Blog di Marco Castellani

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Di tutte le impressioni…

Parto da questo flashback. Sole, molto molto sole. Caldo. Estate piena. Sono al mare. A conti fatti, credo sia il 1982. Campeggio sulla Feniglia. Sto ciabattando intorno all’ingresso (forse vengo dalla spiaggia, o ci sto andando), sabbia, macchine parcheggiate, afa. Da qualche altoparlante esce la musica di Franco Battiato. Chi è costui? Fino a qualche mese fa nessuno ne sapeva niente, nessuno lo conosceva. E quest’estate ecco, è esploso. Non si ascolta altro.

Ricordo bene questa impressione. Dappertutto passano quasi solo le canzoni di questo album. La voce del padrone. Io ragazzo quasi ventenne, ripenso ai dischi con il cagnolino seduto davanti al grammofono. Papà o mamma mi avevano spiegato l’arcano, la riproduzione del disco è così fedele che il cane riconosce appunto, la voce del padrone. Avevamo anche dei 78 giri, a casa. Oggi farebbe sorridere il pensiero che il cane possa cogliere alcuna differenza tra lavoce reale e quella riprodotta: non ci riusciamo più nemmeno noi.

Il famoso cagnolino della casa discografica La voce del padrone

Torno a quell’anno, a quel disco. Il titolo mi piace, lo trovo intrigante. Le canzoni sono carine, orecchiabili ma non stucchevoli. Si sopporta facilmente il fatto che, in vacanza, vengano sparate ovunque, ad una frequenza quasi improponibile. Qualsiasi altra musica, ripetuta a questo livello, avrebbe portato al collasso. Sfibrata dal ripetuto ascolto, avrebbe presto mostrato il suo limite. Questa, resiste.

Personalmente, mi trovo nella piena fase cantautorale. Branduardi, De Gregori, Venditti, Guccini, Bennato. Un po’ di Cocciante (poco, quelli troppo romantici li guardo ancora con la puzza sotto il naso). Niente Battisti (la cosa è francamente incredibile, e me ne scuso: ma avrei recuperato dopo). Questo Battiato non lo pratico molto. Ma non lo praticava molto quasi nessuno. Fino a quel momento, almeno.

Dice Wikipedia che è il suo undicesimo disco da studio. Beh io me li ero persi quasi tutti, senza fatica. Come tanti, del resto. Ma ora non si può più, non si può più far finta che non ci sia. Entrato di prepotenza nelle nostre orecchie, nel nostro cervello. Un pop facile ed ispirato insieme, testi sufficientemente misteriosi che non umiliano la tua facoltà di comprendere, ti lasciano addosso quel tanto di mistero che poi ti ricircola piacevolmente in testa. La sensazione che c’è sempre altro da capire, non è un palloncino che appena comprato si sgonfia. Addirittura, puoi non capire niente e te la godi lo stesso. Basta lasciarsi andare alle suggestioni che i testi evocano.

Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori, della dinastia dei Ming.

Non male per noi abituati – al tempo – a ritornelli profondi ed evocativi come quelli (esempio) dei Ricchi e Poveri, in circolo in quello stesso periodo

Che confusione sarà perché ti amo, è un’emozione che cresce piano piano; stringimi forte e stammi più vicino, se ci sto bene sarà perché ti amo.

Davanti a tutto questo, Battiato esplode come una cosa nuova, coraggiosa, impertinente. Coscientemente commerciale e insieme sperimentale. La quadratura del cerchio, in musica.

Ricordo quell’estate, e poi confusamente, alcuni dischi nel periodo universitario. L’era del Cinghiale Bianco, per esempio. Indimenticabile quell’ironia dissacrante nell’incipit di Magic Shop,

C’è chi parte con un raga della sera / E finisce per cantare “la Paloma” / E giorni di digiuno e di silenzio / Per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear

Con Battiato c’è questo, c’è il gusto del non capito che comunque restituisce una profondità marina all’intera questione (e per questo sulla Feniglia suonava benissimo), hai questa sensazione di stare sulla soglia di qualcosa di profondo, che già ti basta. Ti appaga, in qualche modo misterioso, arcano. Io non capivo nemmeno il titolo dell’album. Certo, Stereoplay nella sua recensione diceva qualcosa sul fatto che il cinghiale bianco fosse il simbolo della rinascita spirituale. Mi accontentavo di questo, anche se sulla rinascita spirituale non avevo esattamente idee chiarissime.

Mi misi a cercare altri dischi ed incappai presto nel suo periodo sperimentale. Del resto questi sui primi dischi erano entrati nelle collane economiche, potevo permettermelo, anche se non sapevo assolutamente cosa mi stavo portando a casa. Ma la curiosità musicale che nutrivo mi spingeva ad osare, a prendere dei rischi. In questo ero molto aiutato, capisco oggi, dall’accesso ad un repertorio abbastanza ristretto, ovvero quello che potevo permettermi di acquisire tra misurati acquisti e condivisioni di dischi di amici. Non c’era Spotify (per dirla tutta non c’era nemmeno Internet, e quindi l’assenza di Spotify era in qualche modo giustificata) e questo, in un certo modo, faceva gioco. Sì, perché eri spinto a non darti per vinto, sopratutto se avevi investito qualche soldo nella faccenda. Eri spinto ad andare a fondo della musica che avevi comprato con i tuoi sudati risparmi, invece di passare subito alla successiva, cambiare playlist con un click, o roba del genere. Non avere accesso a milioni di dischi ti spingeva a estrarre il massimo succo da quei pochi che avevi a disposizione.

Quindi, il disco che (ad un certo punto) avevo acquistato da Ricordi a prezzo popolare, era Juke Box. Devo dire, ci volle tutta la mia ostinazione musicale per non lasciar perdere, già a metà della prima facciata. Ma poi, cominciai ad entrare un poco nelle dinamiche di quel lavoro. Non ero certo di capirlo bene, anzi non ne sono certo nemmeno adesso. Ma qualcosa mi intrigava. La provocazione minimalista dei ben nove minuti di Martyre Celeste, per esempio. Illuminante o irritante, a seconda dei punti di vista (forse tutte e due le cose). O ancora di più, Hiver, per soprano e pianoforte. All’inizio fai fatica ma dopo un po’ ci entri dentro e quello si piazza dentro di te e ci rimane. Negli anni, rimane. Hai presente quando il soprano riprende con Quelquefois dans le crepuscule… e il pianoforte (galeotto) inizia a srotolare quel tappetino di note fintamente inoffensivo, che accompagnano lievemente, come in una promenade? Mi torna in mente anche ora, a distanza di anni che non lo ascolto.

Inciso polemico: quanta musica contemporanea (alta o bassa, d’élite o popolare) invece scivola via in un avvitamento intellettuale senza carne, senza sangue, senza umanità? Del resto, era sempre Franco che avvertiva, da Patriots, la musica contemporanea, mi butta giù. Chiudo l’inciso.

Potrei continuare ad agganciare rapsodici ricordi, ma poi mi chiedo chi leggerebbe fino in fondo (e se siete arrivati fin qui, vi prego lasciate un commento in modo che io vi possa quanto meno ammirare). Potrei, ma alla fine non servirebbe. Battiato è stato tutto questo anzi, è tutto questo, perché le opere di un artista non sono soggette alla corrosione del tempo, si muovono in un ordine diverso. Battiato è Hiver e Bandiera Bianca insieme. Qualcuno che comunque sia – adotti scaltramente il linguaggio del pop o si diletti nello sperimentalismo – ha un approccio geniale alla musica, non si fa incasellare in un genere. Soprattutto, non tira fuori sempre lo stesso prodotto.

Battiato è uno che ci ha insegnato – non con le parole ma con la pratica artistica – che i confini tra i generi musicali non esistono, sono invenzioni di comodo, riparo del pensiero pigro. Che il genio sorpassa ogni steccato. E che quando decide che si è stancato di giocare all’intellettuale e vuole parlare alle masse (per così dire) lo fa in modo semplice e non banale. Con una voce autorevole, la voce del padrone appunto. Padrone della musica e delle parole, che domina con irresistibile fantasia.

Un tipo che dedica metà di un disco fantastico, Come un cammello in una grondaia, a lieder di autori classici. E le canzoni della prima parte, così belle che oggettivamente non capisci più, non distingui, saltano gli schemi.

Uno che in un disco di cover di canzoni famose, Fleurs 2, ti inserisce a sorpresa un pezzo originale (non riesco proprio a chiamarla canzone) come L’addio, delicatissimo e struggente. Arte, senza ulteriori qualifiche.

E vorrei raccontarvi ancora di tanti tanti altri dischi, che ho amato e amo visceralmente. Ma inutile rincorrere il miraggio di essere esaustivi. L’arte del resto, non la possiedi, non la catturi, nemmeno con le parole. Al massimo, ti lasci catturare. In qualcosa che non ha una conclusione, non ha una fine. In un oceano di silenzio, potremmo anche dire. La vera musica è molto più amica del silenzio di quanto lo è la musica piccola, povera, sintetica. La vera musica gioca col silenzio, lo esalta, lo edifica all’interno del tuo animo affannato. Che così respira, di nuovo.

Riflettevo su questo, giorni fa. L’uscita di Franco dal mondo dello sperimentalismo è una sconfitta e una vittoria, insieme. Una sconfitta, perché è la presa d’atto dell’impossibilità di raggiungere un vasto pubblico, dentro i confini (diciamolo, spesso autoreferenziali) della cosiddetta “musica colta”. Una vittoria, perché di fatto è una iniezione di una massiccia dose di coraggio e di creatività nel mondo della musica di consumo. E’ vero, come dice lui stesso, che sul ponte sventola bandiera bianca. Ma è una resa di altissimo livello. Magari di grande furbizia, ma anche di notevole creatività. E appunto, di fantasia.

Lui ne aveva di fantasia, eccome. Come tutti i veri artisti, il suo transito terrestre (per citarlo ancora), il suo appassionato registro di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita lascia un Universo più ricco, complesso, strutturato, di quanto era prima del suo arrivo.

E questo certamente basta, per la nostra gratitudine.

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Sardinia sunset


Sardinia sunset
Inserito originariamente da mcastellani

Proprio ora, quando finalmente l’autunno si sta facendo strada, quando il caldo afoso dell’estate è ormai mitigato… quando i bimbi tornano a scuola, i grandi riprendono il lavoro…

… Mi viene da ripensare all’estate che proprio ora si viene chiudendo; mi capita di rivedere le foto del periodo passato in Sardegna con la famiglia… e appena percepire le atmosfere, i sentimenti, i luoghi, le compagnie.

Ogni cosa si comprende meglio assieme al suo contrario, si capisce bene quando non riempie lo spazio delle idee, o lo spazio fisico, e per contrasto si portano meglio in luce i suoi caratteri, le peculiarità; ora ripenso all’estate appena trascorsa, e meglio apprezzo i bei ricordi che ho portato con me, che porto fin dentro l’autunno, mite e dai delicati colori..

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Chiusura estiva, sì ma solo in parte…

Cari amici, per i mesi estivi, il flusso di notizie astronomiche sul sito di GruppoLocale osserverà alcuni momenti irregolari di “stasi” (direttamente proporzionali alla.. lontananza fisica del curatore principale dal computer e da internet!); una periodicità più sistematica dovrebbe ritornare verso il mese di settembre.

Se desiderate non perdere gli aggiornamenti che comunque verranno inviati – appunto a cadenza squsitamente irregolare – vi consiglio di sfruttare la possibilità di abbonarsi ai feed RSS, oppure alla newsletter via Email (un mail a settimana se ci sono aggiornamenti); non dimenticate altresì che potete ricevere anche gli aggiornamenti (più link con descrizioni brevi di notizie interessanti) con il nostro account su Twitter (…eccerto, potevamo non esserci su Twitter ??)

A tutti gli appassionati di astronomia, un augurio di un sereno periodo estivo (magari condito anche con qualche osservazione del cielo notturno, aiutati se necessario da una buona mappa)  😉

Marco

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Stendi i panni… in Argentario!

Siamo tornati sabato dalle due settimane all’Argentario… Direi che pur nella “consueta fatica” di genitori, sia per me che per Paola la scelta del bungalow in un campeggio attrezzato, sia stata vincente… Eh sì, in effetti il fatto di essere in un ambiente di quel tipo ha indubbiamente favorito la socializzazione dei nostri bimbi, facendo sì che almeno un poco della loro energia venisse rivolta verso l’esterno e non solo verso i “poveri genitori” che già provati da un anno di lavoro-famiglia, cercavano di trovare dei momenti di riposo… 😉

Tra l’altro,. pensavo di inviare post più frequentemente anche dal campeggio, ma mi sono un poco impicciato con la gestione via telefonino, e dunque il mio nuovo blog è rimasto perlopiù inattivo (eh sì, ancora mi impiccio pure io con la tecnica e le “meraviglie” di questo web2.0… eppure lo dice uno che per l’età ed il lavoro che fa, ha anche vissuto in pieno l’arrivo del “web1.0” .. ehm….)

Beh per il resto, mi rendo conto che una narrazione dettagliata di queste due settimane rischierebbe di annoiare oltremodo anche i miei pochi… cioè selezionati lettori, dunque procedo per impressioni, butto lì solo qualche flesh… Ad esempio, la piccola Agnese, scatenata nella baby dance serale nel luogo dell’animazione (cioè proprio davanti al nostro bungalow…). Incredibile, non voleva tornare a “casa” fino a che non erano terminate tutte le attività dell’animazione serale, da non credersi, per una bimba così piccola! Che gusto vederla “ballare” alle canzoni – che aveva ormai imparato – tipo “stendi i panni… stendi i panni… asciuga, il sole asciuga…”

E vederla che guadagna autonomia, giorno per giorno, quando la si vede muoversi nel campeggio sicura e decisa…sì sta crescendo pure lei, indubbiamente.

Claudia che fa amicizia con una coetanea, girano sempre insieme (le amicizie dell’adolescenza…), si cercano ogni giorno… alla fine della vacanza, baci ed abbracci come si fossero conosciute da una vita…. Andrea e Simone a giocare alle loro carte magic con altri ragazzi del campeggio… E dalla posta elettronica, attraverso il telefonino, alcune belle sorprese, come i due articoli scientifici accettati, uno dopo l’altro… quello sull’ammasso globulare Omega Cen. e soprattutto quello – a cui tengo molto – dei rami orizzontali al variare dell’elio…

E che dire dell’agriturismo vicino a Talamone, con quegli spendidi gnocchetti, le specialità maremmane…. la vista panoramica sulla campagna toscana? Certo, per noi ogni scusa era buona, gli ultimi giorni, per finire a mangiare lì, la sera… ! 😉

Che dire… forse (sia io che Paola) avremmo sperato di riposarci ancora di più ma… beh non possiamo comunque lamentarci, in ogni caso!

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