Il teatro dei sogni

In questo blog non ho mai veramente trattato del mio rapporto con i libri di Andrea De Carlo, non ho mai espresso il mio amore viscerale per la sua scrittura. Forse perché è un argomento troppo impegnativo, forse dovrei scrivere troppe parole, dovrei tentare qualcosa di eccessivo, sovrastante, ingombrante.

Del resto un vero amore è sempre eccessivo, è felicemente eccessivo, esorbita allegramente e spensieratamente dagli accorti (triti e ritriti) bilanciamenti di buon senso e ragionevolezza. Che diamine. Il vero amore è sempre intrinsecamente rivoluzionario, irrompe nel mondo non con un quieto vivere ma con la prospettiva irresistibile di cambiarlo, con la speranza robusta e inestirpabile di cambiarlo in meglio.

Allora penso, ci salveranno (in caso) persone innamorate, mica quelle addette alle infinite noiose microscopiche variazioni del ciò che è opportuno, o peggio del ciò che è doveroso. Mai più saggezza mai più cantava Ivano Fossati, pronunciando probabilmente una parola definitiva al proposito, alla quale tornare almeno una volta ogni tanto. Sono i sogni quelli che muovono il mondo, ci piaccia o no: rinunciando a sognare, il nulla avanza, il mondo sprofonda nella tristissima pretesa di sapere qualcosa di sé, e di gestirla.

Comunque. C’è la parola sogni nel titolo di questo libro, e non per caso. Perché è un libro di denuncia e di sogno insieme, e le due polarità si intrecciano in modo mirabile, grazie alla perizia di Andrea (questo è saper scrivere, sissignore).

C’è la denuncia, nel libro. Anzi, la radiografia molto precisa ed insieme ironica e quasi divertita (come deve essere, in un romanzo) dei meccanismi interni di due formazioni politiche molto popolari in questo tempo: non è molto difficile indovinare qual è il riferimento preciso per il Movimento Rivolgimento e per l’Unione Nazionale. Non è difficile proprio perché nel romanzo si percorrono le modalità di esistenza ed espressione che abbiamo imparato essere proprie di quelle compagini, con una freschezza d’attualità veramente notevole.

C’è anche il sogno, nel libro. La consapevolezza profondamente ristoratrice (oggi più che mai) della necessità di sognare in grande per non far scivolare il mondo nella miseria della mancanza di speranza. Perché alla fine è questo, alla fine è il sogno – la voglia e la capacità di sognare ancora – che fa da spartiacque tra i protagonisti del romanzo. Tra il marchese Guiscardo Guidarini, Agnese e (in parte) l’assessora Annalisa Sarmani e tutti gli altri, sindaci e faccendieri e responsabili di immagine e dirigenti di partiti e cronisti d’assalto e conduttrici televisive di programmi che riverberano il nulla più patinato ed ostinato. La differenza è che i primi ancora sognano, mentre gli altri sono parecchio più impegnati a recitare un ruolo: ruolo che trattengono con i denti sopportando la moderata e misteriosa infelicità, senza farsi più domande, senza pensare di uscire dalla finzione, di gettare la maschera.

Il nuovo, sia la scoperta di un antico teatro o un accenno di consonanza sentimentale, in fondo è accessibile solo ai primi, come solo i primi fanno la storia, mentre gli altri abitano il mondo senza incidere oltre le loro convenienze spicciole. I primi, si noti, non sono eticamente migliori dei secondi se non per questa decisione di tenere aperta la porta, non chiudere i conti, non rinchiudersi nel proprio ruolo (e questo nel romanzo si capisce).

Dunque è una differenza di attitudine, non di casta o di derivazione lavorativa o affettiva o territoriale o sessuale o altro. Per questo è bello, perché il romanzo sembra offrire a tutti questa possibilità. Non è quello che fai, ma come lo fai. Se ti metti ancora a giocare con il tuo ruolo, se ti fai sorprendere e sorprendi, è quello che fa la differenza.

E la trama, la trama non la racconto perché mi pare inutile, si trova già in rete d’altra parte. E anche, per me non è così importante. Dirò solo questo, che il romanzo si impernia sulla scoperta di questo antico teatro, che in realtà è una formidabile cartina di tornasole per svelare i moti dell’intelligenza e del cuore di una serie di persone che, per i più vari motivi, gli ruotano intorno.

Quello che reputo assai più importante, è il modo di scrivere di Andrea, che a mio avviso è totalmente unico. Il modo di far affiorare i sentimenti delle persone, anche. Quel canale privilegiato che parla direttamente con il cuore, quel modo di trasmettere per cui sento una corrispondenza viva e palpitante. Certi modi di accostare le parole e usare la punteggiatura, proprio. Mi accorgo di nuovo, leggendo questo libro, che scrivere è qualcosa di infinitamente morbido, modellabile. La sua scrittura la riconosco d’istinto, non so dire perché, ma la riconosco subito. Almeno nei momenti migliori, De Carlo è completamente inimitabile. Non è questione appena di essere bravo o no, ma di trasmettere su un registro assolutamente unico.

Il senso di umanità dei personaggi, poi. Anche quelli più discutibili, mostrano quel lato umano che li fa sempre e perennemente suscettibili di riscatto: ti accorgi che dipende da loro, appunto. Che anche una cronista d’assalto come la Del Muciaro, per dire, può fare il salto, può affacciarsi alla vita vera, se vuole. E non c’è un giudizio definitivo e chiuso su di lei. Come non c’è sugli altri. Se non appena, in realtà, un poco più incastrati nel ruolo appaiono i personaggi più appaiono potenti – in senso sociale e politico – se non altro perché per loro rivestire la maschera richiede una determinazione maggiore, più serrata e precisamente collimata, che sembra lasciare meno spazio a possibili scantonamenti. Ma anche lì, alla fine c’è una descrizione di atti, un giudizio anche forte e severo, ma aperto. Niente è già scritto, e in un certo senso ogni personaggio si gioca fino in fondo, fino in fondo può scartare di binario, cambiare strada.

Poi c’è il libro che ti piace e quello che ti piace meno, chiaro. Ad esempio il romanzo precedente, Una di Luna, non mi ha catturato davvero, mi è parso (nel complesso) giocato in tono minore, ho avvertito la mancanza di un affresco più grande, di un respiro di possibilità bella. Che qui invece ritrovo, felicemente. E perciò per me questo libro ha il gusto aggiuntivo di un ritorno, di assistere al ritorno di una persona che ti è cara, che ti è cara perché ti regala questo interlacciamento con il cuore, che ti è sommamente prezioso.

Ma quello che mi fa estasiare, su tutto, è la grammatica degli affetti. La descrizione precisa e dolce, dolcemente precisa, dei moti più lievi nel cuore, è qualcosa che mi riconduce di schianto al De Carlo che più ho amato, che amo da pazzi: da quando mi sono imbattuto nella sua penna con I veri nomi, fino al culmine di quel libro assolutamente straordinario e magico che per me rimane Durante.

Lo scrissi ad Andrea, una volta. Scrissi qualcosa come il difetto dei tuoi libri è che finiscono. Per i libri che ti affascinano, c’è questo problema, infatti. Che ti dispiace uscirne. Vedi le pagine che mancano alla fine, le soppesi (o guardi la percentuale di lettura sul Kindle, che si fa implacabilmente sempre più vicina al 100%) e avverti un senso crescente di disagio, di preoccupazione. Cavolo. No, non ti va di uscire. Non ti va di uscirne fuori, ormai. Del resto, è ragionevole. Come, hai vinto le mie difese, le mie diffidenze, hai costruito un castello di parole che mi parla davvero, sento tutti i personaggi del libro, mi metto nelle loro scarpe, soffro ed esulto con loro: i moti del loro cuore diventano i miei, per il magico potere della scrittura. E dopo tutto questo, mi chiedi di lasciare, di uscire?

Istintivamente, faccio resistenza. L’ho sempre fatta, davanti ad un libro che mi catturava. Con De Carlo l’ho fatta spesso. Qui se vogliamo, è esacerbata dal fatto che l’ultimo capitolo è veramente il culmine, è una chiusa geniale di impronta prettamente operistica (e non a caso si svolge in un teatro): i personaggi tutti insieme on stage in una sequenza davvero corale che è il cardine della narrazione ed insieme il momento in cui i nodi si sciolgono e si entra in un finale tanto sorprendente quanto – a pensarci dopo – perfettamente logico.

In questa fase terminale ogni personaggio entra in scena dovendo confrontarsi ormai senza scampo con l’opzione ancora possibile, di uscita in extremis dal nichilismo. È l’ultima possibilità dove ognuno gioca veramente se stesso.

Che sogni avete? Da dove vengono? Dalle pubblicità? Da internet? Oppure non ne avete nessuno? Cosa è successo ai sogni, dove sono andati? Sarà necessaria una catastrofe collettiva, perché si riprenda a sognare? Un blocco del nastro trasportatore che ci trascina a gran velocità verso il nulla?

Nell’intelaiatura delle diverse risposte si costruisce questo finale d’opera, dove l’emozione riprende piena dignità di esistenza e si propone come architrave ragionevole del tessuto del reale. Ripartire dalle emozioni, dall’affetto.

Perché quel che muove l’affetto è vero, è reale. Questo libro mi ha avvinto, tanto che sono ancora lì con i personaggi, passeggio nei luoghi del libro. Vedo quel teatro, e il teatro della vita politica italiana. E posso anche sorriderne, perché alla fine del libro capisco che c’è qualcosa che vola alto sopra tutte le manovre da piccolo cabotaggio, le convenienze spicciole. C’è voglia di fare, di migliorare.

C’è soprattutto qualcosa di lucente che non può morire, perché è profondamente radicato nel cuore di ognuno di noi.

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Una scuola visionaria e bella

Il testo che segue è la mia introduzione al volume “C’era una volta… sei racconti per una nuova educazione” di Carla Ribichini, edito da Universitalia e di recentissima uscita. Il libro è già disponibile su Amazon oppure su IBS.
C’è qualcosa che si muove, nell’educazione. C’è qualcosa che non accetta la stasi, che rigetta la narrazione di universo stazionario come ambito in cui tutto rimane sempre uguale, niente cambia. Ci sono ancora persone disposte a scommettere tenacemente sul cambiamento e sull’educazione. E che investono su progetti, anche di lungo respiro, anche rischiosi. Tutto questo, per esporre i più giovani ad una prospettiva nuova ma oltremodo necessaria, dove si possano sentire accolti come persone e non semplicemente come oggetti, numeri, entità disincarnate, destinate al mero assorbimento di un flusso più o meno articolato di nozioni.

C’è qualcosa che si muove, anche adesso. Scrivo da dentro un tempo sospeso, il tempo della pandemia, l’epoca imprevista di un virus – un microscopico parassita biologico, il COVID 19 – che è riuscito a “congelare” un mondo forse troppo in corsa, forse troppo in fuga da sé stesso. E a metterci davanti alla domanda sul senso del nostro vivere, oltre le corse quotidiane con le quali avevamo anestetizzato, perpetuamente rinviato tale domanda. La domanda di senso, l’unica domanda che restituisce quella speciale dignità dell’essere umano, che si misura con la vastità del cosmo e con il senso dell’esistere, dell’essere di tutte le cose.

I poeti lo sanno, da sempre. E’ utile rivolgersi a loro in questo caso. “Come vivere? – Mi ha scritto qualcuno a cui intendevo fare la stessa domanda. Da capo, allo stesso modo di sempre, come si è visto sopra, non vi sono domande più pressanti delle domande ingenue” scrive Wislawa Szymorska.

Il punto di svolta a cui ci chiama quest’epoca, è esattamente questo. Ritornare alla ricerca del senso di tutto, senza la quale ci muoviamo sulla superficie del reale, senza entrare nelle cose veramente. Restiamo prigionieri dell’ego, senza attingere al Sè più profondo, che si nutre di questa ricerca.

C’è qualcosa che si muove, in questo tempo. Che usa di questo tempo per investigare più a fondo, per trasformarlo alchemicamente in un’occasione di crescita umana. Qualcosa in noi ci dice che il dolore non ha l’ultima parola. Il fango può sempre trasformarsi in oro. Tutto serve.

Carla Ribichini è tra chi sceglie di non subire passivamente questo tempo così strano, di non abbassare la soglia del desiderio. Proponendo di vedere questo strano presente come un tempo di raccolta, prima ancora che di pianto. Questo libro è l’appassionata testimonianza del suo lavoro con gli alunni, che fiorisce da questo desiderio indomito. Percorrendone le pagine, scevre di ogni sterile analisi e dense di esperienza umana, possiamo assaggiare frutti davvero gustosi, frutti che ora più che mai devono aiutarci a vivere, a profumare anche queste giornate così strane, trascorse – per molti – nella reclusione domestica, ad immaginare un futuro quando la tentazione sarebbe proprio nella triste rinuncia ad immaginare, a sognare.

Lo fa adesso, Carla, raccogliendo saggiamente i frutti di un lavoro luminoso, che in questo periodo di oscurità rifulge ancora di più, e ci dona speranza. Una speranza che si comunica, si espande per sua natura, e che sono certo raggiungerà intatta i lettori del libro. La speranza non vuole mai rimanere confinata. La speranza è un fenomeno espansivo, è in un certo senso virale, per propria indole. Farci contagiare da essa ci immunizza da una ampia serie di patologie, psichiche e probabilmente anche fisiche. Siamo fatti in questo modo, funzioniamo a speranza.

Vorrei anche far notare come questa sorta di ribellione gioiosa conservi una sua profonda carica sociale e politica. Tornare ad immaginare, ci rende individui molto più solidi e robusti, capaci di riprendere un ruolo di partecipazione attiva nell’agone sociale. In grado cioè di rivendicare un ruolo di protagonisti, e non appena di elettori, o consumatori. Chi immagina, chi sogna, chi lavora per un futuro di inaudita bellezza, non è facilmente controllabile. Lo sappiamo bene, è solo la rassegnazione che ci rende pedine nelle mani dei potenti di turno. L’idea perniciosa che non cambi mai nulla, la ricaduta pesante nel modello di universo stazionario, in senso fisico e psichico. Invece, chi mette le mani in un filone d’oro, chi si nutre ad una prospettiva indomita, ad una speranza che non muore, finisce che il mondo lo cambia davvero. Lo cambia quasi senza volerlo, lo cambia ad ogni respiro, con la sua sola presenza. Lavorare ad un soggetto nuovo nel mondo, un collettore cosmico di speranza e fiducia, è la cosa più rivoluzionaria che possiamo concepire.

L’ambito educativo è certamente quello privilegiato, ed insieme il più sfidante. Conosco molte persone, molti insegnanti, che si rischiano in questo ruolo. Lo fanno quotidianamente, silenziosamente. Senza onori o compensi addizionali. Con semplice passione. Per qualcosa su cui non è sbagliato, una volta tanto, spendere la parola vocazione.

Davanti a questo, allora, il pericolo per noi, è non accorgerci. E’ lasciarci prendere dall’idea appiccicosa e sterile, che tanto non cambia mai niente. Rientrare quieti e rassegnati nel ruolo di spettatori, anonima platea telecontrollata che non attende, non sogna, non spera. Idea pericolosa, falsa e pericolosa. Perché rafforza la stasi, la permanenza in stati di bassa energia, di scarsa creatività, di speranza ridotta. Di vita a freno a mano tirato. Quando l’alternativa, invece, esiste.

L’alternativa va coltivata, come possibilità quotidiana. Questo libro che avete in mano, è vivo e pulsante come un esperimento in corso. Un esperimento che rientra in questo filone virtuoso, significativamente chiamato La Scuola Visionaria.

Come recita il progetto stesso

L’educazione visionaria è quella che sperimenta nuove pratiche, progetta e crea percorsi in cui gli aspetti cognitivi e quelli educativi non sono mai vissuti separatamente, ma si intrecciano continuamente.

L’esperimento ha un tempo e un luogo, come ogni esperimento che si rispetti. Il tempo è quello presente (ma non solo, le radici sono ben sviluppate e si estendono felicemente indietro), il luogo è l’Istituto Comprensivo Corradini (Vermicino, comune di Roma).

Ed è un esperimento relazionale per sua natura. Coinvolge ed integra altre competenze, chiama altre persone in officina. Io stesso, sono intervenuto diverse volte nel loro pregevole laboratorio, per dialogare di scienza e poesia. Incontrare i ragazzi, ma anche gli insegnanti e i genitori, è stata ogni volta un’avventura luminosa che si rinnovava fresca ad ogni occasione, un modo per comunicare a livello profondo, in un clima di attenzione e di rispetto raramente reperibile altrove.

Da astronomo, il mio mestiere è studiare le stelle e l’universo che le contiene, e mi piace raccontarlo, raccontare quello che scopro e quello che il mio lavoro mi porta a pensare. Devo confessare con stupore che in tutte queste occasioni l’attenzione e il coinvolgimento, sono stati realmente gratificanti. Ragazzi, insegnanti, genitori, nelle diverse occasioni, hanno accolto la proposta e accordato la loro vibrazione essenziale all’idea di ritornare ad imparare, ritornare a pensare ad un universo “morbido”, per imparare a guarire. Perché ogni visione rinnovata dell’uomo e del cosmo, è in realtà una guarigione.

Capisco che c’è del materiale umano formidabile, che non possiamo perdere, disperdere. Ogni persona in formazione è un universo di bellezza che si deve schiudere, deve aprirsi e interagire con altri universi, dispiegare con fiducia il suo profumo, il suo colore unico, irripetibile. Lavorare per questi universi in evoluzione, porsi a servizio di questa crescita, è la cosa più bella.

Ma vorrei aggiungere, non è solo quello.

E’ stata forte in me la sensazione di venire invitato all’opera in un campo che è già stato sapientemente coltivato, pazientemente arato, sistemato. Capisco che c’è un lavoro degli insegnanti, dietro tutto questo, un lavoro non di oggi, ma di tanti giorni, tante occasioni. E certi insegnanti, sono eroi: lottare contro lo scoraggiamento, le difficoltà personali, le condizioni spesso precarie in cui si trovano ad operare. Lottare per donare ai ragazzi qualcosa, una speranza, un riposo nuovo. Qualcosa che si potrebbero portare dentro, per la vita. Riprendere forza ogni giorno, per guardare ogni ragazza, ogni ragazzo, nel modo in cui chiede di essere guardata. Non come numero, non come produttore di (presenti o future) prestazioni, ma come persona. Posso chiamarli eroi, senza retorica.

Ma lo dicono anche i ragazzi (cito dal libro La scuola visionaria, firmato da Carla, che trattiene in modo efficace alcuni preziosi segni dell’opera)

Gli insegnanti sono eroi perché ci trasmettono la sapienza del mondo. Ci insegnano la poesia letteraria e quella corporea che colma il vuoto interiore riempiendolo di gioia. Sono eroi, ma non quel tipo di eroi con la calzamaglia e i super poteri… il loro potere è quello di incantare gli alunni con la voce del cuore. (Ivan)

Ed ancora

Lo studente cerca negli occhi degli insegnanti la certezza che la sua vita sarà perfetta o quasi. Gli insegnati sono balsamo quando nei nostri cuori c’è aria di tempesta, sono gentiluomini che custodiscono la nostra vita e si dedicano a noi con amore (Elisabetta).

Tanto altro si potrebbe estrapolare, ma questo, nel candore delicatissimo e commovente di cui sono capaci solo i ragazzi (e chi realmente torna bambino, facendo proprio il monito evangelico), è già sufficiente per definire uno spazio di azione, ed insieme un senso compiuto a questa opera in corso.

Che è un’opera grandissima, da condurre dunque con grandissima umiltà. Perché si tratta appena di questo, di mettersi a servizio di qualcosa, di un’idea presente, di una presenza, di una bellezza che investe l’uomo e lo rende sempre irriducibile a qualsiasi logica di mercato. Gli regala una rinnovata dignità.

Qui, solo qui, scienza e letteratura si possono incontrare, nella declinazione — anche balbettante — di un nuovo universo, dove l’uomo torna al centro di tutto, riprende possesso di tutto, ma finalmente in modo nuovo. Del resto, “Viviamo immersi in uno sconfinato oceano di energia. Ma questa energia, in definitiva, è nostra non per dominio ma per invocazione” ci dice Thomas Berry

Tutto ritorna nostro, nell’atto in cui apriamo le mani, invochiamo, lasciamo andare. Stiamo imparando un nuovo modo di stare nell’universo, un modo bello e nuovo che abbiamo il compito di trasmettere, a chi fa il cammino della vita, appena dietro a noi.

Perché così tutto torna, può tornare, più umano.

Qualcosa di così bello, per cui vale la pena affrontare il rischio. Per cui vale la pena, dedicare ogni sforzo. Per cui vale la pena, sopportare ogni pena.

Sempre dal libro citato, imparo che una scuola animata da idealismo ed amore visionario esercita un potere che rimane per tutta la vita e la trasforma.

A quale ideale più bello, più santo, potremmo mai pensare di dedicarci?

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Solo la (tua) vita, convince

Devo ammettere che all’inizio ero anche un poco perplesso, approcciandomi al volume “La vita è l’opera“, una autobiografia di Marco Guzzi, ideatore dei gruppi Darsi Pace (con i quali lo scrivente entrò in contatto ormai diversi anni fa). Essendo dichiarata come autobiografia, il timore di una operazione con una certa dose di connotazione narcisistica, devo dirlo, mi è inizialmente affiorato alla mente. 

Abbiate pazienza, con me. Non avevo ancora capito (e qui mi permetto un gigantesco spoiler) che avevo tra le mani uno dei pochi libri che si possono davvero leggere, adesso.
La faccenda, se vogliamo dirla tutta, è che il sottotitolo – come capisce ogni lettore dopo aver voltato anche un modesto numero di pagine – è fondamentalmente una balla.
Sì care Paoline, stavolta avete barato: giunti al ventunesimo volume della gustosissima collezione Crocevia (le cui variopinte copertine formano adesso una allegra adunanza di colori, nello scaffale), chissà come mai, ma l’avete fatta sporca. Il sottotitolo, una biografia è chiaramente una deviazione dalla verità, non ci sono scuse. 

Una felice deviazione, dovrei aggiungere a questo punto. Una sperticata sottovalutazione, nel complesso.
Perché è ben di più di una biografia, ed al contempo (come vi dicevo poco fa) è l’unico modo possibile, adesso, per ragionare su alcuni temi importanti, mantenendo alto l’interesse di chi legge. 

Perché l’autobiografia è così avvincente, adesso? Perché proprio adesso, in questi tempi estremi, abbiamo bisogno di testimoni, non appena di incontrare verità disincarnate. Il fatto che tutto l’argomentare sia innestato su una vita reale, che sia non appena proclamato ma vissuto, rende le cose più vere, le rende potenzialmente vivibili anche per noi. Le rende esattamente, una proposta per noi.

Quello che disse Luigi Giussani già negli anni Novanta parlando ad un gruppo di responsabili del suo movimento, risuona oggi di una attualità quasi sconcertante, «Il grande problema del mondo di oggi non è più una teorizzazione interrogativa, ma una domanda esistenziale. Non: “Chi ha ragione?”, ma: “Come si fa a vivere?”».

La cosa stupefacente, per me, è capire come questa frase oggi, proprio in questi giorni, si possa prendere alla lettera, anzi che lo si possa fare soprattutto oggi: sì oggi, barricati in rifugi domestici per il virus, chiusi in ambienti fisici (e spesso mentali) ristretti, desiderosi quanto mai di una finestra di apertura, di un punto di fuga che però non sia una diversione sterile, ma sia piuttosto un radicamento, forte, in cose che contano, in poche grandi cose (per dirla ancora con Giussani). Ma per carità, in un modo vivo e fresco, di nuovo finalmente vivibile, gustabile, direi quasi spalmabile sulla pelle. Respirabile, se volete. Insomma, molto concreto. 

In fondo è la rassicurazione robusta e lieta, del si può vivere così che ci serve, in questo periodo. Non ci serve veramente altro. Dice Guzzi in un altro testo (e lui sa che mi piace da matti), che noi esseri umani “non abbiamo bisogno di molto altro, ma solo di infinita consolazione” (per il dettaglio, si trova adesso all’apertura del volume “Facebook, il profilo dell’Uomo di Dio”). Ed allora, facciamola corta. Basta con i discorsi. Solo di questo abbiamo bisogno. Infinita consolazione. Di verità disincarnate ed astratte, di speculazioni intorno ai massimi sistemi davvero non sappiamo più cosa farne. 

Non sappiamo che farne perché non ci sono utili, non ci aiutano più, perché ormai la nostra coscienza moderna, la nostra potenziale consapevolezza – ci piaccia o no – è oltre l’asfittica disamina di torti e ragioni, di istruzioni per l’uso della vita che non abbiano sangue e carne, dentro. E’ inevitabilmente, storicamente oltre, e nessun ritorno indietro è più tollerabile. Soprattutto ora, che siamo stanchi di giochetti dialettici, che i giochetti dialettici sono fragorosamente saltati in aria, spazzati via finalmente, da questa infausta ed inattesa emergenza sanitaria.
E per inciso, se dopo, si tornasse come nulla fosse, alla contrapposizione dualistica di torti e ragioni, al combattimento fragoroso ed inutile delle mille opinioni, rimbalzate da un pagina di giornale ai social e viceversa, beh avremmo davvero perso una occasione. Che è presente, senz’altro presente, pur in mezzo a tanta sofferenza. 

Che poi se vogliamo, non c’è che da riscoprirla questa verità, in fondo non c’è da inventarsi nulla. 

Perché questo è anche il centro del messaggio cristiano, come evidenziato nel libro: nessuna verità disincarnata, la verità è una Persona. Lo ripetiamo da millenni, ma forse non l’abbiamo ancora ben capito, nel complesso. Meglio, non abbiamo assaporato tutta la aerea, sconfinata benefica larghezza ed inedita spaziosità di questa posizione, sempre nuova. Ma addentrandosi nel testo, questo si può anche non capire chiaramente, o non capire subito, e il fascino ti raggiunge ugualmente. Non ci sono ulteriori concetti da mandare a memoria, ci sono – Deo gratias! – cose che accadono.
Non è appena chi ha ragione che ci interessa, ma come si fa a vivere, perché la faccenda è questa, nel periodo presente, ogni sistema astratto che ci appagava tanto (in apparenza), è semplicemente saltato. Così è un aggancio biografico che appena ci può interessare, adesso. Così questo libro – e certamente altri, sullo stesso registro – oggi ci interessa particolarmente. O meglio, solo questo tipo di libri oggi si può realmente leggere, come saggio. 

Certo ci sono i romanzi, un buon romanzo attraversa i tempi ed è fruibile in ogni situazione. Ma come saggio, ecco, siamo qui, questo è ciò che è possibile leggere. Nessuna trattazione formale oggi regge. Questa sì, perché una vita è lo specchio di mille vite, ogni vita è una proposta alla nostra vita. 

Un libro esattamente per questi tempi, dunque. Sono tempi estremi, in cui solo una verità incarnata, una verità vivente, una verità non di concetti, ma di sangue circolante, ci può prendere.
Perché adesso ogni ulteriore diversione, deviazione, è semplicemente intollerabile. E allora si attraversano i temi eterni della cultura, della fede, della tecnica e dello sviluppo dell’uomo, della felicità e della politica, del matrimonio e della sessualità, della psicologia e del rinnovamento nella Chiesa, della morte e della creatività ma in modo ancora possibile, in modo ancora felicemente, carnale.

Ed è un piccolo ma robusto inno alla gioia quello che ne deriva, capace di ristorare e rincuorare il lettore smarrito di fronte agli eventi, donando un senso e una direzione, ragionevoli e (nonostante tutto) gioiosi, perché alla fine – fatemi dire così – non si tratta della vita di un tizio, che puoi conoscere o meno, puoi aver incontrato o meno. Non si tratta di essere esposti ad altre nozioni, a dotte speculazioni, riguardo la biografia di Marco Guzzi, riguardo i gruppi Darsi Pace, riguardo a questo o quello. Non sono ennesimi appigli perché tu “ti faccia un’idea”, metta un’etichetta alla cosa e passi avanti. 

No, ed è questo il bello. Alla fine capisci che si tratta della tua vita, e l’abilità semplice e potente di chi intervista (Francesco Marabotti) e chi racconta semmai, è sul rimanere ancorati a cose concrete di una vita, che scopri con piacere che riguardano direttamente la tua, di vita.

E la ristorano di una proposta, salutare.

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L’infinito di stelle

Così si chiama la bella canzone che apre l’album (straordinario, epico, mirabolante, destinato a restare) Mina Fossati, ed questo infinito di stelle mi torna in mente, mentre rifletto sui primi capitoli del libro di Amedeo Balbi, L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo.  
Sì perché mi sembra proprio questo, mi sembra che ci sono cose a cui praticamente, non pensiamo mai. Nonostante siano cose enormi, siano questioni che definiscono e rinormalizzano la nostra stessa posizione nel mondo. Il modo in cui pensiamo e ci pensiamo, nel (nostro) universo. E non può essere che tutto questo non abbia impatto, in qualche modo –  anche involontario e irriflesso- sulla nostra vita quotidiana, su come ci rapportiamo agli altri, su come carezziamo il cane o nutriamo il gatto, sul modo in cui pensiamo al prodigio della nostra nascita, al mistero della nostra morte.

Le stelle non sono infinite. E per questo, ognuna di loro è speciale…
I primi capitoli del libro di Amedeo, trattano proprio di cosa c’è intorno. La grande questione, se siamo dentro un universo infinito, magari sempre uguale a sé stesso nel tempo e nello spazio (principio cosmologico perfetto, come si dice tra gli addetti ai lavori), oppure se quello che c’è intorno a noi è quantificabile, misurabile, è definito in termini di massa presente, di spazio occupato.
Io direi, davvero, che fa tutta la differenza del mondo. 
Certo oramai lo sappiamo – non ci spendo molte parole – che lo scenario cosmologico oggi comunemente adottato è quello del Big Bang, un “momento iniziale” da cui è derivata ogni cosa del nostro mondo fisico. Il quale, appunto, è finito (anche se non necessariamente limitato) derivando proprio dall’espansione – sia pur accelerata – di quel momento esplosivo (diciamo) al tempo “zero” del nostro universo. Abbiamo ormai accumulato una grande serie di dati che confermano questo scenario: sempre il nostro Amedeo, ne parla in modo interessante in uno dei suoi video.

Ma a parte i dettagli, andando dritto alle implicazioni filosofiche di questa teoria: un tempo iniziale, uno sviluppo, definisce molto limpidamente un prima e un dopo, il che si presenta come una irreversibile infrazione del principio cosmologico perfetto, che pure ha tenuto banco per molto, molto tempo. 

Come descritto nel bel volume di Amedeo, perfino Einstein si oppose al Big Bang: di fatto, perfino un fisico “moderno” come lui affondava le sue convinzioni nell’antico (e tenace) presupposto di un cosmo sempre uguale a sé stesso, in ogni tempo e ogni posizione. Quel presupposto che un universo in espansione (come crediamo sia il nostro) manda completamente a gambe per aria.

E rifletto su come sta cambiando il nostro modo di pensare, come ci stiamo adeguando a quanto ci dice la scienza.  O meglio, al modo in cui il cosmo risponde – oggi – alle nostre domande. Anche se avviene tutto molto, molto velocemente, ci stiamo adeguando. Difatti, non riesco a pensare davvero ad un universo infinito pieno di stelle, mi sfugge proprio, mi sfugge da ogni parte. L’idea di materia infinita è qualcosa che la mia mente non riesce ad afferrare, esulando da ogni esperienza sensibile.

Forse allora il Big Bang con la sua quantità finita di materia ed energia, è una cosa a noi più congeniale. Più ancora di quell’universo non solo illimitato ma anche infinito, pieno di stelle, di un infinito di stelle che propagandosi in ogni direzione sempre uguale a sé stesso, alla fine sfugge completamente ad ogni rappresentazione mentale convincente.

Ma poi se le stelle fossero infinite, sarebbero così tanto preziose? Così belle? Le stelle, le galassie, mi sembrano tanto più mirabili se penso che sono tante, tantissime, ma sempre numerabili.

Nell’infinito di oggetti, ogni oggetto conta zero, alla fine. Di oggetto come lui ce ne sono senza limiti, la sua esistenza è inessenziale. Nel nostro Universo, invece, ogni cosa (sia un essere vivente, una galassia, un pianeta, una luna) conta. In modo infinito, direi. Proprio perché non è l’infinitesimo componente di una serie. Proprio perché è unico. 

Ed essendo unico, arricchisce l’universo in modo specifico.
Un arricchimento di importanza decisiva.
Probabilmente, infinita.

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Le cose semplici

Non è un libro che si legge in un fine settimana, questo di Luca Doninelli. Ci vuole di più, parecchio di più, per attraversare da capo a piedi Le cose semplici. E’ un libro che richiama potentemente il valore della lettura. E non potrebbe essere altrimenti, con le sue 836 pagine (io non me ne sono troppo accorto, perché ho affrontato la versione Kindle, ma tant’è). 
E attenzione, vi avverto che non azzarderò una recensione vera e propria, ne sarei assolutamente intimidito. Ce ne sono, di recensioni, e a quelle senz’altro rimando. Io voglio annotare solo qualche impressione, soggettiva, umbratile, provvisoria. Però, sincera. 
Non è troppo facile, perché questo è un libro che esonda da tutte le parti. Del resto, ogni opera propriamente artistica ha questo di bello, non si lascia facilmente incasellare, definire. Ci si trova infatti davanti ad una sostanziale, salutare impotenza, visto che il linguaggio ordinario non è in grado di scavare a fondo, esaurire il materiale, definire con precisione. Perché il linguaggio ordinario, i principi ordinari di comprensione, di non contraddizione, di logica e perimetrica delimitazione, non funzionano più, vanno del tutto fuori giri. E questo è un bene, vuol dire che ci troviamo di fronte a qualcosa che merita. La mediocrità, infatti, è sempre facilmente definibile dal linguaggio normale, perché lei stessa non ha quel di più che trascende tale linguaggio. Qui è diverso, sostanzialmente diverso. 
Che poi la trama già è difficile, da definire in poche parole. E’ in sostanza la storia di una ricostruzione, potremmo dire. Sì, una lenta e fiduciosa opera di ricostruzione del tessuto sociale, di costruzione nuova di una possibilità di futuro, di una rinnovata architettura di speranza. 
Si ricostruisce, dopo il quasi azzeramento di una civiltà che non crede, non spera, non rischia, e perciò si rattrappisce, si ritira, si dissecca. Lascia il campo al nulla, nella misura in cui non ama, non palpita d’amore, non mette al centro l’innamoramento, la domanda inesausta del cuore di essere compiuto, felice. 
E difatti, non per caso, l’opera di (ri)costruzione viene di pari passo con lo sviluppo di una storia d’amore, di una storia che attraversa il tempo come ogni vera storia d’amore è chiamata a fare, che stende un tessuto connettivo di comprensibilità sulla devastazione sociale nella quale si snoda, che si impasta degli umori e delle debolezze dei protagonisti. Così è la storia di Chantal con Dodò, una storia intorno alla cui irresistibile verità anche le circostanze più avverse si arrendono, si aprono e si armonizzano, naturalmente senza elidere quella chiamata alla pazienza e al sacrificio che è così tipica – ci piaccia o no – delle cose semplici, delle cose vere. 
Fatemelo dire. Già leggerlo, è una avventura. Al giorno d’oggi, abituati al frazionamento di gesti, pensieri, azioni e decisioni, in un microcosmo sottile e mutevole di piccolissimi universi da consumare nell’istante, affrontare i tempi lunghi di un libro così, è una sfida. Un libro così è una lotta. Non si domina, infatti, ma si viene di fatto (piano piano) dominati. Non si racconta, ma si viene raccontati. Se però ci si arrende: questa resa è necessaria per entrare nell’opera. Solo con questa resa è possibile entrarvi. Un libro così, ti dice io ti devo raccontare, devo anche raccontarti, ma tu devi fare silenzio prima di tutto. Ed è una lotta, una vera lotta perché tu no, d’impulso tu non vorresti affatto fare silenzio, infatti tu sei pieno di cose da fare e di tante opinioni e giudizi da elargire, di situazioni da sistemare e sei normalmente pieno di fretta di far tutto questo, ma un libro così ti dice intanto ed innanzitutto, siediti e aspetta. 

Dunque l’avventura è aprirsi, fare silenzio, ascoltare. E la voce del narratore è solida, consistente. Mantiene quello che promette (e un libro di più di ottocento pagine promette molto, ed è impegnativo poi mantenere). Ci sono momenti che vai avanti a fatica, momenti in cui proprio lasceresti perdere, ti chiedi anche perché hai iniziato un libro così. Io mi sono anche fermato e ho letto altri libri, per non posticiparli troppo, cosa che forse non si dovrebbe fare. Ma poi ho ripreso. E ho trovato momenti assolutamente puri, limpidi, momenti di dialoghi fulminanti e frasi che ti stordiscono, proprio ti stordiscono, per quell’accento alla struttura luminosa del reale, che non lo capisci a fondo ma quando lo trovi, se lo trovi, ti ci attacchi tanto è bello, importante, definitivo. 
E in fondo questo libro parla soltanto d’amore. Ma è ovvio. Non sarebbe tollerabile un viaggio per centinaia di pagine, se non parlassero d’amore. Nessuno sano di mente, potrebbe sopportarlo. E di Parigi. Il racconto dell’innamoramento tra Dodò e Chantal è anche il racconto di una dolcissima Parigi, narrata con morbidissima precisione, fino ai crocicchi delle strade, fino al dettaglio più minuto, importante perché investito di una storia d’amore, che dona a tutto una dignità incredibile, che restituisce a tutto la sua specifica dignità d’esistenza. Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa avvenimento nel suo ambito diceva Romano Guardini
Che poi, una storia d’amore che non contempli Parigi, in qualche modo anche remoto anche celato anche indiretto, non è credibile, non è vera. Ma questo libro mi richiama e mi ricorda, in una fitta trama di rimandi anche sottesi, lievissimi ma tenaci, un grande capolavoro come I promessi sposi. Che infatti, non a caso, vengono citati nel romanzo. Il manoscritto manzoniano è sostituito da una serie di quaderni. E la peste qui è, in chiave moderna, questo disfacimento nichilista della trama del reale. Identica è la chiamata all’opera di ricostruzione, in fondo. Identica l’urgenza, morale nel senso opposto a moralistico, ovvero nel richiamo alla necessità della gioia. 
In fondo questo libro parla solo d’amore, appunto. E di Parigi. E di Dio. Sì perché è anche una lunga e articolata lotta (nel senso di Giobbe) con Dio, con l’urgenza di capire come e perché Lui incontra la nostra storia, di cedere alla prospettiva pazza e sconvolgente di un Amore, totale. 
Dunque alla fin fine il libro parla di una cosa soltanto. Per questo in fondo le cose sono semplici, anche in una articolazione così lunga. Perché parla di quello che coinvolge il cuore, di quello che lo definisce e prende sul serio la trama profonda dei suoi bisogni, dei suoi desideri. 
Prendere sul serio un bisogno, prendere sul serio la sete di verità e compimento, che risiede nella parte più sacra del cuore umano. Questo distingue l’arte dalla chiacchiera, dal fatuo riempimento di tempo. Da questo, come nel libro, possiamo partire per ricostruire l’umano, in noi e tra di noi. 
Così che le cose tornino semplici, davvero. 

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Il bello e (soprattutto) l’utile, nel testo digitale

Mi fermo volentieri sopra un articolo apparso su Kobo News (d’accordo, non un punto di vista esattamente imparziale sull’argomento) a firma di Enrico Pitzianti, perché si pone in modo un po’ diverso rispetto alla vulgata corrente, sul fatto che la lettura su carta sia per molti aspetti, migliore o più “appagante” rispetto a quella che si può fare sui dispositivi digitali, come un lettore ebook. 
E’ pur vero che in un certo senso, anche su questo blog, si è aperta qualche concessione alla specifica modalità della lettura su carta, cosa che non si intende ritrattare adesso. 
Leggere in digitale apre un mondo nuovo, ma non così sconfinato come sembra…
L’articolo è interessante perché si muove nell’ambito del pensiero complesso, che tiene conto della potenziale diversità dei fattori in gioco, della loro irriducibile variabilità. Ovvero, dire che un libro cartaceo “è meglio” semplicemente, è una semplificazione ormai inaccettabile. Dovremmo piuttosto dire che va visto, caso per caso. 

Un buon libro di solito viene con una copertina interessante, un titolo non banale, un packaging non troppo sciatto, ci fa presagire che ci sia qualcosa che vogliamo leggere, che ci interessa o ci serve sapere. Eppure i controesempi non si contano..

Il problema è tutto nel rapporto tra il contenitore ed il contenuto, e nel capire in che misura esiste e si sviluppa questo rapporto, in che percentuale questa fitta trama di scambio influenzi la fruizione del libro stesso. Abbiamo svincolato queste due entità, d’accordo: ma dobbiamo ancora abituarci alla faccenda. Ed è comprensibile, perché per secoli e secoli, il libro è stato definito, pensato, sognato, amato, nella sua (apparentemente) inscindibile unità di contenitore e contenuto, per l’appunto. 

La faccenda è sempre quella, volendo. E’ che noi rimaniamo abbastanza indietro alle nostre stesse innovazioni. Ideiamo delle cose nuove, è vero. Ma poi fatichiamo per assimilarle, per renderle davvero nostre, davvero parte integrante del nostro vivere. Ci vuole tempo per assimilare davvero un cambio di paradigma, e non appena, subirlo. 
Una cosa che a mio avviso rischia di essere fraintesa, invece è la considerazione riguardo la varietà dell’offerta digitale, 

sul digitale ci sono milioni di libri, spesso rarissimi o del tutto introvabili..

Purtroppo questo è vero appena in parte. Di fatto, moltissimi bei libri, ormai introvabili su carta, non sono mai stati trasportati in digitale, semplicemente perché nessuno ne ha mai rintracciato la convenienza. Sarebbe veramente bello disporre della maggior parte dei titoli mai prodotti e diffusi, nel formato elettronico, ma semplicemente questo non è. 
E probabilmente, non sarà mai. 
Questo è davvero un mio cruccio. Mi piacerebbe poter archiviare in digitale (e riprendere dunque in ogni momento) libri che ho incontrato nella mia vita e mi hanno dato qualcosa, o più di qualcosa. Magari in quel momento, per quel me stesso che ero, mi parlavano in modo particolare. Sicuramente libri con i quali ho intessuto un rapporto denso, saporito, pieno. Chessò, un romanzo tipo La cosa buffa di Giuseppe Berto (uscito nel 1967), oppure un saggio tipo Perché la vita è meravigliosa di Giovanni Martinetti (dato alle stampe nel 1978), tanto per dirne un paio tra i primi che mi vengono alla mente. 
Ora, a parte che – come una veloce indagine può testimoniare – questi due testi sono difficilmente reperibili anche come libri nuovi, non risultano assolutamente disponibili in alcuna versione digitale. Semplicemente, non sono, per quanto riguarda l’editoria elettronica. E siccome sono passati molti, molti anni dalla loro pubblicazione, è lecito temere che se non sono stati trasferiti in digitale finora, probabilmente non lo saranno mai. 
Questo introduce, in effetti, una seria preoccupazione di perdita di patrimonio conoscitivo. Sono testi (questi sono appena un esempio, ovviamente, potete fare varie prove con i libri per voi più fidati) fuori dall’ambito della archiviazione di conoscenza per riversamento in digitale. Temo questo, che man mano che l’abitudine a preservare i libri cartacei verrà vista sempre più come desueta, la probabilità di perdita di informazione secca, sarà destinata ad aumentare. 
Quindi, tornando a noi: è vero che ci sono moltissimi libri in digitale, milioni addirittura. Ma è altrettanto vero che tantissimi libri di valore aspettano, a volte con assai poca speranza, di rientrare in vita con l’immissione nel circuito digitale. 
Questo, non può essere lasciato solo alla libera iniziativa degli editori, che (giustamente) puntano al profitto. Questa operazione di conservazione e valorizzazione, dovrebbe fare parte di una opera di passaggio al ditigale effettuata senza scopo di lucro e supervisionata da persone di cultura, con lo scopo unico (e lodevolissimo) di preservare il sapere.  Esistono, certo, strumenti come Google Libri, ma c’è da chiedersi se possono (per vari vincoli di diritti o per altro) veramente essere la via per colmare queste lacune. 
La possibile risposta, ma c’è tanta varietà sui digitale, scegli qualcos’altro ultimamente non regge: e questo, proprio per quello che dice l’articolo, in chiusura,

ciò che conta non è leggere, ma cosa si legge.

Preservare la possibilità, per tutti, di dire voglio leggere esattamente quel libro (perché nel mio percorso ora mi serve questo, per studio, per mille altre ragioni), vuol dire preservare una grande libertà, per tutti.
Al di là delle valutazioni sulla differenza di stili di lettura, il digitale forse – come sua intima, anche se negletta vocazione – è chiamato proprio a questo.

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Viaggio nel Sole…

E’ un piccolo viaggio nel Sole, quello che viene proposto in questo volume. Un viaggio che per chi scrive è iniziato diverso tempo fa, e si è concluso giovedì scorso, con l’uscita del volume in edicola, in connessione con il Corriere della Sera
 
Ora è qui, è solido, è concreto. 
 
E’ bello vederlo, sfogliarlo, pensare che tutto sommato ne è uscito un bel lavoro. Certo, un libro così è un lavoro di squadra, essenzialmente. C’è chi scrive (lo stesso che scrive le righe che ora state leggendo), e sceglie le (tante, tantissime) fotografie. Ma poi c’è chi fa il paziente lavoro di interfaccia con l’editore, e chi cura la grafica, la disposizione delle foto, la revisione del manoscritto, l’impaginazione, e tante altre cose, che sono piccole solo in apparenza.
 
Di questa avventura ne parlo un po’ più diffusamente su GruppoLocale (visto l’argomento astronomico, mi sembrava il posto adatto), ma non mi andava di lasciar passare la cosa senza che sporcasse un po’ di sé anche questo ambiente, che è quello mio più personale, in un certo senso più intimo, anche se aperto al mondo (interessante questa polarità, poi, questo lavoro continuo e non sempre facile, di verità nel raccontarsi davvero e di fiducia nell’aprirsi).
 
Grazie ad Umberto Genovese, per la bella immagine! 
Insomma è bello sfogliare questo libro, ora che è compiuto. Ricordando gli affanni, i momenti di crisi, quelli di esaltazione, e capire che soltanto l’applicazione paziente, l’adesione (tentativamente) umile a quel che c’è da fare, ha reso possibile che un’idea, un sogno, si trasformasse in un pezzo tangibile di realtà.
 
Il volume è l’undicesimo della seria Viaggio nell’Universo e fino ad oggi che scrivo, dovrebbe essere reperibile nelle edicole. Altrimenti almeno per un po’, lo potete trovare dentro il negozio online del Corriere, insieme ovviamente con gli altri volumi. 
 
Più di tutto, questo credo di avere imparato. Che le cose si possono fare, si possono realizzare. Grandi e piccole (che poi, ogni scala è relativa), anche cose piccolissime che nessuno vede, che sono spesso più grandi di tante visibili, per chi le fa, per la sfida che ha dovuto affrontare, le paure e le esitazioni che ha dovuto superare. 
 
Le cose si possono fare, io le riesco a fare (perfino io ci riesco), tanto più ci riesco, quanto imparo a dimorare nella domanda più che nella pretesa. Non è facile, è un lavoro sporco contro l’inclinazione spontanea, contro la continua deriva momentanea – un lavoro a volte aspro, quasi sempre faticoso. Ma a questo regime di frequenza, la risposta arriva, mi sento di dire, arriva sempre. 
A volte nei modi che non mi aspetto, ma arriva.
 
Un’evidenza, a volerla davvero vedere, quasi solare. 

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La casa degli sguardi

A volte ci sono dei suggerimenti a cui sei grato, semplicemente grato. Perché poi non sono semplici suggerimenti, sono delle proposte per incrementare la vita, per aumentarla. Sono spunti che ti aiutano ad essere vivo, un po’ di più. 
Spesso infatti ci diciamo, anche noi fisici ed astrofisici, che tutto è relazione, ma poi ci dimentichiamo che questo ha grandi e profonde ricadute anche nella nostra vita ordinaria. Proprio gli incontri e le connessioni, infatti, rendono questa vita più fonda, più imprevedibile, più meritevole d’essere vissuta. Un po’ più inattesa e lieta, in generale. 

Lo spunto di incontro con questo libro, e con Daniele Mencarelli, che ne è autore (che incontro personalmente al meeting), è quello di un ambiente e  di amici di cui ti fidi. Un suggerimento di lettura che non riesci a buttar via facilmente.

Certo, magari ti chiedi, perché proprio questo libro? Capisci la proposizione dei testi di Giussani (che peraltro, l’hai capito ormai, sono fonte inesauribile di sorpresa), capisci tanto altro (come i classici della narrativa, tesori luminosi dei quali sei grato, ma che in verità ti sorprendono meno, a livello di proposta), nei libri consigliati, ma questo in particolare ti incuriosisce. Un libro di narrativa contemporanea? Deve esserci sotto qualcosa, non può essere semplicemente come tanti altri, un prodotto per l’estate, uno dei tanti lanci editoriali che strizzano l’occhio ad argomenti facili, a narrazioni di poco impegno. Deve esserci una storia umana, sotto.

Quando chi ti propone qualcosa è per te autorevole, sei persuaso (lo sei, anche se ancora non comprendi) che quel che ti indica è di valore.

Il libro l’ho terminato pochi giorni fa, e sono grato, come dicevo, semplicemente grato. E’ una storia umana che tocca il cuore in modo profondo, perché Daniele racconta senza infingimenti, senza veli letterari. Mette giù la realtà così com’è, senza proporsi di abbellirla. All’inizio ti spiazza, totalmente. I suoi problemi di dipendenze, i rapporti con i genitori, soprattutto il nulla che attanaglia, non lascia respiro. Il senso del tempo che porta via tutto, da cui non si può scappare – se non apparentemente, con uno stordimento dei sensi, con una smemoratezza chimica od alcolica, che però riporta invariabilmente al punto iniziale. Ed anzi, nel tempo, accresce il disagio, la confusione. E allarga drammaticamente la confusione, lo stordimento, il cupio dissolvi, proprio alle persone a cui più si tiene.

E’ una situazione drammatica, quella da cui parte il libro. Tutto questo è raccontato così, in modo diretto. Senza abbellimenti, senza scansare gli aspetti più penosi e dolorosi.  E nel contempo, senza usare una sola parola più di quelle necessarie.

Lo confesso. Io ci credo che Daniele è un poeta. Non ho ancora letto molto di lui, a parte questo libro, ma ci credo totalmente. Perché solo un poeta ha questo profondo rispetto per le parole, per quello che dicono, che indicano. Solo un poeta le usa con verità ma con misura, senza indugiare negli effetti di coloriture eccessive o senza farsi tentare da sbiadimenti moralistici. Le usa per la profondità che loro hanno, insomma le rispetta, come già si diceva. Una per una.

Solo un poeta, insomma,  parla con questa verità.

La storia che racconta Daniele, scopertamente e dichiaratamente autobiografica, è come una salita dantesca dalle tenebre alla luce, una storia della quale preferisco lasciarne fuori i dettagli per non guastare a nessuno l’esperienza della lettura. La cosa che mi preme notare, è che il passaggio avviene in modo graduale, non trascurando niente, non censurando nulla. Parte anzi da una visione sincera di sé, fuori da ogni infingimento. Solo una presa di coscienza integrale di quello che si é, senza scandalo e senza belle intenzioni, può mettere in moto. Ma certo, non basta.

Due cose fondamentali che mi arrivano dal libro, devo ancora dire. Due cose rendono infatti possibile questo cammino, rendono praticabile, lavorabile, questo percorso.

Una è il valore dell’amicizia (che letteralmente, può salvare la vita). Davide è l’amico poeta che concretamente fornisce l’appoggio per Daniele, gli rende concreta la possibilità di un percorso di uscita da una condizione insostenibile, orientata alla vittoria del nulla, all’autodistruzione. L’amicizia entra in campo come opposizione profonda e radicata, a questa deriva. Come offerta di una relazione che sfida il nulla, ne smentisce la suggestione, lo sfianca. Ma questo è il primo passo. E non è tanto il fatto concreto, l’opportunità specifica (l’offerta di un lavoro presso l’Ospedale Bambino Gesù, in questo caso), ma il fatto profondissimo che scende nel cuore, di sentirsi guardati, sentirsi amati. Essere guardato infatti è il primissimo passo, che consente a Daniele di ripensarsi come esistente, e di poter scommettere su una positività del reale, che pure a volte sembra drammaticamente nascondersi.

L’altro è la percezione di evidenza, appunto, di questa positività, che non rimane appesa ad una teoria o ad uno sforzo volontaristico perché si riesca a vedere, ma si palesa lei stessa, in una inedita ed inattesa  bellezza.  Qui arriviamo al punto, all’architrave del libro. Non sono discorsi, non sono prediche, non sono elencazioni di valori morali che potranno salvare Daniele, che potranno salvare ciascuno di noi. E’ piuttosto la percezione potente della bellezza, come uno squarcio di luce che entra fino nelle circostanze più penose, vi entra e le illumina di una nuova possibilità.

L’episodio della suora che viene sorpresa mentre sorride e scherza con un bambino orribilmente (per Daniele, per tutti noi) malformato, è il vero punto di deflagrazione interna, di uno scoppio sotterraneo ma devastante, potentissimo, ingestibile. L’evidenza di una bellezza che muove la anziana suora a comportarsi in questo modo, è in un certo senso terribile. Nel senso che non ti lascia in pace, non ti dà tregua, ti accende dentro l’esigenza di spiegarti, di rispondere a quello che hai visto. Di fartene un modello, diremmo noi scienziati. Ma nessuno modello riduzionista riesce a tenere, nessuna ipotesi a decostruire rimane salda, quando chi vive è costretto, è ricondotto, ad ammettere la verità, l’accento di verità – e quindi di bellezza – di quanto ha visto, con i suoi occhi.

Vivendo nella carne, appunto. Non sono discorsi, ideologie, strategie ed utopie a sollevare Daniele, a sollevare ognuno di noi dai suoi stati più bassi, da donargli nuova libertà nelle sue dipendenze. E’ il tocco concretissimo del reale che lo viene a trovare, con quell’evidenza lancinante di un altro fattore che a questo punto entra, deve entrare, nella sua e nostra concezione del mondo, dei rapporti tra le persone, del destino ultimo del cosmo fin nelle sue più lontane stelle. Si tratta di non abiurare mai più a questa concretezza: «Noi non vogliamo Cristo solo, vogliamo anche gli alberi, la donna, tutte le creature!» diceva don Giussani.

Ed è davvero una occasione concretissima che fornisce a Daniele quel punto di appoggio che rende di nuovo la sua vita plastica, modificabile, lavorabile. E che insieme gli insinua quel gusto necessario per intraprendere l’opera, che è fatica e sacrificio, come per tutti noi, in qualsiasi condizione ci troviamo.

In quel gusto di costruzione i nostri limiti non sono più scogli insuperabili, si ammorbidiscono essi stessi, e si crea piano piano la sensazione di poter scorgere un percorso, che non censura, non dimentica nulla, non insiste sulla debolezza ma scommette sul potere della vita, su questa luce che affiora sul volto di una suora di più di ottant’anni che abbraccia e sorride a ciò di cui noi siamo spaventati. Da lì si inizia a vedere la realtà con occhi nuovi, e a questa nuova visione la realtà risponde, in un percorso che – non a caso – apre a Daniele la strada per realizzare la propria vocazione, donando la risposta operativa alla domanda più profonda, io perché sono qui? che è sotto alla domanda pressante perché questo dolore? che accompagna tante pagine del libro.

C’è bisogno di vedere, di vedere accadere cose così, di leggere libri così, per non squalificare la nostra vita giocandocela in modo opaco o spento. E per ritornare a domandare davvero, a domandare la gioia piena: perché domandarla non è sconveniente, non è fuori luogo, ma è proprio questa domanda (a volte sussurrata, a volte urlata) il luogo dove poter dimorare, dove poter tornare a dimorare.

Non bisogna nemmeno essere capaci di sorridere, se talvolta non ne siamo capaci. Piuttosto, occorre avere occhi aperti per vedere il sorriso aprirsi sincero sul volto di un’altro quando – per fortuna o piuttosto per grazia – ancora accade, davanti a noi.  

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