Un Mariner in miniatura

Questo qui sotto è appena un modellino della sonda Mariner-C che sembra galleggiare nell’oscurità dello spazio siderale. La foto ci giunge dal lontano 1964, precisamente per la conferenza sulle nuove tecnologie al Glenn Research Center a Cleveland (USA).

Il modellino della Mariner-C (Crediti: NASA)

Siamo dunque all’inizio dei Sessanta, davvero agli albori dell’esplorazione planetaria. Il Mariner-C ed il Mariner-D sono due sonde assolutamente identiche destinate a volare nell’orbita di Marte e riportare a Terra immagini della superficie del pianeta.

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Giove all’ultravioletto

Passano gli anni e giungono nuovi telescopi (il pensiero va immediatamente a James Webb ed Euclid) eppure l’ormai glorioso Hubble si rivela ancora capace di spedire a Terra immagini che ci stupiscono realmente. Come questa, che ci rivela una visione del pianeta Giove piuttosto inusuale.

Hubble ci regala un nuovo modo di vedere Giove…
Crediti: NASA, ESA, M. Wong; Processing: Gladys Kober

Si tratta infatti di Giove visto in banda ultravioletta. Dico visto ma sarebbe corretto forse dire rimappato, nel senso che poiché – a differenza di Hubble – il nostro occhio non percepisce le lunghezze d’onda dell’ultravioletto, si è scelto di dare colori diversi a diversi filtri ultravioletti, in modo da riportare il tutto all’interno della nostra area di percezione. È una procedura molto comune in astronomia: anche noi abbiamo già visto, in giugno, come appare Marte, nelle bande ultraviolette. E di cose poi da investigare in questa regione di lunghezze d’onda, ce ne sono certamente molte altre.

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Cartolina da Marte

Per ottenere questa immagine, il rover Curiosity ha usato il suo corredo di macchine fotografiche in bianco e nero in due diverse circostanze nella stessa giornata (mattina e pomeriggio), ad inizio del mese di aprile.

I colori poi sono stati aggiunti come tocco artistico per ammirare meglio la scena, con il blu che rappresenta il panorama mattutino e in giallo quello pomeridiano.

Panorama della “Marker Band Valley” preso da Curiosity
Crediti: NASA/JPL-Caltech

Personalmente, davanti ad immagini come questa, ancora mi perdo. Mi perdo nei dettagli delle rocce, nella nitidezza del profilo di monti e valli. Più mi attardo a guardare, più inizia a sembrarmi possibile essere lì, in qualche modo.

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Nettuno e Tritone, crescenti

Scivolando attraverso gli strati più esterni del Sistema Solare, nell’anno 1989 la sonda Voyager 2 girandosi verso il Sole, scopriva questa vista meravigliosa di Nettuno, il pianeta più distante, e della sua luna Tritone. Ambedue in fase crescente.

L’eleganza cosmica di Nettuno e Tritone
Crediti: NASAVoyager 2

L’immagine, di indiscutibile eleganza, è stata acquisita appena dopo il momento di maggior avvicinamento della sonda al pianeta.

Da notare che non avrebbe mai potuto essere ottenuta da Terra perché Nettuno non mostra mai una fase crescente dalla nostra posizione. Ormai in viaggio verso l’eliopausa ed anche oltre, il particolare punto vantaggioso di osservazione toglie a Nettuno perfino il suo familiare colorito blu.

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Caronte, luna di Plutone

Permettete, ma davanti ad immagini come questa ci si può ancora, legittimamente, emozionare. Questa è Caronte, la luna più grande di Plutone.

I satelliti naturali di questo pianetino sono ben cinque. Caronte è stato scoperto soltanto nel 1978 e forma quasi un sistema binario con il piccolo pianeta (la sua massa è circa un ottavo rispetto a Plutone), mentre gli altri quattro sono decisamente più piccoli.

La luna di Plutone chiamata Caronte, vista dalla sonda New Horizons
Crediti: NASAJohns Hopkins Univ./APLSouthwest Research InstituteU.S. Naval Observatory

La meraviglia viene dal fatto di poter ammirare una immagine per ottenere la quale ci sono voluti dieci anni di viaggio della sonda New Horizons, una immagine acquisita quando la sonda era ad appena 1200 chilometri dalla superficie di Caronte (la distanza media tra Terra e Plutone si aggira intorno ai cinque miliardi di chilometri). Questa immagine in un certo senso porta all’esistenza la luna Caronte, ci permette di “risolverla” come un corpo celeste di cui ci si può occupare. Possiamo vederla, capire come è fatta, seguire le sue variazioni di colore con una risoluzione che scende addirittura sotto i tre chilometri! Perfino Hubble, può fare ben poco se si tratta di Caronte, come abbiamo visto.

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La luna di Makemake

C’è tutto un mondo, oltre il piccolo cabotaggio dell’astronomia classica, quella da manuale scolastico. Ed è proprio ciò che più mi affascina. Quello che è un po’ in ombra, che non si trova sotto i riflettori. A cui non pensiamo, mai o quasi mai. Perché c’è un mondo, anzi ci sono sterminati mondi, oltre quell’insieme limitato di cose che occupa di solito la nostra mente.

Makemake fa proprio parte di questi sterminati mondi, quasi sempre fuori dalla nostra testa. Per dimensioni, rappresenta il secondo pianeta nano della fascia di Kuiper, quindi non è proprio l’ultimo arrivato, per così dire. La fascia è occupata da un grandissimo numero di oggetti: se ne sono già scoperti più di mille, ma si ritiene che possano esistere ben centomila oggetti con diametro superiore ai 100 Km. Ci pensate? Centomila grossi sassi che vagano silenziosamente in un vastissimo spazio. Il più grande di tutti è Plutone, come sappiamo. Quello che un tempo era considerato un pianeta a tutti gli effetti, da tempo derubricato a pianeta nano.

Immagine artistica di Makemake e la sua luna  
Crediti: Alex H. Parker (Southwest Research Institute)

Makemake eccolo, viene subito dopo Plutone. E la cosa interessante è che è comunque abbastanza grande da possedere una luna tutta sua. Chiamata in codice MK2, la luna di Makemake “riflette” la luce solare da una superficie scura come il carbone, risultando dunque abbastanza inefficiente come faro notturno: se mai su Makemake qualcuno fosse in cerca di romantiche “notti di luna”, rimarrebbe assai deluso.

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Far pace, su Venere

Vorrei partire da questa fotografia, per un tragitto che da Venere ci riporti rapidamente alla Terra: risale al 1996 e ci mostra Dickinson, un cratere da impatto nella parte nordest della regione Atlanta. L’ampiezza dell’immagine, tanto per dare un’idea, è di 185 chilometri di ampiezza e 69 di altezza.

Il cratere Dickinson su Venere.
Crediti: NASA/JPL-Caltech

Il cratere appare davvero complesso, caratterizzato da un anello centrale e una pavimentazione costituita da materiale diversamente opaco al radar (alternanze di zone chiare e zone scure). Si vede chiaramente che non è simmetrico, la mancanza di materiale da impatto ad ovest potrebbe proprio indicare che è esattamente quella la direzione dalla quale è arrivato il corpo che ha impattato il pianeta.

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Questo nostro mondo…

Lo sappiamo, a volte il modo più efficace per non comprendere qualcosa, è esattamente quello di starci dentro. A volte è necessario un po’ di distacco, per poter ragionare in modo pacato e comprensivo, senza farsi catturare dai complessi meccanismi di azione e reazione, di possesso e non possesso, con i quali combattiamo ogni giorno. Soprattutto, per far sì che la ragione dialogica ceda il passo allo stupore, si faccia da parte consapevole che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. 

Quell’oceano sconfinato che esonda dal nostro pensare spicciolo, e si percepisce (e si inizia a godere) soltanto allargando lo sguardo.

Non è strano dunque, che anche la persona più propensa ad ammirare le meraviglie dello spazio profondo, a studiarle ed indagarle e magari a discorrerne, nel proprio quotidiano mestiere di vivere si dimentichi dell’ambiente incredibile che ha intorno a lui, si scordi del pianeta meraviglioso che abita, insieme a tanti altri esseri viventi. Si perda per strada una parte importante di stupore possibile.

Bei discorsi, mi direte. Magari, mi direte anche, buttarsi in mezzo al traffico, compressi in file a lento movimento dopo appena mezzo caffè e ancora una notte da metabolizzare bene, non aiuta. Comprendo.

Meglio allora stare a chi si sveglia con un panorama un po’ diverso (e vede le cose da un ambiente in cui il traffico non è ancora il problema)..

Crediti immagini: NASA

Questa è l’immagine che l’astronauta Annie McClain ha mandato su Twitter il 21 del mese di febbraio, accompagnata dalla frase (mia libera traduzione) “Buon giorno a tutto questo mondo stupendo, e a tutte le stupende persone che lo abitano, che lo chiamano casa” .

Niente. Perché a volte bisogna guardare le cose da lontano, per capire quanto sono preziose. Quanto sono uniche, in tutto l’Universo.

E quanto siamo unici, anche noi.

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