Blog di Marco Castellani

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Quarant’anni di fiducia

Degli ABBA ho ricordi davvero lontani, eppure risalenti ad un periodo in cui non erano già più il presente musicale, ma un glorioso passato. Correvano gli anni novanta, a quell’epoca avevo una borsa di studio da svolgere per la maggior parte del tempo presso l’Osservatorio di Collurania (Teramo), ora Osservatorio Astronomico d’Abruzzo. Con Maurizio, vincitore pure lui di una analoga borsa, facevamo il viaggio da Roma ogni inizio settimana, per rientrare nella capitale la sera del giovedì.

Il fatto che si fosse all’ingresso negli anni novanta è importante, perché implica che non ci fosse ancora Spotify o niente di analogo, e che per allietare il viaggio con della musica l’equipaggio avesse a disposizione appena un robusto (ma non così pratico) lettore a cassette.

A Stoccolma esiste un museo degli ABBA.
Con tanto di stivali (ovviamente).

Orbene, tra gli ascolti che lo stereo a cassette della mia Panda color grigio Oslo (secondo la casa automobilistica, per i comuni mortali era piuttosto un verdino un poco sbiadito) ci elargiva con più costanza, poiché – a nostro giudizio – particolarmente adatti alla guida – c’erano anche i grandi successi del celebre gruppo svedese (la cassetta era di Maurizio, che volentieri la portava con sé per l’occasione). Ancora adesso, mi assalgono vaghi ricordi dell’imponente massiccio del Gran Sasso – come si può ammirare percorrendo la A24 verso Roma, passato Teramo – con le mitiche note di Chiquitita a farcire la piccola autovettura di sapienti coretti scandinavi e soprattutto ad esporre una vena melodica spudoratamente debordante (solo ora scopro che il video è girato in montagna, quindi alla fine tutto torna). Chiquitita, e poi naturalmente tutti gli altri immortali successi del gruppo.

Al tempo noi eravamo (e per molti versi, lo siamo ancora oggi) ragazzetti parecchio centrati sul rock e in particolare su quello progressivo (io anche con una marcata predilezione per Mike Oldfield che Maurizio assecondava in parte, asserendo però – da buon batterista – che certi pezzi di Mike non sono abbastanza “suonati”, anche se questa è un’altra storia). Per capirci, Pink Floyd, Genesis, Peter Gabriel e compagnia varia, come repertorio standard. Eppure, devo dire che gli ABBA – uno dei pochissimi scarti che ci concedevamo rispetto al nostro pensiero musicale dominante – ci hanno tenuto parecchio compagnia, in quelle ormai mitiche trasferte.

E certo, sono passati ormai molti, molti anni. In tutto questo tempo gli ABBA per me – e per moltissimi – hanno significato un preciso riferimento temporale, quello a cavallo tra i settanta e gli ottanta del secolo scorso. Varcato il nuovo millennio, chi ci pensa più? Certo sono belle melodie, questi coretti nordeuropei scendono giù bene e si gustano anche a distanza di decenni, ma insomma, è sempre una rivisitazione di roba passata, archiviata, conclusa. Oppure no?

Chi l’avrebbe detto che in questi giorni mi sarei imbattuto, in pieno 2021, in un nuovo disco degli ABBA? Si chiama Voyage e comprende dieci canzoni registrate prima del COVID, nel 2018, ma dato alle stampe (si fa per dire, ormai) solo adesso. Il nono disco del gruppo, contando solo quelli registrati in studio. Tutto normale, se non fosse che l’ottavo, The Visitors, risale al lontanissimo 1981. Tanto per dire, narrano le cronache del tempo che The Visitors sia stato il primo disco in assoluto ad essere stato stampato in formato CD, formato che ormai è caduto in disuso esso stesso (o quasi). Tutta l’era del CD in pratica è trascorsa senza che agli ABBA (posto che si concepissero esistenti) sia venuta voglia di buttare nuova musica sopra questi dischetti.

Detto alla spicciola, sono passati più di quarant’anni. Concederete che non è del tutto consueto far passare quarant’anni tra un’opera d’ingegno e l’altra, nemmeno Stanley Kubrik era così pacato nella realizzazione dei suoi capolavori. C’è di che essere colpiti. Quindi mi sono approcciato a questa nuova uscita con una certa curiosità, insieme con la paura di rimanere deluso. Non sarà un accanimento terapeutico per caso? Chissà mai se avranno davvero qualcosa ancora da dirci, questi ABBA (considerato che già è stato uno shock sapere che esistono ancora).

La risposta a tali questioni la si vive solo ascoltando. L’apertura è in grande stile, comunque. I Still Have Faith in You è una ballata che ti entra subito in testa, per la sua ricchezza timbrica, la felicità melodica. Hey, primo singolo dopo 38 anni, precisamente da Thank You For The Music, che risale per l’appunto al 1983. Grazie per la musica, ci risentiamo tra qualche decina d’anni. In pratica.

Ragazzi, trentotto anni non sono pochi. In trentotto anni – per rimanere in ambito musicale – uno come Mozart fa in tempo a nascere, crescere, comporre capolavori assoluti che non verranno mai dimenticati finché esisterà l’uomo, e poi (purtroppo per lui, ma anche per noi) perfino morire.

Epperò qui il tempo non sembra passato per niente. Meglio, sembra che il tempo che passa non sia più l’ultima parola. Che il tempo stesso sia parecchio relativo, insomma. Cioè che volontà, perizia, dedizione, attitudine positiva e quant’altro, certo non fermino il tempo e tuttavia lo influenzino intimamente, dettandone le condizioni del fluire e mortificandone quell’assetto che troppo spesso si pretende inossidabile, incoercibile. Il dramma è questo, caspita. Che noi abbiano nel cervello il fatto del tempo come entità in spostamento rigido e costante: le solite favole delle lancette implacabili, della faccenda che niente dura, insomma la dedizione meccanicistica di Time dei Pink, indubbiamente geniale ma anche implacabile, ossessivo, pervasivo nella sua carica di angoscia.

Il tempo pensato come scorrere meccanico ultimamente ci angoscia, perché – azzardo – è una brutta menzogna, un cattivo racconto. Il tempo in realtà è morbido, plastico. Ormai anche la fisica lo sa. Si piega, rallenta intorno a stelle e pianeti, accelera altrove. Secondo me, rallenta anche attorno ad addensamenti di significato, di senso. Ho ancora fede in te come dichiarazione potente si innesta in quel tempo che a torto si ritiene meccanico introducendo un principio di felice rivoluzione, di lieto scardinamento. Non va tutto come al solito, non è sempre la dura attualità apparente, quel sentire tutto provvisorio e tutto a rischio tanto che si pensa, si dice everything dies baby it’s a fact come lucidamente canta Springsteen, o almeno non necessariamente lo è. Non è per forza così. Non è un fatto, o meglio i fatti dipendono anche, almeno certi fatti, da come li pensi, da come li vivi.

Se hai una buona storia, questo fa la differenza. Il tempo scorre implacabile se non c’è una storia, ti trasporta via se non hai un quadro di significato, se non hai radici. Non riposando ultimamente su di una qualche normalizzazione, allora sì che spinge all’infinito e trascina tutto con sé. Ma lo sappiamo, la vera stoffa dell’universo sono le storie, l’universo stesso è fatto di storie, anche il mio lavoro – grazie al cielo – me lo ricorda. In fondo gli ABBA (vecchi e nuovi, che queste categorie svaporano felicemente con lo svaporare stesso del tempo meccanico) cantano proprio questo, ma lo dicono proprio, arrivano subito al punto nel testo di questa formidabile canzone, cantano abbiamo una storia e questa è sopravvissuta e così facendo innestano una sfida gagliarda nel tempo, una riscossa sul tempo pensato meccanico e dunque pensato male. Si propone implicitamente un ripensamento del tempo, un allentamento e un allietamento di tempo. Questo, fin dalle prime note. Poi l’orchestra arrangiata in modo sapiente, il tappeto discreto di sintetizzatore (una delle pochissime connessioni alla modernità), i coretti svedesi (volete che non ci siano in un disco degli ABBA) fanno il prodigio sonoro, rendono l’opera compiuta, godibile. Che bella canzone. Degna certamente degli ABBA di un tempo, ma il tempo che esiste davvero è solamente questo tempo e infine il tempo che cosa è realmente?

Così si sbuca fuori da questa canzone con la sensazione di aver assaggiato un prodotto ispirato (e confezionato assai bene). Ti ricircola addosso un gusto buono che ti predispone favorevolmente all’ascolto del resto del disco, che però non vi sto a dire traccia per traccia perché qui sono già andato parecchio lungo e soprattutto perché già molto bene è stato detto.

La cosa che ti sorprende più vai avanti è che il tempo non sia passato, oppure (meglio) che il tempo non sia quello che pensi tu, povera sprovveduta personcina preda dei modi comuni di pensare (non vi offendete, sto dipingendo me). Gli ABBA ti fanno una lezione sul tempo senza astruse equazioni o pompose enunciazioni e lo fanno operando tagli, cuciture e modifiche nel tempo tali che tu rimani a bocca aperta, incastrano arrangiamenti e modi di suonare che sono quelli degli anni settanta ed insieme sono attuali, sono quelli che servono, quelli che ci vogliono, quelli nello stile ABBA insomma.

Così più ascolti più senti che qui c’è palesemente qualcosa di bello ma c’è anche qualcosa che non va. La cosa bella riguarda la musica, la cosa che non va riguarda la fisica ed appunto il tempo e meglio ancora, più precisamente, come tu lo pensi. Se non cedi ad un tempo morbido e plasmabile, qui non capisci più niente. Se non lasci agli allocchi l’idea di un tempo indipendente dagli eventi (dagli occhi, dai luoghi, dai sorrisi e dalle emozioni) come nastro trasportatore inesorabile, non ti raccapezzi.

La cosa ti sembra assurda e magari non ne parli con nessuno, ma alla fine capisci che il tempo è una faccenda molto bizzarra e meno inquadrabile sommariamente e questo è un gran bene perché alla fine anche tu sei immerso nel tempo e questa cosa di invecchiare meccanicamente verso un destino mediamente poco esaltante non ti è mai andata a genio e forse rinegoziando il tempo forse, mettendoci insieme cose come senso e significato, miscelando il tutto con sapienza certosina o zen o comunque antica, le cose cambiano un po’ o forse anche più di un po’ ed allora apparenti assurdità come un disco degli ABBA in puro stile ABBA quarant’anni dopo la fine evidente e completa degli ABBA iniziano perfino ad avere senso, eppure questo sarebbe anche poco. Forse inizia anche ad avere senso una vita che scorre in un campo di eventi e sorprese come quella tua personale, ora che la vedi in modo diverso, e dunque la cosa non è tanto scappare dal tempo ma iniziare a familiarizzarsi con un altra natura del tempo, metterci i piedi pian piano come quando vai in acqua e all’inizio non sai e non ti decidi ma poi capisci che ti ci trovi bene e dici perché non ci sono entrato prima. E quando pensavi che non ci sarebbero state già sorprese le sorprese infatti (oppure invece), arrivano.

E per questo scoprire un nuovo tempo, c’è sempre tempo. L’essenziale è non lasciar scappare le occasioni di scoperta. Non chiudere la porta non blindare la meraviglia incipiente con pensieri pigri alla tanto ormai. Invece no, farsi prendere dalla musica (e dalla fisica) ed insomma rilanciare in puro stile ABBA, esclamando in allegra pazzia cose come ho ancora fiducia in te.

Queste cose il tempo (qualunque cosa pensi di essere) lo incartano, lo confondono, lo spiazzano. E magari, lo rendono amico.

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Un (altro) tè per il timoniere

Ci sono canzoni che rimangono, e altre che volano via subito. Ci sono pezzi che traversano i decenni, e con il tempo diventano solo più robusti, si assestano in un loro ambito, creano il loro spazio. O meglio, lo spazio per loro c’era, e lo riempiono bene. Esiste lo spazio, per tutte le cose utili. C’è sempre, questo spazio. Forse solo le immondizie musicali per dirla con Battiato, faticano a trovare spazio, non lo trovano facilmente, non si sedimentano, rimangono appena un istante, ad aggiungere rumore a rumore. Il rumore dell’inutilità.

Sono di parte, ovviamente, e voglio esserlo. Sono convinto, per ribadire, che tanto di Sanremo 2021 volerà via presto, e non lo rimpiangeremo. Sì sono di parte, persuaso che è necessario per dare sapore al discorso, per non sbiadirsi nel politicamente corretto e nel lodare tutto ciò che è contemporaneo, nel mostrarsi comprensivi e aperti fino a non distinguere più la fuffa dalla sostanza, fino magari ad avere una buona parola per tutto, che è l’anticamera della dispersione (e della disperazione) più completa.

Peraltro, alla fine è il tempo che decide. Il poeta e filosofo Marco Guzzi, nella sua appassionata conferenza su Holderlin di qualche mese fa, raccomandava di frequentare principalmente quei libri che hanno traversato i secoli. Credo si possa dire anche per la musica, e per la musica moderna ugualmente (magari restringendo un poco l’arco temporale per la verifica).

Il cantautore inglese Cat Stevens, classe 1948, è noto anche in ambito extramusicale per la sua improvvisa conversione all’Islam, che lo indusse ad un prolungato silenzio. Aveva calcato con grande successo le scene musicali degli anni settanta del secolo scorso, consegnandoci capolavori ispirati e sognanti. Come Tea for the Tillerman, per esempio. Album uscito esattamente nel 1970, che contiene canzoni ancora notissime come Wild Word, che conoscono (e forse canticchiano) perfino i sassi. O anche, Father and Son.

Portate un (altro) tè al timonere, perfavore… 

Incontrai questo disco durante una vacanza all’Argentario a casa di un amico, avvenuta appena dopo il conseguimento della maturità (partimmo in quattro in bicicletta da Roma, fu un’impresa, di quelle che invecchiando inizi a raccontare a tutti, temo anche a sproposito). Era su una cassetta Stereo 8, se ben ricordo. Veramente, cose di un’altra epoca, ormai.

Un album che ho amato tantissimo, da allora. Che ancora amo. Qualcosa capace, appunto, di traversare i decenni (all’anagrafe, sono cinque abbondanti, da quando è stato registrato). Se lo ascolti adesso non ti sembra datato, non senti quel sapore di arrangiamenti vecchi, di schemi abusati. Forse per la sua essenzialità (non concede molto a vezzi armonici che non siano funzionali al progetto), la sobrietà espressiva – unita ad una robusta vena melodica – riesce ad uscire indenne dal consumarsi delle varie mode musicali.

Va da sé, in molti hanno ripreso questi brani, hanno realizzato cover, hanno provato a renderli più attuali (cosa che appunto, secondo me, non serve). Ma il disco originale del 1970 è rimasto comunque il punto di riferimento. Cinquant’anni e passa, portati decisamente bene, che altro dire.

E tutto sarebbe rimasto così, magari. Se non che, il maestro ha deciso di ritornare sulle scene, da qualche anno. Certo è invecchiato, ma la sua figura è ancora affascinante e – quel che più conta – la sua voce è notevole.

E nonostante l’età, non ha paura di confrontarsi con il suo passato più glorioso. Ma i veri artisti sono così, riprendono il loro passato e ci giocano. Mi viene in mente Mike Oldfield con il suo incredibile Return to Ommadawn, per citare qualcosa di quasi altrettanto recente.

Cat Stevens ha deciso di ripercorrere tutto l’album che lo ha reso immortale, canzone per canzone. Interpretandolo nuovamente, a cinquant’anni di distanza. Ecco dunque che nel 2020 – l’anno terribile della pandemia – esce Tea for the Tillerman 2. Già qui mi sorprende. Prima ancora di ascoltare, mi incanta la mancanza di paura nel ritornare su qualcosa di così famoso. La tranquillità di non temere confronti, di proporre ancora qualcosa e non lasciare un album come questo, a sfavillare indisturbato nella sua gloria.

Nel brano di apertura, da come la vedo io, c’è già il senso di questa operazione. Where Do The Children Play è fedele all’originale, fino al dettaglio, eppure allo stesso tempo è nuovo. Qui c’è l’alchimia segreta che governa tutto l’album, in proporzioni variabili a seconda del brano, ma presente dall’inizio alla fine. Le nuove interpretazioni non stravolgono, non negano, non fanno violenza alle vecchie. Piuttosto, costruiscono su una fedeltà al dettato originale. Fedeltà dalla quale, soltanto, può veramente nascere il nuovo. Il nuovo nasce sempre da un’amore a ciò che esiste, da un (anche implicito) omaggio alla tradizione.

E mi meraviglio, di fronte ad alcune variazioni così semplici, ma anche così inaspettate, di come nessuno ci avesse mai pensato. In questi anni, nessuno l’ha fatto. Qui credo che conti moltissimo il fatto di averle scritte, queste canzoni. Sì, capisci che l’autore ha in testa uno spettro ampio di possibili incarnazioni di una idea, e che quella che decenni fa è finita sui dischi, è appena una delle molte possibilità. Perché qui magari ne sceglie altre, con una facilità e sapienza che tu non capisci da dove venga fuori. Cioè, nessuno come chi ha ideato qualcosa, riesce a modificarla e a rinnovarla così efficacemente, rimanendo fedele all’idea originale.

Questo rimane vero perfino nella canzone forse più sorprendente del nuovo album, Longer Boats, dove la rivisitazione è così profonda da cambiare perfino delle strofe, e dove c’è una virata decisa sul rap così temeraria che nessuno se non l’autore stesso avrebbe mai osato. Due minuti e mezzo assolutamente geniali, che rimani a bocca aperta. Tu, con la tua idea che Cat Stevens sia una cosa, e il rap un’altra. Con le tue caselline ben separate nel cervello.

L’espressione artistica scombina le varie caselline, frulla via allegramente tutte le distinzioni tra generi, tutte le gerarchie di valore che ci costruiamo. Tutte le nostre comodità mentali – ordinariamente così dure – si sciolgono come neve al sole, davanti alla pura meraviglia di qualcosa di bello. Sia un quadro, un libro, un film. O come qui, una canzone. Che acquista nuova forza, senza rinnegare sé stessa, senza abiurare al proprio passato.

E convince che Cat Stevens con questo rinnovato atto di amore al proprio passato – passato che per un lungo periodo ha voluto silenziare – ci mostra come l’arte è amica della vera spiritualità, anzi che l’arte costituisce parte essenziale di ogni cammino spirituale. E che la forza di certe canzoni, non si smorza con il passare del tempo. Perché dietro le canzoni c’è un’idea e ogni forma è provvisoria. Chissà, se Beethoven fosse qui ora, come rivisiterebbe la Quinta, ad esempio. E certo non perché abbia bisogno di essere rivisitata! Del resto, mutatis mutandis, nemmeno queste canzoni ne avevano bisogno.

Ma la vera arte si esprima come una misteriosa sovrabbondanza. L’ha sempre fatto, e non dubito che lo farà ancora ed ancora. Per il diletto profondo del nostro cuore, e per venire incontro al nostro bisogno di consolazione, anch’esso così misteriosamente grande.

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Di tutte le impressioni…

Parto da questo flashback. Sole, molto molto sole. Caldo. Estate piena. Sono al mare. A conti fatti, credo sia il 1982. Campeggio sulla Feniglia. Sto ciabattando intorno all’ingresso (forse vengo dalla spiaggia, o ci sto andando), sabbia, macchine parcheggiate, afa. Da qualche altoparlante esce la musica di Franco Battiato. Chi è costui? Fino a qualche mese fa nessuno ne sapeva niente, nessuno lo conosceva. E quest’estate ecco, è esploso. Non si ascolta altro.

Ricordo bene questa impressione. Dappertutto passano quasi solo le canzoni di questo album. La voce del padrone. Io ragazzo quasi ventenne, ripenso ai dischi con il cagnolino seduto davanti al grammofono. Papà o mamma mi avevano spiegato l’arcano, la riproduzione del disco è così fedele che il cane riconosce appunto, la voce del padrone. Avevamo anche dei 78 giri, a casa. Oggi farebbe sorridere il pensiero che il cane possa cogliere alcuna differenza tra lavoce reale e quella riprodotta: non ci riusciamo più nemmeno noi.

Il famoso cagnolino della casa discografica La voce del padrone

Torno a quell’anno, a quel disco. Il titolo mi piace, lo trovo intrigante. Le canzoni sono carine, orecchiabili ma non stucchevoli. Si sopporta facilmente il fatto che, in vacanza, vengano sparate ovunque, ad una frequenza quasi improponibile. Qualsiasi altra musica, ripetuta a questo livello, avrebbe portato al collasso. Sfibrata dal ripetuto ascolto, avrebbe presto mostrato il suo limite. Questa, resiste.

Personalmente, mi trovo nella piena fase cantautorale. Branduardi, De Gregori, Venditti, Guccini, Bennato. Un po’ di Cocciante (poco, quelli troppo romantici li guardo ancora con la puzza sotto il naso). Niente Battisti (la cosa è francamente incredibile, e me ne scuso: ma avrei recuperato dopo). Questo Battiato non lo pratico molto. Ma non lo praticava molto quasi nessuno. Fino a quel momento, almeno.

Dice Wikipedia che è il suo undicesimo disco da studio. Beh io me li ero persi quasi tutti, senza fatica. Come tanti, del resto. Ma ora non si può più, non si può più far finta che non ci sia. Entrato di prepotenza nelle nostre orecchie, nel nostro cervello. Un pop facile ed ispirato insieme, testi sufficientemente misteriosi che non umiliano la tua facoltà di comprendere, ti lasciano addosso quel tanto di mistero che poi ti ricircola piacevolmente in testa. La sensazione che c’è sempre altro da capire, non è un palloncino che appena comprato si sgonfia. Addirittura, puoi non capire niente e te la godi lo stesso. Basta lasciarsi andare alle suggestioni che i testi evocano.

Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori, della dinastia dei Ming.

Non male per noi abituati – al tempo – a ritornelli profondi ed evocativi come quelli (esempio) dei Ricchi e Poveri, in circolo in quello stesso periodo

Che confusione sarà perché ti amo, è un’emozione che cresce piano piano; stringimi forte e stammi più vicino, se ci sto bene sarà perché ti amo.

Davanti a tutto questo, Battiato esplode come una cosa nuova, coraggiosa, impertinente. Coscientemente commerciale e insieme sperimentale. La quadratura del cerchio, in musica.

Ricordo quell’estate, e poi confusamente, alcuni dischi nel periodo universitario. L’era del Cinghiale Bianco, per esempio. Indimenticabile quell’ironia dissacrante nell’incipit di Magic Shop,

C’è chi parte con un raga della sera / E finisce per cantare “la Paloma” / E giorni di digiuno e di silenzio / Per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear

Con Battiato c’è questo, c’è il gusto del non capito che comunque restituisce una profondità marina all’intera questione (e per questo sulla Feniglia suonava benissimo), hai questa sensazione di stare sulla soglia di qualcosa di profondo, che già ti basta. Ti appaga, in qualche modo misterioso, arcano. Io non capivo nemmeno il titolo dell’album. Certo, Stereoplay nella sua recensione diceva qualcosa sul fatto che il cinghiale bianco fosse il simbolo della rinascita spirituale. Mi accontentavo di questo, anche se sulla rinascita spirituale non avevo esattamente idee chiarissime.

Mi misi a cercare altri dischi ed incappai presto nel suo periodo sperimentale. Del resto questi sui primi dischi erano entrati nelle collane economiche, potevo permettermelo, anche se non sapevo assolutamente cosa mi stavo portando a casa. Ma la curiosità musicale che nutrivo mi spingeva ad osare, a prendere dei rischi. In questo ero molto aiutato, capisco oggi, dall’accesso ad un repertorio abbastanza ristretto, ovvero quello che potevo permettermi di acquisire tra misurati acquisti e condivisioni di dischi di amici. Non c’era Spotify (per dirla tutta non c’era nemmeno Internet, e quindi l’assenza di Spotify era in qualche modo giustificata) e questo, in un certo modo, faceva gioco. Sì, perché eri spinto a non darti per vinto, sopratutto se avevi investito qualche soldo nella faccenda. Eri spinto ad andare a fondo della musica che avevi comprato con i tuoi sudati risparmi, invece di passare subito alla successiva, cambiare playlist con un click, o roba del genere. Non avere accesso a milioni di dischi ti spingeva a estrarre il massimo succo da quei pochi che avevi a disposizione.

Quindi, il disco che (ad un certo punto) avevo acquistato da Ricordi a prezzo popolare, era Juke Box. Devo dire, ci volle tutta la mia ostinazione musicale per non lasciar perdere, già a metà della prima facciata. Ma poi, cominciai ad entrare un poco nelle dinamiche di quel lavoro. Non ero certo di capirlo bene, anzi non ne sono certo nemmeno adesso. Ma qualcosa mi intrigava. La provocazione minimalista dei ben nove minuti di Martyre Celeste, per esempio. Illuminante o irritante, a seconda dei punti di vista (forse tutte e due le cose). O ancora di più, Hiver, per soprano e pianoforte. All’inizio fai fatica ma dopo un po’ ci entri dentro e quello si piazza dentro di te e ci rimane. Negli anni, rimane. Hai presente quando il soprano riprende con Quelquefois dans le crepuscule… e il pianoforte (galeotto) inizia a srotolare quel tappetino di note fintamente inoffensivo, che accompagnano lievemente, come in una promenade? Mi torna in mente anche ora, a distanza di anni che non lo ascolto.

Inciso polemico: quanta musica contemporanea (alta o bassa, d’élite o popolare) invece scivola via in un avvitamento intellettuale senza carne, senza sangue, senza umanità? Del resto, era sempre Franco che avvertiva, da Patriots, la musica contemporanea, mi butta giù. Chiudo l’inciso.

Potrei continuare ad agganciare rapsodici ricordi, ma poi mi chiedo chi leggerebbe fino in fondo (e se siete arrivati fin qui, vi prego lasciate un commento in modo che io vi possa quanto meno ammirare). Potrei, ma alla fine non servirebbe. Battiato è stato tutto questo anzi, è tutto questo, perché le opere di un artista non sono soggette alla corrosione del tempo, si muovono in un ordine diverso. Battiato è Hiver e Bandiera Bianca insieme. Qualcuno che comunque sia – adotti scaltramente il linguaggio del pop o si diletti nello sperimentalismo – ha un approccio geniale alla musica, non si fa incasellare in un genere. Soprattutto, non tira fuori sempre lo stesso prodotto.

Battiato è uno che ci ha insegnato – non con le parole ma con la pratica artistica – che i confini tra i generi musicali non esistono, sono invenzioni di comodo, riparo del pensiero pigro. Che il genio sorpassa ogni steccato. E che quando decide che si è stancato di giocare all’intellettuale e vuole parlare alle masse (per così dire) lo fa in modo semplice e non banale. Con una voce autorevole, la voce del padrone appunto. Padrone della musica e delle parole, che domina con irresistibile fantasia.

Un tipo che dedica metà di un disco fantastico, Come un cammello in una grondaia, a lieder di autori classici. E le canzoni della prima parte, così belle che oggettivamente non capisci più, non distingui, saltano gli schemi.

Uno che in un disco di cover di canzoni famose, Fleurs 2, ti inserisce a sorpresa un pezzo originale (non riesco proprio a chiamarla canzone) come L’addio, delicatissimo e struggente. Arte, senza ulteriori qualifiche.

E vorrei raccontarvi ancora di tanti tanti altri dischi, che ho amato e amo visceralmente. Ma inutile rincorrere il miraggio di essere esaustivi. L’arte del resto, non la possiedi, non la catturi, nemmeno con le parole. Al massimo, ti lasci catturare. In qualcosa che non ha una conclusione, non ha una fine. In un oceano di silenzio, potremmo anche dire. La vera musica è molto più amica del silenzio di quanto lo è la musica piccola, povera, sintetica. La vera musica gioca col silenzio, lo esalta, lo edifica all’interno del tuo animo affannato. Che così respira, di nuovo.

Riflettevo su questo, giorni fa. L’uscita di Franco dal mondo dello sperimentalismo è una sconfitta e una vittoria, insieme. Una sconfitta, perché è la presa d’atto dell’impossibilità di raggiungere un vasto pubblico, dentro i confini (diciamolo, spesso autoreferenziali) della cosiddetta “musica colta”. Una vittoria, perché di fatto è una iniezione di una massiccia dose di coraggio e di creatività nel mondo della musica di consumo. E’ vero, come dice lui stesso, che sul ponte sventola bandiera bianca. Ma è una resa di altissimo livello. Magari di grande furbizia, ma anche di notevole creatività. E appunto, di fantasia.

Lui ne aveva di fantasia, eccome. Come tutti i veri artisti, il suo transito terrestre (per citarlo ancora), il suo appassionato registro di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita lascia un Universo più ricco, complesso, strutturato, di quanto era prima del suo arrivo.

E questo certamente basta, per la nostra gratitudine.

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Voglio essere profilato!

Certo il titolo è volutamente provocatorio, ma niente, mi veniva in mente ieri mattina mentre andavo al lavoro, una volta tanto in presenza (uno degli svantaggi dello smart working è che non hai questa possibilità, che colonna sonora vuoi mai goderti mentre ti sposti appena dalla camera da letto al salone). Ho messo su uno dei Daily Mix proposti da Spotify, quello che lei mi compila sulla musica italiana, e mi sono goduto alcune (per me) bellissime canzoni. Inanellate, si direbbe, con mano sapiente, in gustosa sequenza. Non troppo stranamente, mi sono trovato d’accordo con tutte le scelte proposte: tanto che ho ascoltato la scaletta con la netta sensazione che, tra me e Spotify, ormai c’eravamo ben capiti.

Dopo anni di utilizzo, in pratica Spotify mi ha profilato. Mi ha studiato, per ogni scelta musicale che compivo, ha incamerato dati sul mio comportamento (solo musicale, grazie al cielo) e ha memorizzato tutto, archiviando nei suoi server dislocati chissà dove. Facendone tesoro. Mi vuole conoscere, dal punto di vista del suono. Certo lo fa per un suo preciso interesse. Desidera che io torni spesso sulla piattaforma, che la frequenti sempre di più, che rinnovi il mio abbonamento e che non vagheggi evasioni su piattaforme diverse. Desidera continuare ad essere pagata, pertanto cerca di rendersi utile. Anzi, lei punta ad essere indispensabile, ormai lo so. Anche io un po’ la conosco.

Se non ti conosco, come posso cantarti qualcosa che ti piace?

Lo fa innegabilmente per un suo interesse. Che però, voglio dire, è anche il mio, in buona parte. Mi fa comodo, mi fa piacere, che nel tragitto casa-lavoro io debba appena pormi il problema se voglio ascoltare un po’ di musica italiana o di pop/rock o magari un sottofondo smooth jazz, e lasci a lei la bega di compilare la scaletta. Ieri, dicevo, mi ha regalato una serie di godibilissime canzoni italiane (a mia opinione, ovviamente, e il punto è proprio questo). Venditti, Fossati, Lauzi, Fabi, Graziani, Conte (niente, poi sono arrivato al lavoro proprio mentre Conte aveva appena finito di parlare delle donne che fanno pipì rischiando di perdersi il passaggio epico di Bartali, passando il testimone ad uno del calibro di Battisti, che a malincuore ho dovuto zittire). Ribadisco, sequenza mirabile e godibile.

Il ritorno è stato parimenti interessante, con uno scorrimento (diciamo così) sull’inevitabile Grande Raccordo Anulare condito dalle note (e le ugole) di Battisti, Fossati, Paoli, ancora Graziani, Zero, Venditti, De Gregori, Battiato, ancora Venditti (se volete impicciarvi un po’ di più e disquisire sulla scelte musicali c’è sempre il mio feed che Spotify confida quotidianamente a last.fm).

Capiamoci. Quando parlo di canzoni, non intendo canzoni qualsiasi, ma tutte canzoni meravigliose, sia chiaro. Lei sa anche cosa preferisco di ogni cantautore, ormai. Sa molto, indubbiamente. Anche se ogni tanto mi provoca, butta lì in mezzo un brano che non conoscevo ma che giudica affine a quelli che ascolto di solito. Tipo, senti un po’ questa Marco? Che ne dici, eh? (non glielo sento dire ma insomma è come se lo facesse). A volte così ho scoperto delle autentiche gemme. Insomma non mi tiene del tutto dentro la mia bolla, mi aiuta a scoprire cose nuove, sempre però in modo ragionato e progressivo.

Dunque alla fine, mi fa piacere essere profilato da Spotify. Non vanto alcuna privacy musicale da difendere, nei suoi confronti. Anzi, sono io che le dico vieni e impara dai miei gusti sempre di più, che mi fai contento. Sono lieto di essere profilato, anche se capisco che i miei dati rappresentino un valore, da lui giocabile in vari modi.

Che poi noi siamo un po’ strani, anche contraddittori a volte. Siamo capaci di passare una vita intera sperando che qualcuno ci profili adeguatamente, che apprenda i nostri gusti e le nostre simpatie, che intervenga e ci solleciti su cose che a noi specificamente interessano, che ci capisca a fondo, ma veramente a fondo. Esempi di questa nostra irresistibile aspirazione del cuore ce ne sono a bizzeffe, anche musicali (e parecchio struggenti). Abbiamo il desiderio profondissimo di essere capiti, completamente. Che ci sia, e sia vicino, chi mi conosce completamente, che ha realmente capito come sono (e mi ama così). Desiderio umanissimo, che ci porterebbe lontano analizzare.

Ma poi, ecco, ci irrigidiamo se qualcuno tenta di capirci davvero. Certo, già sento l’obiezione: Marco, il parallelo è troppo tirato! Qui non è un essere umano che si interfaccia con me, è appena una macchina. Non mi vuol bene, non mi capisce sul serio. Verissimo. Tuttavia è comunque un sistema che raccoglie informazioni su di me per migliorare il rapporto con me, mettiamola in questi termini. Sì certo, lo fa per i suoi interessi. Commerciali, lo consento.

Però così facendo, viene comunque incontro ad una mia esigenza, ad un mio desiderio. Proseguendo nella (sconsiderata) provocazione: preferisco ricevere pubblicità mirata rispetto a “consigli per gli acquisti” generici. Un libro di un autore che ho già letto, magari. Certo mi inquieta un attimo, vedere che appena dopo aver cercato (diciamo) tablet da otto pollici su Amazon, poi su un qualsiasi sito di notizie vedo diversi inserti pubblicitari sui vari tipi (guarda un po’) di tablet da otto pollici. Lì per lì mi inquieta un poco, poi mi passa. E magari un inserto pubblicitario di tablet mi interessa realmente, viene incontro ad una mia esigenza. Certo mi interessa di più di un modello di reggiseno (se non indossato) o una serie di otto chiavi a T snodate (dovendo ancora perfezionare l’entusiasmo per i piccoli lavori domestici). Non mi preoccupa di per sé che ci sia chi faccia soldi con alcune informazioni che mi riguardano, anche se questo non vuol dire necessariamente che sono disposto a svelarmi a lei (o a lui) completamente.

Insomma io voglio essere profilato. Voglio che si occupino di me, cose e persone (e anche animali). Forse è un rigurgito di narcisismo, forse una slittamento indebito su un terreno già scivoloso di suo, chi può dirlo. Ma va bene, insomma: occupatevi dei miei gusti. Fate la fatica di venire a conoscermi davvero, modellate il vostro servizio secondo quanto posso davvero gradire. Così il mio Spotify sarà unico, diverso da quello di tutti gli altri.

Ma sospetto anche, che già lo sia.

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Sanremo 2021 (la musica muore)

Come molti, anche io mi sono messo ad ascoltare i brani di Sanremo. Ma non quello di adesso, no. Quello del 1999 (la versione breve del post, qui).

Ho provato sì, a sentire qualcosa di quello dell’anno in corso (tanto per restare sull’attualità), ma non mi ha preso niente, non ho avuto un solo sussulto. Sai quei sussulti che ti accadono davanti ad una sorpresa bella? Quelli, insomma. Niente. Se escludiamo momenti fuori gara, come Samuele Bersani che interpreta con (tal) Willy Peyote un capolavoro come Giudizi Universali. Che atroce distanza tra questo e le sciape canzoncine semiparlate che hanno inondato le nostre case! Dov’è il sapore? Dov’è fuggito? Dov’è il profumo? E la parola chiave, è rosmarino, avverte Lucio Battisti in un brano favoloso (questo sì) come Però il rinoceronte. Rinunciare al rosmarino non mai è senza conseguenze. Mai.

Il vero punto alla fine è questo, il rosmarino…

Non è che io sia contento di questo, anzi penso che sto invecchiando, che sono preda della sindrome dei bei tempi andati o cose del genere. Oppure che segretamente mi ritengo superiore e custode di chissà quale suprema verità musicale (pensiero francamente difficile da gestire).

Sono andato su Wikipedia per capire se fossi stato assalito da un sussulto di elitarismo, per cui le canzoni di Sanremo non sono vera musica, e tutte queste cose qui. E ho scoperto l’acqua calda, ovvero che in Sanremo sono passate anche canzoni molto belle, e a volte hanno perfino guadagnato i primi posti. Mi sono fermato sul festival del 1999 perché è uno di quelli in cui mi sento più a casa. Dove la mia sensazione di cose belle si incontra con una classifica oggettiva, matematica.

Cioè, niente da dire sui Maneskin (mai sentiti prima di adesso, comunque), non c’è molto da dire in effetti. Del resto, questa finta trasgressione molto patinata e commerciale, si commenta un po’ da sola. Ragazzi miei, la vera trasgressione è artistica, da quello poi segue tutto. Qui, dove la trovo? Se ti attesti sulla forma canzone più standard e non la forzi nemmeno un attimo, non so, un colpetto di batteria fuori da quando l’aspetto, un silenzio appena più lungo, una ripresa lievemente diversa dopo il ritornello, insomma qualcosa almeno piccolo, che metta anche minimamente in discussione l’assetto. Nulla di questo. Nada. Se stai così, non serve dimenarti tanto, impiegare qualche parolaccia (che non scandalizza più neanche il mio cane), sei comunque pienamente nel sistema. Si evade prima di tutto con l’arte, che ti mette in contatto con i tuoi sogni e ti dice che possono essere reali, che esiste ciò di cui è fatto il tuo cuore e questa è la cosa che fa più paura ad ogni potere, perché rischia di svegliarti dall’anestesia mediatica in cui sei immerso.

A mio avviso, è molto più rivoluzionario cantare A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata / a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie come fa il grande Franco Battiato in Bandiera Bianca (di una attualità sconcertante, solo a ripensare questi giorni di Festival) che ripetere Sono fuori di testa, ma diverso da loro / E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro.

Show, don’t tell dicono, per essere un bravo scrittore. La diversità va mostrata, non raccontata. Allora trovare l’insalata e l’uva passa in un verso che parla di musica (classica e popolare) ti può colpire, smuovere qualcosa. Aprire una linea di pensiero, di riflessione. Il resto, purtroppo no. Il resto è già assimilato dal sistema, è tranquillo, tanto più tranquillo e inoffensivo quanto si pretende rivoluzionario. Certo, potreste dirmi, ora vuoi vedere la rivoluzione a Sanremo? No, non voglio la rivoluzione. Cerco la bellezza, poi il resto viene. Se c’è quella, tutto il resto viene, a tempo debito. Verrà, di sicuro.

Chissà se vent’anni fa ero più facile alla sorpresa, o c’è qualcosa di condivisibile nel mio tornare all’ultimo festival dell’altro millennio. Comunque, fatemi dire. Podio assolutamente fantastico. Prima, Anna Oxa con Senza Pietà. Bel brano, testo interessante dove il tema della conquista viene fatto continuamente oscillare tra il registro amoroso e quello militare, con sapide analogie, divertenti da scoprire. ‌Le mie mani, le tue mani in questa battaglia / È un agguato a tradimento in questa boscaglia. Poi la voce di Anna su tutto, i suoi mille registri tra l’espressivo più graffiante e il flautato più setoso, veramente pazzesco. Bella la musica, mi colpisce ancora oggi. L’entrata dei cori è sempre una delizia qui.

Seconda Antonella Ruggero, il suo Non ti dimentico (Se non ci fossero le nuvole) è delicato ed espressivo insieme. E che dire, un’altra bellissima voce, dalle capacità assolutamente stratosferiche, come sappiamo: ascoltatela in Elettroshock nei Mattia Bazar, tanto per capire.

Terza Mariella Nava con Così è la vita. Un brano favoloso, fantastico nel testo e nella melodia, un incedere incalzante e densissimo di delicata poesia e di sincerità accorata. Altissima e precisa. Lancinante nella scelta precisa delle parole e nell’apertura armonica così mediterranea e implacabile. Altro che raccontare, altro che finto rap, qui si vola, e si volta alto!

Questi i primi tre insomma. Nel 1999. Tre grandi donne con tre proposte piene, succose, profumate (anche di rosmarino, sì). Qui io mi trovo, qui ci faccio casa, mi sistemo. Ascolto e riascolto. Musica popolare, va bene. Ma la bellezza c’è, la trovo, la tocco (anzi, è lei che mi tocca). Sono lieto, mi muovo tra queste note, queste parole. Davvero, sono a casa. Che bella la musica, e la musica italiana, che bella che è!

Però, se perfino uno come Ernesto Assante, che ho ascoltato in memorabili lezioni sui Beatles e sui Pink Floyd (e lì qualcosa di rivoluzionario c’è, sissignori), scrive che stavolta ha vinto la musica, inizio a sentirmi un poi un extraterrestre, in questo mio problema con il Festival di quest’anno. Io la musica non l’ho sentita tanto tanto, magari riascoltando forse ammorbidisco il giudizio, non so.

Mi ritorna in mente sempre il già citato brano di Battiato, che conclude significativamente così la sua implacabile analisi della società attuale, e sommersi soprattutto, da immondizie musicali. E penso anche all’altro pezzo mirabile, La musica muore, sempre del grande maestro siciliano. Lì in realtà si parla di altro, della fine ingloriosa del tempo in cui si pensava che la musica potesse cambiare il mondo. Ma forse no, non si parla d’altro. Il tema è questo, alla fine.

Sospendo il giudizio, anche scagliarsi contro il Sanremo dell’anno non è poi uno sport molto appagante. Ma nel segreto, mi riascolto Anna Oxa, Antonella Ruggero e Mariella Nava. E gioisco.

Così è la vita, del resto.

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La scienza è un gioco!

In fondo è questo, è questo che spesso dimentichiamo: la scienza è un gioco! Il gioco è una delle attività fondamentali dell’uomo, tanto che i piccoli – che non hanno tempo da perdere in chiacchiere come i grandi – essenzialmente fanno questo, giocano. La scienza è gioco nella sua parte migliore, gioco di scoperta e di perpetua meraviglia. Non c’è senso del dovere che possa essere così produttivo, per uno scienziato, come un solo momento di sincero entusiasmo per l’oggetto della sua ricerca.

Per l’uomo, scoprire che la realtà del mondo fisico si fa comprendere nella sua complessità è sempre stato un bellissimo gioco. Certo in ogni umana attività ci sono poi frustrazioni, rivalità, invidie, strade sbagliate, riprese, scoramenti, e tutto quello che volete. Ma la base resta quella del gioco, e se togliete quella, temo che rimanga ben poco. Scoprire come funziona l’universo, scoprire sopratutto che l’universo si fa scoprire, è un gioco bellissimo, che apporta significato all’agire umano.

Questo video girato da ricercatori dell’Agenzia Spaziale Europea (dove anche Gaia ha il suo ruolo) nei loro momenti di pausa, ci aiuta meglio di mille parola a ricordarci che gioco fantastico che è la scienza. Molti riconosceranno la musica, e anche il tipo che fa capolino al minuto 5.41.

Insomma, io dico che la massima serietà è possibile solo così, con questa libertà interiore che si nutre davanti ad un bel gioco. Al gioco della scoperta del mondo, inesauribile e continuamente sorprendente.

 186 letture su Stardust,  4 oggi

Teresa è all’Harry’s Bar

Me lo scrive sorella Chiara (intesa in senso di parentela), Domani vado a vedere questo, con i ragazzi… così, ammiccante. E intanto mi passa il link. Non lo sapevo. Non ne sapevo proprio niente. Prendo tempo, intanto dico bravissima ma non mi decido. Alla fine però c’è qualcosa, qualcosa che non mi lascia passare oltre, non mi lascia scartare, troppo facilmente.

Va bene ci vado, ci vado. Acchiappo il biglietto in extremis. Un po’ angolato il posto, è quel che rimane, ma va bene lo stesso. In realtà (con il classico senno del poi) sarebbe andata benissimo, non bene. Non mi aspettavo quello che sarebbe successo, non mi aspettavo niente, di ciò che sarebbe successo. Uno non si aspetta mai niente quello che succede, d’altra parte. Non può proprio. Stai alla frontiera, quel che viene non lo calcoli, lo attraversi.

Sì De Andrè, la PFM, carino… E poi, proprio pochi giorni prima, passeggiando in montagna, mi ero riascoltato e riassaporato quel piccolo capolavoro che è Volume 8 riscoprendo molte canzoni che avevo dimenticato. Straordinarie canzoni. De André è un vero artista. Un poeta, per quanto questa espressione sia terribilmente abusata, nel campo della musica. Ma lui, lui lo é. Diamine, andrà pure detto. Ribadito.

Così a Chiara scherzando (ma non troppo) chiedo, ma me la fanno Giugno ’73? E rincarando la dose (è impossibile smorzare il desiderio, è cosa contro natura), e poi Amico fragile? Due canzoni pazzesche, bellissime, contenute in quell’album. Due canzoni (soprattutto la prima) che avevo scordato, avevo totalmente svaporato la loro umanità così spudorata, così toccante.

Così sarà, per la cronaca. Ma anche di più. Sarà molto di più. Perché è un collegamento con il cuore, che si accende. Un tuffo nel passato che ritorna qui, presente e palpitante. Tuffo imprevisto, ma istantaneo. Più che tuffo, spanciata. Accade subito, appena la PFM inizia a toccare gli strumenti, le prime note che si levano in aria. Ti viene addosso qualcosa, frontale.

La PFM nella Cavea dell’Auditorium (foto da cellulare, come si capisce bene…)

Io non so come fanno, non conosco i dettagli di questa magia, ma realmente fanno esplodere la musicalità che c’è nelle canzoni di Fabrizio, senza forzare nulla, senza introdurre niente di estraneo. E’ un lavoro a far venir fuori, non a sovrapporre altro. Esaltano De André, lavorando a far uscire cose che già ci sono, piuttosto che ad inserire elementi arbitrari. E quindi sono bravi, sono bravi proprio. Le canzoni ti investono, sono realmente godibili, gli equilibri tra gli strumenti mi appaiono molto ben lavorati. Fin dalla prima canzone, ogni canzone è una festa, per le orecchie e per il cuore.

Per me è qualcosa di speciale, che esonda potentemente la portata dell’evento. E lo capisco. Il fatto è questo, papà amava De André. Fin da piccolissimo ascoltavo risuonare per l’aria, a casa, queste curiose melodie dal sapore arcaico. E poi una stranissima voce bassa, calma, una voce che mi è sempre sembrata così, come dire, incredibilmente autorevole. Gravida di mistero, lambiva territori sconosciuti, portava odori, sapori di cose lontane ma interessanti, evocava universi appena socchiusi, mondi diversi e sempre umani, umanissimi.

Questo mi ritorna spudoratamente addosso, appena la PFM inizia a suonare. E mi sbatte addosso senza preavviso, il me stesso di tanti anni fa. Subito, subitissimo. Lo so che non sono imparziale, ma il cuore è troppo coinvolto. E poi questi hanno rispetto, per De André, grande rispetto: si sente a pelle. E quindi hanno rispetto per me, per la mia storia. Anche per papà, è chiaro. Lo rispettano. D’accordo, Magari non lo sanno, ma è così.

O forse invece lo sanno. Sì, secondo me lo sanno.

Perché se non lo sapevano, come veniva loro in mente di rifare, nella parte centrale del concerto, gran parte de La Buona Novella? Quel disco, proprio quel disco. Quello che papà ascoltava con religiosa attenzione, quell’unico disco a cui dedicava attenzione totale. Quelle note scarne che mi entravano nella pelle, da bambino, quegli arpeggi semplici e profondi, quelle parole addosso, prima ancora che capissi di cosa parlassero, che storia viva trasportassero.

Sì, quando la ascolto piango. Mi vengono esattamente le lacrime, mi manca papà, anche adesso che scrivo mi si inumidiscono gli occhi. Ma è una mancanza buona, sono lacrime buone, le voglio. Eppure l’emozione – e il senso di nostalgia – è fortissimo. Mi lascio piangere, per un po’ è necessario, non si può fare altro. Accidenti, speriamo solo che non mi veda nessuno. Come fai a spiegare?

E mi ricordo, ancora. Quando da ragazzetto, mi studiavo le note di copertina di quel disco che papà aveva portato a casa. Quello che per lui aveva una importanza tutta particolare. Non era un tipo che ascoltava molta musica “leggera”, papà. Anzi. Però quel disco era un’eccezione, una poderosa eccezione. C’era una nota del gruppo che suonava, si chiamavano I Quelli, e parlava del rapporto con questi testi, e con Fabrizio. Scrivevano qualcosa tipo dopo un po’ siamo andati da Fabrizio incuriositi, a chiedere perché aveva scritto questa cosa... A proposito, per come narra De André la nascita di Cristo (sempre con grande poesia e umanità comunque), rimando alla trattazione di Giovanni Marcotullio che per me è una delle cose più sensate che abbia avuto occasione di leggere, sul tema. Qui non sto valutando l’opera, controversa in alcuni punti, figlia del tempo in certe parti. Sto affondando nei ricordi. Anzi no, sono loro a venire su e inondarmi. Colpa loro.

Bene, quando dal palco avvisano che eseguiranno La Buona Novella in modo diverso da come l’avevano fatta a suo tempo sul disco (e si parla del 1970) , per un momento non comprendo. Subito viene aggiunto a quell’epoca ancora ci chiamavamo I Quelli. Tutto torna. Allora sono loro. Ed è ancora più magico, ancora più magico essere qui.

Ed è tutto particolarmente sbalorditivo, se penso alla casualità che mi ha portato qui, sbalordisco. Ma infatti, nessuna casualità, non è credibile. Non può essere un caso, se sono qui, adesso. Fatevi pure, al proposito i vostri ragionamenti rassicuranti, bilanciati, distaccati. Io non vi seguo. Se sono qui non è un caso, non lo è per niente.

E de André è un gigante, anche nei testi. Non è qualcuno che riveste di parole un motivo musicale, affatto. Le parole non accompagnano, e basta. No, le parole fanno esplodere la musica, la caricano a potenza. Queste cose non le fanno tutti, queste cose le fanno solo i poeti. Fabrizio De André è stato un poeta (anzi è un poeta, perché i poeti non muoiono mai). Sai, sono cose che magari quando ascolti le canzoni da ragazzetto, non te ne accorgi, non te ne accorgi del tutto.

Ora, con i miei cinquantasei anni, me ne accorgo molto di più. E mi commuovo, ancora e di nuovo.

Perché c’è Giugno 73 con il suo bellissimo, paradossale incipit

Tua madre ce l’ha molto con me
perché sono sposato e in più canto,
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace
a vergognarsi di me.

E questi allegri pirati della Premiata Forneria Marconi, fanno anche Amico Fragile, ovviamente (ma è logico, visto che la serata è per me, in qualche modo arcano).

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte
feritoie della notte,
con un bisogno di attenzione ed amore
troppo “se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposto

L’ho detto, suonano bene, le canzoni sono sempre arricchite e mai stravolte, c’è quel profondo rispetto per Fabrizio, quell’amicizia devota che si allarga dolcemente dai musicisti all’intero uditorio. Ed è un po’ come se lui fosse qui (e in una canzone “compare” la sua voce, come tributo doveroso).

Il gioco fra musica e parole funziona, i testi del Faber invadono l’aria serale tardoestiva di una Roma sotto Covid ma con tanta voglia di tornare a respirare, e risanano con i loro delicati paradossi. Appena entrato dentro Rimini, sbatto il cuore su una articolazione umanissima, che mi commuove in modo inaspettato. Di nuovo mi inumidiscono gli occhi…

Ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene

Ed anche, questa sovrabbondanza mediterranea di Andrea, il delizioso ritornello che ti sveste di ogni pensiero malinconico e ti porta dentro il mondo – al tempo stesso introverso e frizzante – tipico di Fabrizio.

Che ora lo capisci bene, e proprio per questo ti commuove a raschiare il pianto. Perché è un mondo in cui l’unica cosa che è declinata è la pietà. L’unica cosa di cui si parla. Come architrave di tutto. Pietà per gli ultimi, per quelli ai margini, pietà per gli assassini e le puttane. Una pietà credibile, scomoda, terribilmente concreta perché sfacciatamente antiretorica. Declamata con coraggio, decenni prima di ogni buonismo, sfida perpetua ai benpensanti e ad ogni loro (e nostro) pruriginoso bigottismo.

Mi guardo intorno. Stasera non c’è nulla di morto. De André è vivo, è ancora l’amico che cantava in salone quand’ero bambino, nella casa a Poggio Ameno. E papà è vivo: la sua mancanza infatti è terribilmente concreta, esiste, si tocca, è lui, è la sua, lui è qui. La PFM onora il maestro (i maestri?) nell’unico modo possibile: poche frasi, niente retorica. Le sue canzoni, dal sapore di donna, dal sapore dell’oceano. Il timbro di voce di papà, anch’esso così basso, mi si unisce in memoria. Sapeva di avventure, di amicizie, di amori e guerre.

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare…

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Quella Luna degli anni settanta…

Sono lì che ascolto. Sono seduto al mio posto nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica (che ho appena scoperto essere ora chiamato Ennio Morricone), e sono appena stato oggetto (credo, con altre persone) di un fenomeno spaziotemporale abbastanza curioso.

Me ne sono accorto appena il tastierista ha affrontato la stupenda intro di pianoforte di The Lamb lies down on Broadway, questo fantasmagorico disco realizzato dai Genesis nel 1974. Vabbè, più che disco, dovremmo precisamente dire concept album, come appunto viene menzionato da quelli che la sanno lunga.

Ma dicevamo, il fenomeno spaziotemporale. Eccolo. E’ un salto indietro nel tempo per un ammontare di circa 45 anni, e nessuno mi aveva avvertito. Di fatto, dopo un minuto di musica (glorioso tripudio di tastiere), mi trovo nel bel mezzo degli anni settanta. Non c’è possibilità di sbagliare, non c’è alcun errore. E’ tutto perfettamente coerente, in effetti la coerenza è veicolata dalla musica, dai rapporti di tensione e distensione tra le note, dall’architettura di universo che espongono, e diffondono, istante per istante.

Beh, foto fatta con il mio smartphone (riapparso per un momento appena, d’accordo)

Penso che ogni melodia, anche la più banale, proponga una architettura di universo, trasporti un modello cosmologico. Un modo di pensare, di guardare alle sensazioni, alle emozioni, alle pulsioni, alla natura, al cielo, alla Luna. Al destino dell’universo, alla presenza di un senso o alla sua mancanza. A come vanno a finire le cose, per te e per tutti quanti e per tutto quel che c’è. Certo tale modello è nascosto, è cablato nelle note e nel ritmo, nei timbri degli strumenti e nel modo di suonarli. Nascosto, e per questo più potente. Ti arriva sottopelle senza passare per il ragionamento, lo assorbi senza quasi accorgerti. Ti arriva in vena, senza che tu debba iniettarti nulla.

Ed eccola lei, la Luna. Si vede bene dal mio posto nella Cavea (Tribuna Numerata, fila E), durante la prima parte del concerto. La guardo con curiosità, e trovo subito piena conferma. E’ stata sostituita, non è quella solita. Per la precisione, è una Luna del 1975 (o giù di lì, l’esattezza totale non è possibile), una Luna ancora tutta emozionata, un po’ scomposta, un po’ arruffata, dall’essere stata visitata dall’uomo solo pochi anni prima, toccata per la prima volta. Eh già, penso, in fin dei conti l’arrivo sulla Luna degli astronauti di Apollo 11 è del 1969, insomma pochi pochi anni fa. Una Luna che stiamo percorrendo adesso in fin dei conti (l’ultima missione, Apollo 17, è appena di un paio di anni fa). Siamo nel 1975, ricordiamoci.

Essere nel 1975 vuol dire qualcosa. Non è una cosa leggera. Non c’è Internet, non ci sono telefonini. Soprattutto (non troppo strano) non esiste niente, di tutta la musica creata dopo il 1975. Non esistono tutte le invenzioni melodiche, ritmiche, inventate dopo. Per dire, non esiste il suono delle percussioni più secche e precise, degli anno ’90 (infatti in realtà non so di cosa sto parlando): qui ci sono ancora quelle pastose, piene, totali. Non ci sono i ritmi disco degli ‘80, i ritmi facili e ripetitivi e minimalistici. Quali? Non lo so, ripeto. Non esiste ancora The Wall dei Pink Floyd, nemmeno come possibilità del pensiero. Attenzione, qui. Essere nel 1975 vuol dire che puoi pensare quello che vuoi, che credi di poter pensare qualsiasi cosa, ma di fatto non riesci a pensare il giro di basso di Another Brick in the Wall nemmeno se ti sforzi come un pazzo. Non ti viene. Non ti avvicini nemmeno. Puoi prendere una nota o due se sei geniale, come anticipo nell’aria, ma subito ricaschi nella circuitazione più barocca, meno cinica e più enunciativa, propria di questi tuoi anni. E’ una categoria mentale che non esiste, e tu non ti rendi nemmeno conto che non esiste, è questo il bello. Non capisci che c’è uno spazio di esistenza di qualcosa di incredibile, ma che ora non esiste. Non vedi lo spazio vuoto, è disponibile ma in un certo senso non lo è. Si nasconde, non c’è. Non lo sai. Lo saprai tra qualche anno (non molti), ma ora no.

E mica è finita qui. Non esiste nemmeno Abacab, questa canzone che è così stupendamente nelle corde dei Genesis (quelli senza Peter Gabriel, d’accordo, ma ora non entriamo nel dettaglio), che ti stupisci totalmente del fatto che non esiste. Che non è nell’aria. Che vuoto che lasciano le cose che non esistono! Ora sarebbe intollerabile. E tu niente, nemmeno sai che non esiste, appunto. Pazzesco, a pensarci.

Così ho attraversato un tunnel spaziotemporale e ora mi trovo qui. Del resto è normale. Perfettamente normale. Non è che ti avvertono prima che tu attraversi un tunnel di questi. Mica trovi dei cartelli attenzione al tunnel, ti porterà negli anni settanta, vuoi proseguire? No, niente di tutto questo.

Potenza della musica, potremmo dire. E qui la musica c’è, c’è eccome. E c’è gente capace di suonarla, di cantarla: per la cronaca, un supergruppo composto dai Revelation e dagli Squonk. Vabbé io non li conoscevo, ma non importa. Ciò che importa adesso è che c’è gente che ti esegue Lambs con una precisione nitida quasi da maniaci. Sì, e con bravura. Certo. Parecchia, anche. Tutto è come nel disco (forse anche troppo? Non so). Ogni specifico pattern di batteria (e sì che è una invenzione continua quel disco, che Phil Collins se ne è inventate di tutte) è riprodotto qui dal vivo adesso, ed ecco spiegato il meccanismo della macchina del tempo. Rendere viva una cosa degli anni settanta è possibile solo se sei negli anni settanta. Diamine, questo spiega tutto. E anche la parte visiva è curata, l’idea che non ascolti appena una musica, ma sei dentro una storia, calato completamente in una storia, che è di colori, maschere, costumi, video.

Mi dico, questi qui che suonano, ma quanto avranno studiato il disco come dei pazzi maniaci? Ogni grappolino di secondi di suono è stato certo riascoltato innumerevoli volte, per fare questo reverse engineering che restituisce un’opera rock (con una trama complessa ed onirica) con questa precisione quasi imbarazzante.

E le luci, i colori, che accompagnano il dipanarsi della storia di Rael, il giovane portoricano sbucato fuori dal riformatorio di Pontiac (la storia narra di un altro salto spaziotemporale, quella di Rael verso una sorta di regno sotterraneo sede di incontri tra il mitologico e l’allucinato).

Il filmato sostituisce la tonnellata di diapositive che a suo tempo (cioè ora) i Genesis si portavano in concerto, e muove tra l’evocativo, il sognante, l’inquietante, con lo spaesamento dell’arrivo inesorabile dell’epoca moderna, il sogno che si fa incubo perché non è più accolto, è pigiato verso le profondità della coscienza dalla modernità industriale che nell’esaltato delirio della produzione in serie pialla ogni differenza, la solitudine, la violenza, la paura dell’intimità, il mondo non più avvertito come rifugio, ma come un posto dove ci si gioca tutto, non ci si può rilassare, anche l’amore è ridotto ad una prestazione, un imparare dei codici di azione (e di sopraffazione) per non fare brutta figura, affidandosi ai manuali, in perdita verticale di spontaneità libera. Fino all’uscita finale, nel qui ed ora, forse sbrigativa ma in ogni modo indicativa, riunificativa (anche nella storia), che chiude il tunnel spaziotemporale e mi riporta (dopo un esteso bis, in verità) all’anno 2020: quello dove di botto ritornano all’esistenza i telefonini, Internet e tutto il resto.

Insieme con la nostalgia di un’epoca, provvisoria ed imperfetta quanto si vuole, dove sognare non era ancora concepito come antitesi al cambiamento del mondo, ma ne era la necessaira premessa.

Come in realtà deve essere, perfino dopo 45 anni da allora.

 163 letture su Stardust,  2 oggi

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