Blog di Marco Castellani

Categoria: smartphone

Android Go, cosa è essenziale (e cosa no)

Mi piace l’idea. Una versione di Android fatta apposta per dispositivi poco potenti. Android Go si presenta dichiaratamente per chi ha un telefonino non troppo performante. Il sistema operativo non è istallabile dall’utente ma dovrebbe arrivare con il telefonino stesso. Questo dà ai produttori, di fatto, una scelta tra che “livello” di sistema implementare, che non mi sembra affatto male.
Il punto di forza vero di Android, dovrebbe essere la sua flessibilità (Crediti: Google)

Chiaramente le animazione e tutto il “superfluo” è mantenuto all’osso nella versione Go, privilegiando le cose essenziali. In questo modo si può scegliere di comprare uno smartphone pagandolo a seconda dell’uso effettivo che si intende farne. Un appassionato di tecnologia estrema e una mamma di famiglia (o una nonna) avranno cose diverse da chiedere al proprio smartphone, faranno girare un numero di applicazioni molto differente e si disporranno fisiologicamente su richieste assai diverse. Non ha alcun senso far pagare 500 Euro per un telefonino a chi usa risorse per un quinto del suo prezzo. Quindi è bene che vi siano telefoni differenti e sistemi operativi sintonizzati con l’hardware.

Il mercato è (o dovrebbe essere) anche questo, rispetto per gli utenti. Il rispetto è usabilità, soprattutto. E intelligenza. In realtà, in effetti, la vera peculiarità di Android (rispetto a iOS) è il ventaglio estremamente ampio di dispositivi su cui viene istallato. Un telefono entry level di 100 Euro e uno top edge di 1500 Euro si differenziano in tutto, tranne che nel sistema operativo. Dunque è giusto anche rendere questo sistema più flessibile e granulare, per venire incontro alle diverse esigenze.

Un sistema operativo che rispetta l’hardware non spingendolo verso inutili fatiche si traduce nel rispetto per l’utente, recuperando un uso calibrato delle risorse, sapendo cosa è essenziale e cosa no.

Consapevolezza che è sempre particolarmente sfidante, e certo non solo in ambito tecnologico.

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Sassi e luci, quella storia che continua…

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 
Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po’, speriamo. Comunque (se non altro) è l’argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c’è la funzionalità Always on Display.
E che io sappia, non c’è (ancora) nel mondo Apple. C’è chi la vuole, comunque. E giustamente. 
Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 
Che quando non lo usi è come un sasso. 
Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 
E’ mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 
Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.
Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.
Un sasso non presenta un display ricco di informazioni… 
Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po’ come la antica lucina (che c’è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po’ meglio. Perché mi porta un po’ più di informazione: oltre a sapere che c’è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 

Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  – non ci sono santi – se non compare l’icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l’istante in cui si attiva per segnalare l’arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l’aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po’ inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l’idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt’altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi. 

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La fatica, messa in cifre…

Le applicazioni per l’attività fisica mi affascinano. Anche, le rispetto profondamente. Hanno un compito difficilissimo, infatti, degno di vera stima: detto in poche parole, rendere gradevole la fatica, 
Sì, lo sappiamo bene che le motivazioni per fare attività sportiva, sulla carta non dovrebbero mancare. Anzi, non mancano proprio. I benefici (anche psicologici) dell’attività fisica, regolare e misurata (senza colpi di testa, ma sintonizzata sul proprio corpo, peso, età, grado di allenamento e così via), sono indubbi e accertati. Però c’è sempre in agguato quella strana pigrizia, quella paura della fatica (anche moderata), quella nostra tendenza a rimandare, per la quale il giorno perfetto per iniziare una attività fisica regolare è sempre domani… Insomma ogni scusa è buona, lo sappiamo bene. 
D’accordo, non sono io. Ma è meglio, fidatevi… 
E allora, ogni motivazione è altrettanto buona. E’ utilissima, anzi. Per me una buona strategia motivante è quella che lega l’attività sportiva alla passione per la tecnologia, a quella parte di me che gradisce analizzare tabulati e confrontare statistiche, macinare percentuali (esiste, esiste anche in voi, non vi preoccupate). Così fare anche appena una mezz’ora di camminata veloce, o di bicicletta (dosi omeopatiche, direte voi, ma considerate che così nessuno può sentirsi inferiore al sottoscritto…), è più gradevole se c’è qualcuno, o qualcosa, che registra le mie velocità, la frequenza cardiaca, il tracciato. Insomma qualcosa che mi posso portare a casa, dopo. 
Le applicazioni per telefono o smartwatch non mancano, e non è che qui ne faccio un elenco, no no. Io ne ho provate un po’ in passato, Runtastic, oppure Endomondo, e qualcun altra ancora. Da un po’ mi trovo bene con Samsung Health. La cosa bellissima se poi si possiede un Gear Fit 2 (io ne sono felice possessore appunto), è che in pratica non devi più scegliere e confrontare le varie app, perché il tuo smartwatch capita che funziona praticamente solo con questa. 
E non è male. Perché secondo me Samsung Health è piuttosto ben fatta, piuttosto completa, piuttosto simpatica da utilizzare. Poi è gratis, nessun abbonamento rognoso da fare. E non ha pubblicità, almeno sui dispositivi Samsung (non così mi pare se si installa su altri telefonini, ma potrei sbagliare). L’orologio parla con il telefono (subito o dopo l’allenamento) e gli passa i miei dati. Io sono contento di fare una piccola fatica se posso mettermi in gara con altri o anche con cosa io stesso ho fatto ieri, o la settimana scorsa, o l’anno scorso.
Il signor Samsung mi conosce, capisce bene che mi deve proprio motivare, e allora con le sue applicazioni mi fornisce anche dei premi. Oggi ne ho vinti ben tre, ma forse è perché è tipo la prima registrazione fatta con la bicicletta, e questo mi ha portato di botto a vincere la coppa per distanza più lunga, durata più lunga, ritmo migliore. Ho paura che la cosa non si ripeterà così facilmente nelle prossime occasioni, ma avrò modo di misurarmi con quanto ho combinato gli altri giorni. 
Vincere è facile, se si parte da zero…! 
Insomma bisogna che anche l’allenamento diventi un gioco. Il gioco è una cosa molto seria e impegna l’uomo in maniera molto profonda, superando gli strati di diffidenza e di cinismo, che ci portiamo sempre cuciti addosso. Facendoli svaporare, almeno un pochino, almeno per un pochino. 
E così un po’ di motivazione viene recuperata. E iniziamo a sentire la bellezza del nostro corpo che si muove: che non ha prezzo. 
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Due a zero per gli States?

Mi imbatto in un interessante articolo su Il Post, al riguardo del diritto alla privacy e soprattutto alla possibilità o meno per le autorità di accedere a quella incredibile raccolta di dati e metadati sulla nostra vita ordinaria, che tutti ci portiamo in tasca: sì, il telefono cellulare. 
La lettura del pezzo è molto interessante, perché sfata pacatamente alcuni miti nei quali ancora siamo imbevuti, che distorcono un po’ la realtà: L’Europa non sembra in effetti così avanti nella tutela dei dati personali rispetto agli Stati Uniti, anzi. Certo, una tutela che a volte vorremmo non ci fosse, come quasi saremmo tentati leggendo proprio i due casi dell’articolo, che hanno per oggetto non immacolati personaggi (facendo finta che esistano…), ma due – possiamo dirlo – delinquenti, ma non per questo menu umani di ognuno di noi, non per questo meno oggetto di diritti come ognuno di noi.

Quello che si evince, anche e soprattutto, è la conferma di quanta vita viene trattenuta quotidianamente in queste piccole scatoline che ci portiamo appresso, e che effetti imprevedibili può suscitare il loro (più o meno inopportuno) disvelamento.

Sì, viene da pensare a Perfetti Sconosciuti, quel film di qualche anno fa che mise benissimo a tema esattamente questo argomento: lì una situazione apparentemente tranquilla (una cena tra amici) esplode letteralmente in una rete fittissima di conflitti, delusioni, risentimenti… tutto per un tranquillo giochino, che consiste fondamentalmente nell’aprire il flusso informativo in arrivo sugli smartphone, elidere la privacy anche solo per poche ore, per “dimostrare” di non avere segreti. Devastante (ma bellissimo, il film).

Mi chiedo, forse è violenta in sé la pretesa di non avere segreti, grandi o piccoli, o cose che comunque se lette da un’altra persona, fuori contesto, potrebbero dispiacere, potrebbero aprire ferite. Forse è una pretesa inutilmente dura quella di non avere zone d’ombra, una hybris totalitaria dalla quale dobbiamo difenderci?

Chissà. Intanto la tecnologia continua ad interagire con il mistero dell’uomo, aprendo nuove (ed antiche) questioni.

Tutte da vivere. 

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Una semplice corsa…

Ieri sono andato a fare una corsetta nel parco.
La cosa mi ha fatto riflettere, sulla quantità di tecnologia che ci portiamo dietro ogni momento, anche per una semplice corsetta. Scendo con il mio Xperia Ray e gli auricolari, per sentire la musica mentre fatico. E la quantità di applicazioni che alla fine vado ad usare, mi sorprende, a pensarci.

Run
Io però, ero decisamente più vestito….!

Ascolto la musica con il player di Android. Traccio il percorso e i parametri dell’allenamento con Endomondo. Ogni tanto mi fermo e scatto qualche foto (Instagram, LightBox). Faccio il check-in con Foursquare. Quasi tutte queste cose poi parlano con il mio profilo Facebook e con la timeline di Twitter, naturalmente. 
Il GPS integrato viene usato per le applicazioni come Endomondo (che mi regala un bel tracciato della corsa fatta, con le relative statistiche su velocità e tempi…), Instagram (per la geolocalizzazione delle foto) e ovviamente Foursquare (anche se funziona egregiamente anche senza).

E dire che c’erano tempi in cui uno andava a correre così, semplicemente…
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iOS, evoluzione e luci lampeggianti

Per quanto abbia imparato ad apprezzare i prodotti Apple, a trarre vantaggio dalle sinergie possibili all’interno dell’ecosistema della mela (con iPad, iPod Touch, MacBook), quando si è trattato – di recente-  di cambiare telefonino… ho accarezzato l’idea, consultato depilantes di pagamenti rateali e piani tariffari … ma no, non ce l’ho fatta a prendere un iPhone. E non solo per il prezzo.
E’ stato difficile. Ci sono molte cose da cui trarrei vantaggio. La sincronizzazione con iCloud, la migrazione facile di dati tra il telefono e gli altri dispositivi Apple. Sicuramente. C’è qualcosa che non mi convince troppo, però.
Ed è più una questione filosofica che squisitamente  tecnica, intendiamoci. Intanto, il sistema operativo mobile che si (auto)definisce “il più evoluto al mondo” (sic), secondo me, è rimarchevolmente povero in alcune parti fondamentali (se ho ben capito, studiandolo senza possederlo: in caso contrario segnalatemelo!). Ma anticipo, non è povero, è minimalista. Probabilmente per scelta. Perfetto: solo che a me, non va troppo bene.
RIver in Moonlight
Che poi, cosa c’entra la luce della luna
con un telefono….  ? Eh…

Esempio, le applicazioni. Le app a disposizione sono fantastiche, il market Apple al momento è forse ancora il migliore. Però le app sono blindate – o così mi appaiono. Non hanno interazione con l’ambiente esterno, eccezion fatta per la nuova barra di notifica (mutuata da Android). Non sono permessi i widgets. In altre parole, per vedere che tempo fa, devo aprire l’applicazione relativa. Per leggere le ultime notizie, devo passare ad una altra app. Per gli appuntamenti, idem. Non è che accendo il display e trovo le informazioni tutte lì, pronte. Devo passare dentro le applicazioni. Sono come universi splendidi, curatissimi, ma che non parlano con l’esterno. Se apro il mio Xperia Ray (certamente non confrontabile all’iPhone come caratteristiche globali, ma dopotutto costa un terzo…) ho a colpo d’occhio le notizie recenti, i feed più aggiornati, gli appuntamenti, gli impegni. Senza entrare in nessuna applicazione. Con iOS, nonostante tutta la sua evoluzione, questo non è possibile.
Perché non ci sono i widgets? Chiedevo con curiosità a degli affezionati utenti di iPhone. Perché sono confusionari… mi dice uno. Perché non mi interessano, hanno deciso che non mi interessano mi dice, significativamente, un altro.
Altro esempio, le notifiche. Immaginiamo, ho lasciato l’iPhone sul divano. Può capitare, ci mancherebbe. Mi metto le pantofole, mi affaccio sul salotto. Lo vedo. La debole luce della luna piena filtra dal finestrone;  è sufficiente per definire i contorni degli oggetti. Ci saranno messaggi in attesa? Chiamate perse (mi sono addormentato, potrebbe essere…), email da leggere? La carica è bassa, non é che devo ricaricarlo? C’è qualcosa insomma che richiede il mio intervento? Boh. Non lo so. Non lo so se non lo prendo in mano, accendo il display. Perché lui, di suo, non fa nulla. Monolite perfetto.
L’Android ha questa cosa che trovo comodissima. Semplice. Se c’è qualcosa, lampeggia. Altrimenti, se ne sta buono. Geniale, dovreste provarlo. Mettiamo, verde se ci sono notifiche, rosso se la batteria se la sta vedendo male. Così – a meno che non sia proprio spento – mi basta un’occhiata per capire se mi sta chiamando oppure no. 
L’altro giorno stavo in palestra. Carica bassissima. Cavolo, non l’ho ricaricato a casa! Rosso lampeggiante. Ogni tanto lo guardavo, non osavo più accendere il display per paura di consumare inutilmente l’energia rimasta. Ma sapevo che ancora non si era spento: la lucina rossa lampeggiante, appunto.
Xperia Ray, piccolo sì,
ma di una certa eleganza…
La gestione energetica? Vogliamo risparmiare ‘sta batteria? Su Android c’é il widget che accende e spegne rapidamente il bluetooth (ottimo per l’auricolare: meno lo avvicino alla testa, dopotutto, meglio è…), il wifi, la luminosità dello schermo, accendo e spengo il traffico dati su rete telefonica… Su iPhone, con tutto quello che costa, non lo posso fare. 
Ci sono altre cosette… la pila dell’iPhone non la posso cambiare. Funzioni o no, è tutta inglobata nel telefono. Per farlo funzionare, poi, devo sostituire la SIM. Ci vuole la micro SIM, infatti. Mi dicono che anche altri telefoni la adottano. Ok, comunque limita la mia capacità di spostarmi da un apparecchio ad un altro. Sono a corto di memoria per applicazioni e musica (vedi a voler portarsi appreso la musica insostituibile, come tutta la collezione di Albano e Romina, poi le collections dei Ricchi e Poveri…); posso cavarmela comprando – diciamo – una micro SD, ormai disponibili per una manciata di euro? Niente affatto, niente predisposizione per schede esterne. Ovvero, la memoria la decidi all’acquisto, la paghi ad Apple (e la paghi proprio tutta) e da lì non ti muovi più.
Non fraintendetemi. Mi piace un sacco. Le caratteristiche hardware sono ottime. Le applicazioni sono molto belle, per la gran parte (insomma, se me lo regalano.. alla fine dovrò cancellare questo post). 
Però la sua filosofia, non mi convince appieno. E per un oggetto che costa sui seicento euro (e passa), se qualcosa non ti convince, magari ci pensi due volte…
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