Blog di Marco Castellani

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Domenica in bici (III)

Terza ed ultima parte del racconto (Prima parte qui, seconda parte qui)

Roberta la guardò di taglio, con la sensazione di dover risentire di nuovo la stessa spiegazione.
“Beh stavo facendo vedere a Roberta il tragitto fatto fin qui, semplice…” Stefano cercava di tenersi sul vago perché aveva capito che Roberta non avrebbe sopportato una seconda esposizione della intera faccenda, espansa in tutti i suoi molteplici addentellati tecnici.
“Cioè, come fai, scusa? Quello non è il tuo coso… il tuo iPhone?”
“Android! E’ uno smartphone Android!” puntualizzò Stefano con enfasi inconsueta.
“Vabbè insomma per me si somigliano tutti, più o meno”, replicò lei tra l’intimorito e il seccato.
Roberta stette un attimo in silenzio, paventando la tirata “Android è un sistema aperto mentre l’iPhone no etc etc…” che aveva avuto la disavventura di leggere una volta sul suo Facebook. Che due cocomeri
“… agli alberi!”
Giada stette un attimo in silenzio, giudicandola una mossa necessaria da compiere prima di poter tornare a parlare di cose normali.
Stefano stette un attimo in silenzio, cercando di accettare l’idea che potessero esistere persone che, in apparente possesso delle loro facoltà mentali, fossero in grado di scambiare un iPhone con un dispositivo Android. Ci riuscì solo parzialmente, ma per l’occasione si accontentò.
“Vedi Giada, prima di partire ho lanciato una applicazione che tiene traccia della velocità e della posizione, così ora abbiamo tutti i dati, con tanto di statistiche”
“E scusa, come fa a saperle, tutte queste cose?” si informò lei.
“Beh c’è il GPS, no?” replicò Stefano, quasi fosse l’evidenza universalmente più acclarata.
Il vento muoveva le fronde degli alberi e scompigliava appena le chiome di Giada. Lei pensava se aveva mai saputo che i telefoni avessero il GPS. E se il GPS era proprio quella cosa che usava papà gli anni passati, quando ancora li portava in vacanza in Toscana, per non perdersi nelle stradine verso il mare. Aveva una immagine di tanti anni prima, ancora vivida in memoria: mamma seduta nel sedile affianco, sorrideva mentre papà le piegava la nuova meraviglia tecnologica grazie alla quale non si sarebbero più persi. A mamma non importava molto la tecnica, non l’aveva mai interessata, le importava di più che il papà fosse entusiasta e che le sorridesse. Quanto tempo passato, da allora. Si chiese se papà e mamma avessero approfittato del fatto di essere rimasti soli la domenica, in casa. Chissà se lo facevano ancora, chissà quanto spesso lo facevano, se per abitudine o ancora per vero desiderio. Perché poi le venivano in mente queste cose? 
Ma ecco, Stefano la guardava, registrando paziente il suo momento di assenza.
“Giusto, il GPS. Che scema a non averci pensato”, disse Giava recuperando frettolosamente dalla memoria l’ultimo scampolo di conversazione.
“Che fai mi prendi in giro?” disse Stefano e la squadrò perplesso.
“Noo figurati”, rise Giada.
“Ah, mi era parso sai…” replicò Stefano, già più addolcito dal suo sguardo cristallino. E si lanciò euforico in una complessa spiegazione delle carattestiche del programma e del suo utilizzo dei dati raccolti con il Global Positioning System…
Le piaceva farsi spiegare le cose da Stefano. C’era un qualcosa di morbido ed invitante nel poter ascoltare la sua voce senza doversi per forza inserire con domande, commenti. Senza bisogno di essere notata, di essere qualcosa. Era un po’ come scaldarsi vicino al fuoco senza dover fare nulla, se non stare presso il camino.
Come ora è bello stare qui in mezzo al prato. Le cose più belle sono quando uno sta in un posto, in una situazione, pensò Giada. Non quando fa qualcosa, ma quando rimane, accetta di rimanere. Non è l’attività che ci riempie, ci soddisfa. E’ uno stato di passività, invece. Accogliere le cose come sono, prima ancora di elaborare strategie. Ecco, tutto qua: accogliere, amare. Le donne sono favorite, allora: sono loro che accolgono in sè l’uomo adulto, son loro che crescono in sè l’uomo bambino. La loro stessa carne è una festa di accoglienza.
Allora è bello davvero essere una donna.

Questo pensiero le mise addosso una nuova energia, tanto che si permise di interrompere Stefano.
“Ma senti scusa eh…”
“Che c’è, non si capisce?” chiese Stefano, in apparenza seccato di essere stato interrotto mentre elencava tutte le app che si potevano istallare per raccogliere i dati GPS, elaborarli e poi presentarli nei modi più vari.
“Sì sì. Cioè. Un po’. Insomma io volevo capire anche un’altra cosa…”
“Vai spara” fece lui, segretamente compiaciuto da queste due ragazze che ormai lo stavano ad ascoltare da un quarto d’ora buono, dimenticandosi anche il resto della gita.
“Allora, ehm… Senti quesa cosa. Martina ieri ha mandato una foto sul suo… Titter”
“Twitter” puntualizzò Stefano. 
“Eh infatti, quello che dicevo io. Però dalla gita, non da casa. Proprio mentre era in gita, insomma. Dice che ha usato il cellulare, dice che si può. Non serve un computer.”
“Ma certo”
“Beh, e come si fa?”
“Dammi il tuo telefonino” ordinò Stefano. Giada obbedì prontamente.
“Uhmm non è proprio un’ultimo modello… Poi se non hai un piano dati sbanchiamo il tuo credito. Aspetta”
Su piano dati Giada immaginò qualcosa come un complotto politico-informatico su scala mondiale. Ma forse era su una falsa pista, si concesse di pensare.
“Ecco facciamo così. Usa il mio, per stavolta”, disse Stefano staccandolo dal supporto della bicletta.
“Prendilo. Fai una foto, come hai fatto l’altra volta, ti ricordi”
“A cosa? A te?”
“NOO! Sennò poi mi vedono tutti. Dove vuoi.. Alla natura… All’albero!
“Ok, fatta” disse Giada contenta di esibire le sue capacità tecniche, dove possibile.
“Ora clicca su condividi. Ecco, lì a destra. Perfetto.”
Roberta aveva poggiato la bici a terra e si stava avvicinando alla fontana. Stefano invece si era avvicinato a Giada per vedere lo schermo del suo cellulare, ancora ben stretto nelle mani della sua amica. Al contatto della sua spalla, Giada ebbe un brivido inaspettato, che la eccitò e la preoccupò al medesimo tempo. Cercò di non darlo a vedere concentrandosi sul telefono. Ah se Luisa fosse venuta questo non sarebbe successo. Ora non starei così, con queste stupide farfalle nella pancia. Ma perché ha deciso di non venire…

Silver-Washed Fritillary (argynnis paphia)
“….stupide e bellissime farfalle colorate…”

Stefano non si era accorto di nulla. O almeno, così sembrava.
“Metti lì la tua password di Twitter. Vai, ora spingi la freccetta. E via. Fatto.”
Sentiva il suo respiro nell’orecchio. Il suo respiro.
“Fatto, ma cosa?” 
“Quella insulsa foto degli alberi? Proprio quella?” si allarmò Giada. Guarda che razza di presentazione delle mie capacità artistiche mando in giro.
“Sì proprio quella!”, rise Stefano. “Perché, c’è qualche problema?”
No se sono vicina a qualcuno come te, non c’è nessun problema. Sono al riparo. Avrebbe voluto dire qualcosa così, ma non lo disse. Però si accorse troppo tardi, dal viso di Stefano, che i suoi occhi dovevano averlo detto lo stesso, aggirando in qualche modo il controllo del cervello.
Poi per un attimo il parco fu pieno di silenzio, di vibrazioni di possibilità, di battiti fondi di cuori. Di attese. Poi per un attimo il parco fu pieno di farfalle, di stupide e bellissime farfalle colorate, su nel prato e giù nella pancia di Giada, giù giù nei fianchi di Stefano.
“Ne volete, di acqua?” Roberta tornò con una borraccia piena e la sua voce allegra e forte.
E con una occasione di distrazione di cui, per diversi motivi, entrambi le furono grati.
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Domenica in bici (II)

(Per chi l’avesse persa: la prima parte del racconto si trova qui.)
All’incrocio, appena prima della salita verso il parco, c’era un tipo fermo con la bici. Stava pasticciando con i tasti del suo cellulare. Era Stefano, ovviamente.
“Alla buon’ora, ragazze mie!” esclamò appena le vide.
“E’ molto che aspetti?” gli chiese Giada, avvertendo lei per prima la triste retoricità della domanda.
“Beh, insomma. Me l’avevano già chiesto i dinosauri che passavano da qui”, rispose. “Carini anche se un po’ ingombranti, alcuni assolutamente fuori misura. Ci ho fatto quattro chiacchiere mentre vi aspettavo. Veramente è da un po’ che se ne sono andati… curioso….” 
“Ah ah, molto divertente”, disse Roberta, un po’ aspra. 
“Andiamo?” chiese Stefano per chiudere l’argomento. Sapeva bene che tanto non l’avrebbe mai avuta vinta, da solo con due donne.
“Dai forza buttiamoci” disse Giada. “Ho voglia di pedalare!”

A sweet parking spot.
… ho voglia di pedalare!

La giornata era proprio bella, il sole faceva capolino tra gli alberi e lanciava di tanto in tanto fitte lame di luce, che colpivano i ciclisti sul volto, costrinendoli a rallentare o inclinarsi per riuscire ancora a vedere davanti.

Giada si sentiva contenta, contenta di aver portato la sorella, contenta di aver intravisto di nuovo quel sorrisetto bonario sul viso di papà, dopo tanti giorni che gli era sembrato così serio, troppo serio. Un sorriso bambino, dopo il tempo sprecato ad essere (a suo avviso) inutilmente adulto. Perché c’era questo fatto strano: secondo lei, suo papà non era troppo bravo a mostrarsi adulto. Si capiva che se lo imponeva, ogni tanto. Ma ci riusciva in maniera slabbrata, imperfetta. Riusciva molto meglio nell’essere ancora bambino, quando ci si lasciava andare, senza preoccuparsi se fosse il caso oppure no. 
Questo le piaceva del papà. Gli altri adulti erano insopportabilmente adulti, tutti pieni di stucchevole ragionevolezza e finto distacco, tutti sempre lì a bilanciare l’opportunità di questo o di quello. Lui invece aveva questi entusiasmi che lo prendevano, aveva tanti sogni e cose belle da fare, sembrava giocasse. E poi, è vero, anche certi momenti di malinconia, che non si capisce da dove venivano. Allora stava zitto zitto, anche per giorni. Ma era ancora più bello poi quando tornava a sorridere e a scherzare con tutti.
Era contenta e per essere ancora più contenta (perché quando uno è contento non gli basta mai) voleva tornare piccola, farsi abbracciare da papà, farsi coccolare dalla mamma, passare una giornata con loro sana sana, come fosse ancora bambina. Tornare a quando era tutto semplice e l’amore dei genitori bastava ad essere felici più che si può. E non c’erano problemi di ragazzi che ti piacciono o non ti piacciono, non c’erano ragazzi da allontanare o da cercare. 
A volte diventare adulti le sembrava una grande cosa. Altre volte invece le sembrava una cosa davvero poco divertente. Da piccola era diventata quasi una fissazione, lo chiedeva continuamente alla mamma “Ma gli adulti giocano?”. Adulti che non giocano le sembrava una cosa incredibile, pazzesca. A che serve, insomma, faticare tanto per diventare adulti e poi magari nemmeno giochi, nemmeno ti diverti più?
La mamma rispondeva rassicurandola, con pazienza. In vari modi, con diversi accenti, le parlava del mondo adulto. Mamma era la sua inviata speciale in un mondo ancora sconosciuto, una persona fidata da cui avere notizie fresche, di prima mano, di cosa succede lassù. Così aveva iniziato a capire che anche gli adulti giocano, si divertono, ridono, litigano, fanno la pace. Come i bambini. In più si amano, si cercano, oppure si odiano, si detestano: molto più dei bambini. E aveva cominciato a capire quali sono gli adulti con cui si sente meglio: quelli che non si prendono troppo sul serio, quelli che mantengono sempre un riflesso del loro lato bambino, che concedono si scorga sul volto. 
E’ impressionante, ci sono dei vecchi che sono giovanissimi: come ad esempio Vittorio, il nonno di Stefano. Pieno di acciacchi qui e lì, ormai quasi cieco, ma sempre scherzoso. Più una persona è anziana e sembra lo stesso felice, più Giada si rassicurava: la vita é una cosa bella, evidentemente, se ti piace anche da vecchio. Vale la pena percorrerla tutta.
“Giadaaaa… sbrigati, o io e Stefano ti molliamo qui!”. La voce squillante di Roberta la scosse dai pensieri e la riportò  di colpo sul presente. Succedeva spesso, quando si sentiva più contenta la mente se ne accorgeva e si permetteva maggiori libertà, come fare collegamenti più indietro nel tempo, tentare connessioni complesse come cercare un senso a tutto, lanciarsi in operazioni molto più ardite del normale, della normale vita momento per momento.
Pedalando forte per riprendere il distacco, arrivò su uno spiazzo largo. C’era una fontanella da una parte, e Roberta e Stefano fermi a chiacchierare poco lontano. Si vede che era rimasta abbastanza indietro, chissà da quanto la aspettavano.
Quasi sera
…arrivò su uno spiazzo largo.
Avvicinandosi, iniziava a percepire maggiori dettagli. Ecco, Roberta stava guardando il manubrio della bici di Stefano. Iniziava anche a sentire pezzi di dialogo. Lui parlava di qualcosa come velocità, calorie, non capiva bene.
“Vedi, Roberta, ecco la mappa. Ora guarda il grafico: per esempio, tutta questo parte l’abbiamo fatto a velocità superiore ai 35 chilometri all’ora…” disse Stefano indicando qualcosa con un dito. Avvicinandosi vide meglio, il qualcosa era il cellulare di Stefano, fissato sul manubrio della sua bici con un coso nero di plastica.
“Che ci fa il cellulare montato là sopra? Un’altra delle tue diavolerie tecniche?” chiese Giada. “Mica l’avevo visto.”
(2. continua)
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Domenica in bici (I)

Giada era contenta. Anche felice che Roberta avesse detto di sì. 
L’idea di andare in bicicletta la domenica si era finalmente concretizzata, gli impegni di tutti si erano sistemati, finalmente si poteva andare. E poi con Roberta era tanto che non si faceva qualcosa insieme, era bello che venisse anche lei. L’unica cosa che le dispiaceva era che Luisa si fosse defilata all’ultimo. E’ da un po’ che non riusciva a parlare con lei con calma, e sperava proprio che questa fosse la volta buona. Per qualche motivo non si riuscivano a vedere quasi più, nonostante fossero ottime amiche.
Tre ragazzi,  una gita in bici….

Proprio la sera prima l’aveva chiamata Stefano, dicendole che no, Luisa non sarebbe potuta venire.
“Ma scusa, perché non viene?” aveva chiesto Giada, stupita.
“Non può” aveva risposto Stefano, secco. Quasi infastidito.
“Non può o non vuole” si era voluta informare Giada, che sospettava qualcosa.
“Diciamo che non può. Anche perché ci sono pure io…” la voce sconsolata di Stefano le fece capire che aveva visto giusto.
“Ma allora è proprio così, siete a questo punto”
“Che punto?” chiese Stefano sapendo benissimo di conoscere già la risposta.
“Anche l’altra volta che stavamo a casa tua, che le hai telefonato… insomma, dai, ho sentito che stavate litigando”
“L’altra volta… ah sì, vabbè, ma quello era un momento particolare. Non è che stiamo in rottura, ma è una situazione un po’ complicata.”
Giada preferì lasciar correre. Le dispiaceva che ci fossero problemi tra Stefano e Luisa. Insomma, era veramente curioso. Due persone straordinarie, prese da sole. In coppia dovevano esserlo ancora di più. Come fanno due persone straordinarie a trovare problemi nello stare insieme? Come cavolo fa a barcollare una unione di eccellenze?

Forse è perché ora sto sola che sto esagerando la cosa dello stare insieme, sto nascondendomi le difficoltà. Non è mica che stare con qualcuno sia la soluzione di tutto. Ci vuole ben altro.
La sua voce interiore spesso diceva cose così sagge che lei faceva fatica a capirle. D’altronde, si diceva, la sua voce interiore spesso mancava di senso pratico e trascurava di indicarle in dettaglio la strada per arrivare davvero alla saggezza della quale di tanto in tanto le elargiva degli sprazzi.
Come che sia, la mattina dopo tutto era passato, si sentiva molto più ben disposta. D’accordo, magari avrebbe parlato con Luisa un’altra volta. Intanto era sempre un bel risultato che Roberta venisse con loro. Dopo un periodo di vari mesi, nel quale si erano beatamente ignorate, da un po’ di tempo aveva ritrovato il gusto di fare delle cose insieme a sua sorella.
Che però, alle volte era lenta come un camello apatico.
“Robertaaaaa esci dal bagno? Dobbiamo scendere!!” 
Cavoli se era tardi. Ma quanto ci può mettere una sorella per prepararsi? Per andare in bici, poi!
“Non è che dobbiamo andare ad una cena di gala, dobbiamo solo andare a fare una pedalata al parco!”, specificò.
“Eh eh infatti, sto arrivando” rispose una voce ovattata, filtrata dalle umide e vaporose profondità del bagno.
“Chi è che grida? Che combinate voi donne già alzate?” sbucò papà con una tazzina in mano in un pigiama a righe un po’ stropicciato. Papà sembrava rustico e rasposo la domenica mattina, però sapeva di buono. Ogni tanto Giada aveva voglia di tornare piccola per potersi fare strapazzare ancora da lui. Peccato, a quest’età non si fa più, ma che pizza però.
“Papà, noi andiamo in bici, la mamma lo sa.”
“La mamma sta ronfando della grossa” disse lui. A Giada parve di cogliere una latente evocazione di rammarico, un disagio appena accennato, del quale non intuiva bene la natura e i confini. Ma non si volle impicciare. Non aveva del resto nessuno strumento abbastanza solido, per potersi impicciare nelle cose degli adulti.
“Beh, noi andiamo”, si limitò a ribadire.
Il papà la guardò come se fosse abituato a vederla molto più piccola di come ormai era diventata.
“Tornate a pranzo? Mamma ha promesso la pasta con le vongole. Se si sveglia, ovviamente…” 
In quell’istante sbucò Roberta dal bagno. Si trovò di fronte al faccione assonnato del padre.
“Papà la piantate di strapazzarvi, voi due? Non avete più l’età, insomma!” esclamò con spavalda, ostentata allegria.
Roberta e Giada si misero a ridere improvvisamente come pazze. L’espressione sbalordita del padre era troppo divertente per riuscire a trattenersi.
Strapazzare… Ma ragazzine impertinenti, come vi permettete? E che ne sapete voi? Prendete le bici e sparite, subito! Fateci sapere qualcosa per pranzo, piuttosto”, esclamò in tono fintamente autoritario, come avesse riparato nella mansione di padre per ovviare ad un improvviso disagio.
“Ahò, ma che sei pazza a dire ‘ste cose a papà” esclamò Giada appena fuori dalla porta
“E perché?” disse Roberta. “Lo vedi che alla fine ci si diverte pure lui, no?”
“Si ma andiamo, non si dicono. E poi è anche… uff.. imbarazzante” concluse Giada, per la quale la sola eventualità che i genitori facessero quelle cose tra loro le metteva addosso un inesplicabile disagio. “Dài, muoviti che Stefano ci starà già aspettando”
(1. Continua…)
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Tu cinguetti?

 “Tu cinguetti, Giada?”
“Prego?” chiese Giada alquanto incerta. Forse doveva lasciar cadere. A volte Stefano o qualcun altro furbone amico suo, metteva dei doppi sensi nelle frasi e lei spesso non li capiva. Il che peggiorava la situazione perché loro si divertivano di più ancora. Lei si offendeva e si imbarazzava, loro ridevano.
Forse era una di quelle volte?
“Dicevo, tu cinguetti? Se sì, quante volte, in un giorno?” 
Giada lo squadrò con uno sguardo che voleva incenerirlo o congelarlo (a sua scelta).
“Stefano, se è un doppio senso guarda te lo dico subito, lascia perdere” fece lei contrariata. Non capiva ma temeva fosse comunque una domanda sconveniente.
“Nooo Giada, non è un doppio senso, stavolta”, specificò Gabriele con la sua aria cortese. Stefano come previsto se la rideva sotto i baffi.
Gabriele era sempre molto gentile, un po’ timido magari, soprattutto con le ragazze. Se stava con Stefano o con qualche amico era meno controllato, scherzava di più.  A Giada piaceva la sua gentilezza. Una volta l’aveva incontrato da solo, davanti all’aula di analisi matematica. Era andata a cercare Stefano per un problema di computer (un altro virus su Windows che le apriva continuamente finestre di siti porno, alquanto imbarazzante per un computer di famiglia), e avendolo riconosciuto, lo aveva fermato per chiedere informazioni. Quella volta, affrontato da solo, le era sembrato straordinariamente timido ed impacciato. Come se non avesse una protezione, colto senza armatura, senza la vicinanza di amici, persone conosciute.
Stefano si alzò a prendere la caraffa di limonata che gli aveva lasciato la mamma, prima di uscire. 
“Qualcuno ne vuole ancora?” strillò dalla cucina
“Io sì” risposero insieme Gabriele e Giada. Lei rise per questa improvviso inatteso accordo, lui appena piegò le labbra, ancora un po’ sulla difensiva.
Giada non si rendeva sempre conto del potere che può esercitare una donna, con la sua sola presenza.
“Arrivo con i bicchieri. Ah, solo un attimo, devo chiamare Luisa!” 
Giada ne approfittò per portarsi più decisamente in attacco. Stefano l’avrebbe presa troppo in giro, doveva capire questa cosa senza rendersi ancora ridicola ai suoi occhi.
“Sei sicuro che non era una cosa zozza quella che diceva Stefano?” domandò subito a Gabriele.
“Ma no, certo che no!” risposte lui, stavolta in un sorriso pieno, come gratificato nel rassicurarla.
“Insomma ma che voleva dire, allora?”
“Davvero non lo sai?” negli occhi di Gabriele traspariva uno stupore autentico. Proprio adesso si deve mettere a fare il prezioso, pensò Giada. Dài che ho poco tempo prima che torna Stefano. Speriamo che Luisa lo tenga al telefono per un po’. Quella è tanto simpatica ma se inizia a parlare, d’altra parte…

Allora me lo dici? Vedi che è una cosa a doppio senso e ti vergogni?” Giada tentava di portarlo allo scoperto nel minor tempo possibile.
“Ma dài”, fece Gabriele divertito. Giada quasi si irritò di tutta questa sicurezza che sembrava essergli piombata addosso di colpo. Proprio quando sperava di andar giù come il burro quello si metteva a rilanciare, rispondere con domande alle sue domande. Irritantemente sibillino. 
Dalla cucina veniva un parlare sommesso. Si innervosiva un pochino quando Stefano si isolava a parlare con la sua fidanzata. Poi si innervosiva doppiamente perché pensava che non avrebbe dovuto provare niente del genere. Decise che intanto Gabriele si meritava un’occhiataccia.

Twitter
Un ottimo… social pillow
“Va bene, ti spiego subito” si affrettò Gabriele. Aveva funzionato, almeno questo.
“Avanti”, disse Giada.
“Beh c’è questo sito, vedi, si chiama Twitter….”
“Quello che ne parlavano… ne parlava anche Fiorello nella sua trasmissione, giusto?”
“Ecco, sì. Esatto. Infatti dicono che Fiorello abbia sdoganato Twitter”
“Embé?”
“Embé che?”
“GABRIELE!!” fece Giada esasperata.
“Calma, calma. Ecco, ti spiego. Allora, tu vai alla pagina di Twitter, ti registri, e poi puoi cominciare a inviare messaggi”
“A chi?” chiese Giada, alla quale la cosa non sembrava poi così rivoluzionaria.
“A tutti” 
“Come, a tutti?” 
“Beh tutti possono leggere, ma non tutti trovano i tuoi messaggi nella loro timeline, solo i tuoi follower
Giada avrebbe giurato che sulla parola follower Gabriele si fosse fermato apposta, per vedere l’effetto che faceva su di lei.

Questo qui ha preso troppo da Stefano, forse dovrei menarlo. Pensò Giada.
“No Luisa, non è così semplice. Insomma ne avevamo già parlato, no? Perché ci torni ancora sopra?” la voce di Stefano era più acuta, sbucò soltanto questa frase dalla cucina. Ma allora stanno litigando di nuovo, pensò Giada. Le dispiaceva, negli ultimi tempi c’era qualcosa che non andava tra loro. Lei ne stava ai bordi. Da amica di entrambi, ne soffriva.
Per i successivi cinque minuti, Giada riuscì solo a sentire un bisbigliare indistinto. Poi Stefano rientrò con la caraffa in mano. Il sorriso artificiale stampato sulla faccia non avrebbe convinto nemmeno un barbagianni in letargo (sempre che ci vadano, in letargo, i barbagianni).
“Ecco la limonata”, disse asciutto, guardando un punto indistinto del salone.
“Ma che è successo?” fece Giada.
“Eh? No, no. Niente. Le donne, sai” replicò evasivo Stefano.
“Le donne le so, le so più di te” rispose Giada tentando di buttarla sullo scherzo.
Un pochino funzionò perché il viso di Stefano si rilassò in maniera minima ma percepibile, e si riavvicinò al suo umore normale.
“Che stavamo dicendo? Ah sì. Allora tu cinguetti?” disse mentre il suo sorriso sornione rifaceva finalmente capolino. Giada non lo poteva dire – nemmeno a se stessa – ma quando sorrideva così l’avrebbe anche sposato, d’impulso.
“Ma certo!” fece lei spavalda.
“Ah sì?  Ma non ti ho mai trovato in rete”, fece lui perplesso. “E da quando, scusa?” 
“Da quando, da quando..… ma che domande… saranno sì o no due minuti!” rise Giada, mentre tra lei e Gabriele si scambiavano uno sguardo complice.
Ora Giada aveva il suo account Twitter. Se Jennifer Lopez, Fabio Volo ce l’hanno, si disse, ci sarà pure un senso. 

Ora devo solo scoprire quale è, pensò. E si concesse un sorso di ottima limonata.
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Ma dove sono tutti i libri? (II)

(La prima parte del racconto la trovate a questo link).

“Dunque quello che devi sapere non è molto…”, Iniziò Stefano con la sua aria più saccente, quella che così facilmente le dava sui nervi. Giada avvertì un brivido lungo la schiena, la sensazione di stare scivolando lungo un copione già preparato. La sensazione era che le sue obiezioni, lungi dall’aver smosso le acque, fossero già stata accuratamente prevista, già messe in debito conto. Si sentì piombare addosso un senso spiacevolissimo di inesorabilità.

Rimaneva un tentativo da fare, probabilmente inutile. Sicuramente, inutile. Però, insomma, andava fatto.

“Beh Stefano, a pensarci bene, sai…”, Giada inghiottì un pò di saliva, “non mi serve che mi spieghi anche questa cosa nuova qui, questo… lettore”. Disse appunto “lettore” con tutta la distanza che riusciva a mettere in una sola parole, con tutta l’alterità possibile che lei, da donna, riusciva a mostrare per qualcosa che non la coinvolgeva. Tanto per dire: io e lui non abbiamo niente in comune, non abbiamo intersezioni, interazioni, siamo su due mondi diversi, lontani, mutuamente indifferenti, se non antagonisti, opposti. Perlopiù ci ignoriamo completamente; anzi, io mi vanto di ignorarlo, il lettore e tutto il suo mondo. Per me ci sono i libri, i cari, vecchi, semplici, comprensibili, amati libri di carta.

Stefano si bloccò un attimo a guardarla, a tentare di comprendere il livello di serietà dell’obiezione.

“Sì, naturalmente” disse con intonazione piatta, come uno che, facendo esperienza di una volontà estranea e conflittuale alla sua, è pur costretto a prenderne atto.
Per un momento dunque Giada ebbe l’impressione di aver stravinto. Partita giocata in casa, finita con un bottino pieno.
“Naturalmente, non entrerò nei dettagli che non ti interessano”, concluse Stefano come per manifestare compiutamente il suo pensiero.
“No, eh?” mugolò Giada. Mamma, ma che era successo? L’arbitro aveva fischiato, annullato il gol. La partita riprendeva, la squadra ora giocava in difesa, arretrava. Di più: subiva, era sbandata. Accusava il pressing, improvvisamente. I tifosi pure, fischiavano. Difatti a Giada fischiavano le orecchie.
“No, tranquilla.” Sorrise Stefano come sorride il dentista, mentre prepara i suoi strumenti di tortura.
“Certo, va detto per incominciare che…”
“Per in-co-min-cia-re ?” gemette Giada. “Abbiamo poco tempo, lo sai”
Stefano la guardò con un’espressione di compatimento. A Giada venne da chiedersi se anche alla ragazza di Stefano toccassero tutte queste tediose spiegazioni per qualsiasi cosa, oppure impiegassero il tempo in maniera più interessante.

“Dunque prima di tutto va detto che questo non è un computer, o un tablet”
“Ah. Non è come l’iPad insomma?”, chiese Giada nel mentre che si riprendeva, respirando fondo.
Stefano la guardò corrucciato, con espressione di bonario rimprovero.
“Allora, un tablet, tanto per essere chiari, non deve essere per forza un iPad. Solo perché siamo abituati a farci infinocchiare da tutto quello che ha il marchio con la mela, che tra l’altro paghi di più che…”
“Ok ok, chiarissimo, dicevo per dire”, si affrettò a specificare Giada, annotando mentalmente un primo errore. Mai menzionare i prodotti Apple a Stefano; sembrava che ci avesse litigato. O che gli avessero fatto qualcosa, non si capisce bene (ma non le andava punto per niente di chiedere maggiori dettagli).
“Ebbene” proseguì Stefano, fattosi più tranquillo, avendo fatto repentinamente sparire l’iPad dalla conversazione, “la prima cosa da considerare è il display. Questo qui sfrutta una sorta di inchiostro elettronico, tutt’altra cosa rispetto ad uno schermo luminoso.”
“Tutt’altro, eh?” Giada odiava infilarsi in queste conversazioni in cui non poteva che rivestire il ruolo analogo a quello di un Simplicio nei dotti discorsi dei filosofi. Eppure non vedeva altre possibilità.
“Ma certo! Guardalo bene, questo non è retroilluminato, non stanca la vista. E’ molto definito, ha ben sedici livelli di grigio. E poi consuma pochissimo. In realtà, consuma solo quando giri pagina.”
“Non è illuminato? E’ vero non fa mica luce.”, disse Giada accostandosi di più a Stefano. “Al buio non si vede allora?”
“Perché i libri tu li leggi al buio di solito?”
Ora che c’entra, pensò Giada. I libri no, non li posso certo leggere al buio. Ma questa cosa elettronica non è un libro. Un libro, cavoli, si fa capire. Questa è una cosa elettronica, con dei tasti, delle opzioni da decidere, delle cose da sapere. Devi essere malato di tecnologia, probabilmente devi essere nato con un… insomma, devi essere un maschio. Un libro è un amico, questa cosa qui ispira diffidenza, mi è abbastanza ostile. Lui lo sa bene, che io non ci capisco di cose tecniche; non sopporta che io non perda tempo per capirlo, e allora mi è ostile.  Con tutti i suoi transistor e i suoi astrusi circuitini, mi manifesta ostilità. Ha tutti questi circuiti che sprizzano odio verso di me. E’ chiarissimo.



“Perché devi abituarti a pensare questo aggeggio esattamente come un libro…”, chiosò Stefano con aria dotta.

Ecco, appunto.
“Come un libro?”
“No, anzi no. Come tantissimi libri. Tutti qui dentro”
Così dicendo si allontanò di qualche centimetro, distolse un momento lo sguardo. Non lo voleva ammettere, ma il profumo di Giada lo distraeva. Di botto, perdeva il filo delle cose che voleva dire. Di colpo sembrava tutto meno importante, ogni linea di pensiero indebolita, fiaccata da una misteriosa sensazione, come di affondare in una morbidezza ipnotica, appiccicosa.
“Ma non è meglio un libro vero, che giri le pagine, lo tocchi, senti la consistenza della carta…”
Meno male, Giada non sembrava essersi accorta di nulla. Stefano respirò a fondo. Ora tornava a vedere più chiaro.
“Come vanno i tuoi muscoli, Giada?”, le chiese di rimando.
“Eh?” Ma che è impazzito? Cosa c’entrano ora i miei muscoli?
“Sì dico, ce la fai a portarti a braccio 47 volumi?”
“Quarantasette? Non direi, non penso proprio”
“No chiedevo, perché qui dentro ora ce ne sono quarantasette…”, gongolò Stefano.
“Ok, lasciamo stare la faccenda della consistenza della carta. D’accordo”.  Secondo goal subito. Squadra sul tracollo, rischio retrocessione. Tifosi imbufaliti sugli spalti. L’arbitro fischia. Le orecchie fischiano sempre di più. Ragazzi, qui si finisce in B e nemmeno ce ne siamo accorti.
Ma ecco, improvvisamente un passaggio esaltante. Giada aveva l’idea giusta, eccola! Basta lanciarla, ora.  Palla spedita oltre la metà campo. Stefano subisce un contropiede, Giada può tirare in porta!
“Perfetto! Quarantasette libri.. Così se ti si rompe il coso, il lettore, oppure te lo rubano.. Ti perdi una biblioteca intera. Bravo, bravissimo. Ma che bella la tua tecnologia!” Giada gongolava, immaginando il trionfo. Solo questione di secondi: giocatori contenti della rimonta, pubblico in visibilio,  commentatori increduli.
Nel quadretto, soltanto stonava la strana tranquillità di Stefano. Sarà tattica da due soldi? Giada non ne era convinta.
Difatti, ecco che arrivava lesto il contropiede.
“Non mi perdo un fico secco. Ogni libro è presente anche sul mio computer, dove mantengo un database centralizzato di tutto il materiale. Sai, gestisco la mia libreria sul mio desktop linux con Calibre, un software open source, e mantengo sempre più copie di ogni libro, spesso in diversi formati. Per maggior sicurezza ogni notte alle quattro Back in Time si preoccupa di fare il backup incrementale dei miei dati su un disco separato. Documenti, musica… libri inclusi, ovviamente.”

Una schermata di Calibre.. dal PC di Stefano 😉

  Il tracollo è completo. Goal annullato, delusione cocente, squadra di nuovo allo sbaraglio. I tifosi abbandonano gli spalti per protesta. Altri, preda della delusione, innalzano striscioni con scritte irriferibili. Giada, disorientata, riparava in una sterile difesa d’ufficio.
“Va beh, ma la consistenza della carta…”
“Sì, certo. Ora, la cosa interessante è che tu puoi non solo leggere, ma anche annotare i tuoi libri. Se vuoi, puoi anche inviare le tue annotazioni su una pagina web apposita, così puoi far sapere a chi ti segue – chessò, sui microblog o sui social network – cosa stai leggendo e soprattutto cosa ne pensi. Io lo trovo molto comodo e divertente.”
“Cioè insomma, se leggo un libro devo scocciare tutti con le mie impressioni…”
“Non è che DEVI. E’ che, se ti va, lo puoi fare” puntualizzò Stefano.
“Ma come ce lo metti un libro, qui dentro?” chiese Giada che – avendo ormai ritirato i giocatori – veniva in pratica a congratularsi con il vincitore.
“Ah non è difficile. Puoi metterlo dai tuo computer, con il cavetto usb, oppure con il bluetooth. Trovi un sacco di libri a basso prezzo, o anche gratis, in diversi siti.”
“Ok, e se voglio un libro mentre sto in vacanza? Non ho il computer? Con i libri veri, vado in una libreria e mi scelgo qualcosa…”
“Qui non serve nemmeno. Dal lettore ti puoi collegare al negozio di libri, scegli quello che ti piace e te lo scarichi”
“Come mi collego scusa?”
“Allora, qui dentro c’è la connessione 3G incorporata. Ti permettono di navigare gratis su internet, ma ovviamente solo sul sito del loro negozio…”
“Curioso eh”, ammiccò Giada
Stefano non raccolse. Si chiese perché oggi fosse così sensibile alla sua vicinanza. Giada ora gli fa una tenerezza dolce, gli vien quasi voglia di stringerla, magari carezzarle piano i capelli. Forse dovrebbe tirar fuori una scusa e andar via. Però non sa come districarsi, dopotutto le ha promesso il suo aiuto.
“Comunque non paghi la connessione”, le disse, tentando di restringere i suoi pensieri ad un ambito squisitamente tecnologico.
“Però i libri li paghi” puntualizza lei.
“Certo, mica stanno lì per beneficenza, no?”
“No, era per capire…” fece Giada un pò seccata. Inspiegabilmente Stefano si era un pò spostato da lei, non riusciva più a sbirciare lo schermo del lettore. Che gli faccio paura? Ma mica glielo rovino il suo bel libro elettronico, insomma…

“Va beh, ma non è meglio che cominciamo? Sennò poi non si fa in tempo a finire…”, disse Stefano sempre nel suo modo focalizzato.
“Cominciamo? Ahh sì sì.” Giada si era quasi dimenticata. E’ che stava bene a parlare così, ora. A battaglia finita, si sentiva rilassata. Non aveva più niente da perdere, ormai era acclarato, sotto il profilo tecnico era una schiappa. Poteva smettere di nascondersi. E si era dimenticata il motivo per cui Stefano era venuto da lei.
Di fatto, stavolta dovette forzarsi un pò.
“Sì, hai ragione. Cominciamo. Vediamoceli, questi libri che avresti portato, va…”
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Ma Livia, poi…

  Stefano non voleva aspettare. Era fatto così, su certe cose era decisamente impaziente. Ok, è vero che Ubuntu esce tutto nuovo (o quasi) una volta ogni sei mesi. Due volte all’anno non è male, tutto sommato, come frequenza. Eppure ogni volta, all’approssimarsi dell’uscita della nuova versione, ricominciava a friggere d’impazienza.
  Certo la novità non era poi una vera novità, ormai. Da tempo aveva dischiuso i meravigliosi segreti della virtualizzazione, quell’arte sottile del riprodurre un sistema dentro un altro sistema. Aveva scaricato Virtualbox e lì dentro si divertiva ad istallare tutte le versioni di linux che gli piaceva, incluse le varie versioni preliminari del suo amato Ubuntu. Spesso le istallazioni duravano una settimana o poco più: comprese le caratteristiche, se non lo entusiasmavano, Stefano le buttava via per fare spazio ad altri tentativi, altre novità.  
  Era proprio una gran cosa; non doveva nemmeno masterizzare i CD, scaricava la versione “iso” dalla rete e la dava in pasto a Virtualbox; dopo qualche minuto aveva tutto pronto, il suo nuovo giocattolo bello e sistemato per l’uso, senza dover influire minimamente sul sistema (tipicamente, negli ultimi tempi, la Ubuntu più recente, con le dovute aggiunte e le impostazioni “ad hoc” operate da Stefano).
Prima era un inferno, invece. A forza di istallare versioni di linux, per provare come si comportavano, aveva ridotto il disco rigido in una serie di fettine piccole piccole, e ogni volta doveva districarsi tra complicati menù per far partire l’una o l’altra. Per non parlare di quando per sbaglio sovrascriveva le impostazioni corrette e non riusciva più a far partire la versione “giusta” di Ubuntu, quella con la quale lavorava normalmente. La virtualizzazione aveva posto fine a questi insidiosi problemi.
  Però un aggiornamento “vero” era sempre un’altra cosa. Il sistema che usava tutti i giorni, diventava tutto nuovo. Di colpo, il desktop che passava da Gnome ad Unity, tutte le librerie aggiornate, tante altre cose nuove da studiarsi, con calma.
  Il giorno dell’uscita di Natty, la versione 11.04 di Ubuntu, era tornato presto dall’università. Fatto un backup di sicurezza (si sa mai) aveva lanciato subito l’update, indi assorbito con attenzione esagerata – da puro geek – tutte le scritte a video mentre l’aggiornamento veniva portato a termine in una seducente tranquillità.
  Però prima ‘ste scritte erano molto più tecniche, si sorprese a pensare. Tipo updating gcc-232.323.23 resolving dependencies for xorg removing old lilo configuration files senza alcuna immagine. Solo linee di testo senza grafica. Potevi capire un botto se stavi attento. Liscio, non troppo attraente, pulito. Però ti faceva anche un bel pò di domande tecniche, dovevi saper cosa scegliere.
  Stefano sorrise. Giada, ad esempio, non l’avrebbe istallato mai. Le difficoltà di Giada con i computer gli mettevano tenerezza. Quel senso di bambina spaesata, lo intrigava, gli inspirava tenerezza. Oppure non era solo quello, a volte si sorprendeva a pensarlo. Che strano.
  Ora si erano fatti furbi, anche questi qui. Le informazioni tecniche erano più nascoste (ti dovevi cercare i maggiori dettagli cliccando sua una opzione un pò in ombra sul desktop, del tipo “questa la scopri solo se sei abbastanza fissato, se sei una persona normale manco te ne accorgi”). Se non facevi nulla – come era supposto che facessi (tipo Windows, insomma) ti scorrevano davanti una serie di immagini molto catchy (o supposte tali) che ti facevano assaporare le diverse virtù irrinunciabili del sistema che stavi istallando. Cose molto colorate, che possono capire tutti. E non ti chiedeva niente di complicato.
  Insomma, anche su linux la tecnica cedeva un pò il passo all’immagine. O perlomeno, la cura nella presentazione del prodotto era molto aumentata. Era diventato un qualcosa per la gente comune, non solo per quella con il pallino della tecnologia, che ricompilano il kernel i giorni pari e quelli dispari scrivono applicazioni per Android.

Ubuntu 11.04
Ubuntu 11.04 con qualche applicazione aperta…

  Era quasi arrivato al momento fatidico. Sistema istallato, ci vuole un reboot e vai, vediamo subito il nuovo sistema.
  Il suono del telefono lo fece sobbalzare mentre era fisso davanti al monitor, quasi con il fiato sospeso.
  “Stefano, ciao. Ma sei ancora a casa? Non ci dovevamo vedere alle sei?” la voce di Luisa era gentile come al solito, ma tradiva un pò di perplessità.
  Per tutti i virus di Windows, si era completamente scordato!
  “Oh sì scusa è vero… arrivo subito. Stavo aggiornando il computer e il tempo è volato…” disse Stefano
  “Ci avrei scommesso…” replicò all’altro capo del filo una voce in bilico tra la paziente comprensione e un moderato e ragionevole sconforto.
“No, ma arrivo, arrivo” si affrettò ad aggiungere Stefano.
“Ok ti aspetto. Dài che poi ho detto a Livia e Angelo che ci saremmo visti alla gelateria.”
“Sì tra poco sono lì, tranquilla. Un bacio”. Ora, se questo si sbrigasse, non posso uscire senza vedere almeno se funziona… dài fai questo reboot… spicciati. Stefano prese le chiavi, il portafoglio e il giaccone. Ripassò vicino al computer. Ecco, finalmente è pronto. Faccio il login. Ah ah funziona; ma che bello il nuovo sfondo. E queste grandi icone sulla parte sinistra. Curioso, devo capire se mi piace o se migrare su Gnome 3. Beh fammi andare sennò Luisa stavolta mi spella vivo.
  Spense il PC a malincuore.
  Se non torno troppo tardi un pò ci gioco stasera stessa, però. Pensò Stefano chiudendosi la porta alle spalle. Ma Livia, poi… ma chi è?


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Ma dove sono tutti i libri?

In ritardo di un quarto d’ora. Aspettiamo altri cinque minuti poi sicuro che arriva. Precissimo nel ritardo, ormai Giada lo sapeva bene. E meno male che sono tornata presto dall’università. Potevo prendermela comoda, rimanere un pò a parlare con Francesca. Farmi dire tutto sul suo fidanzato nuovo nuovo. Mica avevo capito che aveva una tresca con Marco; sono sempre l’ultima a capire queste cose, evidentemente.
Infatti eccoti che arriva Stefano. Bello fresco senza niente, nemmeno un’ombra di affanno, di fretta per il ritardo. Soprattutto, nemmeno uno zaino gonfio. Niente. Ma niente proprio.
“Bravo, bravo. Ti sei scordato tutto, come al solito” sbuffò Giada, veramente spazientita.
Insomma ci mancava pure questa. Affidabili, sono affidabili davvero, questi maschi eh.
“Ora come facciamo, hai detto che avevi almeno cinque libri sull’argomento. Come lo facciamo questo pezzo per il giornalino dell’università? Pensavo volessi aiutarmi, te l’ho spiegato, io di cose tecniche ne capisco poco. Avevi detto che mi avresti aiutato. Come faccio a parlare dei computer nelle discipline umanistiche se di computer non ne capisco niente?“
“Sì sì, è proprio così.”
“Ah l’avevi detto”
“Intendo, è così, di cose tecniche non ne capisci nulla…”
“Molto divertente. E allora?”, esclamò Giada con l’impazienza che le friggeva addosso. 
Il pezzo l’aveva promesso per la sera, e ora stava di fronte alla prospettiva non esaltante di affannarsi a mettere insieme qualcosa preso da Internet, così come capita. Il fatto che lei fosse brava a scrivere era stato percepito subito dai redattori del giornalino, dopo che aveva inviato il primo contributo, quasi per scherzo. Ora andava così, alla minima occasione le chiedevano di scrivere un pezzo. E va bene, per lei era un divertimento, dopotutto.

Stavolta però le serviva aiuto, le serviva la competenza di uno di quei maschi fissati con i computer. Insomma, le serviva Stefano.

“Beh ho portato tutto quello che sono riuscito a trovare”, disse Stefano, sempre sorridendo.
“Ahh lo vedi? Lo vedi? Sei il solito, il solito, lo dicevo io.”
Stefano continuava a sorridere. Il che lo rendeva piuttosto indisponente, secondo Giada. La quale si era già ampiamente pentita di averlo coinvolto.
“Infatti i libri erano sei” aggiunse, evidentemente divertito. “Di cui uno di più di mille pagine, sullo sviluppo dei primi computer e sul loro uso in ambito accademico. Mooolto interessante, se devo dire. “
Che faccia da schiaffi, pensè Giada. Continua a prendermi in giro alla grande. Dovrei menarlo, se non fossi una signora. Cioè una ragazza, però siamo lì.
“Va bene, mio caro. Vediamo adesso come te la cavi. Vediamo dove sono questi libri.”
“Ah beh…”
“Ok te li sei scordati, giusto?” disse Giada sbuffando.
“No, proprio scordati direi di no…” fece Stefano, affondando la mano nel suo piccolo zainetto. Più faceva il misterioso e più solleticava i recettori dell’insopportabilità, in Giada.
“Ah almeno uno l’hai portato.” Disse lei. “Magari il più piccolo, a giudicare dallo spessore del tuo zaino.
“No, li ho portati proprio TUTTI” fece Stefano. Sembrava si divertisse sempre di più.
A Giada dava i nervi quando si divertiva alle sue spalle. Temeva qualcosa, non sapeva cosa, ma temeva quello che sarebbe successo nei minuti successivi.
Infatti qualcosa successe, che a lei non garbava.
Stefano tirò fuori la mano, quello che aveva afferrato non era un libro, bensì una sorta di strano apparecchio piatto. Sembrava un computer, ma no, un attimo. Era più piccolo, decisamente più piccolo di un computer.
“E’ il mio nuovo lettore di ebook” disse Stefano gongolando. Chissà come mai gongolava.
“Ebook? Quella cosa dei libri che si leggono… insomma, quelli elettronici? E ora, mi dirai anche che…” disse Giada, sbiancando visibilmente in volto…
“Sì. Te lo dico, hai indovinato. Tutti i libri stanno qui dentro. Dentro questo cosino qui. Cioè, a dire il vero c’è anche dell’altro, ma non è tutta roba che vorresti leggere, credo”
“Lo sapevo. Lo temevo” disse a bassa voce Giada, sconsolatissima. Mentalmente, si preparò ad una lezione tecnologica di Stefano. L’ennesima. Sapeva che sarebbe arrivata, questione di secondi. Non c’era ormai niente da fare per evitarlo.
Infatti, arrivò.
“Giada, devi sapere intanto che qui dentro batte un kernel linux della serie 2.6, opportunamente modificato…”

(1. continua)
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Non si copia. Quasi mai.

Atmosfera densa, tesissima. Compito di matematica, quello decisivo del quadrimestre.
Silenzio da tagliare col coltello. Il professore che passeggia avanti e indietro per la classe. Quel passo odiosamente lento, misurato. Ti passa vicino e indugia un attimo. Come un segnale. Come per dire attento che se fai qualcosa di sbagliato ti becco subito. 

Il problema è questo. I due solidi iscritti uno dentro l’altro, Roberta non li capisce proprio. Ha fatto i disegni venti volte, e non viene proprio nulla. Appallottolato dieci fogli. Le equazioni non si mettono giù bene; vengono numeri astrusissimi. E se il disegno fosse sbagliato? Allora i segmenti AB e BC non sono quelli, forse la figura si semplifica. 
Sudore freddo lungo la schiena, un fastidio diffuso. Non si può toppare, stavolta. Se prendo un’insufficienza mamma e papà mi fanno saltare le vacanze con gli amici di quest’estate, me lo hanno detto mille volte. Se appena appena finisco ‘sto liceo, la matematica la mollo. Aveva ragione Venditti, “la matematica non sarà mai il mio mestiere”. A parte il fatto del pianoforte sulla spalla. Mai capita questa metafora. 

Roberta inizia a divagare con la testa. Il problema è intanto divenuto uno scoglio insormontabile. Buio completo. 

Onde spigolose di invidia per sorella si propagano nella mente. Lei non ha più questi problemi. Giada appena esco mi iscrivo anch’io a lettere, o filosofia o letterologia orientale o lingue astruse e antichissime, qualcosa che sia garantito esente da matematica. Hai presente quei cibi che dicono “Niente OGM”? Voglio un corso con un bollino garantito “niente matematica”. Oppure quei film dove dicono non è stato maltrattato alcun animale. Ecco voglio una facoltà dove ci sia scritto “Si assicura l’utenza che durante la definizione dei programmi dei corsi di laurea non è stata risolta alcuna equazione.” E’ quella che fa per me.
“Psss.. Roberta.. hai fatto…?”
E’ Gianni, davanti a destra. Tipo studioso, posizione relativa interessante. Interazione possibile.
“Gianni… Gianni ti prego, il problema. Passami la figura, dàaaai”, squittisce Roberta in due decibel appena.
“Non posso mi becca”, dice Gianni a mezza voce. Impietoso.
“Dàaaai ti prego. Non ti vede” implora Roberta.
Il professore è entrato in stand by e guarda fisso fuori dalla finestra.
O adesso o niente. Il fatto che è pure carina, cavolo.
“Ecco sbrigati”
Il foglio sta passando di mano. Un nanosecondo. Sufficiente per far accedere l’irreparabile.
“De Simoni lo dai a me quel foglio, perfavore?” tuona la voce del professore.

La temperatura dell’aula piomba a -40. Tutti guardano, con il fiato sospeso. Ogni cosa è gelata. Sembra di stare su Marte.

Incredibile, non era a guardare fisso fuori, un attimo fa? Ma come ha fatto?
“Ecco professore, ma non è mica niente..”
“No, no, figuriamoci. De Simoni poi ne riparliamo, non finisce qui.”
“Ma professore…” Gianni intona in andamento mellifluo cantilenante, senza peraltro saper come continuare. Roberta si aqquatta  sul banco, tutta rossa. Disastro totale. Dalla faccia del professore si direbbe che stia per partire. Infatti parte.
“Quante volte vi ho detto, non si copia! Mai!
Però linux si può copiare, me l’ha detto Giada che glielo ha detto Stefano pensa Roberta. La cosa però non le sembra una obiezione valida da presentare al professore.
“Che facciamo, magari i compiti a casa li copiate da Google, se continua così”
“Beh c’è chi forse già l’ha fatto, professore”. La classe si gira di scatto. La voce di Lorenzo, in fondo vicino alla finestra. Brandisce un foglio stampato.

Il professore resta sorpreso più della classe. Proprio Lorenzo, quello timido che non parla mai. “Ha presente Bing? L’hanno beccato anche lui a copiare da Google!“, si lancia Lorenzo con insolita enfasi.

Il professore guarda con l’aria perplessa. Sembra in stallo. Roberta non capisce cosa sta avvenendo. Nell’attimo di silenzio sospeso, fa in tempo a pensare una sequenza lapidaria di sei parole, Speriamo solo che me la cavo.
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