Blog di Marco Castellani

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Il mondo un poco alla volta

Sono un convinto sostenitore delle cose graduali (sono anche molto impaziente, ma questo rientra nelle normali contraddizioni dell’essere umano). C’è poco da dire, i fatti son questi: là fuori c’è un mondo incredibile, variopinto, mirabolante. Di una complessità irriducibile ad ogni schema. Infinitamente più colorato di tanti pensieri quotidiani. Un mondo che in gran parte, purtroppo, non conosciamo.

Studio da anni la varietà degli ambienti galattici ed extragalattici, a volte la racconto, trovando certo infinite sorprese. Tuttavia, ben pochi panorami spaziali possono tenere il passo con certe meraviglie che vediamo sulla nostra Terra. Ma ci sarebbe tanto, troppo da scoprire. Ci vuole, appunto, un percorso graduale, che si snoda sui giorni. Mi conforta molto l’idea di essere accompagnato, preso per mano, nella scoperta quotidiana della varietà del nostro mondo. Apprezzo il fatto di avere una finestra ogni giorno differente, su scenari che il più delle volte non conosco affatto. Non li contemplo mai, addirittura non li penso esistenti. Mi perdo la loro potenziale bellezza e complessità, semplicemente perché non ne sono mai venuto a contatto.

A metà ottobre mi aggiravo con il tablet per  una nebbiosa foresta… 

Tutto questo, per dire che trovo irresistibile l’idea dello sfondo quotidiano di Bing, il motore di ricerca di Microsoft (azienda verso la quale in questa sede non sempre sono stato tenero). Ovvero quella di esplorare il mondo, come riportato nella pagina, una foto alla volta. Mi piace sì tanto che ho istallato Microsoft Launcher sia sul telefono (Samsung Galaxy M31) che sul tablet (Huawei Mediapad M5). Messo insieme al mio laptop Samsung Galaxy Book Ion, ho lo stesso background aperto, diciamo, a varie dimensioni nella mia giornata di lavoro. Tanto mi sono abituato, che mi dispiace che non ci sia qualcosa del genere nativo per l’iMac (c’è però un eccellente programmino che costa due lire, funziona bene, e che ovviamente ho acquistato). Mi spiego, non è che manchino sfondi a rotazione per cui ogni giorno, oppure ogni ora, ti cambia panorama sotto il naso mentre tu fai altro, ti rimpalla dalle Cinque Terre ai grattacieli di Los Angeles. Assolutamente. Ma sono cose automatiche, non c’è quel senso di sorpresa che invece posso coltivare quando aspetto che il mio sfondo cambi, in un modo (verso un mondo) che ancora non conosco.

Lui, il beccofrusone… 

Mentre scrivevo l’abbozzo di questo post, vedevo una foto di una volpe rossa, presa dalla Foresta Nera in Germania. Ora che riprendo a lavorare sul testo, mi trovo davanti ad un simpaticissimo beccofrusone canadese (l’avevate mai debitamente considerato, prima di adesso, un beccofrusone canadese? Dite la verità). Poi chissà, voleremo in Messico o scopriremo (come spesso accade) qualche bellezza paesaggistica italiana? Ogni giorno una nuova tappa.

Certo, Apple ha fatto le sue scelte per quel che ti propone come carta da parati informatica, e sono anche interessanti. Su macOS è simpatica l’idea dello sfondo che cambia con l’ora del giorno, così che lo stesso panorama ti appare sotto un cielo luminoso (e un poco nuvoloso, invero) oppure trapuntato di stelle, se lo guardi di notte. Però non è la stessa cosa. All’inizio questa cosa dello sfondo che si fa “notturno” mi pareva una cosa veramente intrigante. Dopo un po’ mi sono accorto che mi stanca. E le cose non sono migliorate con il passaggio a Monterey. Apple, fammi vedere cose nuove, e spiegami cosa sto vedendo. Va bene questo sfondo stilizzato del canyon di Monterey, ma insomma non è che qui ci passiamo la vita, dài. Portami altrove.

Così ci siamo lasciato alle spalle – senza troppi rimpianti – l’area di Monterey, di Big Sur e tutti questi posti molto californiani: ora ci avventuriamo giorno per giorno in nuovi territori (o territori già visti ma rivisitati con l’occhio esperto di un bravo fotografo). Perfino, fuori dalla California (osiamo, osiamo).

Forse io desidero proprio questo, essere preso per mano e condotto a scoprire il mondo, un poco alla volta. Mi piace pensare che non ci sia un algoritmo automatico, ma qualcuno che seleziona ogni giorno un certo panorama, un certo ambiente, la foto di un particolare animale, una scogliera, due orsi bianchi, un angolo di New York, un parco canadese, il giorno di Halloween un campo di zucche, quasi magico con il sole basso sull’orizzonte (è accaduto), il pianeta Nettuno il giorno dell’anniversario della scoperta (è accaduto, mi pare fosse Nettuno, comunque un pianeta). Beh viste le correlazioni, se è un algoritmo che sceglie le immagini, è stato programmato bene avendo cura di vedere cosa significano i singoli giorni (bella questa frase, mi pare che dica qualcosa di più rispetto alla descrizione di un software).

Confesso, questo è un desiderio molto profondo, può voler dire tante cose, e probabilmente tutte che trascendono la portata di un semplice servizio che ti cambia l’immagine di background su di un dispositivo (o su molti).

Ovvio, non basta uno sfondo che cambia quotidianamente, per recuperare un significato dei singoli giorni. Un colore, un sapore, un profumo di un giornata, diversa da tutte, speciale. Ci vuole ben altro, siamo d’accordo. Però se uno è già in ricerca, mi sento di dirlo, anche questo un poco aiuta.

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Miglior tablet otto pollici 2021 (tipo)

Complice il tempo libero delle vacanze, ho iniziato una ricerca per capire, in prospettiva, se fosse il caso di sostituire il mio tablet Huawei MediaPad M5 (8.4 pollici) che potrebbe essere considerato non nuovissimo, visto che è stato acquistato a novembre del 2018 (per il mio compleanno). Dopotutto, due anni e mezzo abbondanti non sono pochi per un arnese elettronico, in tempi come questi.

Per completezza, devo dire che qualche tempo fa mi sono fatto tentare da un’offerta molto allettante, e mi sono concesso l’acquisto di un iPad (settima generazione) come potenziale sostituto al MediaPad M5, e anche per avere un punto di accesso al modo di vedere Apple, se mi capite (riguardo al quale risento di una forza di attrazione oscillante in modo periodico).

Tuttavia, senza nulla togliere all’iPad (che mi è ben servito per dei lavori specifici, e che attualmente usa perlopiù mia figlia con molto profitto), proprio in questa occasione ho realizzato quanto per me sia comodo il formato otto pollici (tipo). In particolare, come questo realizzi un compromesso veramente splendido tra uno schermo ampio e leggibile e una discreta portabilità.

Siamo d’accordo che un (tipo) otto pollici è la cosa migliore?

Un tablet (tipo) otto pollici te lo porti in giro come se nulla fosse. Se stai leggendo e non vuoi interrompere puoi portartelo perfino al bagno, senza apparire troppo eccentrico (personalmente, non riesco a trasportare in modo dignitoso/casual un dieci pollici nel bagno, non so voi). Per leggere libri – in mancanza del fido Kindle che certo realizza l’esperienza ottimale di lettura, o anche per gli ePub che il Kindle sdegnosamente rigetta – è diecimila volte meglio (fidatevi) di un dieci pollici. Play Book si esprime alla grande sul mio MediaPad. Hai voglia a portarti in giro un dieci pollici per leggere un libro: niente, non è pratico.

Ugualmente quando si tratta di riviste digitali. Lo schermo del MediaPad è quello giusto, non c’è niente da fare. Più piccolo è un fastidio leggere, più grande è un fastidio tenere il lettore in mano. Certo devo usare gli occhiali, come con una rivista cartacea (non invecchiano solo i tablet, bisogna serenamente ammetterlo). Ma qui la cosa è mitigata perché posso allargare un po’ la pagina. Questo per dire, che Readly è di casa sul mio MediaPad. Certo, ho provato Readly anche su iPad, ci mancherebbe. Molto bello, forse superiore come animazioni e transizioni (iPadOS contro Android Pie, il primo vince facile) che si godono sfogliando le varie riviste. Ma niente, scomodo leggere su un dieci pollici, alla fine. Almeno questa è la mia impressione, adesso (le mie impressioni, lo so bene, cambiano con il tempo).

Anche questo, il formato. Ho sempre avuto problemi a digerire il rapporto di dimensioni di MediaPad: fosse stato per me, l’avrei fatto più largo e meno alto. Così, esteticamente: un poco più chiatto. Invece con quel rapporto 16:10 sembra un grosso telefono, non un tablet. Ma quando si parla di vedere Netflix, beh appare semplicemente perfetto. Ah, ovviamente anche YouTube. Dunque, si capisce perché l’han fatto così.

E qui voglio spezzare una lancia sulla genialità dei tecnici Huawei di aver messo i due altoparlanti sui lati corti opposti, in modo che si posizionino alla perfezione quando guardi un video in modalità orizzontale (che è la cosa più ragionevole), restituendoti un suono stereo più che dignitoso. Ah, se vi viene da dire beh ma ce ci vuole forse non avete realizzato come sono dislocati gli altoparlanti di iPad. Ve lo lascio scoprire, come l’ho (amaramente) scoperto io. Se vi trovate un senso, perfavore scrivetelo nei commenti. Devo ancora capirlo.

Nel complesso, sui vantaggi e svantaggi degli otto pollici si possono spendere molte parole, ma alla fine è questione di gusti personali e di come viene usato lo strumento. A me piace che il MediaPad si possa portare in giro molto facilmente, per dire. Già l’iPad ha un ingombro diverso, e si vede.

Quindi da tutto questo sproloquio, avrete capito che un otto pollici (o se vogliamo, otto e un po’) non mi dispiace. Anzi. E quindi, dopo aver cercato su Ecosia best tablet 2021 e cose simili, e aver trovato sorprendentemente pochissimi modelli (tipo) otto pollici, ho raffinato la ricerca e ho tentato aggiungendo, appunto, la specifica degli otto pollici. Così, tanto per andare dritto al punto. Ci sono diversi siti che fanno le loro liste, tra cui WordofTablet (apprezzabilmente nel circuito di ricompense Brave), o anche Lifewire, ed inoltre mytabletguide oppure (in italiano) 10best ed anche AltroConsumo. E via di questo passo.

Qui casca l’asino (diciamo). Se verifico le specifiche di moltissimi di questi, anche usciti più di recente del mio, spesso mi scontro con modelli inferiori, in un senso o nell’altro. Le chiacchiere stanno a zero: difficile trovare modelli con oltre 4 GB di RAM e con risoluzione superiore a 2650 x 1600, appunto (avrete indovinato) le specifiche del MediaPad. Esistono ovviamente una miriade di tablet migliori – e ci mancherebbe altro che mancassero – ma praticamente sempre con il formato dieci pollici o più.

Certo un valido competitor è iPad mini (in verità un poco più piccolo, con i suoi 7.9 pollici di diagonale). Se guardo però la risoluzione, emerge che iPad vanta una griglia di 2048×1536 pixel, dunque inferiore al mio MediaPad. Certo la risoluzione non è tutta la faccendo (poi è vero, la creatura di Apple ha uno schermo più piccolo), ma passando da MediaPad ad iPad mini, sentirei di perdere qualcosa. In questi casi, conta soprattutto se uno vuole (ri)entrare nell’universo Apple, anche magari ad un prezzo un po’ elevato. C’è da capire se vale la pena, e questo è un discorso essenzialmente individuale.

Al di là del fatto che ho compreso – a distanza di anni, d’accordo – che con il MediaPad ho fatto un buon acquisto, è evidente che l’industria non punta molto sugli otto pollici. Non ci crede, non spera di poterci guadagnare abbastanza.

Il che per me rimane un grande mistero. Lo aggiungo allora ai misteri riguardanti lo sviluppo tecnologico, che ormai ce ne sono tanti. Perché la gente si è accanita per anni ad usare Internet Explorer quando era ormai un rottame capolavoro di bachi e maestro d’inscurezza e non adesione agli standard W3C, mentre emergevano già browser più sicuri ed addirittura con la navigazione a schede come Firefox, ad esempio. Oppure, perché VHS ha vinto contro Betamax, tecnicamente superiore (dice chi ci capisce).

Ed intanto mi tengo il mio MediaPad. Che certo, è rimasto ad Android Pie ma, con qualche ritocco e l’interfaccia così carina di Microsoft Launcher, al posto di quella di Huawei (ormai ferma, come è fermo il suo Android), tanto male non è.

E mi interrogo, di quando in quando, sui misteri dell’informatica.

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Rispetto per gli utenti

Gli strumenti di comunicazione come WhatsApp o Telegram ormai sono considerati – a torto o a ragione – come indispensabili per una accettabile vita di relazione sul nostro pianeta. Benché WhatsApp sia ancora il più diffuso, Telegram spesso spicca per proporre soluzioni innovative, ed è pertanto a quest’ultimo che vanno le mie (e non solo mie) preferenze.

La storia che vi racconto oggi riguarda proprio Telegram, e la celebre azienda della mela morsicata, la Apple. Si tratta di un simpatico gioco delle parti, che ai meno affezionati può giustamente essere sfuggito, complice caldo e mascherine varie. Orbene, il giorno prima di Ferragosto, viene pubblicato un post sul blog di Telegram dove si annuncia il compimento del settimo anno di vita dell’applicazione, celebrato con l’introduzione della tanto attesa possibilità di effettuare video chiamate (senz’altro, la cosa più grossa che mancava rispetto al suo diretto concorrente).

L’avviso di aggiornamento disponibile, su Google Play

Nello stesso post, però (ecco la cosa interessante), si specifica che l’introduzione di questa feature per il momento è riservata agli utenti del sistema operativo Android, e non ai possessori di iPhone o iPad. Questo perché Apple non ha ancora approvato l’aggiornamento (nonostante – si fa notare in maniera piccata – sia stato sottoposto per la verifica ad Apple diversi giorni prima che a Google), che dunque non è potuto arrivare sullo store in tempo per la coincidenza con l’anniversario.

Ora, se andate a leggere il post, mi prenderete certamente per matto, perché nulla di tutto questo appare. Nel post datato 14 agosto, infatti, si parla soltanto dell’introduzione delle video chiamate per Android ed iOS, senza distinzione. Ci sono, e ci sono per tutti.

Che è accaduto? E’ accaduto che – nonostante quel post porti la data del 14 agosto, è stato modificato il giorno successivo. E’ facile capire perché, a mio avviso: Apple si è sentita in una situazione imbarazzante e si è sbrigata ad approvare l’aggiornamento.

E si può capire perché, visto che l’annuncio originale, reperibile (in inglese) sulla WayBack machine, appare piuttosto duro con la azienda di Cupertino (purtroppo il post corrispondente in italiano non è stato indicizzato e non si recupera, tuttavia presentendo qualcosa avevo fatto uno screenshot con il cellulare, tanto per riferimento futuro).


Parte del post sul blog di Telegram (prima stesura)

Questo appariva sul blog italiano, e d’altra parte è facile verificare che sia la fedele traduzione del post originale inglese, come reperibile ora sulla Wayback Machine (gloriosissima invenzione, detto tra noi).

Why not on iOS? We would like to apologize to all our iOS users for launching this feature on Android only. Apple has failed to review this update in time, even though we submitted it to the App Store several days before sending it to Google Play. If you’re on iOS and would like to try Telegram Video Calls, you’ll have to wait until Apple lets you – or switch to a platform that has more respect for its users and developers, like Android. 😉

Paragrafo, come si può verificare, totalmente assente nella versione di Ferragosto che al momento è anche quella definitiva. Nessun accenno a ritardi di Apple, alla mancanza di rispetto per utenti e sviluppatori: niente di niente.

Dunque alla fine, tutto rientrato. Probabilmente la mossa di Telegram è stata compiuta proprio allo scopo di dare una scossa ad Apple perché approvasse la nuova release (e magari Apple, avendo dalla sua applicazioni concorrenti come FaceTime, forse non aveva troppa fretta in questo caso…). Così che, una volta raggiunto lo scopo, amici come prima e via le polemiche, anche dal blog.

Se però la voglio ripercorrere, questa faccenduola, portandola alla luce per molti che non si sono accorti del giochetto, non è per pruderie giustizialistiche. E’ per quanto possiamo imparare, da questo. E’ per smascherare un nostro modo di intendere Internet, che è derivato probabilmente dai tempi diversi della nostra evoluzione biologica, rispetto a quelli assai celeri della comunicazione di massa. Dalla nostra intrinseca resistenza al cambiamento, specie se è così veloce.

Fateci caso. Siamo abituati a considerare quello che è scritto su un sito Internet come una cosa statica, permanente. Certo, non scolpito nella roccia, ma quasi. Diciamo infatti c’è scritto su quel sito! e spesso non ci rendiamo conto della intrinseca plasticità di questo supporto informatico. Qui, volendo essere più eleganti, potremmo anche parlare della intrinseca impermanenza delle informazioni su Internet, ma è lo stesso. Tutto può sparire in ogni momento, o peggio, tutto può cambiare. Spesso, senza che le persone possano averne consapevolezza.

Tornando al caso in esame: cosa comprenderebbe una persona che oggi si collegasse al blog di Telegram e leggesse il post datato 14 agosto? Che in quella data Telegram, in sostanza, ha celebrato il suo settimo anno di attività, e per l’occasione ha reso disponibile per tutti la possibilità di effettuare videochiamate, indipendentemente dal sistema operativo.

Il che è interessante e rassicurante. Però purtroppo è falso. In effetti la data del post, senza indicazione di una revisione successiva, porta ad un fraintendimento. Porta a pensare che il giorno prima di Ferragosto l’aggiornamento di Telegram fosse disponibile sia per gli utenti Android sia per quelli iOS. Non a caso, è questo il messaggio che deve rimanere, a prescindere dal fatto che non sia andata esattamente così.

Insomma ha un po’ il sapore di una delicata insabbiatura, la forma del post come è ora. Polemiche rientrate, d’accordo. Però mi chiedo: improvvisamente non è più vera l’esortazione di passare ad Android, che avrebbe più rispetto verso utenti e sviluppatori? Come mai questo veloce cambiamento d’opinione? O non è mai stato vero? O era strumentale, allo scopo di sollecitare una mossa della controparte?

Certo questo ci insegna qualcosa, al di là dell’interesse relativo delle scaramucce tra Apple e Telegram. Ci insegna a non fidarci mai troppo, di quanto leggiamo in rete. A non fidarci delle date, dei collegamenti temporali, del fatto “è scritto così”. Insomma, non c’è ipse dixit che tenga su Internet, salvo in rarissime e ben certificate situazioni. Tutto – o quasi – è sempre da verificare.

Siamo in una età liquida, come avvertiva Bauman. E la cosa più liquida di tutte, con ogni probabilità, è una informazione “scritta” su Internet. E se posso permettermi, il rispetto per gli utenti, forse quello, dovrebbe davvero essere meno evanescente, meno “strillato” ma più praticato.

Semplice a dirsi. Ma per questo, ci vuole una civiltà nuova, meno succube del modello neoliberista, che usi la tecnologia in modo diverso e più complesso e creativo, finalmente più libero dalle dinamiche del profitto. Serve Internet come era all’inizio, potremmo dire. Anzi no, serve un mondo nuovo, e persone che non smettano di crederci, e di lavorare allegramente per questo: perché anche la rete sia un luogo di ricerca di senso,che si possa cercare insieme, approfittando delle fantastiche potenzialità del mezzo tecnico.

E che si possa fare, anche scambiandosi messaggi su Telegram. Oppure (da adesso), perfino contattandosi in videochiamata.

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Anche Google nei podcast (e voi che aspettate?)

Direi proprio, finalmente. Una cosa che mancava all’ecosistema Android, che sta crescendo in maniera omogenea e robusta, era proprio una applicazione “ufficiale” per la gestione dei podcast. I quali per i pochissimi che non lo sapessero, sono una sorta di trasmissioni radio da fruire però on demand, perché si scaricano sul proprio computer – o sullo smartphone – e si ascoltano quando meglio si crede. Non sono una cosa nuova, certo, anche se c’è chi sostiene con qualche ragione che proprio adesso vi tocca iniziare ad ascoltarli sul serio. Peraltro, se vi annoio con questi è solo perché io li ho appena riscoperti, per un mio desiderio di maggior familiarità (eufemismo) con la lingua inglese (ma questo a voi non vi importi poi troppo). 
Google Podcast, dove faccio anche
la mia bella figura di ascoltare una cosa molto culturale
(la spiegazione della Sinfonia n.2 di Anton Bruckner)

Però andiamo con ordine. L’applicazione alla quale mi riferivo si chiama assai sobriamente, Google Podcast. Diciamo subito che se cercate un’applicazione semplice e minimalista – con tanto bianco intorno, diciamo – per iniziare l’avventura dei podcast, e che magari si sincronizzi ovunque siete presenti con il vostro account Google (ovvero, ovunque e basta), e che per giunta sia anche gratuita, questa va benissimo. E’ perfetta. Certo magari non viene aggiornata a ritmi furibondi (l’ultimo aggiornamento è di giugno di quest’anno, tanto che un utente annota, sapidamente, che sembra un’applicazione fatta e poi un’attimino lasciata a macerare). Ma anche questo non vi deve preoccupare granché. C’è, è gratis, è mimimalista, funziona. Stop.
Se però poi vi capita che ci prendete la mano e il gioco inizia a piacervi, se magari li iniziate ad ascoltare anche in macchina collegando lo smartphone all’impianto dell’auto via bluetooth o diavolerie simili, allora magari Google Podcast vi può iniziare ad andare un poco stretta. Se volete programmare gli scaricamenti degli episodi, magari solo quando il telefono è su wifi e/o solo quando è collegato all’alimentazione, allora Google Podcast non può fare molto per voi. Non ancora, almeno. 
A me piace Pocket Casts (non solo perché ci riconosco parte del mio cognome e dunque coltivo l’illusione che sia stata sviluppata apposta per me). Con questa app (costa un pelino, ma vale la pena se vi sentite un attimo seri sui podcast), le opzioni sono veramente le più svariate: potete configurare l’autoscaricamento degli episodi a vostro gusto, la cancellazione di quelli vecchi secondo le vostre regole, e tante tante altre cose (che adesso non mi vengono in mente ma ci sono, eccome se ci sono). La versione attualmente sul Play Store di Google è la 6.4.15 e risale anch’essa a qualche mese fa, agosto 2018 per la precisione. Tuttavia ci sono segni importanti di una versione “7” che dovrebbe arrivare, io spero, al più presto anche da noi. 
Pocket Casts, dove forse non faccio una
altrettanto bella figura riguardo il titolo del programma
che è in ascolto (ma posso spiegare, naturalmente)
Da quanto vedo comunque la versione attuale si comporta egregiamente e ti regala quella libertà di programmare gli scaricamenti a tuo maggior agio, in modo che magari te li ascolti bello bello in macchina anche quando viaggi in zone dove la copertura di rete è ballerina o proprio non c’è (la tratta Roma – Monte Porzio Catone, che percorro quotidianamente per spostarmi dal luogo di casa al luogo di lavoro, per vostra informazione, è esattamente di questo tipo).
Un’altra cosa molto carina di Pocket Casts (che in realtà mi sarei atteso da quella di Google!), e che ho scoperto dieci minuti fa consultando dei siti per questa quasi-recensione, è che Pocket Casts ha una sua interfaccia web, dove (ovviamente se avete accettato di autenticarvi), potete ritrovare in buon ordine tutti i vostri podcast e fruirne direttamente da un qualsiasi computer collegato in rete (trovarne uno non collegato, è questo il difficile). Questa comoda interfaccia a dire il vero non viene propriamente gratis: tuttavia, la la cosa interessante è che non richiede l’ennesimo pagamento mensile, ma un pagamento “una volta per tutte” (o almeno così mi pare) di meno di dieci euro. Ci si può pensare in effetti (anche perché garantisce la sincronia con lo stato degli ascolti che avete sul vostro device portatile).
C’è anche una applicazione per Mac o Windows, a rendere il tutto più appetitoso.
Così appare l’applicazione Pocket Casts per Mac… 
Vabbè, poi di applicazioni per podcast ce ne sono tantissime, alcune gratuite, anche. Però a me questa piace molto molto. Quando è uscita quella di Google preso dall’entusiasmo e dalla voglia di normalizzarmi, in un certo senso, ho piallato Pocket Casts e mi sono buttato su quest’ultima. Poi però le sue odierne limitazioni mi hanno indotto a fare un passo indietro. Che magari è un passo avanti. 
Cioè perché poi alla fine il marchio Google non è che vuol dire sempre che stai usando il meglio. Alla fine Android è bello perché ti chiama in causa attivamente, c’è così libertà di scelta che anche ricadere sulle applicazioni di default piò non essere sempre la scelta migliore. 
Comunque sia, scegliete quel che vi pare, l’importante è trovare un buon podcast e cominciare ad assaggiarlo. Entrerete in una avventura che, decisamente, ha tutti i requisiti per poter durare. E a lungo. 
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iA Writer, scrivere fatto semplice

Scrivere senza distrazioni è probabilmente la frase più usata (ed abusata) per il software di scrittura al computer. Visto che il minimalismo va ancora abbastanza di moda, è sempre un lancio elegante ed efficace. Però questa volta direi che l’appellativo risulta abbastanza azzeccato.
iA Writer è la mia attuale opzione per quanto riguarda la scrittura creativa (racconti, poesie), per una serie di ragioni che accennerò in parte, se vorrete seguirmi.
Bisogna dire subito, è multipiattaforma. Esiste per OS X, iOS, Android e — tra pochissimo — anche per Windows. Dunque puoi veramente portare il tuo lavoro dappertutto, qualsiasi computer o tablet o telefonino tu stia portandoti appresso in un dato momento. Puoi iniziare con il MacBook, per dire, poi spostarti sul tablet e quando sei fuori casa, dare una ritoccatina alla tua opera usando lo smartphone.
Nella ricerca di ambienti adeguati di scrittura, ho fatto un viaggio abbastanza articolato, che è partito — tralasciando ora la preistoria — dall’infatuazione per Scrivener (sul quale ho compiuto tutta la lunga opera di revisione del romanzo Il ritorno), per muoversi poi su Ulysses, ed approdare infine a iA Writer. Provato quasi per caso, poi piano piano è maturato l’interesse e direi quasi la passione. Certo il passaggio da Ulysses a iA Writer — in particolare — non è stato facilissimo, perché abbandonare un ottimo software, con delle eccellenti caratteristiche, non è mai facile. Eppure l’esigenza di poter avere accesso alle mie cose anche sui dispositivi mobili Android, alla fine ha prevalso.
In questo, la scelta di Ulysses di passare ad un modello di business che prevede un abbonamento mensile, in luogo dell’acquisto del software, ha dato anche lui una mano, lo devo ammettere. Senza entrare adesso in accurate disanime dei vari modelli per finanziare uno sviluppo di software, direi solo, in questa sede, che non è un modello a cui io sia particolarmente affezionato. Ho già troppi abbonamenti (Netflix, Spotify…) per accollarmene un altro a cuor leggero.
Ed eccoci. Da diversi mesi uso iA Writer sia per la prosa che per le poesie. Certo, c’è da abituarsi al fatto che si deve lavorare in Markdown, che per i più — magari abituati a Word — può essere un attimino spiazzante. Eppure dopo un pochino ti ci abitui, e anzi inizi ad apprezzare il vantaggio indiscutibile di lavorare con file di puro testo, essenzialmente l’unico formato che rimane leggibile in un tempo abbastanza lungo (fatte salve le iscrizioni rupestri).
Il racconto Venti Passi su iA Writer, (a sinistra in formato Markdown, a destra il rendering)

Nel Markdown la formattazione è tenuta al minimo (l’idea è che pensi a quello che devi scrivere e rimandi gli abbellimenti per dopo), ed è integrata nel testo ASCII. Così se parti per la Luna un anno o due e poi torni, non è apri l’ultimo Word e scopri che i tuoi files non sono più leggibili. In linea di principio, un qualsiasi stupido editor di testo, te li presenta in formato leggibile.


Ok, vai. Se devi, vai… Ma hai salvato tutto in Markdown, prima di partire?

La qual cosa, mi piace.
E del resto, anche Ulysses sposava già la stessa filosofia. Avendo già sofferto il cambiamento all’uscita da Scrivener, ora soffro un po’ di meno.
La chiave di tutto — a mio modo di vederere-— è la possibilità di esportare in una ampia serie di formati: per terminare l’ultima parte di lavoro, dove sia necessario. Ad esempio, puoi esportare in formato Word e finire l’ultima revisione lì. Siamo pratici: è assai difficile che un editore — o una piattaforma di autopubblicazione — accolga i tuoi lavori redatti in uno splendido Markdown. Ti chiederanno piuttosto un “bel” file Word, se non magari un PDF.
Ed ecco il trucco.
Tutto il backstage (il 99% del lavoro) lo fai in Markdown, e poi l’ultimo ritocco lo apponi esportando in Word e sistemando quelle due o tre cosette (impaginazione, caratteri, etc…) di cui in fase creativa potevi tranquillamente non occuparti.
iA Writer ha di suo diverse caratteristiche comode ed interessanti (e anche qualcosa in meno di Ulysses), ma è inutile che vi faccia perdere tempo elencandole tutte. Le trovate nella loro pagina web (come è normale che sia).
La cosa che più mi piace, e che mi fa affrontare e superare anche qualche asprezza ancora presente nel software (esempio, una qualche differenza nel rendering del Markdown quando si usi un ambiente OS X rispetto alle applicazioni Android), è però qualcosa di più immateriale, se possibile, del software medesimo.
Ed è l’attitudine. La scelta del focus, se volete. Facciamo sempre questi due esempi, che sono uguali ed opposti, tanto per capire. iA Writer punta ad essere disponibile su ogni piattaforma (no, a parte il VIC 20, che ora ha un segmento di mercato abbastanza ridotto). In soldoni: c’è per OS X, iOS, Android e — ormai ci siamo — per Windows. Ulysses, per parte sua, si indirizza esclusivamente (e/o elitariamente…) al mondo Apple (OS X e iOS).
iA Writer con il suo sbarco su Windows rende — grazie al cielo!— anche il mio Surface 4 un attrezzo adeguato al mio lavoro di scrittore (suona alquanto pomposo, lo so, ma in fondo come bisogna chiamare uno che scrive?). E spazza via i piccoli residui di incertezza che ancora potevo avere, in caso li avessi avuti (forse sì, non è certo).

Solo Apple oppure Apple e resto del mondo? Niente di male o di esecrabile in entrambi i casi, ma è ovvio che tale scelta di fatto si ritaglia una porzione di mercato e specifici utenti, già di per sé. Se io mi trovo bene con il mio mix OS X + Android + Windows (Surface 4, appunto), è ovvio che Ulysses non potrà essere la mia prima opzione. Più articolato è il caso di chi si muove già dentro un ecosistema tutto Apple, in quel caso potrà scegliere solamente in base alle caratteristiche e al modello di business.

Ah, da non dimenticare. Per lavorare ovunque è necessario e sufficiente che il lavoro sia memorizzato sul cloud, come si dice oggi. iA Writer mi permette di appoggiare i files su Dropbox (o Google Drive) in modo di poterci accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. E anche di sentirsi un po’ meno preoccupato del crollo randomico di qualche unità a disco, proprio nel momento in cui stai per mettere l’ultima parola sul manoscritto sul quale hai faticato per un congruo numero di mesi.
E’ un progetto attivamente sviluppato, e alcune nuove caratteristiche che stanno per essere implementate, me lo rendono ancora più piacevole.

Per cui, niente, la mia scelta è questa adesso.

Ora scusate, dovrei andare a scrivere.

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Calcolare all’inverso, come i polacchi?

A volte capita. Capita proprio a tutti, ci mancherebbe altro. Ci sono dei programmi di uso quotidiano, quelli che proprio utilizzi senza pensarci. Senza andare in profondità, studiarne le caratteristiche, esplorare tutti i vari sottomenù. Eh già. Perché sono fatti così, in fondo sono proprio  fatti apposta. Li lanci e li utilizzi. Per esempio, fai il conto sulla lista della spesa, controlla quanto hai speso in cose inutili ad esempio (le più deliziose ed intriganti, come ben sappiamo). Come fai? Semplice, se sei su un Mac apri Calcolatrice ed inizi a batterci dentro i numeri. Tiri le dovute somme, eventualmente ti senti un attimo in colpa per i soldi spesi (appena un attimo, non più del dovuto) e poi via.

Quello è ciò che deve fare una calcolatrice: a costo di esser banale, lo ripetiamo: fare i conti.

Non è che ti aspetti molte sorprese, in fondo. Eccoti qui la calcolatrice, semplice come deve essere 

CalcBas

Le immagini sono tutte screenshot di “Calcolatrice” su OS X 

Non ha certo l’aria di metter soggezione a qualcuno, non sembra una sua prerogativa quella di poter celare sorprese. Naturalmente quando i conti diventano un poco più complessi, si può sempre chiedere alla calcolatrice, per ora splendidamente basilare, di fare uno sforzo in più e diventare leggermente più scientifica… e lei prontamente obbedisce, slargandosi appena un po’ (la cultura prende spazio).

CalcSc

Notate come abbiano fatto la loro comparsa tutte le funzioni trigonometriche insieme con i logaritmi (naturali, in base due – mai usati – e in base dieci) e altre simpatiche possibilità (come il generatore di numeri casuali, ad esempio).

Una possibilità ulteriore è quella della vista programmatore, e qui andiamo abbastanza sull’esoterico, per molte persone (me incluso). Notare come uno strumento semplicissimo, banale quasi in maniera irritante – nel primo caso – si è già trasformato in un tool particolarmente elaborato, capace di costituire un valido strumento di lavoro in un ambito decisamente particolare. 

CalProg

E già potrebbe essere abbastanza, per un programmino diciamo accessorio che viene insieme con il sistema operativo. Però non è tutto. 

C’è ancora da esplorare il “Mela-R”: la porta di accesso – come stiamo per vedere – ad una logica differente, ad un altro modo di mettere insieme i numeri.

Era lì che aspettava, ma io non lo sapevo. Grande dunque è stata la mia sorpresa quando ho capito che con “Mela-R” quella che è una ordinaria calcolatrice si trasforma ubbidiente in una calcolatrice che funziona secondo la logica della notazione polacca inversa (RPN, per gli amanti della concisione). Ora, direte voi, che cosa è mai questa notazione inversa? Ai più non dice nulla, siamo d’accordo.

Mi sembra logico.

A me riporta invece di colpo agli anni lontani dell’adolescenza. Di quando papà portò a casa fiero una prima calcolatrice Hewlett Packard. Che appunto oltre a fare un sacco di cose sbalorditive per l’epoca (come programmare ad esempio) aveva qualcosa di  radicalmente diverso dalle “altre”. Un vero modo di pensare differente. Una diversità tale che si imponeva anche di fronte ad un semplice calcolo, del tipo 2 +3 (lo so si può perfino fare a mente, se mi sforzo ci riesco, ma è per fare un esempio).

Il punto è che su una calcolatrice RPN non puoi fare 2 + 3 e battere il tasto di uguale.

CalcRPNScien

Per il semplice fatto (verificate qui sopra) che il tasto di uguale non esiste.

No, non esiste.

Non esiste perché non serve.

Abbastanza spiazzante, eh? Vediamo di fare un po’ di luce.

“La notazione polacca inversa (in inglese reverse polish notation o semplicemente RPN) è una sintassi utilizzata per le formule matematiche. Fu inventata dall’australiano Hamblin, filosofo ed esperto di computer, e fu così chiamata per analogia con la notazione polacca, inventata da Łukasiewicz. Con la RPN è possibile effettuare qualsiasi tipo di operazione, con il vantaggio di eliminare i problemi dovuti alle parentesi e alla precedenza degli operatori (prima la divisione, poi l’addizione ecc.). Alcune calcolatrici scientifiche utilizzano la RPN in quanto evita l’annotazione di risultati intermedi durante le operazioni.” (dalla relativa voce di Wikipedia)

Dunque, riepilogando la faccenda proiettata nell’evidenza di più immediata caratura, il tasto di uguale non serve. Perché se devo fare “2 + 3” prima introduco il 2, poi il 3, li mando all’insù nello stackinfine spingo il tasto”+” che processa i due numeri secondo l’operazione che voglio, e mi fornisce il risultato. E il gioco è fatto. 

Tornando a quel tempo, per me fare i conti (letteralmente) con una logica diversa era una piccola sfida e una possibilità di imparare qualcosa di nuovo. Soprattutto (come ogni  cultore del Perl sa bene) che c’è più di un modo per farlo. E che questo vale anche per le cose più banali. Era un tassello aggiuntivo della scoperta del mondo, un modo in cui mio padre mi stava dicendo che c’è un mondo da scoprire e questo mondo va ben al di là di quanto potevo allora figurarmi. Come oggi. Come in ogni istante. Ci sono più cose nel reale che nelle rappresentazioni di comodo che ci creiamo per illuderci di aver fatto completamente luce su di esso (non sia mai!).

Ecco. Ritrovare la logica RPN dentro la calcolatrice di sistema sul Mac, al di là del fatto che probabilmente non la userò mai veramente, mi arriva  come una deliziosa sorpresa, perché mi riporta ai tempi della giovinezza. All’epoca in cui il mondo era – appunto –  una continua scoperta. 

Che poi sempre lo è. Certo, alle volte uno un po’ se lo dimentica. 

Ma fortuna, basta fare “Mela-R” per ricordarselo.

 

 

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Come leggere un epub

Il formato epub è ormai uno standard nel campo dei libri digitali. Se la soluzione di lettura ideale è probabilmente quella di caricare il file su un apposito lettore di ebook (praticamente ogni lettore, a parte il Kindle, permette di leggere libri in tale formato), che a motivo dello schermo speciale non illuminato, garantisce una esperienza di lettura potenzialmente affine a quella del classico libro cartaceo, vi sono ormai diverse soluzioni che permettono di leggere in maniera relativamente confortevole anche su altri supporti. Qui di seguito listiamo alcune possibili scelte, avvisando che molte alternative sono comunque disponibili, basta cercare un po’ in rete per trovare spesso soluzioni interessanti e gratuite.

Lettura di epub sul computer
  • Non possiamo non iniziare dal celebre programma Calibre. E’ ben più di un lettore di ebook, permette di gestire una vera e propria collezione, nonché di effettuare facilmente conversioni da un formato ad un altro (cosa estremamente utile per chi possiede un Kindle, come vedremo dopo). In realtà le sue potenzialità sono ben più vaste, perché include opzioni di sincronizzazione con vari device e comprende addirittura un server web per accedere alla propria collezione ovunque ci si trovi. Il programma esiste per tutti i principali sistemi operativi.
  • Non è comunque necessario istallare alcun software, se si vuole “soltanto” leggere. Vi sono ottime estensioni per i browser più diffusi, che li abilitano come piattaforme di lettura. Per gli utenti Chrome consiglio l’ottimo Readium, mentre gli utenti Firefox possono trarre vantaggio da un componente aggiuntivo come EPUBReader
Lettura di epub su iOS
  • Nel caso di un iPad o di un iPhone, l’ottima applicazione iBook, fornita di default nel corredo software, è già un ottimo lettore di epub. Data la qualità, probabilmente non ha molto senso cercare altro (almeno per gli epub non protetti).
Lettura di epub su dispositivi Android
  • Vi sono molti software disponibili, anche gratuitamente. La scelta come spesso accade è questione di gusti. Un software gratuito e leggero, con diverse funzionalità interessanti e notevoli possibilità di configurazione, è FBReader, di cui abbiamo già parlato (notare che esiste anche una versione desktop).
Lettura su Kindle di Amazon
  • E’ certamente un lettore eccellente, tuttavia non può leggere il formato epub. La cosa da fare è – attraverso un programma gratuito come Calibre – convertire il file in formato moby (quello nativo di Kindle), e poi inviarlo al lettore. E’ una cosa semplice che richiede poco lavoro, i risultati sono (per quanto ne so) ottimi. Inoltre, convertire il file in moby permette anche di leggere su computer o diversi dispositivi, utilizzando l’ottimo e onnipresente software Kindle.
Lettura online
  • Si può anche godere la gioia di una sana lettura senza dover istallare proprio nulla. Siti come Booki.sh permettono di creare un account gratuito e caricare facilmente la propria libreria di epub, per leggere praticamente ovunque, utilizzando un comune browser.
Come vedete per ogni dispositivo fisso o mobile esistono varie possibilità per leggere libri in formato epub. Tenete presente comunque che quanto scritto si riferisce a libri senza protezioni di Digital Right Management (o al massimo libri protetti con tecniche di Watermarking, la cui fruibilità è pari a quelli senza protezione).  

Sperando che questa breve rassegna vi sia stata utile, non mi resta che augurarvi buona lettura. A proposito, se avete  segnalazioni di software che vi piace e nono sono state menzionate nell’articolo, siete invitati ad intervenire nei commenti. Sarebbe interessante aprire un confronto sulla qualità dei diversi software, ad esempio…
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Il problema è il software

Man mano che passa il tempo, rifletto e a volte mi capita di… aggiustare il tiro. Anche e soprattuto in relazione alla tecnologia di uso quotidiano. In realtà devo dire che mi capita abbastanza spesso. Fossi un consulente informatico di una ditta manderei tutti ai pazzi, perché ogni due settimane proporrei e illustrerei dettagli di strategie di sviluppo e adozione software completamente diverse. Forse è per questo che faccio l’astrofisico, invece.
Tanto per spiegare. Perché a breve distanza dal post dove magnificavo Android a scapito di iOS, ora sto per scrivere un altro contributo che va in direzione esattamente opposta (o più propriamente, nella stessa direzione e in verso opposto). Tuttavia, per non contraddirmi completamente e perdere del tutto quel poco di credibilità che ancora potevo avere, cercherò di approcciare la faccenda da una direzione lievemente diversa. Ovvero quella del software.
Ce la farà Google Play ad offrire
una esperienza d’uso completa e coerente
per app, film, libri e musica?

Infatti il problema è il software. E’ chiaro, no? Siate onesti: quante volte avete anche voi lo avete pensato? La mattina, lavandovi i denti davanti allo specchio, pettinandovi, prendendo la giacca (attenzione, non scordate le chiavi della macchina, sono lì sul tavolino all’ingresso) ? Il problema è il software, esatto.

Mi ha fatto riflettere anche un bell’articolo su PC Magazine di aprile. La scelta di un tablet è data in ultima analisi dalle cosiddette killer application che intendiamo farci girare sopra. Dunque la scelta di uno non è quella dell’altro: Franco sceglie un iPad e Carla sceglie un Sony S. Non c’è una cosa migliore in assoluto. Tutto uguale, dunque?

In effetti… c’è un però. Azzardo. L’approccio degli sviluppatori per Android deve ancora maturare: non si può sviluppare per un device da 10” come se fosse un 4” allargato. Altrimenti lo spazio non si usa bene, viene sprecato. Su questo devo dar credito ad Apple. Le applicazioni per iOS – anche quelle cosiddette universali, che funzionano su iPhone e iPad (e iPod touch) – sono di norma ottimizzate egregiamente per trarre il massimo vantaggio dello spazio disponibile (e quasi sempre, anche dell’orientazione del device). 

Per Android non è ancora proprio così, mi sa.
Detto questo (e fatte salve le riserve su iOS come sistema operativo, presentate nel recente post), mi sto chiedendo quali siano le mie killer applications, ovvero ciò che vorrei portarmi dietro in uno smartphone
E’ una cosa molto personale, ma in questo caso, pur essendo personale, è anche cosa che si può scrivere su un blog. Se devo pensare alle applicazioni più ghiotte per me, ecco quello che mi viene in mente (elenco assolutamente incompleto, badate bene!):
  • DayOne. Colpa sua se ho ripreso gusto a scrivere un diario privato. Colpa sua se mi piace rileggere cosa ho scritto il giorno prima, o la settimana prima o ancora più indietro. E capire meglio il senso di cosa succede e cosa faccio, o lascio succedere quando ci riesco. 
  • MomoNote. Eccellente sistema di etichette, ogni volta che c’è una cosa che mi voglio ricordare la butto dentro. Citazioni, parti di email, brani di libri. Mi servono tanto i buoni spunti, per attraversare le giornate. Qui li ripesco al volo, quando voglio.
  • iA Writer. Ti fa riscoprire il piacere di scrivere. Sopratutto ti fa riscoprire l’attraente semplicità di buttare giù parole. Elegante e minimalista. Io lo trovo ottimo soprattutto per scrivere poesie (in questo si sta candidando a sostituire Google Docs, che era perfetto nell’era informatica precedente, quella che si viveva usando solo il computer). Certo scrivere con lo smartphone non è ideale, ma ho la sensazione che per appuntare qualcosa da rivedere in un secondo tempo, può andar bene.
  • Google Reader & Feedly. Non dimentichiamoci i feed.
  • Gmail (posso fare senza?)
  • Facebook (quasi come sopra)
  • Twitter (quasi come sopra)
  • Foursquare (forse inutile, ma divertente)
  • Kindle app e un lettore di libri in formato epub 
  • Waze per le info sul traffico (occhio a non cercare di usarlo mentre si guida però!)
  • Edge. Quanto mi piace questo giochino elegante e tranquillo…. 😉
  • …. (to be continued) …
DayOne, MomoNote e iA Writer sono solo per iOS (almeno, al momento). Questo è un bel colpo per la mia permanenza nell’ecosistema Android. Poi, avendo un MacBook e un iPad (e un iMac in arrivo) mi tenta l’integrazione in uno stesso ecosistema (certamente chiuso, ma coerente e ben realizzato). Insomma non è così improbabile una futura migrazione.

Per ora, comunque, aspetto con una certa curiosità l’arrivo di Android Ice Cream Sandwitch sul mio Sony-Ericsson Xperia Ray, in modo da poter fare le mie valutazioni. E con pari curiosità, sto a guardare le recentissime mosse di Google per creare un ecosistema finalmente completo e coerente, avviate con l’apertura di  Google Play.

Se penso che in anni passati mi appassionava la sfida linux vs. Windows, oggi guardo alla contesa iOS vs. Android con lo stesso identico interesse. Sono cambiati i tempi, le possibilità offerte dalla tecnologia, o sono cambiato io? O entrambe le cose?

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