Blog di Marco Castellani

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Il cosmo e la poesia (I)

Da più parti ormai si percepisce la necessità indilazionabile di un punto di sintesi ed unione delle diverse discipline. Assai concreto, in questo tempo, il rischio di una sorta di cosmica confusione: migliaia di emittenti su centinaia di frequenze diverse e da decine di media propongono messaggi ed offrono ricette per la vita (per citare il grande Franco Battiato).

Da astrofisico e scrittore, ho percepito sempre molto forte l’esigenza di comporre prima di tutto in me stesso istanze in apparenza divergenti, come quella scientifica e quella letteraria. Va da sé, operazione necessaria: questo universo non può essere compiutamente pensato la poesia, perché rimane arido e asettico, poco interessante, ultimamente inaccessibile. Sepolti da tonnellate di big data, perdiamo il senso di ciò che stiamo indagando. Così accade, se ci affidiamo esclusivamente alla scienza ed alla tecnica, per sviluppare una narrazione complessiva del cosmo.

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Evolvere

In questo periodo ci si imbatte in una molteplicità stellare, direi, di auguri ed auspici per il nuovo anno. Astronomicamente parlando, come fanno notare alcuni, questo è appena l’inizio di un altro giro intorno al Sole: tuttavia penso che debba trattenere una sua carica di evocazione, di suggestione. Perché qui è stato detto molte volte, l’astronomia che ha ancora valore è ormai soltanto (e non è poco) quella che ha un collegamento di senso con l’avventura umana, un collegamento forte e stabile. Siamo noi a dar significato al cielo in qualche maniera, è il nostro modo di guardarlo che lo fa esistere in un certo modo e non in altri.

Allora un altro giro è anche l’occasione per fare il punto, vedere dove si vuole andare noi come persone, perché se la Terra compie un altro giro, astronomicamente assai simile a quello che lo ha preceduto, noi non possiamo rimanere sempre sugli stessi percorsi. Dobbiamo crescere, dobbiamo evolverci: rifiutarlo è fonte di sicuro disagio, perché è come opporsi ad una legge di natura, ad una regola dell’universo. Dobbiamo evolverci, altrimenti perdiamo il senso del nostro tragitto, aggrappati a questo pianetino che è a sua volta lanciato dentro un sistema di lanci e rilanci che ci fa viaggiare nella Galassia e con lei, nell’Universo intero.

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Canticchiando in palestra

Me ne accorgo dopo un po’ che lo faccio. Non sono un tipo che fischietta in palestra, non in modo particolarmente evidente. Ma tra me e me qualche volta capita. Piano, che secondo me non sente nessuno. O quasi nessuno. A meno che non mi passi molto vicino. Mi va bene così.

Però mi sono accorto di una cosa buffa, l’altro giorno. Non è che stessi fischiettando un motivo di quelli del momento, o dell’estate passata, del Festivalbar o di Sanremo. La mia mente aveva invece selezionato – senza che io me ne rendessi conto – un motivo del lontano 1983. Il titolo della canzone è Softly Over, contenuta nel disco You and me both. Il gruppo è quello degli Yazoo.

Precisamente quel che mi veniva da fischiettare non è proprio la canzone in sé, ma la sua introduzione, ovvero quel grappolo di note (una ventina, ho provato a contarle) che precede il canto. Poco più di dieci secondi, sufficienti per il dispiegarsi di una linea melodica dolce, evocativa, sottilmente inquietante. E che da allora – da quando lo comprai ragazzetto e lo ascoltai, il disco – mi si è piazzata in testa e lì rimane. Praticamente in background, pronta a venire fuori in momenti in cui, finalmente, allento la tensione e smetto di cercare di controllare me stesso e il mondo. In questi casi la mente spesso sceglie un canto, forse per dirmi che è abbastanza contenta. Tra le tante in giro per il mio cervello, questa linea melodica – come dicevo – viene selezionata di frequente. Chissà se Clarke e Moyet se ne rendono conto, di come mi sono entrati in testa.

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111100 candeline?

Così quando arrivano certe ricorrenze, certi compleanni – soprattutto quando la cifra è tonda. Vabbè dipende dal sistema di numerazione, dovrei provare come suona la cifra in altri sistemi di numerazione magari: ecco in esadecimale sarebbe un bel 3C, mentre in binario un più esteso 111100. E non ci posso far niente, ma la cifra in esadecimale mi ricorda subito il quasar 3C 273 ma soprattutto mi ricorda una certa Anita, che insieme al quasar condivide la scena in un fortunato racconto, un racconto che è stato poi stimolo per scriverne altri undici (fino al recente volume La saggezza di uno sguardo).

Quante candeline oggi? Beh, possiamo anche divertirci – per una volta – ad adottare sistemi di numerazione alternativi a quello decimale…

Insomma, arrivato al rispettabile numero di 3C giri attorno al Sole (o a 111100 a seconda di come preferiate), uno un po’ di riflessioni le fa.

La più immediata è guardarmi indietro e scoprire quanta persone mi hanno voluto e mi vogliono bene, ancora e adesso. Certo, quello che non è adesso non conta, non cambia le cose. Me ne rendo conto, più vado avanti: ci vuole un adesso per camminare, per respirare, per esistere. E tantissime persone dovrei ringraziare e spero di farlo – non tanto qui per iscritto, non sto a mettere i crediti come in un film – ma con frasi e respiri e attenzione viva, se appena riesco, quando riesco.

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Oppenheimer

E che dire, hanno ragione, è veramente un bel film.

Tre ore filate che non senti nemmeno il tempo, tanto è serrato il montaggio, incalzante la narrazione. L’alternarsi di colore e b/n è un espediente riuscitissimo, gli attori sono follemente bravi, il gioco della colonna sonora a volte preponderante altre volte quasi assente, è di indubbia sapienza.

Un film dove la fisica (e anche l’astrofisica, più di un poco: vedi al proposito la trattazione del collasso delle stelle, dei buchi neri) è protagonista dall’inizio alla fine. Una fisica innestata profondamente nella realtà, anche nella terribile realtà degli ordigni nucleari.

Oppenheimer ne esce come un uomo – con tutti i suoi entusiasmi, le sue confusioni, le sue cadute, le sue incertezze. Perché anche un grande fisico alla fine è un uomo semplice, splendidamente incongruente – se vogliamo – come tutti gli altri.

E forse questo è un pregio del film, il suo specifico valore culturale. Anche al di là delle legittime discussioni sulla bomba atomica, su questa spaventosa arma di distruzione di massa.

C’è ancora bisogno, sì, di ricordarci che i fisici sono uomini (o donne), perché c’è bisogno di capire che la fisica è umana, umanissima. Impregnata di umanità: questa, del resto, è la sola fisica che mi interessa, che ci interessa davvero.

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Pena per le stelle

Stiamo tutti cercando un rapporto nuovo con il mondo, dunque anche con il cosmo. Per molti versi sentiamo che la consapevolezza si accresce, generazione dopo generazione (come pure, nella nostra evoluzione personale), e ciò che andava bene prima ora, semplicemente, non ci corrisponde più. 

Ma forse è anche che questo universo in cui viviamo – grazie principalmente al flusso ininterrotto di nuovi dati astronomici e alla tecnologia che ci permette di venirne a contatto in modo immediato – si svela adesso ai nostri occhi in maniera totalmente inusitata. Per la prima volta nella storia dell’umanità, possediamo descrizioni ed immagini di oggetti fuori dal Sistema Solare, dalla Galassia. Riusciamo a leggere segnali addirittura dai primordi del cosmo. Con un clickpossiamo accedere, in un instante, alle immagini dettagliate di corpi celesti lontanissimi da noi come Plutone, come pure a panoramiche spettacolari della sua luna Caronte, ottenuti dopo quasi dieci anni di volo dalla sonda New Horizons

Fernando Pessoa, visto da Davide Calandrini

Pare conseguente che dalla conoscenza accresciuta nasca – o possa comunque nascere – un nuovo rapporto con tutto. Un rapporto che, senza nulla togliere alla precisa sobrietà dell’indagine scientifica, dentro di noi possa anche colorarsi di una sorta di unicissimo mosaico emozionale. Una parte di emozione in effetti può aiutare la conoscenza: per come siamo fatti, ciò che non ci muove niente dentro, ciò che rimane solo nella testa, si dimentica facilmente. Invece, sentire l’universo, poterlo quasi mordere (un po’ come dicevamo per Ungaretti), e non appena comprenderlo razionalmente, ci immette in un rapporto nuovo, vivo, fresco. 

In questo (ed anche molto altro) proprio i poeti sono spesso avanti, ci piaccia oppure no (a me piace, perché non sopporto quegli scienziati che si credono possessori di un qualche accesso privilegiato alla conoscenza tout court: la quale è scientifica, certo, ma non solo). Mi sembra questo il caso per Fernando Pessoa… [Continua a leggere sul portale EduINAF]

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Prendere il latte

Stavo riflettendo un poco sugli ultimi post, quello di ieri in cui mi sono permesso qualche ricordo in merito alle dispute sull’età dell’universo, ma anche quello sull’imminente lancio di Euclid, la sonda che dovrebbe dirci qualcosa di definitivo (si ritiene) sulla natura della materia e dell’energia oscura.

Se c’è qualcosa che mi ossessiona in questi tempi (tralasciando le cose inconfessabili, ovviamente) è l’idea che l’astronomia, la cosmologia devono tornare dentro la quotidianità, dentro la vita ordinaria, altrimenti non servono.

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Un po’ di fantasia e di bontà

Torno a parlare di testi musicati, due mesi dopo l’articolo su Peter Gabriel. E di Luna, sopratutto. Perché è impossibile negare che ci sia un ritorno alla Luna dopo tanto tempo: per la precisione, dopo cinquant’anni di silenzio, mezzo secolo nel quale una sorta di dialogo scientifico tra noi e il nostro unico satellite naturale si è praticamente interrotto.

Disegno di Davide Calandrini – @davidecalandrini 

Quello che invece non si è mai interrotto – fin dall’inizio dei tempi – è l’altro rapporto che noi intratteniamo con la Luna: quel rapporto che è perpetuamente nutrito dall’immaginazione, dall’arte, dalla fantasia. La Luna si associa spesso alla femminilità, e nella sua innegabile dolcezza c’è anche qualcosa, a mio avviso, di irresistibilmente musicale. Almeno, così è per un artista del calibro di Peter Gabriel, come abbiamo visto.

Ma doveva essere così, già molti anni fa, anche per Angelo Branduardi. Autore di bellissime canzoni, anche molto sofisticate…  [Continua a leggere sul portale EduINAF]

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