Un aperitivo… spaziale!

Per chi si trova in zona di Roma e avesse voglia di passare un mercoledì sera un poco diverso dal solito, vi aspetto presso la merenderia Meré (via Ridolfino Venuti 47) il 19 giugno dalle 19.30, per parlare di telescopi spaziali, puntini blu (indovinate…) ed oggetti lontanissimi (spoiler, le sonde Voyager).

Ma soprattutto, di come avesse ragione Alan Sorrenti il quale – nonostante qualche purista non gli riesca a perdonare di avere abbandonato la sperimentazione di Come un vecchio incensiere all’alba di un villaggio deserto – nella sua svolta easy pop, verso la fine degli anni Settanta enuncia (non ci è dato sapere se in maniera consapevole o meno) clamorose verità astronomiche nel testo del brano Figli delle Stelle.

Quindi sarà possibile ascoltare un astronomo che spiega queste cose (il sottoscritto, come potete immaginare) mentre – valore aggiunto di indubbio interesse – si potrà sorseggiare un aperitivo e mangiare qualcosa di contorno. Per informazioni e prenotazioni, potete contattare gli amici di Meré al numero riportato sul sito, o tramite Facebook ed Instagram.

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Il cosmo e la poesia (V)

La sonda Voyager 1 è attualmente l’oggetto creato dall’uomo più lontano da noi, in senso assoluto. Partita nel 1977, si trova adesso a più di 24 miliardi di chilometri da casa. Voyager 1 (come la sorella gemella, Voyager 2), dopo 47 anni di onorato servizio e dalle distanze cosmiche dove è arrivata, non solo mantiene i contatti con la Terra, ma ancora invia informazioni scientifiche. C’è stata parecchia apprensione negli ultimi mesi, perché i dati in arrivo dalla sonda erano improvvisamente diventati incomprensibili, indecifrabili. Un guasto ai computer di bordo: c’era la paura di perdere il contatto. Oppure, di non riuscire più a parlarci, a capirci.

Immagine artistica della Voyager 1 (Crediti: NASA)

Ora che scrivo, la NASA è appena riuscita a riprendere il dialogo con la sonda, riprogrammando i computer in modo da aggirare l’avaria. Impresa quasi incredibile, considerando che – a motivo dell’enorme distanza – ogni comando che si impartisce da Terra viene ricevuto dalla sonda quasi con un giorno di ritardo e la risposta arriva a Terra ancora un giorno dopo.

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Europa (apologia del fango)

Andrò a votare per l’Europa. Ho letto e ho compreso i discorsi di chi è stanco, anzi nauseato. Ho letto e compreso i discorsi di chi sente che tanto le diverse fazioni non sono poi diverse, ma in realtà sono allineate in tutto. Capisco la disillusione, ancora di più, la sensazione tragico di essere trascinati verso una guerra che nessuno vuole. Capisco chi dice che non andare è un segnale.

Però non mi convince. Andrò a votare proprio per dare un segnale, per dare il mio segnale, che vuole essere di pace, di tentativo di pace, di richiesta di pace. Che non si può ottenere con l’invio di armi, non si può ottenere mostrando i muscoli, non si può ottenere uccidendo. La pace, quella vera, quella sporca, come siamo noi.

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La Luna, è silenziosa

È una comunicazione stancante, frustrante, dove non fai in tempo a illuderti, e già la delusione ti arriva addosso come una doccia fredda. Forse è anche per questo che da bambina guardavo la Luna per delle ore dalla finestra della mia stanza, con la sensazione di appartenere più a lei che alla Terra. Lo faccio ancora: guardo la Luna con la stessa intensità di allora, a volte fino a che gli occhi mi lacrimano. Allora ero convinta che se l’avessi guardata abbastanza intensamente forse sarei stata finalmente risucchiata lì, a casa. Ero una strana bambina, mi sembrava di avere già vissuto un migliaio di vite almeno, e non capivo i continui slittamenti di umore dei miei, le ragioni dietro i loro conflitti silenziosi. Quando la Luna era piena giocavo a chi toglieva lo sguardo per prima, e vinceva sempre lei, con quel suo rimmel sbavato che non si sistema mai. Una notte che mio padre era tornato a casa dal ristorante ed era entrato nella mia stanza forse per controllare se dormivo, ero saltata su nel letto e gli avevo detto “Il sole fa rumore, ma la Luna è silenziosa”. Chissà se lui se lo ricorda; io mi ricordo che invece di dirmi che era una stupidaggine da bambina aveva annuito e mi aveva guardata con una strana soddisfazione negli occhi. Alla luce della lampada del comodino mi era sembrato fiero di me, sì.

Andrea de Carlo lo incontrai anni fa a Roma, in una libreria del centro, ed in tale occasione gli potei parlare brevemente. Fu molto cordiale con me, tra l’altro mi parve sinceramente interessato al lavoro di un astronomo. Se ben ricordo, era il giro di presentazione de L’imperfetta meraviglia, dunque non era ancora stato pubblicato Una di Luna (2018, edito per La nave di Teseo) – titolo veramente alla De Carlo, come Due di Due oppure Di noi tre (due capolavori, se volete la mia opinione), ma evidentemente l’astronomia già orbitava nei suoi interessi.

“Bambina che guarda la Luna”, immagine generata dall’autore,
mediante Copilot Designer di Microsoft

Una di Luna non è forse il De Carlo che preferisco in assoluto – quello di Durante, per dire, o del Teatro dei Sogni – ma è quello che meglio degli altri, si presta ad essere attraversato in chiave squisitamente astronomica. Del resto, narra una vicenda che vive davvero in luce lunare, una storia tenue e con una trama semplice, scritta in modo lineare, dove vincono i colori sfumati sulla complessità degli intrecci, dove i particolari sono definiti quel tanto che basta. A volte sono appena sbozzati, in verità. E probabilmente, ha senso [Continua a leggere sul portale EduINAF]

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Quasi da arrestare

Lo scrivo perché non trovo più con chi parlarne, senza che mi tiri appresso qualcosa. Ho provato un po’ ingenuamente a parlarne in casa, tempo fa. Lo sai che è uscita la demo dell’inizio di Tubular Bells 4? Bella… però peccato che Mike si sia ritirato, pare che non la completi…

E intanto uno si aspetta, che ne so, una certa partecipazione al dolore. Sì perché è un dolore, certo non comparabile con altri dolori più forti, per carità. Però è un dolore. Nel senso che uno sente un gusto, un sapore di qualcosa, ma non può proseguire, rimane appunto un accenno. Si incammina su una strada bella, alberata, con tante cose da guardare lungo il cammino. E poi, alla prima curva, quando si aspetta un cambio di panorama, si trova davanti un segnale di STOP. Proprio quando uno avrebbe voglia di saperne di più, di entrare meglio nella faccenda.

C’è quel tanto che basta per farti dire ok, mi interessa, mi piace, vediamo… ma poi niente, non vedi niente. Rimani lì. Rimani in demo.

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Il cosmo e la poesia (IV)

Alle volte sono le poesie, che ci aiutano. Ci aiutano a capire, a capire in che mondo siamo, in che universo stiamo vivendo. Ci aiutano a comprendere in che universo scegliamo di vivere, momento per momento. Sono intrinsecamente cosmologiche, le poesie.

Immagine creata con Copilot Designer di Bing

Del resto, la scelta è affidata – sempre e di nuovo – alla nostra libertà. Possiamo sempre e comunque transire di universo, passando da spazi privi di senso e senza speranza ad ambienti cosmici finalmente intrisi di significato, orientati ad un fine. Ambienti dove tutto  —  perfino il nostro dolore  —  acquista un suo peso specifico, una sua dignità di valore, adeguandosi, aderendo al campo di onde generato da quella data finalità, da quel principio d’ordine. Possiamo addirittura lasciarci sprofondare dentro un buco nero sapendo che non è la fine, ne usciremo attraverso un buco bianco, in questo o un altro universo (di pensieri, sensazioni). Sarà certo doloroso, perché è sempre doloroso lasciar indietro quel che non serve più. Doloroso ma necessario, per rinascere.

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Il cosmo e la poesia (III)

Nel numero scorso, abbiamo sospeso la nostra riflessione su cosmo e poesia alludendo a quel mistero, che la poesia custodisce e difende. Credo valga la pena ripartire proprio da qui, perché è uno dei luoghi privilegiati dove poesia e studio del cosmo si possono davvero incontrare.

La parte di non essere è usualmente più libera, meno ingombrata, meno carica di pregiudizi e posizioni prese. Il vuoto del resto – la fisica moderna ce lo insegna – è tutt’altro che una zona morta, ma a guardarci bene è un pullulare di vita incredibile, un continuo zampillare di particelle che poi si annichilano rapidamente solo per riformarne altre, continuamente diverse, con mirabile abbondanza e ricchezza d’invenzione. Insomma, il vuoto quantistico è tutt’altro che vuoto, anzi è proprio il modo di intendere il vuoto una delle cose che più distingue la fisica moderna da quella classica. Da come guardi una mancanza, si capisce come guardi tutto, potremmo dire.

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A Grosseto, cercando l’umano

Così è andata, come si era detto. Ma anche meglio, molto meglio di come si era pensato. La mattina di venerdì 22 marzo io e Paola siamo saliti in macchina, destinazione Grosseto. Con noi c’era Anita, come previsto. C’era con i libri, c’era nei racconti (le sue chiacchierate con Laura, la mamma astrofisica di professione), c’era nella mia testa con l’idea della sua esistenza, nell’ambito spaziotemporale del fantastico, certo. Un ambito quanto mai impattante sul reale, dunque un ambito – per farla breve – reale. Se infatti – da un punto di vista fisico – ciò che esiste è ciò che manifesta effetti nel presente universo, l’immaginario esiste, c’è poco altro da dire.

Disquisizioni a parte, è stata una giornata piena quella del 22 marzo a Grosseto. Per tutti quanti, sia per gli abitanti dello spazio che chiamiamo reale, sia per quella tipetta dello spazio che ci piace definire immaginario.

La mattina, poco dopo essere arrivati a Grosseto, un paio d’ore a parlare di Anita e la Luna, perché sapete, questa ragazzetta curiosa ha da dire la sua anche sul nostro satellite, ci mancherebbe. E anche su quello, ha tantissime domande. Come tante domande – grazie anche al lavoro preparatorio degli ottimi insegnanti – hanno fatto i ragazzi della scuola media Madonna delle Grazie, tanto che nella mattinata non si è parlato appena della Luna, ma del cosmo, dei buchi neri, delle sonde Voyager, del destino dell’universo… e non ci si sarebbe fermati mai!

La curiosità allegra di questi ragazzi, di queste stelle in formazione, del resto, è qualcosa che è di insegnamento per me adulto: il contatto con loro è un mutuo scambio, perché se io posso forse insegnare qualcosa sul cosmo, loro certo insegnano molto su come ritornare a vivere in modo autentico dentro questo cosmo che descrivo loro, cioè con curiosità allegria e voglia di fare. Ed può sembrare buffo che io adulto debba tornare ad impararlo, ad impararlo da loro, ma è così. E sono contento, che sia così. Che salire in cattedra sia anche uno scendere da certi propri inutili piedistalli interiori. Cose che fanno bene, ogni tanto.

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