Blog di Marco Castellani

Categoria: sistemi operativi

Rispetto per gli utenti

Gli strumenti di comunicazione come WhatsApp o Telegram ormai sono considerati – a torto o a ragione – come indispensabili per una accettabile vita di relazione sul nostro pianeta. Benché WhatsApp sia ancora il più diffuso, Telegram spesso spicca per proporre soluzioni innovative, ed è pertanto a quest’ultimo che vanno le mie (e non solo mie) preferenze.

La storia che vi racconto oggi riguarda proprio Telegram, e la celebre azienda della mela morsicata, la Apple. Si tratta di un simpatico gioco delle parti, che ai meno affezionati può giustamente essere sfuggito, complice caldo e mascherine varie. Orbene, il giorno prima di Ferragosto, viene pubblicato un post sul blog di Telegram dove si annuncia il compimento del settimo anno di vita dell’applicazione, celebrato con l’introduzione della tanto attesa possibilità di effettuare video chiamate (senz’altro, la cosa più grossa che mancava rispetto al suo diretto concorrente).

L’avviso di aggiornamento disponibile, su Google Play

Nello stesso post, però (ecco la cosa interessante), si specifica che l’introduzione di questa feature per il momento è riservata agli utenti del sistema operativo Android, e non ai possessori di iPhone o iPad. Questo perché Apple non ha ancora approvato l’aggiornamento (nonostante – si fa notare in maniera piccata – sia stato sottoposto per la verifica ad Apple diversi giorni prima che a Google), che dunque non è potuto arrivare sullo store in tempo per la coincidenza con l’anniversario.

Ora, se andate a leggere il post, mi prenderete certamente per matto, perché nulla di tutto questo appare. Nel post datato 14 agosto, infatti, si parla soltanto dell’introduzione delle video chiamate per Android ed iOS, senza distinzione. Ci sono, e ci sono per tutti.

Che è accaduto? E’ accaduto che – nonostante quel post porti la data del 14 agosto, è stato modificato il giorno successivo. E’ facile capire perché, a mio avviso: Apple si è sentita in una situazione imbarazzante e si è sbrigata ad approvare l’aggiornamento.

E si può capire perché, visto che l’annuncio originale, reperibile (in inglese) sulla WayBack machine, appare piuttosto duro con la azienda di Cupertino (purtroppo il post corrispondente in italiano non è stato indicizzato e non si recupera, tuttavia presentendo qualcosa avevo fatto uno screenshot con il cellulare, tanto per riferimento futuro).


Parte del post sul blog di Telegram (prima stesura)

Questo appariva sul blog italiano, e d’altra parte è facile verificare che sia la fedele traduzione del post originale inglese, come reperibile ora sulla Wayback Machine (gloriosissima invenzione, detto tra noi).

Why not on iOS? We would like to apologize to all our iOS users for launching this feature on Android only. Apple has failed to review this update in time, even though we submitted it to the App Store several days before sending it to Google Play. If you’re on iOS and would like to try Telegram Video Calls, you’ll have to wait until Apple lets you – or switch to a platform that has more respect for its users and developers, like Android. 😉

Paragrafo, come si può verificare, totalmente assente nella versione di Ferragosto che al momento è anche quella definitiva. Nessun accenno a ritardi di Apple, alla mancanza di rispetto per utenti e sviluppatori: niente di niente.

Dunque alla fine, tutto rientrato. Probabilmente la mossa di Telegram è stata compiuta proprio allo scopo di dare una scossa ad Apple perché approvasse la nuova release (e magari Apple, avendo dalla sua applicazioni concorrenti come FaceTime, forse non aveva troppa fretta in questo caso…). Così che, una volta raggiunto lo scopo, amici come prima e via le polemiche, anche dal blog.

Se però la voglio ripercorrere, questa faccenduola, portandola alla luce per molti che non si sono accorti del giochetto, non è per pruderie giustizialistiche. E’ per quanto possiamo imparare, da questo. E’ per smascherare un nostro modo di intendere Internet, che è derivato probabilmente dai tempi diversi della nostra evoluzione biologica, rispetto a quelli assai celeri della comunicazione di massa. Dalla nostra intrinseca resistenza al cambiamento, specie se è così veloce.

Fateci caso. Siamo abituati a considerare quello che è scritto su un sito Internet come una cosa statica, permanente. Certo, non scolpito nella roccia, ma quasi. Diciamo infatti c’è scritto su quel sito! e spesso non ci rendiamo conto della intrinseca plasticità di questo supporto informatico. Qui, volendo essere più eleganti, potremmo anche parlare della intrinseca impermanenza delle informazioni su Internet, ma è lo stesso. Tutto può sparire in ogni momento, o peggio, tutto può cambiare. Spesso, senza che le persone possano averne consapevolezza.

Tornando al caso in esame: cosa comprenderebbe una persona che oggi si collegasse al blog di Telegram e leggesse il post datato 14 agosto? Che in quella data Telegram, in sostanza, ha celebrato il suo settimo anno di attività, e per l’occasione ha reso disponibile per tutti la possibilità di effettuare videochiamate, indipendentemente dal sistema operativo.

Il che è interessante e rassicurante. Però purtroppo è falso. In effetti la data del post, senza indicazione di una revisione successiva, porta ad un fraintendimento. Porta a pensare che il giorno prima di Ferragosto l’aggiornamento di Telegram fosse disponibile sia per gli utenti Android sia per quelli iOS. Non a caso, è questo il messaggio che deve rimanere, a prescindere dal fatto che non sia andata esattamente così.

Insomma ha un po’ il sapore di una delicata insabbiatura, la forma del post come è ora. Polemiche rientrate, d’accordo. Però mi chiedo: improvvisamente non è più vera l’esortazione di passare ad Android, che avrebbe più rispetto verso utenti e sviluppatori? Come mai questo veloce cambiamento d’opinione? O non è mai stato vero? O era strumentale, allo scopo di sollecitare una mossa della controparte?

Certo questo ci insegna qualcosa, al di là dell’interesse relativo delle scaramucce tra Apple e Telegram. Ci insegna a non fidarci mai troppo, di quanto leggiamo in rete. A non fidarci delle date, dei collegamenti temporali, del fatto “è scritto così”. Insomma, non c’è ipse dixit che tenga su Internet, salvo in rarissime e ben certificate situazioni. Tutto – o quasi – è sempre da verificare.

Siamo in una età liquida, come avvertiva Bauman. E la cosa più liquida di tutte, con ogni probabilità, è una informazione “scritta” su Internet. E se posso permettermi, il rispetto per gli utenti, forse quello, dovrebbe davvero essere meno evanescente, meno “strillato” ma più praticato.

Semplice a dirsi. Ma per questo, ci vuole una civiltà nuova, meno succube del modello neoliberista, che usi la tecnologia in modo diverso e più complesso e creativo, finalmente più libero dalle dinamiche del profitto. Serve Internet come era all’inizio, potremmo dire. Anzi no, serve un mondo nuovo, e persone che non smettano di crederci, e di lavorare allegramente per questo: perché anche la rete sia un luogo di ricerca di senso,che si possa cercare insieme, approfittando delle fantastiche potenzialità del mezzo tecnico.

E che si possa fare, anche scambiandosi messaggi su Telegram. Oppure (da adesso), perfino contattandosi in videochiamata.

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Perché XP, ancora

E’ noto che da aprile di quest’anno la Microsoft ha deciso di interrompere del tutto il supporto al suo prodotto di maggior successo, probabilmente. Parliamo di Windows XP, quel sistema operativo che per diversi anni è stato sinonimo di computer per tantissime persone. Per molto, molto tempo, è stato così. Era talmente soverchiante rispetto alle altre possibilità, da aver definito chiaramente uno standard.  Il computer per antonomasia era quello: era un PC con Windows XP (più o meno originale) istallato sopra. Era la piena ortodossia informatica. Non c’era che un modo per farlo, in pratica.

Il resto era l’eccezione, la stranezza, l’eccentricità. Era una cosa per geek, certamente non qualcosa per poter lavorare semplicemente e velocemente. Linux – tanto per dirne una – era una avventura, un’avventura eccitante ma anche potenzialmente piena di frustrazioni (ad esempio, già far lavorare sotto linux il modem di casa poteva essere già un’impresa, al tempo: per me certamente lo è stata…). 

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Le “finestre” vecchie, se ancora molto usate, vanno sempre curate… 😉

Windows XP è stato rilasciato nell’ottobre del 2001. E’ perciò stesso un sistema operativo antichissimo: per gli standard informatici tredici anni sono davvero un’eternità (anche se ad onor del vero bisogna dire che con i vari service pack il sistema stesso si è radicalmente evoluto nel tempo). 

Ora, da un certo punto di vista è più che logico che il supporto si interrompa ad un certo punto, specialmente dopo diversi anni da quando è stato sostituito con altri sistemi più moderni (seppure con alterne fortune, come ben sappiamo: Vista docet, e non dico altro). E’ anche più che logico che una ditta dopo tanti anni si riservi – a pieno diritto – la prerogativa di interrompere gli aggiornamenti, perfino quelli relativi alla più stretta sicurezza informatica.

Se non fosse.

Se non fosse che qui non stiamo parlando di un sistema operativo qualsiasi, nemmeno di un sistema operativo di particolare successo. Assolutamente. Qui stiamo parlando di un unicum nella storia dell’informatica. Bisogna necessariamente tenerne conto. Ragazzi, qui stiamo ragionando di un sistema operativo che al momento attuale adesso, non cinque o dieci anni fa – gira su più di un quarto dei computer del mondo (secondo netmarketshare.com, vedi sotto). Possibile che si interrompano gli aggiornamenti di sicurezza per un sistema così diffuso?  

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L’obiezione consueta a questo, lo sappiamo bene, è tutta racchiusa nel reiterato slogan è bene aggiornare. Ora, diciamolo subito. Questo nessuno lo nega. Nessuno si sogna di dire che un computer vecchio con un sistema operativo vecchio è meglio di un computer nuovo. Ovvio. Però ci sono certi casi in cui non è possibile cambiare. Spesso, semplicemente, non ci sono le risorse. E se il computer fa bene quello che deve fare (magari è connesso ad un dispositivo per cui esiste il software per XP, e fa ancora  bene il suo lavoro), in realtà – non stracciatevi le vesti – non ci sarebbe veramente bisogno di cambiare. Tenendo presente che un cambio di SO implicherebbe quasi certamente la necessità di un cambio di hardware. 

E in ogni caso, se XP è il secondo sistema operativo, è piuttosto improduttivo insistere nello stigmatizzare la cosa. Bisogna prima di tutto prenderne atto.

Può il secondo sistema operativo al mondo essere vulnerabile sotto il profilo della sicurezza?

Può un quarto del mondo essere esposto al capriccio di un quattordicenne molto intelligente e (magari) poco etico, che si diverte a fare un programmino devastante, sfruttando una vulnerabilità nota alla quale nessuno si sente di provvedere?

Secondo me no. Citando l’editoriale di aprile di PCProfessionale (titolato significativamente Microsoft ripensaci), “In un mondo ideale Microsoft avrebbe dovuto attendere, per dare ossigeno alle aziende che non possono far migrare i propri sistemi informativi in tempi brevi e per permettere a banche e ospedali un aggiornamento dei propri sistemi critici.”

Secondo me, Microsoft potrebbe – con grande ritorno di immagine – concedere un supporto ridotto all’osso e relativo solo alla stretta sicurezza, per il suo XP, ancora per un altro po’. 

Non la obbliga nessuno, ovvio.

Non lo possiamo pretendere beninteso.

Però fossi in loro – vista la situazione – io un pensierino ce lo farei…

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OSX Mavericks, primissime impressioni

L’ho istallato stamattina: non potevo, proprio non potevo resistere. Ieri sera la piacevole sorpresa di scoprire che la nuova versione del sistema operativo Apple era disponibile da subito – ed inoltre era disponibile in forma gratuita. Di questi tempi anche risparmiare quella prevista trentina di euro non dispiace.
Il sistema che uso al lavoro, oggetto specifico dell’aggiornamento, è un iMac 21.5 pollici, “Metà 2011”; il processore è un 2,5 Ghz Intel Core i5. Come previsto, l’aggiornamento è facilissimo, si effettua dallo Store come il download di un qualsiasi programma: poi, fa tutto lui. Voi dovete solo aspettare. Una volta scaricato è partita la procedura di istallazione: attenzione che ci mette il suo tempo (a me ha impiegato più o meno tre quarti d’ora) e soprattutto, una volta lanciata non prevede la possibilità di interruzione. Dunque da non fare nel momento di massimo carico di lavoro, o nell’imminenza di quella presentazione importante, o vi trovate sul più bello “chiusi fuori” dal vostro Mac! 
Nel mio caso, la lettura di un libro di programmazione in PHP ha utilmente riempito i minuti di attesa (ma voi potete fare qualsiasi cosa non sia considerata troppo riprovevole e/o pericolosa e occupi il tempo giusto…), mi sono trovato di fronte al nuovo sistema operativo. Mi è stato chiesto se voglio usare il nuovo portachiavi e ho dovuto come di prammatica inserire la mia password per l’account Apple. Dopodiché sono arrivato nell’ambiente di lavoro
Schermata d’obbligo! Qualche libro, una mappa aperta… 
Ad una prima occhiata… è tutto come prima. Il che è una buona cosa: diffido delle rivoluzioni troppo radicali, in questo ambito. Le sorprese però non mancano. Iniziano quando ti trovi le nuove icone delle Mappe e di iBook simpaticamente aggiunte al Dock. Tutto ok per le mappe, ma sopratutto mi interessava vedere come si comportava il programma per leggere i libri, una cosa che attendevo da tempo. Dunque, la prima impressione è buona – anzi ottima. Si possono aprire più libri simultaneamente (cosa che l’applicazione Kindle non permette di fare) e la leggibilità è encomiabile. Ovviamente tutti i segnalibri e le evindenziature già apportate durante la lettura del testo da altri device sono debitamente presenti. Neanche a dirlo, c’è il link allo Store per procedere all’acquisto di altri ebook, da aggiungere immediatamente alla libreria. E finalmente, da leggere subito… quasi come si avesse un iPad 😉
L’altra cosa assai piacevole oltreché evidente, è costituita dal Finder, il quale presenta finalmente un comodo sistema di linguette (alla stregua di tutti i comuni browser, per capirci). E’ una cosa che trovo molto comoda nell’uso quotidiano. La novità davvero intrigante è comunque il nuovissimo sistema di tag associabile ai file: è qualcosa di più di un ennesimo ritocco del sistema ma va ad incidere direttamente su come si concepisce e si utilizza un filesystem (oltreché, già presente nelle attuali incarnazioni di filesystem sul cloud come ad esempio Google Drive). Sono veramente contento che sia stato implementato, e non ho notizia di altri sistemi operativi che al momento supportino tale sistema. Un bravo ad Apple per questo! 
Ci sono mille altre cose, che ancora devo esplorare (perdonate, ma per come sono fatto, dovevo scriverne subito); al proposito, il riferimento d’obbligo è alla ottima pagina di Apple predisposta per l’occasione. 
Sul lato negativo, ho patito per un po’ di tempo qualche rallentamento nella gestione del Mac, credo legato alla attività di indicizzazione dei file lanciata automaticamente dopo il riavvio (è anche comparso un box di avviso che mi anticipava un parziale degradamento di prestazioni, puntualmente verificatosi). Inoltre per qualche motivo Safari mi è crashato già due volte: ragione di più per tornare – dopo averlo provato – al mio browser che per ora rimane il preferito, ovvero Google Chrome 🙂
E voi? Avete già aggiornato? Come vi siete trovati? Se state girando con Mavericks, lasciate un commento con le vostre impressioni, sarà molto apprezzato!
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Se il leone ruggisce (male)…

La celebre canzone recitava Il coccodrillo come fa… In questo contesto mi viene piuttosto da pensare Ma questo leone come fa… ruggisce? O ha il raffreddore?

Infatti l’ultimo aggiornamento di Mac OS X, nome in codice Lion, ha portato una serie di interessanti novità (debitamente raccontate sul sito di Apple), epperò ha pensato bene di introdurre – perlomeno per molti utenti –  una serie di fastidiosi problemini (o problemoni), decisamente insoliti e non troppo nello stile Mac. 

Sono sbarcato su Mac OS X nel dicembre del 2008, con un MacBook da 13” che uso tuttora con buona soddisfazione. Utente Linux da molto tempo, ero abbastanza diffidente verso il sistema Mac (anche per motivi ideologici, diciamo la verità); la spinta al (parziale) salto è stata data da motivi di compatibilità con il resto del team che lavora (qui a Roma) nel progetto GAIA di ESA. Tuttavia con il tempo ho dovuto ancheprendere atto – quasi mio malgrado – che lavorare entro l’ecosistema Mac ha i suoi vantaggi. 
Mi sono anche abituato ad avere un sistema che funziona senza storie, senza dover per questo immettere astruse stringhe a linea di comando, e nel quale batte un solido cuore Unix. Ottimo per l’attività desktop, con potenti strumenti per lo sviluppo, solido e affidabile nell’utilizzo. Così pure passare da Leopard a Snow Leopard è stato semplice e deliziosamente lineare (a parte il fatto di dover pagare l’aggiornamento, com’è ovvio)
Così non è stato per il passaggio dal leopardo della neve al leone. Pur apprezzando il prezzo irrisorio dell’aggiornamento (per confronto, non so se qualcuno si ricorda i prezzi di listino di prodotti “imbarazzanti” come Vista Ultimate, ad esempio…), pur apprezzando moltissimo le innovazioni desktop, come le nuove gesture, che ne fanno un sistema operativo davvero comodo, per la prima volta in ambito Mac, ho dovuto registrare una serie di problemi che affliggono il “sistema desktop più evoluto al mondo” (sic). E poi mi sono accorto che non sono affatto solo miei: basta dare uno sguardo ad uno dei tanti topic nel forum di Apple che riguardano Lion.

Un magnifico Leone bianco (Crediti: Stano Novak, CC BY 2.5)

Due sono le noie principali che ho individuato nel mio Mac: 

  • l’indicizzazione Spotlight ora non riesce ad essere portata a termine (si avvia un processo decisamente avido di CPU, con conseguente ebollizione del portatile e ventola che gira all’impazzata, senza apparente via di uscita diversa dal killare il processo)
  • il disco esterno USB che uso “da sempre” per il backup via Time Machine, viene sì montato correttamente, ma il sistema non riesce più a produrre il backup.
Sono problemi – appunto – ampiamente condivisi, come ci si può accorgere girando un pò in rete. E probabilmente non sono i soli. Insomma, Huston abbiamo un problema. Più precisamente, Something is cleary wrong with Lion, come recita sconsolatamente un utente nel forum di Apple.
Decisamente. Rinunciare (ancorchè temporaneamente) ai backup di Time Machine e all’indicizzazione del disco rigido per Spotlight – due delle più comode caratteristiche di Mac OS, è seccante. E il primo aggiornamento non ha risolto nessuno dei due problemi.
Irritante.
Hanno avuto fretta con questo Leone? A parer mio, molte di queste cose si sarebbero potute risolvere con un “testing” molto più esteso del nuovo sistema operativo (e va anche detto che Apple ha vita facile per i test, perché la varietà dell’ hardware su cui deve girarare il suo sistema è molto circostritta e assolutamente controllata dalla stessa Apple.. pensate ad una distribuzione Linux, al confronto, ma anche una release di Windows…)
Ora non vorrei dire qualcosa di “ideologico”, ma ecco… davanti a questi problemi, non ho potuto non pensare al modello open source, per il quale le nuove release – poniamo – di Ubuntu, sono disponibili per l’intera comunità, che può sperimentare e segnalare bugs e problemi per tempo. Certo, anche lì poi possono venir fuori problemi “post rilascio”, non siamo ingenui. Va anche detto che fino a Lion il sistema sembrava funzionare egregiamente.
Epperò sono persuaso che qualche guaio del Leone, oso dirlo, potrebbe essere proprio dovuto al modello di sviluppo e al testing “chiuso”. Esagero?
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Il compleanno di Windows 95…

Scopro dalla wikipedia che oggi è il compleanno del sistema Windows 95.
A pensarci, bisogna comunque riconoscere come anche i più moderni desktop, da Windows Vista alle ultime versioni degli ambienti per linux KDE e Gnome, molto continuano ad ispirarsi alla “struttura di base” di tale sistema: tipo la barra delle applicazioni (anche se non era originaria di Windows, è stato per suo tramite che è arrivata al grande pubblico…).

Impressionante – per gli standard di oggi – riscoprire che poteva funzionare con 4 Mbyte di RAM soltanto. Bisognerebbe forse (ri)dirlo a Vista che invece di RAM ne chiede, mi pare, decisamente molta…

Come curiosità, ignoravo che il suono di inizio fosse stato composto nientemeno che da Brian Eno.

Windows 95 – Wikipedia:

Windows 95, invece, poteva funzionare (anche se con difficoltà) su 80386 con soli 4 MByte di memoria RAM, quindi su computer di fascia più bassa rispetto a quelli su cui funzionava NT . Questa fu la carta vincente che permise a Windows 95 di essere un successo commerciale ed anche il primo vero sistema operativo a 32 bit “di massa”,..

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Prime prove con eyeos


Prime prove con eyeos
Inserito originariamente da mcastellani

(Si potrebbe dire: continua dal post precedente…)

Una prova che ancora non avevo mai fatto: un browser dentro un browser! Ovvero, il browser del sistema operativo EyeOS che mostra questo blog… il tutto caricato dentro Firefox su una normale sessione windows…

Ma tu guarda, quel che ti fa fare il caldo, meglio spegnere ed andare a dormire forse 😉

Carino però…

P.S. mi accorgo ora che c’e’ anche chi… ha fatto (diciamo) di peggio… 🙂

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eyeOS: un sistema operativo nel web…

Non conoscevo eyeOS (anche in italiano), ma devo dire che è davvero interessante… la direzione è ormai quella, avere un sistema operativo interamente basato su web, sta diventando sempre più “concreto” (avere singole applicazioni tipo “ufficio” basate sul web, come Zoho o Google Docs, ormai possiamo dire sia una realtà consolidata). EyeOS gira tutto dentro un comune browser (la versione che gira sul loro server, permette di creare un account for free senza dover scaricare nulla) e mette a disposizione un desktop che – sebbene in qualche misura semplificato rispetto ad un “vero” desktop di computer – permette già di … stupirsi (!), per questo ambiente virtuale con cartelle, editor, giochi perfino, in cui potersi collegare e lavorare con qualunque computer si stia usando, in qualsiasi luogo ! Devo dire che trovare un desktop dentro Firefox è una cosa suggestiva, davvero… 😉

Portable applications can come in handy when you are on the move, but there are situations when using them is not an option. For instance, before you connect an external hard disk or a USB stick to a public computer, you have to ask permission. More importantly, even if you get permission, you can never be sure what kind of nasty viruses and malware you will be getting on your storage device. But why bother with portable applications at all when you can have your very own Web-based operating system bundled with a few essential applications? That’s the promise of eyeOS — an impressive and surprisingly useful open source Web-based OS.

Linux.com :: eyeOS: A genuine Web OS

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