Blog di Marco Castellani

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Questo giorno, molto verde

Nemmeno più mi ricordo quando è successo, però è successo. Tutto è partito da lì, da quel giorno, in effetti. Da un pensiero, appena. Poi, sono le cose piccole, nascoste, che hanno più peso sulla vita. Ed in effetti, l’innesco, la cosa in sé, sarebbe proprio piccola, proprio trascurabile.

Un pensiero appena. Ho pensato che sarebbe stato bello scrivere dei racconti, delle poesie, intorno al tema unico di un parco. Sì, un tranquillo parco cittadino, un’oasi quieta e sempre, un intermezzo verde in mezzo ai palazzi, uno spazio di accoglienza nel bel centro delle attività delle persone, dell’essere perpetuamente mobile delle cose. Per la cronaca: abitare in prossimità di un parco, non è estraneo affatto a tutto questo.

Insomma, uno spazio verde come area di scambio, zona salutare di sosta per i pensieri e gli avvenimenti. Anche, terreno neutro, spazio riconciliante. L’ho pensato così, in modo leggero e spontaneo. L’ho pensato quando ancora non ero per niente sicuro che questa cosa di scrivere facesse per me, che la potessi veramente prendere sul serio. L’ho pensato quando pensare a questo mi sembrava nient’altro una giocosa pazzia. L’ho pensato come una cosa fresca, infantile, possibile, interessante. L’ho pensato quando solamente sapevo che scrivere mi piace, mi fa star bene. E nient’altro.

Dopo, ho attraversato tanti momenti, di entusiasmo, di fatica, di stallo. Ho smesso e ho provato a fare altro. Ho smesso e ho provato a non far nulla. Infinite volte. Ho scritto un romanzo (con delle parti un po’ deboli e altre, credo, abbastanza interessanti). Ho messo insieme delle raccolte di poesie, l’ultima si chiama Imparare a guarire. Ho pubblicato poi un libro di racconti divulgativi per ragazzi, Anita e le stelle.

Sì tutto bene, tutto bello. Però intanto questo progetto rimaneva lì, quieto. E aspettava. Non se lo sognava, di farsi da parte definitivamente. Ogni tanto mi interrogava pure, tipo Marco che vogliamo fare di questa cosa? Io ovviamente non rispondevo, oppure adducevo scuse. Della serie, sì sì poi ci penso, vedi ora sto finendo questa cosa, sono molto occupato… Allora aspettava, lui. Con pazienza. Ogni tanto si rifaceva vivo. Sono qui, ti ricordi eh? Che vogliamo fare? E io, ovviamente, procrastinavo. Altre scuse, pretesti, tentativi di dilazione, distrazione. Tutti hanno qualcosa che chiama, in questo modo. Tutti cercano di sfuggire, di prendere tempo. E io non faccio certo eccezione.

Anche, un muro denso di obiezioni: la più tenace è sempre la solita, non sono capace, ma poi chi sono io per scrivere? E comunque, come lo pubblico? In effetti (lasciando perdere il resto, per ora) pubblicare una cosa così non è facilissimo, se non sei famoso. Intanto i mesi, anche gli anni, come loro abitudine, passavano. Venne il momento in cui pensai di usare una piattaforma come Wattpad per pubblicarlo, a puntate. Però un po’ di riflessione, e un po’ di osservazione, mi convinse che Wattpad è ottimo per brevi racconti romantici per adolescenti (lo dico con il massimo rispetto), cosa in cui io purtroppo non sono bravo per nulla, ma poco adatto a questo tipo di progetto, dove ci sono capitoli anche parecchio lunghi e certi momenti sono un poco più introspettivi.

E insomma. Le cose andavano avanti, la vita pure, e un angolo del mio spazio mentale era comunque occupato da questa cosa. Questo progetto, che ne facciamo? Ogni tanto lo riprendevo, alternavo fasi di esaltazione per certe parti, di sconforto per altre.

E niente. Alla fine le parti che mi piacevano hanno prevalso. Certe parti mi corrispondono talmente, che non potevo lasciarlo invecchiare, così incompleto. Mi sono messo a lavorare, riprendendo la lotta anche sui due racconti più lunghi: che mi hanno fatto tribolare e tremolare abbastanza, fino a che non ho sentito un sapore che iniziava a piacermi, anche lì. In generale, l’ampio intervallo del tempo di composizione mi ha aiutato, mi ha condotto a sperimentare stili diversi, a osare in certi punti, a tentare modalità espressive particolari.

Intanto mi veniva l’idea per l’ultimo capitolo, quell’idea così semplice ma così… boh, questa non ve la dico, ma mi piace tanto. Ritengo sia abbastanza originale: perlomeno, io non ricordo di averla incontrata in nessun libro. Però se leggete, non saltate avanti: non si fa, non vale.

Insomma è qui, lo potete trovare su Amazon, per ora in formato ebook, magari tra un po’ anche a stampa. Ma ci pensate. Quante cose possono accadere intorno ad un parco? Quante situazioni sussistono in modo sincrono, simultaneo, avvengono lungo questo incredibile tracciato polifonico multipista che è la vita? Quanti linee d’azione parallele insistono in uno stesso luogo, gravitano in una stessa area? Non lo comprendiamo, non lo percepiamo con la mente lineare, razionale. Questo è logico. Noi ci occupiamo di una cosa alla volta, laddove in uno stesso istante si svolgono infinite storie, si snodano innumerevoli eventi. Dovremmo aprirci un minimo alla irriducibile intelaiatura polifonica del reale, certo: ma è proprio difficile.

Sì, il reale è polifonico, mentre i pensieri sono monofonici, e spesso, purtroppo, anche cacofonici. Quando pensiamo il reale lo riduciamo ad una tessitura monofonica, di cose che si succedono una per una. Ma è una riduzione incredibile, una compressione quasi intollerabile. Il pensiero a volte si rinchiude in sé stesso, fa guerra a tutto ciò che potrebbe modificare il suo procedere a spirale sempre sugli stessi percorsi, il suo ostinarsi al giro del criceto nella ruota. Fa guerra all’ipotesi del nuovo, alla possibilità anche episodica e laterale di una inaspettata felicità. Ecco, le persone in questi racconti, a tratti se ne accorgono, questo loro lo avvertono. Magari non riescono ad uscire a questa consapevolezza, in modo lucido e determinato. Ma si accorgono.

Ecco, allora la faccenda è riprendersi il pensiero luminoso, aperto e felicemente incompleto, limpidamente provvisorio. In questo libro provo a sporcare le parole che uso, a sporcarle di questa polifonia di vita, di questa felice imperfetta incompletezza delle situazioni. La parola che non si sporca di niente, non tira su umori odori e sapori, come una buona pasta tira su il sugo, non vale nulla. E basta, insomma. Non ce ne facciamo nulla di cose troppo terse, troppo pulite.

Credo di aver chiaro cosa volevo raccontarvi, dopotutto. Desideravo che anche le storie più affastellate, complicate, si affacciassero ad un margine di speranza, all’apertura infinitamente interessante della possibilità, del fatto che niente è detto, che l’universo è in movimento accelerato, che nessuna situazione è statica. Volevo dirlo innanzitutto a me, e dirmelo nella unica maniera in cui so parlare a me stesso, nella maniera che mi riesce meglio, scrivendo.

A volte poi, mentre me lo dico, un altra, un altro, intercetta il mio discorso, lo trova interessante. E questo è veramente bello. Qualcosa che ha a che fare con ciò che pomposamente si chiama arte ed è accessibile, nella sua magnanimità, non solo ai conclamati grandi artisti ma a tutti noi nella misura in cui ci rendiamo disponibili a lasciare che un po’ di noi stessi venga usato da altri, senza che noi si detenga il controllo, si reclami il copyright emozionale.

Diciamocelo tutto, la sfida è questa. Tu, scrittore, vorresti avere questo controllo, dici tante belle parole ma vorresti controllare come la gente usa quello che scrivi, vorresti dire la tua, spiegare, evidenziare, manifestare, fare il critico di te stesso. Chiaro, il tuo ego spinge in questa direzione. Ma è un lasciar andare che ci vuole, un lasciare andare che è necessario. In questo caso, un ammettere che il ruolo del lettore è altrettanto creativo e inventa cose e le fa vivere tra le tue parole, che tu nemmeno hai idea. Nel caso migliore, il lettore fa l’amore con le tue parole, in un modo che tu non te lo immagini nemmeno. Le parole sono tue, ma le connessione che attivano, sono personalissime, sono di chi ti legge.

E che sia così, l’ho capito anche nell’ultimo giro di revisione, che è stato supportato da amiche ed amici. Che mi hanno arricchito e istruito, così che gli ultimi aggiustamenti, si può dire, sono stati fatti, insieme. E insieme si va più lontano, anche nella scrittura.

Questo è un fatto, incontestabilmente. E come si dice in un racconto di questo libro, un solo fatto, sorpassa mille pensieri.

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Blogger, reloaded?

In effetti questa è una delle piattaforme di blogging più antiche. Anzi, è stata la piattaforma da cui tutto è partito. Il fenomeno blog, messo un po’ in sordina dall’esplosione dei social, sembra parte di un web antico, eppure ancora c’è. Blogger – risalente al secolo scorso, addirittura – è stata come sappiamo comprata da Google, ed è attiva tuttora. E dopo varie opzioni, diverse prove, diverse scelte, sto ricominciando ad apprezzarla. In confronto al tasso di innovazione e alla velocità di variazione di tanti ambienti come WordPress, Medium, etc – diciamolo subito  – è una specie di dinosauro, di bradipo, insomma in movimento lento.
Lentissimo.
Blogger ha questo, di suo. Può far passare anni, senza che venga introdotta alcuna modifica. Interi anni (un anno, per un progetto Internet, equivale a mille secoli nel mondo reale). Tanto che ti chiedi se sia rimasto acceso solo per caso, magari qualcuno in Google si è dimenticato di spegnere l’interruttore. Tipo, non so, chi lo chiude Blogger stasera? Ok, faccio io. Ricordati però prima che vai via, eh. 

Blogger è una faccenda per cui, nel suo blog (sì esiste un blog dedicato), può passare tranquillamente più di un anno da un post al successivo. Per esempio, il penultimo post è di marzo 2017, e l’ultimo è di maggio del 2018. Insomma con tempi dilatati tanto che pensi, beh, ma c’è ancora qualcuno lì? 


Però nella sua lentezza, nella sua impermeabilità a ogni meccanismo social, ha i suoi pregi.

Per essere uno strumento gratuito, ne ha diversi. Per esempio, un controllo completo sul tema. L’editor dei temi arriva a livello delle linee di codice, permettendo di effettuare online delle modifiche il cui unico limite è la conoscenza del codice HTML e dei CSS di chi vi si trova in mezzo. WordPress, nella sua versione dot com, non permette che minime modifiche.

Ha poi una sua essenzialità, che trovo molto adeguata per siti personali o comunque di pretese relativamente modeste. 
Blogger permette anche di associare un nome a domino senza pagare nulla, come del resto fa Tumblr (e basta, credo). Certo, i temi di WordPress sembrano più carini, nella media, ma si può sopravvivere lo stesso. 
Si potrebbe continuare con elenco di pregi e difetti, ovviamente.  Certo che alla fine è tutta questione di gusto, è una questione più emotiva che razionale. Così nell’espressione in rete la parte del cuore gioca un ruolo fondamentale, ora e sempre, anche quando si vorrebbe fare rotta verso una asetticità e un pragmatismo più elevato. 
Meno male che non è così, meno male che anche qui possiamo sempre ripartire dalle emozioni, forse la parte che più di ogni altra attende di essere trasmessa in rete, per creare risonanze ampie e virtuose, fuori dalla litigiosità coatta di tanti social. Ci vuole una presa d’aria, un momento di tranquillità. 
Dove pesare le parole, levigarle, assestarle. Assecondarle. 

E fare spazio all’idea di… riprendersi questo spazio. 
Dopo vari tentativi, diversi esperimenti, WordPress, VPS, Medium…. 
Lentamente, pacatamente. 
Forse, ritornare. 

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iA Writer, scrivere fatto semplice

Scrivere senza distrazioni è probabilmente la frase più usata (ed abusata) per il software di scrittura al computer. Visto che il minimalismo va ancora abbastanza di moda, è sempre un lancio elegante ed efficace. Però questa volta direi che l’appellativo risulta abbastanza azzeccato.
iA Writer è la mia attuale opzione per quanto riguarda la scrittura creativa (racconti, poesie), per una serie di ragioni che accennerò in parte, se vorrete seguirmi.
Bisogna dire subito, è multipiattaforma. Esiste per OS X, iOS, Android e — tra pochissimo — anche per Windows. Dunque puoi veramente portare il tuo lavoro dappertutto, qualsiasi computer o tablet o telefonino tu stia portandoti appresso in un dato momento. Puoi iniziare con il MacBook, per dire, poi spostarti sul tablet e quando sei fuori casa, dare una ritoccatina alla tua opera usando lo smartphone.
Nella ricerca di ambienti adeguati di scrittura, ho fatto un viaggio abbastanza articolato, che è partito — tralasciando ora la preistoria — dall’infatuazione per Scrivener (sul quale ho compiuto tutta la lunga opera di revisione del romanzo Il ritorno), per muoversi poi su Ulysses, ed approdare infine a iA Writer. Provato quasi per caso, poi piano piano è maturato l’interesse e direi quasi la passione. Certo il passaggio da Ulysses a iA Writer — in particolare — non è stato facilissimo, perché abbandonare un ottimo software, con delle eccellenti caratteristiche, non è mai facile. Eppure l’esigenza di poter avere accesso alle mie cose anche sui dispositivi mobili Android, alla fine ha prevalso.
In questo, la scelta di Ulysses di passare ad un modello di business che prevede un abbonamento mensile, in luogo dell’acquisto del software, ha dato anche lui una mano, lo devo ammettere. Senza entrare adesso in accurate disanime dei vari modelli per finanziare uno sviluppo di software, direi solo, in questa sede, che non è un modello a cui io sia particolarmente affezionato. Ho già troppi abbonamenti (Netflix, Spotify…) per accollarmene un altro a cuor leggero.
Ed eccoci. Da diversi mesi uso iA Writer sia per la prosa che per le poesie. Certo, c’è da abituarsi al fatto che si deve lavorare in Markdown, che per i più — magari abituati a Word — può essere un attimino spiazzante. Eppure dopo un pochino ti ci abitui, e anzi inizi ad apprezzare il vantaggio indiscutibile di lavorare con file di puro testo, essenzialmente l’unico formato che rimane leggibile in un tempo abbastanza lungo (fatte salve le iscrizioni rupestri).
Il racconto Venti Passi su iA Writer, (a sinistra in formato Markdown, a destra il rendering)

Nel Markdown la formattazione è tenuta al minimo (l’idea è che pensi a quello che devi scrivere e rimandi gli abbellimenti per dopo), ed è integrata nel testo ASCII. Così se parti per la Luna un anno o due e poi torni, non è apri l’ultimo Word e scopri che i tuoi files non sono più leggibili. In linea di principio, un qualsiasi stupido editor di testo, te li presenta in formato leggibile.


Ok, vai. Se devi, vai… Ma hai salvato tutto in Markdown, prima di partire?

La qual cosa, mi piace.
E del resto, anche Ulysses sposava già la stessa filosofia. Avendo già sofferto il cambiamento all’uscita da Scrivener, ora soffro un po’ di meno.
La chiave di tutto — a mio modo di vederere-— è la possibilità di esportare in una ampia serie di formati: per terminare l’ultima parte di lavoro, dove sia necessario. Ad esempio, puoi esportare in formato Word e finire l’ultima revisione lì. Siamo pratici: è assai difficile che un editore — o una piattaforma di autopubblicazione — accolga i tuoi lavori redatti in uno splendido Markdown. Ti chiederanno piuttosto un “bel” file Word, se non magari un PDF.
Ed ecco il trucco.
Tutto il backstage (il 99% del lavoro) lo fai in Markdown, e poi l’ultimo ritocco lo apponi esportando in Word e sistemando quelle due o tre cosette (impaginazione, caratteri, etc…) di cui in fase creativa potevi tranquillamente non occuparti.
iA Writer ha di suo diverse caratteristiche comode ed interessanti (e anche qualcosa in meno di Ulysses), ma è inutile che vi faccia perdere tempo elencandole tutte. Le trovate nella loro pagina web (come è normale che sia).
La cosa che più mi piace, e che mi fa affrontare e superare anche qualche asprezza ancora presente nel software (esempio, una qualche differenza nel rendering del Markdown quando si usi un ambiente OS X rispetto alle applicazioni Android), è però qualcosa di più immateriale, se possibile, del software medesimo.
Ed è l’attitudine. La scelta del focus, se volete. Facciamo sempre questi due esempi, che sono uguali ed opposti, tanto per capire. iA Writer punta ad essere disponibile su ogni piattaforma (no, a parte il VIC 20, che ora ha un segmento di mercato abbastanza ridotto). In soldoni: c’è per OS X, iOS, Android e — ormai ci siamo — per Windows. Ulysses, per parte sua, si indirizza esclusivamente (e/o elitariamente…) al mondo Apple (OS X e iOS).
iA Writer con il suo sbarco su Windows rende — grazie al cielo!— anche il mio Surface 4 un attrezzo adeguato al mio lavoro di scrittore (suona alquanto pomposo, lo so, ma in fondo come bisogna chiamare uno che scrive?). E spazza via i piccoli residui di incertezza che ancora potevo avere, in caso li avessi avuti (forse sì, non è certo).

Solo Apple oppure Apple e resto del mondo? Niente di male o di esecrabile in entrambi i casi, ma è ovvio che tale scelta di fatto si ritaglia una porzione di mercato e specifici utenti, già di per sé. Se io mi trovo bene con il mio mix OS X + Android + Windows (Surface 4, appunto), è ovvio che Ulysses non potrà essere la mia prima opzione. Più articolato è il caso di chi si muove già dentro un ecosistema tutto Apple, in quel caso potrà scegliere solamente in base alle caratteristiche e al modello di business.

Ah, da non dimenticare. Per lavorare ovunque è necessario e sufficiente che il lavoro sia memorizzato sul cloud, come si dice oggi. iA Writer mi permette di appoggiare i files su Dropbox (o Google Drive) in modo di poterci accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. E anche di sentirsi un po’ meno preoccupato del crollo randomico di qualche unità a disco, proprio nel momento in cui stai per mettere l’ultima parola sul manoscritto sul quale hai faticato per un congruo numero di mesi.
E’ un progetto attivamente sviluppato, e alcune nuove caratteristiche che stanno per essere implementate, me lo rendono ancora più piacevole.

Per cui, niente, la mia scelta è questa adesso.

Ora scusate, dovrei andare a scrivere.

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L’avventura della poesia

E’ come avventurarsi in un territorio nuovo. Sempre nuovo, ma segretamente amico. Come scoprire percorsi sottilmente fraterni. Percorrerli è avvertire delle misteriose corrispondenze, attivare delle risonanze che altrimenti resterebbero inespresse.
Tale è l’avventura poetica, nella sua essenza. Credo che la poesia rivesta un ruolo di perpetuo mistero, di splendida ostinata irriducibilità al senso del comune vivere. Chissà. Forse perché viene proprio per illuminare, per rischiarare il comune vivere, e dunque vuole, vuole farlo, deve farlo — necessariamente deve — da una prospettiva diversa.
Riguardo proprio adesso le mie povere poesie, quelle che piano piano sono venute, stanno venendo alla luce dopo la raccolta In pieno volo. E mi accorgo che è in opera lo stesso meccanismo, la stessa officina è attiva, è (ri)aperta. Soprattutto, capisco da dentro che la poesia si nutre di un enorme rispetto verso il potere della parola, vorrei dire, di ogni singola parola.
Lo capisco proprio dalla strategia compositiva. Che non la decido io, non la pianifico io, ma mi viene dettata da qualcosa, dall’esterno. Io di mio ci metto poco o niente. O meglio, ci metto tutto nella decisione di cedere a questo invito, a starci a questa avventura creativa, o a bloccare, a scappare, a defilarsi, a cercare di definirsi altrove, altrimenti.
Ma il guaio è questo, che ogni altra strategia di definizione è appena una pretesa e non è più una resa, è una pretesa celebralistica di costruzione di un diverso piano di riflessione di sé. Come tale, è uno sforzo, non è un riposo. Il riposo è solo nell’adesione ad un compito, nell’acconsentire a sviluppare il seme secondo le sue direttive (che non decidi tu, non decido io), a lasciar esprimere, a farsi da parte.
Scrivere, quando c’è la spinta per scrivere, non è indulgere nel proprio ego. E’ tutto il contrario, semmai: è accettare di farsi piccolo, di farsi attraversare, di farsi strumento. È mettersi a servizio. Bloccare questo, bloccare tutto questo, voler intervenire ad interrompere questo mirabile, misterioso, cosmico dipanarsi, è la pretesa egoica, è lo sforzo volontaristico, l’ideale parossistico di definirsi da sé.
Non c’è bisogno di essere Ungaretti, per scrivere poesie. Non c’è bisogno di essere pubblicati da un grande editore, né da uno meno grande. E’ tutta una cosa interna, una cosa molto più interna. Riguarda la connessione che hai con tutto il resto, riguarda anche un po’ (assai più di un po’) il senso del (tuo) vivere, il senso di essere su questa terra, adesso. Se ti accorgi che non puoi farne a meno, se le provi tutte ma l’impulso di scrivere non ti molla, comunque non ti molla (piuttosto, lui aspetta che tu la smetta di cercare i modi per defilarti, poi ti torna a chiamare)… Ancora, se nello scrivere capisci meglio il mondo, o entri in un mondo che capisci meglio, dove ti trovi meglio, forse è proprio il segno che tu devi scrivere.
E allora il problema non è più quanto sei bravo o sei efficace, il problema non è più quanto riesci a “sfondare” con le tue poesie. Se te le pubblica Mondadori o se girano solo a fascicoli tra i tuoi parenti ed amici. No, queste sono ennesime proiezioni esterne, non riguardano il centro, il tuo centro. Qui sei ancora tu che sei insicuro e vuoi comandare il gioco, vuoi vedere tutto il pacchetto senza iniziare veramente a viverlo, vuoi ragionare e controllare. Non è questo, non è questo il centro.
Il tuo centro è essere onesto riguardo una certa chiamata. I cui esiti mondani non sono assolutamente cosa di cui tu ti debba occupare, anche se innegabilmente le gratificazioni possono aiutare, e anche tanto (nessuno può negarlo).
Le gratificazioni servono, anche perché rassicurano di un cammino preso. Ma non sono prevedibili, calcolabili, programmabili. Io, per dire, l’ultima cosa che pensavo, mentre andavo sistemando le poesie di In pieno volo, chiedendomi se mostrarle ad altri o tenerle per me, è che una professoressa di scuola media se ne sarebbe innamorata tanto da farle leggere in classe, e proporle addirittura nel programma di esame dei suoi ragazzi. Eppure, è successo. Non sono state pubblicate da un grande editore, ma intanto questo è successo. Ed è una bella gratificazione. Dunque anche le gratificazioni non le puoi mettere in conto prima, in alcun modo. E questo è un bene, perché ti svincola da ogni gretto calcolo “costi/benefici” e da ogni ragionamento piccolo borghese tra tempo impiegato e “riuscita” dell’opera.
Ma io oserei dire che la gratificazione più grande la ricavi proprio ed intimamente ed esclusivamente nell’assecondare il flusso, nel lasciar esprimere il senso dell’universo che fluisce nelle cose, nelle persone, in te che scrivi. Finalmente, scrivi.
Scrivere poesie è inerentemente un cammino iniziatico, è qualcosa che non puoi esaminare compiutamente da fuori senza sporcarti le mani, sporcarti le mani con le parole.
E’ qualcosa che non puoi comprendere senza entrarvi dentro, entrarvi dentro con la mente e con il cuore e con il corpo, senza bagnarti di parole con tutto il corpo. Prenderle, lisciarle, gustarle, cambiarle…
Non si tratta tanto di capire qualcosa, ma di vivere qualcosa. Di assecondare una esigenza misteriosa che è profondamente radicata, diciamo pure una chiamata, e mettendo da parte ogni pretesa egoica di verifica e controllo, dire io ci sono, ed entrare nel sentiero di queste parole, di questi versi, non sapendo assolutamente dove potrà condurti.
Ma sapendo solo che il tuo compito è percorrerlo.

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Perché devo scrivere

Non so come mai, ma tendo a girarci intorno. A procrastinare, a evitare l’argomento, anche con me stesso. A trovare mille altre cose che devono essere fatte, comunque fatte, prima di mettersi a scrivere.
A cose che sono più importanti, più urgenti. Più.
Poi magari chi ti pubblica? Il mercato è una cosa complicata, una giungla…
Eppure ormai lo so. Scrivere non è una cosa che si fa per avere un prodotto. O meglio, si fa anche per questo. Ma non è questo, in fondo. Chi sente questo bisogno lo sa.
Questo bisogno che è una elezione ed insieme una specie di condanna, in un certo senso.
Eh sì, perché non sei mai completo, non sei mai a posto, se non scrivi. Se il tuo strato più interno non è rassicurato sapendo che tu stai scrivendo.
Non puoi barare molto, verso lo strato più interno. Verso i ragazzi giù nel basamento, come direbbe Stephen King. Loro, loro lo sanno. Lo sanno se stai adducendo scuse, e non ti mollano. Non ti lasciano in pace.
Puoi provare, certo. Distrarli, per un po’. Alcool, sesso, o qualcosa di più pericoloso. Per ingannare i ragazzi giù nel basamento, insomma. Ma dura poco. Quelli ripartono più furibondi di prima, se non li ascolti. Con conseguenze destabilizzanti sulla tua vita psichica, manco a dirlo (più tu non li ascolti più devono battere forte, è il loro compito: il loro compito è che tu segua il tuo compito).
Del resto, lo sai. Fai finta di non saperlo, ma lo sai.
Bene. Allora dillo.

Scrivere è la tua medicina.

Ecco perché sono pensieri insensati, consigli inopinati, quelli secondo i quali tu prova, se poi tra qualche anno non vieni pubblicato, smetti e fai altro.
Peggio, quelli ci sono già troppi che scrivono, nessuno che legge.
Insensati. Folli. E pericolosi, per di più.
Come dire, prendi questa medicina, è necessaria alla tua sopravvivenza. Poi tra due anni, anche se vedi che ti fa bene, ti fa vivere: beh, di colpo smetti.
Quale medico oserebbe dire una cosa del genere?
Eppure si collega ancora troppo lo scrivere alla sua riuscita mondana. Che è importante, è rassicurante, è bellissima. Peccato che non sia la variabile fondamentale. Quello che decide della tua vita.
Van Gogh non vendeva un quadro, per anni ed anni. Niente, non glieli compravano. Eppure dipingeva come un pazzo, insisteva, insisteva. Aveva qualcosa da dare al mondo, qualcosa che comunque non poteva tenere dentro.

Vincent Van Gogh, Paesaggio da Saint-Rémy, 1889
Non hai deciso tu questo impulso di scrivere. Lo sai bene. Se avessi potuto, ne avresti fatto a meno, preso come sei dallo struggimento per una vita “normale”. 
 Eppure. 
 Eppure c’è. Se c’è è per un motivo. 
Se non lo onori, se ti fai vincere da manie di perfezionismo e dal non sono bravo abbastanza avveleni te stesso e l’universo. 
L’universo se ne frega se tu sei bravo abbastanza — non è compito tuo deciderlo. 
L’universo (diciamo) reagisce se ti muovi lungo il tuo campo di forza o no. Se è deciso che tu devi scrivere, che sei qui apposta, ogni tuo commento in proposito, ogni tua esitazione, è frutto di amor proprio. 
Sei qui per una cosa. Falla.

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Il piacere di scrivere

C’è tutta una letteratura riguardo il modo di farsi pubblicare, le strategie da adottare, quello che bisogna sapere e quello che bisogna fare. Spesso con ottimi prodotti, anche con molti spunti di buon senso, e suggerimenti validi. Ritengo però che vi sia un rischio, in tutto questo, che è quello di sentirsi realizzato solo a valle di una consacrazione da parte di un editore vero e proprio.
Questo, anche se comprensibile, fa a botte con una serie di ragionevoli evidenze. Che ripercorro qui, intanto per mio uso personale.
Innanzitutto. Gli editori sono imprese fatte per trarre profitto, non sono enti benefici che si occupano di mettere in luce chi lo meriterebbe ma per qualche crudele caso del destino, ancora è in ombra. Se non mi pubblicano non vuol dire (necessariamente) che io non sono bravo, vuol dire che loro non pensano di poter trarre abbastanza soldi dal mio lavoro creativo.
Il che ci sta. E’ loro diritto. Io, scrittore, non ho il diritto di lamentarmi. Di gridare al genio incompreso, o peggio, di ammantarmi di questa aurea, indubbiamente romantica, ma anche un po’ patetica.
Perché cela una sottile pretesa, tutto questo. Che gli altri si “debbano” occupare di me. L’unico che si deve veramente occupare di me sono io stesso.
Sì. Devo avere cura della mia vita, delle mie relazioni con gli altri e con me stesso, del senso che sto dando alla mia esistenza, o che gli voglio dare. E’ chiaro. Gli altri non mi devono niente: hanno la loro vita di cui occuparsi, di cui rispondere. Se poi si intreccia con la mia, con mutuo vantaggio: ben venga. Ma è utile dissipare le sottili pretese che a volte si possono insinuare nel rapporto con gli altri, e quindi anche con gli editori.
Dunque nessuno “mi deve” qualcosa, per il semplice fatto che ho scritto.
Per dirla chiaramente: se adesso non mi pubblicano, non vuol dire necessariamente che il mio lavoro non è valido. E ancora. Se anche scrittori ora famosissimi, hanno passato anni ed anni collezionando rifiuti, come posso pretendere io a priori qualcosa di diverso?
Devo dirlo. E’ stato una recente chiacchierata con mia moglie che mi ha aperto gli occhi (le mogli servono anche a questo, ad aprirti gli occhi). Sì, mi stavo lamentando del fatto che un mio progettato volume di racconti, che sembrava — in un primo contatto— potesse essere apprezzato da un buon editore, non aveva avuto ancora riscontri concreti. E sì, avevo già innestato la litanìa dello scrittore incompreso, lo ammetto.
Piccolo e nero, per giunta.

E’ stata lei che con femminile felice intuito, mi ha ricondotto al nucleo della faccenda. E mi ha fatto delicatamente vedere che la mia posizione in questo caso era una posizione malata. Certo: dietro una serie di considerazioni apparentemente sensate, stavo semplicemente e sottilmente pretendendo che gli altri si occupassero di me, nel modo e nelle forme che decidevo io. In altre parole, avevo stabilito un trattamento al quale i miei racconti avrebbero avuto diritto, in forza del loro valore (giudicato da me e poche altre persone, anche se qualificate) e dunque mi stavo lamentando perché non ero trattato nel modo che mi era dovuto.
Ma accidenti, a me non è dovuto proprio niente.
Che liberazione riconoscerlo! Che libertà!
Può essere che siano racconti bellissimi e che per una sfortunata combinazione di eventi non saranno mai pubblicati da una vera casa editrice. Può essere invece che domani mattina mi telefoni il primo editore italiano, che non vede l’ora di pubblicarmi, offrendomi subito una cifra a sette zeri (ma con un numero davanti) per accaparrarsi l’esclusiva del primo libro. Nessuno dei due casi può essere escluso con sicurezza matematica (per quanto il secondo mi appaia un pelo più improbabile).
In ogni caso non cambia la faccenda, nel suo nucleo.
E il suo nucleo è: mi sto appena lamentando (indulgendo dunque in uno sport molto molto praticato), o invece sto facendo il possibile per emergere come scrittore? Che faccio, mi fermo davanti ad una (dieci, mille) difficoltà, o ne prendo spunto per radicarmi in me stesso, riprendere fiducia nei miei obiettivi, purificare la mia vocazione (se la ritengo tale) da fattori esterni? A me la scelta, che è una scelta di ogni momento.
Io non posso controllare gli altri. Nè devo.
Posso solo chiedermi: sto facendo veramente tutto il possibile per seguire il mio sogno? Per onorare la mia vocazione?
Non mi deve interessare altro. Punto.

Anzi no; punto e virgola.

Perché c’è un’altra cosa, un’altra tentazione sotto. Che io aspetti un riconoscimento ufficiale, come un permesso per seguire il mio sogno. Come dire “ecco, vedi, mi pubblicano, quindi finalmente posso scrivere davvero”.

Come se temporeggiassi, ultimamente, nell’attesa di ricevere un permesso da qualcuno.

Eh no. Qui l’unico che mi deve dare il permesso, ancora una volta, sono io stesso.

Scrivere, in sintesi, non è farsi pubblicare (non lo è mai stato, e soprattutto ora, nell’epoca del web che sta cambiando un po’ anche il concetto di editoria tradizionale). Scrivere è una scelta — per chi si sente chiamato — è una decisione personale non legata a nessuna contingenza esterna, è abbracciare un nuovo modo di vedere il mondo e sé stessi, è un intimo assenso ad una istanza irreprimibile radicata nella profondità di sé stessi, è un dire sì alla vita, è cedere.

Ma questo, chiaramente, è un altro discorso.

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Il libro che non c’è (ancora)

Devo dire che è davvero una bella opportunità, un magnifico regalo, quello di essere stato selezionato per il laboratorio di scrittura creativa Rai ERI Il libro che non c’è. La materna dedizione e l’intelligente passione di Paola Gaglianone (editor di professione) e l’ironia frizzane e l’attenzione amichevole di Alessandro Salas (giovane autore), si intrecciano insieme in un connubio felice e sovente “virtuoso”, per contemplare alla fine quello che comunque rimane un mistero, ovvero l’arte di scrivere.

Perché scrivere certo rimane un mistero. Esiste cioè un quid che non si presta ad essere investigato in modo analitico, che sfugge e chiama sempre ad un di più rispetto ad una qualsiasi possibile piana delucidazione. Che sfugge ad ogni compiuto srotolamento in parole. Dunque in un certo senso, qualcosa che non è accessibile a nessun corso, a nessun laboratorio.
E tuttavia – come mi sto sempre più rendendo conto, l’utilità di un laboratorio di questo tipo è fuori discussione. Ragionare insomma sul libro che non c’è, affondare le mani nell’oceano delle possibilità, pensare a ciò che ancora deve prendere forma, a come deve farlo, al modo più efficace per farlo sviluppare. Tutto questo è utilissimo. Paradossalmente, tanto più utile quanto ancora  e sempre, il nucleo pulsante rimane protetto nel suo guscio di mistero. 

Sì, perché se è vero che al fondo dell’arte di scrivere bene, come ogni arte, c’è un mistero che non accetta volentieri di essere guardato, indagato a parole, intorno a questo nucleo pulsante c’è pure un esteso territorio in cui si può e si deve ragionare. Che può essere lavorato. Per rispetto di chi scrive, e di chi legge, parimenti.

Assai significativamente, stiamo scoprendo, nel laboratorio (ormai arrivato alla quarta lezione, in un ciclo già ricco che ha incluso anche un interessante incontro con Dacia Maraini), come il gesto dello scrivere sia un gesto di ricerca di senso e dunque un gesto completamente e propriamente umano. Solo da questo è possibile poi lanciarsi nell’analisi più tecnica delle modalità del narrare, dello scegliere il punto di vista, della prima o terza persona, e così via, secondo tutte le declinazioni del caso.

Solo dopo, dunque. Niente tentazioni sterilmente strutturalistiche, in questo laboratorio (grazie ai cielo). Impariamo invece, contro ogni freddo riduzionismo, come alla fonte dell’impulso creativo vi sia sempre e comunque la ricerca di senso, che è poi il mestiere fondamentale dell’uomo. Ciò per cui è nato. Ed ogni declinazione tecnica può e deve essere compiutamente sviscerata, perché anche scrivere ha le sue regole, le sue tecniche (da conoscere e da superare, se è il caso).

Ma il senso viene prima, come atto visceralmente umano. L’unico interessante, l’unico probabilmente che valga la pena raccontare: in un libro che ancora non c’è. Ma che potrà esserci.

Mi viene da dire, imparare questo, ancora e di nuovo, non ha prezzo.
Grazie Paola, Alessandro. Grazie di questa opportunità.

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Wattpad, la guida all’uso

In un blog come questo, che guarda con specifica attenzione alle nuove modalità per leggere e per scrivere testi, rese possibili dalla Rete, è con grande piacere e deciso interesse che ritorniamo a parlare di Wattpad, un sito che come pochi intercetta in maniera intelligente le nuove modalità espressive di Internet per declinarle in modi creativi e finalmente adeguati al medium nel contesto del quale opera. L’occasione è l’uscita del testo di Sonia Lombardo, Wattpad istruzioni per l’uso.

Nei due post specificamente dedicati a WattpadLeggere ovunque e Scrivere ovunque, si delineavano per sommi capi quelle che a mio avviso sono alcune tra le caratteristiche più interessanti della piattaforma, rispettivamente dal punto di vista del lettore e di quello dello scrittore (che sovente poi sono la stessa persona).
E’ interessante, per dare un’idea della dinamicità del sito, riprendere ora proprio l’articolo Leggere ovunque, confrontando le cifre snocciolate all’epoca della stesura dell’articolo, con quanto desumibile adesso. Cifre riferite alla versione Wattpad di uno tra i più testi più classici ed inevitabili per quanto riguarda il romanzo, ovvero Orgoglio e Pregiudizio.Ebbene, se il numero delle letture, a settembre 2014, era di poco superiore ai due milioni, oggi viaggia sereno sulla rispettabile cifra di più di quattro milioni e trecentomila letture. Gli apprezzamenti sono quasi quadruplicati (ora sono più di quarantamila), e vi sono circa tremila commenti in più sul testo. Davvero un libro vivo che cresce e si arricchisce di giorno in giorno: esattamente l’opposto del concetto di lettera morta, potremmo dire. Altroché: la biblioteca di Wattpad respira e trattiene l’umanità di coloro che la attraversano, in mille e mille modi.
Per quanto concenre specificamente l’interazione creativa in Wattpad, ovvero la deposizione di materiale proprio all’interno di una libreria, va detto che la facilità di approccio, davvero molto semplice ed intuitivo, può ingannare. Di fatto, è necessario un certo apprendistato per un uso evoluto ed accorto della piattaforma. Ci vuole un certo tempo di utilizzo per comprendere come scrivere in maniera appropriata, e soprattutto come scrivere per farsi leggere, con un occhio alle tendenze più marcate delle persone che frequentano la piattaforma e al tipo di letteratura che meglio si adatta al medium specifico.
Tempo, dicevamo. O anche una buona guida. Una guida da parte di chi abbia investito attenzione e risorse in Wattpad, abbia analizzato gli andamenti e le tendenze, e possa dunque fornirci consigli utili (magari in Italiano, se si può).

Con piacere segnalo al proposito l’ottimo ebook di Sonia Lombardo, in uscita a brevissimo sui principali canali di distribuzione, intitolato Wattpad, istruzioni per l’usoSonia è la curatrice dell’ottimo sito StoriaContinua, veramente una miniera di informazioni per chiunque voglia comprendere come utilizzare in modo intelligente, moderno e soprattutto creativo la Grande Rete, quali sono le tendenze più attuali per condividere il proprio lavoro di scrittura online, quali sono gli errori da evitare e come far fruttare in modo efficace il proprio impegno. Stesse caratteristiche che si ritrovano nel suo agile volumetto, che rappresenta una ottima ed efficace guida per chi, intuito il valore e la peculiarità della piattaforma Wattpad, abbia il desiderio di fruirne in modo proficuo e ragionato. Sonia ha ovviamente anche un profilo su Wattpad, che potete raggiungere a questo link.
Riprendo dal suo post su StoriaContinua, un utile schema di quanto potrete trovare nella guida:
  • – Istruzioni per l’uso della piattaforma, sia su Web che sui dispositivi mobili;
  • – le principali tecniche di scrittura per tenere il lettore incollato alla storia
  • – consigli per portate una storia in primo piano nelle classifiche;
  • – consigli utili per guadagnare pubblicando racconti online;
  • – numeri e case history.
Guida che capita proprio a fagiolo. L’errore forse più comune, fonte poi di cocenti delusioni, è che di fronte alla familiarità di accesso di talune piattaforme (e Wattpad non fa certo eccezione) si ritenga che pubblicare e farsi leggere sia un processo facile ed immediato. Non è così: la piattaforma è frequentatissima, e proprio per questo ci vogliono delle strategie, bisogna imparare quali sono le tendenze e il pubblico più presente su Wattpad e come fare ad intercettarlo, come far sì che il lavoro si adatti alla piattaforma rispettandone le dinamiche interne.
Che è poi la cosa giusta per ogni situazione e circostanza. E’ l’oggetto di indagine che determina la strategia di approccio. Dunque adottare la strategia giusta per pubblicare su Wattpad, lungi dall’essere una operazione “furbetta” o di circostanza, è invece un segno di profondo rispetto per l’ambiente nel quale si va ad operare. Di converso, copiare ed incollare un testo — creato per altri fini e ambiti — sperando semplicemente di essere letti, non denota certo conoscenza delle dinamiche della piattaforma, così che questa frettolosità prevedibilmente si traduce spesso in disappunto, presto o tardi.
Prendere tempo per comprendere la natura specifica di Wattpad, ed operare in esso a ragion veduta, può garantire una più ampia e duratura soddisfazione. Ma questo non è una novità, ogni situazione esige da noi una lettura intelligente simpatetica, solo così possiamo realmente trarne beneficio, e aggiungere valore. Cambia il mezzo, ma non la modalità di approccio. Umane, anzi umanissime.
In questo caso specifico, il testo di Sonia (in preordine fino al 10 gennaio al prezzo assai invitante di 0.99 Euro), accompagna il lettore in modo efficace ed amichevole alla conoscenza non superficiale di Wattpad e ne delinea i suoi tratti più specifici, rendendo la partecipazione attiva motivata e consapevole.

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