Blog di Marco Castellani

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L’universo che non si muove

L’universo non è (più) qualcosa di statico, se si percepisce così vuol dire che siamo noi che abbiamo bisogno di guardare meglio. L’universo era statico per gli antichi. Non è che sembrava, lo era davvero. Cioè lo era a tutti gli effetti, esistenzialmente. Era percepito così, dunque era così. Ora Paola canta di un universo che non si muove segnalando come un disagio sotterraneo. Perché l’universo che non si muove, adesso, è antistorico, è fuori dal tempo, realmente fuori dal nostro tempo.

Il bisogno di cambiare che c’è in me si rispecchia in un universo che – appunto – non si muove e chiede che inizi a muoversi oppure ritorni a muoversi. L’espansione accelerata che ci riporta la ricerca cosmologica attuale non può essere un semplice dato tecnico, da addetti ai lavori. Ci deve dire qualcosa di importante, per noi. L’universo ci ha sempre detto qualcosa di importante, a volerlo ascoltare.

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Il ritmo delle piante al sole

Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo, stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi. E poi lontano il tuono dei cannoni a freddo, e dalle radio dei segnali in codice…

Franco Battiato, “Il re del mondo”
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Stella guarda la Luna

I poeti sono così. Possono dire stupidaggini dieci anni di fila e poi (o prima) uscire con due versi folgoranti. E l’Universo si ferma, trattiene un attimo il fiato. Fa spazio.

Francesco De Gregori è un poeta. C’è poco da fare. Sostenere il contrario sarebbe perdere tempo.

Già misurarsi con canzoni sotto i tre minuti (come sopra i cinque) non è cosa da poco, non è cosa per tutti. Per dire, devi chiamarti Stephen Still e allora fai 4+20 e rimane una perla. Punto.

Non c’è da aggiungere un secondo in più, inserire una o due note oltre queste. Perfetta così. In due minuti e pochi secondi inietti un contenuto artistico e comunichi emozioni, come altri non riescono in un disco doppio (come si sarebbe detto una volta, che appunto esistevano i dischi singoli e i dischi doppi e non esisteva Spotify).

De Gregori alla fine degli anni settanta mette questo piccolo pezzo, Babbo in prigione, dentro il celeberrimo long playing che porta il suo cognome e contiene la assai più famosa (stracantata in tutte le gite scolastiche per i successivi venti anni) Generale. Bella canzone, ma in qualche modo più ordinaria, più tranquilla. Strofa, ritornello, strofa. Giro di accordi. Tutto a posto, tutto normale.

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Teresa è all’Harry’s Bar

Me lo scrive sorella Chiara (intesa in senso di parentela), Domani vado a vedere questo, con i ragazzi… così, ammiccante. E intanto mi passa il link. Non lo sapevo. Non ne sapevo proprio niente. Prendo tempo, intanto dico bravissima ma non mi decido. Alla fine però c’è qualcosa, qualcosa che non mi lascia passare oltre, non mi lascia scartare, troppo facilmente.

Va bene ci vado, ci vado. Acchiappo il biglietto in extremis. Un po’ angolato il posto, è quel che rimane, ma va bene lo stesso. In realtà (con il classico senno del poi) sarebbe andata benissimo, non bene. Non mi aspettavo quello che sarebbe successo, non mi aspettavo niente, di ciò che sarebbe successo. Uno non si aspetta mai niente quello che succede, d’altra parte. Non può proprio. Stai alla frontiera, quel che viene non lo calcoli, lo attraversi.

Sì De Andrè, la PFM, carino… E poi, proprio pochi giorni prima, passeggiando in montagna, mi ero riascoltato e riassaporato quel piccolo capolavoro che è Volume 8 riscoprendo molte canzoni che avevo dimenticato. Straordinarie canzoni. De André è un vero artista. Un poeta, per quanto questa espressione sia terribilmente abusata, nel campo della musica. Ma lui, lui lo é. Diamine, andrà pure detto. Ribadito.

Così a Chiara scherzando (ma non troppo) chiedo, ma me la fanno Giugno ’73? E rincarando la dose (è impossibile smorzare il desiderio, è cosa contro natura), e poi Amico fragile? Due canzoni pazzesche, bellissime, contenute in quell’album. Due canzoni (soprattutto la prima) che avevo scordato, avevo totalmente svaporato la loro umanità così spudorata, così toccante.

Così sarà, per la cronaca. Ma anche di più. Sarà molto di più. Perché è un collegamento con il cuore, che si accende. Un tuffo nel passato che ritorna qui, presente e palpitante. Tuffo imprevisto, ma istantaneo. Più che tuffo, spanciata. Accade subito, appena la PFM inizia a toccare gli strumenti, le prime note che si levano in aria. Ti viene addosso qualcosa, frontale.

La PFM nella Cavea dell’Auditorium (foto da cellulare, come si capisce bene…)

Io non so come fanno, non conosco i dettagli di questa magia, ma realmente fanno esplodere la musicalità che c’è nelle canzoni di Fabrizio, senza forzare nulla, senza introdurre niente di estraneo. E’ un lavoro a far venir fuori, non a sovrapporre altro. Esaltano De André, lavorando a far uscire cose che già ci sono, piuttosto che ad inserire elementi arbitrari. E quindi sono bravi, sono bravi proprio. Le canzoni ti investono, sono realmente godibili, gli equilibri tra gli strumenti mi appaiono molto ben lavorati. Fin dalla prima canzone, ogni canzone è una festa, per le orecchie e per il cuore.

Per me è qualcosa di speciale, che esonda potentemente la portata dell’evento. E lo capisco. Il fatto è questo, papà amava De André. Fin da piccolissimo ascoltavo risuonare per l’aria, a casa, queste curiose melodie dal sapore arcaico. E poi una stranissima voce bassa, calma, una voce che mi è sempre sembrata così, come dire, incredibilmente autorevole. Gravida di mistero, lambiva territori sconosciuti, portava odori, sapori di cose lontane ma interessanti, evocava universi appena socchiusi, mondi diversi e sempre umani, umanissimi.

Questo mi ritorna spudoratamente addosso, appena la PFM inizia a suonare. E mi sbatte addosso senza preavviso, il me stesso di tanti anni fa. Subito, subitissimo. Lo so che non sono imparziale, ma il cuore è troppo coinvolto. E poi questi hanno rispetto, per De André, grande rispetto: si sente a pelle. E quindi hanno rispetto per me, per la mia storia. Anche per papà, è chiaro. Lo rispettano. D’accordo, Magari non lo sanno, ma è così.

O forse invece lo sanno. Sì, secondo me lo sanno.

Perché se non lo sapevano, come veniva loro in mente di rifare, nella parte centrale del concerto, gran parte de La Buona Novella? Quel disco, proprio quel disco. Quello che papà ascoltava con religiosa attenzione, quell’unico disco a cui dedicava attenzione totale. Quelle note scarne che mi entravano nella pelle, da bambino, quegli arpeggi semplici e profondi, quelle parole addosso, prima ancora che capissi di cosa parlassero, che storia viva trasportassero.

Sì, quando la ascolto piango. Mi vengono esattamente le lacrime, mi manca papà, anche adesso che scrivo mi si inumidiscono gli occhi. Ma è una mancanza buona, sono lacrime buone, le voglio. Eppure l’emozione – e il senso di nostalgia – è fortissimo. Mi lascio piangere, per un po’ è necessario, non si può fare altro. Accidenti, speriamo solo che non mi veda nessuno. Come fai a spiegare?

E mi ricordo, ancora. Quando da ragazzetto, mi studiavo le note di copertina di quel disco che papà aveva portato a casa. Quello che per lui aveva una importanza tutta particolare. Non era un tipo che ascoltava molta musica “leggera”, papà. Anzi. Però quel disco era un’eccezione, una poderosa eccezione. C’era una nota del gruppo che suonava, si chiamavano I Quelli, e parlava del rapporto con questi testi, e con Fabrizio. Scrivevano qualcosa tipo dopo un po’ siamo andati da Fabrizio incuriositi, a chiedere perché aveva scritto questa cosa... A proposito, per come narra De André la nascita di Cristo (sempre con grande poesia e umanità comunque), rimando alla trattazione di Giovanni Marcotullio che per me è una delle cose più sensate che abbia avuto occasione di leggere, sul tema. Qui non sto valutando l’opera, controversa in alcuni punti, figlia del tempo in certe parti. Sto affondando nei ricordi. Anzi no, sono loro a venire su e inondarmi. Colpa loro.

Bene, quando dal palco avvisano che eseguiranno La Buona Novella in modo diverso da come l’avevano fatta a suo tempo sul disco (e si parla del 1970) , per un momento non comprendo. Subito viene aggiunto a quell’epoca ancora ci chiamavamo I Quelli. Tutto torna. Allora sono loro. Ed è ancora più magico, ancora più magico essere qui.

Ed è tutto particolarmente sbalorditivo, se penso alla casualità che mi ha portato qui, sbalordisco. Ma infatti, nessuna casualità, non è credibile. Non può essere un caso, se sono qui, adesso. Fatevi pure, al proposito i vostri ragionamenti rassicuranti, bilanciati, distaccati. Io non vi seguo. Se sono qui non è un caso, non lo è per niente.

E de André è un gigante, anche nei testi. Non è qualcuno che riveste di parole un motivo musicale, affatto. Le parole non accompagnano, e basta. No, le parole fanno esplodere la musica, la caricano a potenza. Queste cose non le fanno tutti, queste cose le fanno solo i poeti. Fabrizio De André è stato un poeta (anzi è un poeta, perché i poeti non muoiono mai). Sai, sono cose che magari quando ascolti le canzoni da ragazzetto, non te ne accorgi, non te ne accorgi del tutto.

Ora, con i miei cinquantasei anni, me ne accorgo molto di più. E mi commuovo, ancora e di nuovo.

Perché c’è Giugno 73 con il suo bellissimo, paradossale incipit

Tua madre ce l’ha molto con me
perché sono sposato e in più canto,
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace
a vergognarsi di me.

E questi allegri pirati della Premiata Forneria Marconi, fanno anche Amico Fragile, ovviamente (ma è logico, visto che la serata è per me, in qualche modo arcano).

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte
feritoie della notte,
con un bisogno di attenzione ed amore
troppo “se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposto

L’ho detto, suonano bene, le canzoni sono sempre arricchite e mai stravolte, c’è quel profondo rispetto per Fabrizio, quell’amicizia devota che si allarga dolcemente dai musicisti all’intero uditorio. Ed è un po’ come se lui fosse qui (e in una canzone “compare” la sua voce, come tributo doveroso).

Il gioco fra musica e parole funziona, i testi del Faber invadono l’aria serale tardoestiva di una Roma sotto Covid ma con tanta voglia di tornare a respirare, e risanano con i loro delicati paradossi. Appena entrato dentro Rimini, sbatto il cuore su una articolazione umanissima, che mi commuove in modo inaspettato. Di nuovo mi inumidiscono gli occhi…

Ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene

Ed anche, questa sovrabbondanza mediterranea di Andrea, il delizioso ritornello che ti sveste di ogni pensiero malinconico e ti porta dentro il mondo – al tempo stesso introverso e frizzante – tipico di Fabrizio.

Che ora lo capisci bene, e proprio per questo ti commuove a raschiare il pianto. Perché è un mondo in cui l’unica cosa che è declinata è la pietà. L’unica cosa di cui si parla. Come architrave di tutto. Pietà per gli ultimi, per quelli ai margini, pietà per gli assassini e le puttane. Una pietà credibile, scomoda, terribilmente concreta perché sfacciatamente antiretorica. Declamata con coraggio, decenni prima di ogni buonismo, sfida perpetua ai benpensanti e ad ogni loro (e nostro) pruriginoso bigottismo.

Mi guardo intorno. Stasera non c’è nulla di morto. De André è vivo, è ancora l’amico che cantava in salone quand’ero bambino, nella casa a Poggio Ameno. E papà è vivo: la sua mancanza infatti è terribilmente concreta, esiste, si tocca, è lui, è la sua, lui è qui. La PFM onora il maestro (i maestri?) nell’unico modo possibile: poche frasi, niente retorica. Le sue canzoni, dal sapore di donna, dal sapore dell’oceano. Il timbro di voce di papà, anch’esso così basso, mi si unisce in memoria. Sapeva di avventure, di amicizie, di amori e guerre.

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare…

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Sapere tutto, di qualcuno?

Canta nessuno sa mai tutto, di qualcuno. Ed è una verità che mi colpisce e mi ritorna in circolo, mi rientra nella testa, più volte. Una di quelle verità che sembrano così scontate che invece a volte te le perdi, corri il rischio di perderle, di non digerirle davvero.  
Comunque, io lo sapevo che prima o poi doveva accadere. 
Ligabue ha voluto mettere la prima canzone del suo album come omaggio a questo blog, chiamandola appunto Polvere di stelle (insomma, quello StarDust che è la denominazione propria di questo ambiente).  Veramente carino, da parte sua. Chissà se lo sa, che ho colto il suo celato omaggio. Se almeno questo, di me, lo sa.

A parte gli scherzi, qui c’è qualcosa.

Lei, la copertina…

C’è qualcosa in questo album Start, che non permette che lo si metta via con troppa facilità. C’è qualcosa nella musica e nelle parole, che mi fa pensare, che mostra un punto di valore. Che mi ci fa tornare.

Anche, che mi fa rivedere alcuni giudizi forse frettolosi, forse impazienti, forse involontariamente saccenti, che avevo formulato e per i quali mi tenevo abbastanza lontano da Luciano Ligabue. Non ne sapevo forse abbastanza, tutto qui. Che poi, appunto, nessuno sa mai tutto di qualcuno. Ma anche, direi, o meglio potrebbe dire lui (come infatti davvero dice, anzi come davvero canta, sempre nella stessa canzone) hai mai conosciuto qualche d’uno che ti conosca? 

E bravo. C’è infatti questa zona, questa zona grigia, che è tra me e te, tra me e chiunque, che è la frantumazione, la sconfessione del mito della conoscenza completa l’uno dell’altro (dell’altra). Che poi a pensarci bene, è anche lì dove naufraga il mito persistente e luminescente, che ci sia una persona che mi può salvare. Incidentalmente, questo ammette l’unica scappatoia di una persona con la maiuscola, ovvero una Persona: allora è chiaro – crediamoci oppure no – comunque è chiaro che si riapre la discussione. Oppure, che i rapporti con le persone siano fondati e resi fragranti e colorati e profumati (d’accordo, quando accade) dal rapporto, dal tentativo di rapporto, dall’implorazione di rapporto, di conforto, con una Persona. Sempre con la maiuscola.

Così una canzone appena, mi riporta a tutto questo, con un realismo che avverto sano, semplice e coinvolgente. Mi riporta al fatto inequivocabile che nessuno può conoscermi completamente, e che il mio tenacissimo sogno in questo senso appena questo, un sogno magico. E forse un sogno comodo, artefatto. Che mi evita la fatica, che mi vorrebbe far bypassare ogni lavoro su di me, che ultimamente mi riporta bambino, nella ricerca di una figura materna che possa soddisfare e addirittura prevenire ogni mia necessità, ogni mio desiderio.

Bellissimo, sarebbe bellissimo, certo. Però penso, così rientrerei in caduta libera in me stesso, totalmente irrimediabilmente in me stesso. Così non mi muoverei, non andrei verso l’esterno, non proverei a fare, a costruire, a rischiarmi in niente. Per dire, non starei scrivendo, adesso. Nessuno scrive, da dentro la pancia della sua mamma. Del resto, a parte l’oggettiva difficoltà dell’impresa: non ne vedrebbe la necessità.

Che poi, il rapporto con le persone, per quanto non compia in sé, è fondamentale, ugualmente.

Ho bisogno di te
Che hai bisogno di me
Per cambiare il tuo mondo
Hai bisogno di me
Che ho bisogno di te
Per cambiare il mio mondo

Il mondo (mio, tuo) non lo cambio da solo. Ho bisogno di te. Devo uscire dal mio mondo, per venirti a cercare, per cambiare il mio mondo, e il tuo. In altri termini: la completezza a cui anelo, non la trovo organizzando le mie cose, ragionando chiuso sulle mie cose. C’è una incompletezza originaria, che mi spinge verso fuori. Non posso rimanere chiuso, devo aprire i confini, aprire i miei porti, rischiarmi nella relazione. Non è bene che l’uomo sia solo, dice Genesi 2,18.

Va beh, che poi fin qui si sarebbe parlato appena delle prima canzone di questo Start. Che probabilmente non è neanche la più bella canzone dell’album. Album, va detto, che mostra (davvero) una certa finezza psicologica in Quello che mi fa la guerra. Che ha delle gemme delicate e intime come Vita morte e miracoli, che ha… Beh non è escluso che non se ne riparli, anche qui.

Non adesso, che sono già andato un po’ lungo. Forse, nel tempo davanti, però.

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Sì, ho visto Sanremo

Sì, forse è il caso di fare outing fin dal titolo. Dunque per quanto possa sembrare strano, lo ammetto. Lo ripeto, scanso equivoci: ho visto Sanremo. 

Insomma. Non l’ho visto tutto. Ho visto dei pezzetti, o un po’ di più. Beh l’ultima serata l’ho vista per buona parte, quello sì. E devo anche dire che mi è piaciuto. O meglio, ho apprezzato molto il fatto semplice che lo stavo guardando. 

Il che non è la stessa cosa, in effetti. 

Perché per capire la differenza, bisogna andare alla radice della faccenda. Sanremo non è appena una trasmissione, è un evento televisivo. Ormai una dei pochissimi. E’ una delle pochissime occasioni in cui ci si ritrova in grandissima parte (qui, in Italia) impegnati in una stessa cosa. Ci si ritrova insieme ad assistere allo stesso evento. Il quale poi sarà anche fatuo, inconsistente, sfilacciato, pilotato (come spesso si dice), d’accordo. Ma il fatto è che la portata di quello che accade travalica ampiamente l’evento stesso. Il merito di Sanremo è aver richiamato così tante persone intorno ad un solo evento: sempre più difficile ora che l’offerta televisiva e mediatica è così ampia, che è pienamente normale essere dispersi in una miriade di sentieri distanti.

Che poi, alla fine erano anche simpatici… 

Quando un evento riunisce tante persone, accade qualcosa. Come i mondiali di calcio: anche se non ti piace questo sport, alla fine i mondiali li guardi, perché avverti questa vibrazione sottile, quest’aria elettrica e nuova, questo senso di qualcosa che sta accadendo e che riguarda tutti. Partecipi a qualcosa che ti unisce agli altri (e non importa se sei solo in casa tua, perché il segnale unitivo in qualche modo, viaggia nell’aria, entra dalle finestre, insomma ti raggiunge). Ne ragioni con chi ti vive accanto, ne parli nel bar, con i colleghi di lavoro. Magari non ti piacciono le canzoni, quelle canzoni. Forse detesti quella che ha vinto, perfino (no, non è il mio caso). Però sei dentro un evento, che nemmeno capisci del tutto, ma sei dentro. Cioè, non capisci come mai senti questo coinvolgimento in qualcosa, ma lo senti. 

Nell’ultima serata, sentivo che era naturale e facile essere lì a guardare. Anche se magari per buona parte mi potevo annoiare, o spesso divagavo con il pensiero. Ma ero cullato e protetto, ero sottilmente confortato dal fatto che ero lì, in qualche modo. E quando sono dovuto uscire di casa, mio malgrado, ho proseguito ascoltando in macchina, felice (lo ammetto) di non perdere la connessione con l’evento. 
Che poi alla fine i motivi di interesse li trovi. E alla fine in qualche modo ti appassioni. Cominci a trovare il tuo spazio di movimento, la tua costellazione di valori nel panorama delle canzoni. E’ chiaro, ti è molto chiaro che la musica è (anche) altrove. Ti basta ascoltare un brano di Peter Gabriel (per non scomodare i grossi nomi della sinfonica, Mahler e Bruckner per esempio) per ricapirlo, ricapitolartelo in testa, se serve. Ma inizi a muoverti in questo panorama. Le coordinate sono chiare. Deve essere facile, orecchiabile, ripetibile, ti deve però nutrire senza sembrare troppo scontata, devi trovarci un motivo sensato per ascoltare, e riascoltare. Le parole devono far fiorire qualcosa, non devono essere grande poesia, ma allo stesso tempo non devono risiedere nel completamente ovvio. 
E le sorprese belle, si trovano. 
E ognuno ha le sue.
La mia questa volta si chiama Simone Cristicchi

E qui si potrebbe parlare, parlare per tantissimo tempo, parlare di questo brano così struggente, felice nelle parole e felice nella musica. Si potrebbe parlare tanto, ma la cosa migliore è stare in silenzio, e ascoltarlo. Stare in silenzio, come suggerisce il brano stesso: non lo dice, ma lo fa capire. Il sussurro iniziale, l’inizio in pianissimo, a differenza di tante altra canzoni sanremesi (intro con il pianoforte, poi parta la batteria e la sezione ritmica, poi il cantante canta, e via così), è veramente un invito al silenzio, dentro e fuori di noi.  
Perché di silenzio è deliziosamente impastata questa canzone. Quasi non vuole disturbarlo, il silenzio: rimane sommessa, sospesa. In attesa. Bisogna addentrarsi bene nel brano perché finalmente la musica decolli, dispiegando un tema che è ampio e lirico, italiano nel senso più interessante. E le parole, quelle parole che osano colorare il silenzio, disturbarlo: quelle alla fine ti arricchiscono, ti fanno capire un pelino di più, ti rimangono amiche, soprattutto. Le puoi abitare, sono parole abitabili. 

Adesso chiudi dolcemente gli occhi e stammi ad ascoltare
sono solo quattro accordi ed un pugno di parole
più che perle di saggezza sono sassi di miniera
che ho scavato a fondo a mani nude in una vita intera
non cercare un senso a tutto perché tutto ha senso
anche in un chicco di grano si nasconde l’universo…

E con tutti i limiti possibili, ma senza Sanremo non sarebbero arrivate a così tante persone. E questo credo sia un valore, un grande valore. Il messaggio di cura, di possibile guarigione, che portano queste strofe è benefico, è grande. O meglio, non è grande in sé, ma è grande nella possibilità che apre, verso qualcosa di veramente immenso, che a volte non vediamo. Che viene a trovarci, ci visita, se l’attitudine nostra lo permette: in questo senso ogni modo per ricordare è realmente benedetto. 

Così che se qualcosa del genere passa attraverso questa cosa così poliedrica e non inquadrabile e anche a suo modo contestabile come Sanremo (immensa macchina commerciale e insieme appunto, come dicevamo, evento), direi che comunque va bene. Va benissimo. 
Un altro modo per noi, per imparare che le vie di contatto con il vero non le decidiamo noi, non le stabiliamo noi. Che dobbiamo solo chiudere gli occhi, aprire un poco il cuore, ed ascoltare. 
Grazie, Simone. E anche grazie, devo dirlo, Sanremo 2019. 
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Quella sua maglietta fina (e ciò che contiene)

Che poi, è una canzone che davvero conosciamo tutti. L’incipit è diventato così famoso che non ha bisogno di alcuna presentazione. La maglietta fina ha fatto sognare (ed immaginare) ormai generazioni di persone.
Sì. Sto parlando di Questo piccolo grande amore, la celeberrima canzone inclusa nell’album omonimo, di Claudio Baglioni. Siamo lontani lontani, lontanissimi da oggi: indietro rapido, fino all’anno 1972. Tra parentesi, anni interessantissimi per la musica di matrice pop/rock. Basti ricordare che i Pink Floyd, questi quattro ragazzi inglesi, hanno appena rilasciato roba del calibro di Atom e Meddle. Così, tanto per dire. Insomma, anni di fermenti, di ipotesi di rinnovamenti, di innovazioni. Di (vagheggiate) rivoluzioni, anche.
Copertina decisamente anni ’70, tra le altre cose…

Ed eccoci al nostro.
Diciamo subito. Un album strano, decisamente interessante. Che non avevo mai sentito, fino a poco tempo fa. Del resto, va così: se sei abbonato ad un servizio di streaming può capitare che vai a cercare un album, così, giusto per curiosità. In questo caso, per il gusto di per capire cosa c’è intorno ad una canzone celebre. E scopri un mondo, magari.
Intanto, un concept album (come, Baglioni, un concept album?), sviluppato attorno ad una storia, per quanto semplice. Epperò, un vero concept, con espressioni, frasi, cellule musicali, che attraversano le canzoni e si ripropongono, a volte in contesti diversi, con sfumature differenti. C’è un lavoro piuttosto buono che lega le canzoni, amalgama i contesti — e si sente.
Curioso che di questo album si ricordino adesso appena un paio di canzoni — essenzialmente la title track e Porta Portese — mentre altre godibilissime, come ad esempio Cartolina rosa, o altre veramente particolari, decisamente anomale per il Baglioni che conosciamo, come Battibecco oppure Che begli amici!… siano comunque completamente (meritatamente?) obliate.
Ma vorrei dire, strano ancora di più che una canzone dolcissima, struggente, emozionante, poetica nel senso più compiuto, come Io ti prendo come mia sposa non passi per radio, un giorno sì e un giorno no.

Una canzone che affonda totalmente nel mistero dell’innamoramento, nel mistero profondissimo dell’attrazione tra due persone, che diventa quasi sacra di per sé. Perché è un mistero della natura e della vita, mai completamente indagato, mai declinabile in un discorso razionale. Qualcosa di cui si stupiscono le stelle.
Ma la cosa ancora più strana, e forse divertente, è che la title track — ascoltata in modo avulso dal contesto— venga sistematicamente fraintesa, per una ambiguità del testo, forse, ma anche per una ignoranza delle condizioni al contorno. Ovvero di quello che precede e quello che segue.

Io stesso mi sono accorto che per anni e anni l’ho fraintesa. Appunto. Perché niente, uno la sente così, la intende come la descrizione nostalgica di un amore finito, concluso. E non ha capito nulla. Non è niente di questo. Ascoltate l’intero album: è appena che il protagonista, durante il servizio militare, rievoca il periodo felice passato con la sua ragazza, la sua attuale ragazza (o almeno, lui così pensa).
E noi tutti ancora oggi canticchiamo adesso che / saprei cosa fare / adesso che / saprei cosa dire… come se fosse qualcosa che non c’è più. Come un rimpianto, un rimorso per essersi fatti sfuggire qualcosa. E invece c’è (e già non c’è più, forse, ma questo senza fare troppo spoiler).
Che poi, come stanno le cose tra lui e lei, o meglio, cosa ha vissuto lei quando lui era in caserma, si capisce di schianto nell’ultima folgorante strofa di Porta Portese.

Ecco. Questa per me è realmente un piccolo capolavoro.
Sì, spendo questa parola impegnativa, ma non saprei trovarne un’altra.
Per come viene tratteggiata — a sapienti schizzi di colori — una descrizione del celebre mercato romano, di questi piccoli quadretti (anche amabili), che fan sorridere (C’è la vecchia cha ha sul banco / foto di Papa Giovanni, /lei sta qui da quarant’anni o forse più… oppure …le patacche che ti ammolla quello là. / Ci ha di tutto pezzi d’auto / Spade antiche quadri falsi / E la foto nuda di Brigitte Bardot…). Ma anche e soprattutto, per come — in questo quadretto apparentemente svagato e scanzonato — piomba come un fulmine a ciel sereno l’ultima strofa, Quella lì non è possibile che è lei… (non vi dico di più per non rovinarvi la sorpresa di un ascolto, se non lo sapete già). E la musica segue in modo mirabile la variazione di atmosfera, il cambiamento di sapore che improvvisamente assume il brano.
Tanto non te l’aspetti, tanto pensi di aver capito che il pezzo è appena un brano di descrizione d’ambiente tipico romano (sia pur ben confezionato) che corri il rischio di farti sfuggire il fatto che sei ancora totalmente dentro la storia.
E in una storia, come si sa, c’è questa faccenda: succedono cose.
E infatti. Dall’ultima strofa di Porta Portese c’è la virata del disco, su altre coordinate, altri sapori, incontri, rimpianti, nostalgie. Su un altro insieme di autovalori che la prima parte, giustamente, non contemplava.
Tanto che, nella versione estrapolata dall’album, scopro che l’ultima strofa semplicemente non c’è. Non troppo strano, alla luce di tutto.
Ci sarebbe tanto da dire, naturalmente. Quanto ti voglio, nella sincerità assai poco di maniera, quasi un Odi et Amo moderno, ma peculiarmente apparentato al carme del poeta latino, nella sua coloritura globale. E Piazza del Popolo, con cui si apre il disco ci porta prepotentemente negli anni settanta e nei sui fermenti, anche se qui è appena un pretesto, un escamotage per dare l’avvio ad una storia, che ha indubbiamente connotati molto più intimistici che sociali o politici.
E tanti altri scampoli, il rapporto con i genitori, con gli amici.
E su tutto, la vera protagonista.
Eh sì. Perché te ne accorgi dopo un po’. La vera protagonista è lei. Non la ragazza dalla maglietta fina, no. La vera protagonista è Roma, lei è la vera signora al centro della scena. Un centro quasi defiliato, non invasivo, ma richiamato, punteggiato costantemente da una serie di rimandi, oltre a Porta Portese, Stazione Termini, Piazza del Popolo, ad esempio. E molto altro, anche se appena accennato, anche se nemmeno compiutamente descritto.
Questa è una storia in Roma. E una storia in Roma è sempre una storia di Roma, inevitabilmente.
Così’ che me lo fa ancora più caro, questo bell’album.
Coraggioso, deliziosamente imperfetto.
Vero.
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La pulce che ti rubò l’ombra…

A volte sono troppo pigro perfino per cambiare CD. Il che se ci penso può anche essere un bene. Mi trovavo ieri mattina (in macchina lungo l’Altopiano delle Rocche) a riascoltare un brano che ormai avrò sentito un numero incredibile di volte, una di quelle canzoni con cui praticamente sono cresciuto (considerato che il disco è del 1977…). Perché io non proceda troppo chiuso – direbbe il sommo poeta – specifico che sto parlando de La pulce d’acqua, di Angelo Branduardi. Spesso ascoltavo semplicemente la musica, o seguivo gli arrangiamenti delle varie strofe – sempre diversi – lasciando scorrere le parole come fossero una bella favoletta, quasi  un testo per bambini, senza farci troppa attenzione. Mi sa che sbagliavo. Il fatto che Branduardi piace molto ai bambini d’altra parte dovrebbe convincerci subito di quanto sia serio.

E infatti. Infatti mi perdevo qualcosa. Ieri mattina l’ascolto mi ha spalancato il cervello, di colpo. Un sacco di cose che avevo letto e digerito negli ultimi tempi si sono improvvisamente collegate al testo, illuminandolo. Perché è un testo apparentemente semplice, ma profondo. O perlomeno, è un testo che non ti lega ad un livello di comprensione, ma permette anche che tu scenda in picchiata giù dentro le parole, fino a trovare dei concetti veramente nutrienti. E sempre attuali, perché riguardano la posizione dell’uomo al cospetto dell’esistenza, del reale.
Leggo che il testo si ispira ai miti degli indiani d’america, ma in quanto espongo non seguirò questa strada, certamente valida (di solito il mito ha a che fare con faccende umane interessanti e sempre attuali), ma darò voce alle considerazioni che mi sono venute in mente ascoltando il brano.
Iniziamo dalle prime parole. Dopo la gentile apertura affidata alla chitarra acustica, entra la voce.
E’ la pulce d’acqua che l’ombra ti rubò…
Ecco, inizia subito descrivendo un problema: un furto, un fatto certamente negativo. Una mancanza. Io mi farei quasi ingannare dalla soavità della musica, senza capire che qui si aggancia subito il dramma, il vero dramma (oso dirlo subito) della modernità. Questa strana rottura di simmetria. Ti hanno rubato l’ombra. Ovvero, la consistenza profonda di te stesso, che hai solo nel dialogo con l’ombra, non ti è più permessa. Improvvisamente eccoti, sei confinato su un livello esclusivamente orizzontale. Il terreno di coltura ideale per ogni insoddisfazione, frustrazione, violenza, perché il tuo cuore ha desiderio di ben altro, di altezza e profondità, di una dimensione verticale. Un bel guaio (a dir poco). E secondo la canzone, sarebbe stata appena una pulce… Chi ci avrebbe mai pensato? Un animaletto minimo. Perché le cose apparentemente minime ti avrebbero “punito”? Ossia, perché hai perso il rapporto autentico con il reale, in ogni sua minima declinazione? Azzardo: forse perché non lo valutavi abbastanza? Magari vivevi nel futuro o nel passato, trascurando il presente. Dimenticando che la vita è adesso.
E tu ora sei malato…
Semplice. Tu ora sei malato. E se lo sei, la prima cosa è ammetterlo, anche con te stesso. Già ti senti meglio, vedi? Ammetti la malattia, la debolezza, l’oscurità, il buio. Tu ora sei malato. Smetti di resistere. Vivi anche la malattia, non cercare di farla passare subito. Di passare oltre. Passaci dentro, invece. Tutto avviene per un motivo. Perché ti senti meglio ammettendo la tua malattia (almeno a me capita…)? Perché hai iniziato a mollare, non pretendi più che tutto vada bene così. Porti alla luce le tue ferite, perché il sole le possa risanare…  D’altra parte ogni processo di guarigione, di ricerca di senso del vivere, comporta come primo passo l’accettazione profonda delle circostanze in cui si è: “Se uno vuol venire dietro me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16:24). E’ abbastanza esplicativo: “prenda la sua croce”. Non c’è da scappare da nulla, da censurare nulla.
sull’acqua del ruscello forse tu troppo ti sei chinato…
Andiamo alla sorgente del problema (per rimanere nelle analogie idriche). Ti sei forse chinato sull’acqua a guardarti troppo a lungo? Hai guardato te stesso, hai lasciato che il tuo ego si gonfiasse, divenisse ipertrofico, invece di abbandonarti al flusso della vita? Ti sei fermato su te stesso, chinato troppo su di te, invece di vivere, di abbandonarti, di vivere il momento presente? Hai preteso (magari per un tuo desiderio anche buono, per una intenzione di far del bene) di tenere tutto sotto controllo? Di fare tu, invece che di affidarti, di essere fatto, creato di nuovo ogni momento?
Tu chiami la tua ombra ma lei non ritornerà…
Senza l’ombra non stai bene, l’hai capito. La chiami, la consistenza di te. Hai capito che senza l’ombra non puoi stare, che devi accettare anche le parti oscure, dialogarci. Allora la chiami, la tua ombra, ma lei  no, non torna, non ne vuol sapere. Certo non torna subito, perché non puoi volerla come il tuo ego vuole le altre cose, non puoi volerla senza accettare una trasformazione, senza lasciarti davvero andare, senza cambiare atteggiamento, senza un nuovo modo di vedere il mondo, senza una conversione…
E allora devi a lungo cantare per farti perdonare…
Non puoi avere indietro la consistenza subito. Ci vuole tempo, se non accetti uno sviluppo nel tempo sei nella vecchia logica, parla ancora il tuo ego, che vuole solo prendere, accumulare, per la sua frenetica corsa contro la paura della morte. Invece ti tocca di abbassarti alle piccole cose, per godere veramente di tutto. Devi allinearti al ritmo dell’universo, smettere di resistere: devi cantare. Mollare le pretese tue, allentare la morsa. E cantare. E cantare a lungo, dice la sfrofa. Cioè devi fare un cammino, devi essere disposto a stare su una strada (aspettatevi un cammino, non un miracolo, avvertiva anni fa don Luigi Giussani, e l’invito è valido tuttora, è un aiuto prezioso a stare nel reale nella giusta modalità, ovvero nella modalità nella quale il cuore può essere più lieto). In ultima analisi, il tuo ego si comporta come se con la morte scomparisse tutto, il tuo essere profondo capisce che non è così. E che il cammino può durare tutta la vita, che non si può affrettare nulla, ma che è bello camminare.
E la pulce d’acqua, che lo sa, l’ombra ti renderà.
Se cambi atteggiamento, in profondità, il reale “se ne accorge” (non perché se ne accorga nel senso che noi diamo al termine, ma perché adesso risuona sulle tue stesse frequenze, perché è stato creato così), se sei disposto a vivere la vita così come viene, se sei amico della vita, la vita lo capisce. Dolce è la vita a chi bene le vuole, canta (appunto) il poeta Carlo Betocchi.
Così il reale (le pulci dell’acqua, le serpi dei boschi) è come se rispondesse al tuo mutato atteggiamento. L’ombra ti ritorna, ti viene resa. Non perché sei stato più bravo, più buono, più coerente. No. Non è un problema etico. Ti ritorna perché hai ceduto, hai cantato.
Quindi puoi riprenderti l’ombra. C’è la speranza di poter guarire, abbandonando l’angosciosa  illusione dell’autonomia (Giussani). Salvi così la vita dal semplice trascorrere, investendola di un significato denso, capace di fugare l’apparente banalità di tanti momenti. Perché ogni cosa, ogni situazione contiene una carica di sfida. In ogni momento, devi rispondere. Ora, devi rispondere. Non conta il passato, devi rispondere ora.
Ci stai, a questo cammino? Ti vuoi bene abbastanza, per cercare la consistenza di te?
Ecco, mi fermo perchè sono arrivato ad una  domanda abbastanza fondamentale, che chiama in causa la mia libertà, momento per momento. Dopo questo lavoro sul testo, la canzone finalmente parla per me, parla a me. E tocca argomenti così universali che, immagino, parla anche al cuore di tanti altri. 

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