – anche molto competenti e motivati – una visione aziendale a lungo termine. Ma il tempo di sistemi operativi mantenuti da appassionati, per quanto appaia romantico, si può considerare a mio avviso bello che tramontato (certo, le nicchie rimangono e rimarranno sempre, ma numericamente sono assai poco incidenti).
L’eccezione, si sarà capito, è Ubuntu/Canonical. Ubuntu mi piace, perché è guidata con una strategia, fa scelte anche coraggiose, come lo scarto dal’ambiente desktop Gnome, per l’adozione della nuova interfaccia Unity. Ha una visione, un piano a lungo termine, che tiene conto dell’evoluzione della tecnologia e delle abitudini d’uso (ecco, così mi rimangio un poco quello che ho detto in un post di qualche tempo fa). 
Ubuntu 10.10
Ubuntu è a buon diritto tra le più interessanti distribuzioni linux.. 

Come riporta un articolo su techrepublic.com, la prossima versione di Ubuntu si presenta con tre importanti novità:
  • Ubuntu su Android
  • Ubuntu TV
  • Ubuntu su tablet
Concentrandosi solo sull’ultima voce dell’elenco (non che le altre non siano importanti), vedo con molto favore l’arrivo di Ubuntu sui tablet. Potrebbe contribuire a movimentare un po’ il mercato. E’ notevole anche un progetto che abbracci la ampia varietà di devices, dal desktop ai dispositivi mobili. Tuttavia vedo anche, realisticamente, parecchie difficoltà, che dovranno essere superate perché diventi veramente uno strumento di massa.
Una, forse la principale, è il software. Andare su tablet vuol dire, necessariamente, confrontarsi con l’iPad di Apple. Ebbene, le applicazioni per iOS hanno raggiunto un livello tale di sofisticazione, che spesso – dobbiamo dirlo – non sono eguagliate dalle applicazioni anche desktop dell’attuale – pur vastissimo – parco di Ubuntu. Questo deve cambiare, o la gente snobberà il tablet con Ubuntu come ha snobbato i primi netbook con linux (una classica rivoluzione rientrata….). 
Microsoft (con Windows 8 e l’interfaccia Metro) e Apple (che va a grandi passi verso la piena convergenza tra OS X e iOS), hanno strategie ben definite nella definizione di un ecosistema che abbracci ogni tipo di approccio alla tecnologia (computer, tablet, smartphone). Se Canonical vuole essere della partita, deve essere davvero competitiva. Sono finiti i tempi di  “linux è meglio perché non ha virus, perché è libero etc…”
Il mercato è pragmatico: la partita non si giocherà sugli ideali, ma sulla qualità e la quantità di applicazioni. 
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Sbagliando… divertendosi!

Si possono imparare molte cose anche dagli sbagli: questa è una regola di vita praticamente assodata, e non serve certo ribadirla in questa sede. Però ha una declinazione interessante anche nel web: così, in maniera simile a quanto abbiamo fatto per i siti di Ubuntu, Apple e Microsoft, vediamo un pochino cosa succede quando digitiamo l’indirizzo di uno dei famosi motori di ricerca, appendendo volutamente alla URL una stringa di nessun significato (ovvero cercando nel dato dominio una pagina chiaramente inesistente). Il server ci deve rispondere che quella pagina, naturalmente, non c’è. Abbiamo fatto una richiesta sbagliata. Ma come gestisce il nostro sbaglio? Questa è la parte interessante, secondo me.
Un esperimento facile facile…
Allora proviamo con Google, inevitabile prima opzione. Ecco cosa accade:

Un robottino triste e spezzettato (o meglio, triste perché spezzettato, con ogni probabilità) ci accoglie informandoci che la pagina che cercavamo non esiste sul server. Non manca neanche il dettaglio tecnico: è un errore “404”, pagina non trovata. Ad ogni buon conto, conclude con “è tutto quello che sappiamo”. Come a dire, ci spiace, ma la questione è chiusa.

Andiamo ora su Bing, il motore di ricerca Microsoft. Cerchiamo una pagina inesistente e vediamo cosa accade:

Ci accoglie giustamente in italiano, intanto. In maniera sobria ci dice che la pagina non esiste, e si mostra volenteroso per aiutarci a uscire dall’errore in cui, evidentemente, ci siamo incastrati. I suggerimenti sono un pò generici, ma non si può chiedere di più, perché il povero Bing non ha idea, in realtà, di come mai siamo finiti a chiamare una pagina che non c’è.

Cosa fa invece il “vecchio” padrone della rete, i re del web1.0, ovvero il celebre Yahoo! ?

Ecco qui cosa ci presenta:

Stavolta in inglese – ma similmente a Bing – si prodiga in un paio di generici suggerimenti, dopo essersi scusato perchè la pagina cercata non esiste (colpa nostra, a dire il vero, non certo sua). Forse un pochino asettico, come del resto Bing.
Conclusioni
Che dire… sarò di parte, ma la pagina più simpatica secondo me, è proprio quella di Google, che non cerca di aiutarti in maniera generica. Anzi ammette la failure (mia, sua, non è specificato, e forse non conta) con quel robottino simpatico ma triste (tuttavia, il fatto che brandisca una chiave inglese nell’arto meccanico fa pensare che le speranze per una ricomposizione armonica siano tutt’altro che esaurite), e poi conclude laconicamente con “è tutto quello che sappiamo”, da cui però traspare un intento ancora giocoso, a mio avviso.
Di converso, le pagine di Bing e Yahoo! mi fanno pensare ad un ambiente tipicamente da “ufficio” piuttosto serioso e non molto esaltante (mi perdonino quelli che hanno esperienza di uffici frizzanti, non vorrei generalizzare). Informativo sì, ma non troppo, collaborativo certo, ma non troppo; comunque con poco tempo e spazio per scherzare su una richiesta sbagliata. 
Tendenzialmente vengo attratto dalle cose giocose, così la mia simpatia va a Google, senza tentennamenti. Dopotutto, se ho usato per anni linux anche quando era (diciamolo) veramente un’impresa  avere un ambiente desktop veramente operativo e competitivo con altri sistemi, è stato quasi esclusivamente per il senso di avventura e di giocosità insito nel movimento culturale open source
Difatti, se ti diverti, se si desta il senso di scoperta, superi un sacco di ostacoli con una facilità incredibile.
Ora me ne rendo conto: ci voleva un errore, per scoprirlo.
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Sui diversi livelli di non esistenza…

“Questa pagina non esiste! Cioè, ovviamente esiste, ma non esiste quella che cercavi….”

La simpatica trovata di quei pazzarelli di Ubuntu mi ha fatto sorridere. Cercando la alpha release della 11.04 ho modificato un indirizzo e sono piombato su una “pagina non esistente”. Il server del sito di Ubuntu non fa una piega e anzi ti intrattiene con un simpatico giochino logico…

Ecco cosa succede se cercate, ad esempio, http://www.ubuntu.com/puffiblu

L’appetito vien mangiando… allora mi è venuta l’idea di vedere come si comporta il sito della Apple, digitando un indirizzo bizzarro, http://www.apple.com/puffiblu (tanto per non cambiare). Ecco cosa succede:

Il che è già più serioso, anche se quell’ Hmm sembra concedere qualcosa (qualcosina appena) alla giocosità. Molto meno che Ubuntu, comunque (ciò può piacere o non piacere, a seconda dei gusti e del senso dell’humor)

Va detto che la cosa è diligentemente mappata anche in italiano: così capita se si cerca http://www.apple.com/it/puffiblu:

Molto opportunamente, direi, Hmm viene reso in italiano con Mmm. Il tono serioso-formale-ufficioso (in senso, da ufficio) appena appena increspato dalla prima parola, rimane invariato.

Il tenue accenno di giocosità concesso dalla Apple, si perde totalmente quando si approda sul sito di Microsoft. Qui l’ufficiosità (ancora, nel senso di tono “da ufficio”) regna sovrana, nessuna concessione all’humor viene permessa, nemmeno un bit. In più, tanto per non perdere tempo, si viene spediti ad una ricerca su Bing, il motore della casa.

Ecco cosa succede cercando http://www.microsoft.com/muppets

Che dire? A me, tra le pagine non esistenti, continua a piacere di più quella di Ubuntu 😉

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Non si copia. Quasi mai.

Atmosfera densa, tesissima. Compito di matematica, quello decisivo del quadrimestre.
Silenzio da tagliare col coltello. Il professore che passeggia avanti e indietro per la classe. Quel passo odiosamente lento, misurato. Ti passa vicino e indugia un attimo. Come un segnale. Come per dire attento che se fai qualcosa di sbagliato ti becco subito. 

Il problema è questo. I due solidi iscritti uno dentro l’altro, Roberta non li capisce proprio. Ha fatto i disegni venti volte, e non viene proprio nulla. Appallottolato dieci fogli. Le equazioni non si mettono giù bene; vengono numeri astrusissimi. E se il disegno fosse sbagliato? Allora i segmenti AB e BC non sono quelli, forse la figura si semplifica. 
Sudore freddo lungo la schiena, un fastidio diffuso. Non si può toppare, stavolta. Se prendo un’insufficienza mamma e papà mi fanno saltare le vacanze con gli amici di quest’estate, me lo hanno detto mille volte. Se appena appena finisco ‘sto liceo, la matematica la mollo. Aveva ragione Venditti, “la matematica non sarà mai il mio mestiere”. A parte il fatto del pianoforte sulla spalla. Mai capita questa metafora. 

Roberta inizia a divagare con la testa. Il problema è intanto divenuto uno scoglio insormontabile. Buio completo. 

Onde spigolose di invidia per sorella si propagano nella mente. Lei non ha più questi problemi. Giada appena esco mi iscrivo anch’io a lettere, o filosofia o letterologia orientale o lingue astruse e antichissime, qualcosa che sia garantito esente da matematica. Hai presente quei cibi che dicono “Niente OGM”? Voglio un corso con un bollino garantito “niente matematica”. Oppure quei film dove dicono non è stato maltrattato alcun animale. Ecco voglio una facoltà dove ci sia scritto “Si assicura l’utenza che durante la definizione dei programmi dei corsi di laurea non è stata risolta alcuna equazione.” E’ quella che fa per me.
“Psss.. Roberta.. hai fatto…?”
E’ Gianni, davanti a destra. Tipo studioso, posizione relativa interessante. Interazione possibile.
“Gianni… Gianni ti prego, il problema. Passami la figura, dàaaai”, squittisce Roberta in due decibel appena.
“Non posso mi becca”, dice Gianni a mezza voce. Impietoso.
“Dàaaai ti prego. Non ti vede” implora Roberta.
Il professore è entrato in stand by e guarda fisso fuori dalla finestra.
O adesso o niente. Il fatto che è pure carina, cavolo.
“Ecco sbrigati”
Il foglio sta passando di mano. Un nanosecondo. Sufficiente per far accedere l’irreparabile.
“De Simoni lo dai a me quel foglio, perfavore?” tuona la voce del professore.

La temperatura dell’aula piomba a -40. Tutti guardano, con il fiato sospeso. Ogni cosa è gelata. Sembra di stare su Marte.

Incredibile, non era a guardare fisso fuori, un attimo fa? Ma come ha fatto?
“Ecco professore, ma non è mica niente..”
“No, no, figuriamoci. De Simoni poi ne riparliamo, non finisce qui.”
“Ma professore…” Gianni intona in andamento mellifluo cantilenante, senza peraltro saper come continuare. Roberta si aqquatta  sul banco, tutta rossa. Disastro totale. Dalla faccia del professore si direbbe che stia per partire. Infatti parte.
“Quante volte vi ho detto, non si copia! Mai!
Però linux si può copiare, me l’ha detto Giada che glielo ha detto Stefano pensa Roberta. La cosa però non le sembra una obiezione valida da presentare al professore.
“Che facciamo, magari i compiti a casa li copiate da Google, se continua così”
“Beh c’è chi forse già l’ha fatto, professore”. La classe si gira di scatto. La voce di Lorenzo, in fondo vicino alla finestra. Brandisce un foglio stampato.

Il professore resta sorpreso più della classe. Proprio Lorenzo, quello timido che non parla mai. “Ha presente Bing? L’hanno beccato anche lui a copiare da Google!“, si lancia Lorenzo con insolita enfasi.

Il professore guarda con l’aria perplessa. Sembra in stallo. Roberta non capisce cosa sta avvenendo. Nell’attimo di silenzio sospeso, fa in tempo a pensare una sequenza lapidaria di sei parole, Speriamo solo che me la cavo.
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Microsoft finanzia linux…?

Beh sembrerebbe proprio così: la Microsoft sta spedendo una parte non trascurabile dei suoi proventi nel… finanziare linux e l’open source (e non sto parlando del tanto discusso “patto” con Novell) ! Certo la cosa così sembra paradossale, ma seguite il mio punto di vista.. orbene, non è da poco che molti siti che trattano di linux e argomenti correlati, presentano dei box pubblicitari che sovente sono acquisiti da Microsoft, chiunque navighi un pò per siti come Linuxtoday.com od anche linux.com certamente se ne sarà accorto. Proprio ora vicino ad una review del programma Kile su linux.com campeggiava un ameno box dove si esaltavano le virtù del software Microsoft.Chiaro, ovviamente nei box pubblicitari viene spiegato come mai Windows Server 2003 è scelta assai più conveniente ed oculata di linux, ma su questo non vedo problema: l’azienda fa i suoi interessi e finchè non imbroglia le carte, non si può biasimare più di tanto, no?

Taluni reagiscono “sdegnati” a tali contaminazioni, ma io vedrei la cosa da un altro punto di vista: ormai non pochi siti che trattano di linux hanno una buona parte dei proventi dalle pubblicità Microsoft.. in un certo senso, neanche troppo remoto, si può proprio dire che Microsoft stia finanziando Linux (e la cosa personalmente non può che farmi piacere, da utente del pinguino qual sono ) … !
😉

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