Blog di Marco Castellani

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Gli scampati

L’occasione è troppo ghiotta per lasciarla svaporare. Un invito ad intervenire in una presentazione di un libro, d’altra parte, è sempre una cosa interessante. Ancora di più quando il testo, per quanto opera di fantasia (un romanzo) presenta nella trama diversi agganci con temi scientifici quanto mai presenti nel dibattito pubblico, come quello della vita nel cosmo.

Foto di gruppo dopo la presentazione del libro.
Da sinistra, Gioacchino De Chirico, Mario Caprara, Marco Castellani

Incontro Mario Caprara, autore de Gli scampati (2022, edito da Bordeaux), proprio all’entrata della fiera. Domenica mattina, ci troviamo alla Nuvola di Roma, zona EUR, per l’ultima giornata di Più Libri Più Liberi, la fiera nazionale della piccola e media editoria. Giornalista, già autore di alcuni saggi, come Delitti e luoghi di Roma Criminale (Newton Compton, 2016) e Destra estrema e criminale (Newton Compton, 2009) Mario Caprara è alla sua prima prova narrativa. Dopo i saluti, entro subito in dialogo sui temi del suo intrigante romanzo: del resto sono tanti gli argomenti sui quali sarebbe bello soffermarsi, proprio dal punto di vista scientifico. Ci sarebbe da ragionare per settimane, e sarebbe anche interessante farlo… [Continua a leggere sul portale EduINAF]

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Adriana

Non la conoscevo, Adriana. Non l’ho mai incontrata, nemmeno da lontano. Eppure era da tempo qualcosa di mio. Intendo, la sua musica era diventata mia, nel tempo. E nel cammino. Nel cammino che lei ha fatto e io, tra cadute e riprese, allontanamenti e ritorni, provo a fare. Sono ancora qui che provo, e le sue melodie mi risuonano dentro come argini sicuri dove incanalare le emozioni, il desiderio del bello, del vero, il desiderio di essere a casa, di essere amati e protetti ed accuditi. Il desiderio di un perché, soprattutto.

Nelle assemblee cantavamo Povera Voce e mi è sempre apparso un canto semplice e bello, limpido e chiaro. Non c’è una parola di troppo, non c’è un pretesto per non camminare, per non camminare in queste parole e dunque iniziare – o riprendere – il cammino personale.

Scrivo ora su Adriana Mascagni, a poche ore dall’inizio della celebrazione dei suoi funerali. Scrivo di una persona che si è fatta strada nel mio cuore con la sua arte, è entrata con la persuasività della sua musica, delle sue parole.

Banale dirlo, forse. O ridirlo. Ma il potere dell’arte è questo, di colpo una persona che non hai mai visto ti entra dentro in modo prepotente e perentorio, attraverso il canale dell’arte, perché tu e lei, tu e lui, siete entrati in risonanza per un tema musicale, per delle parole, per un dipinto. Improvvisamente ecco che ti importa. Quello che fa questa persona, ciò che produce, diventa importante per la tua vita. Se (per dire) sei un astronomo, ti occupi della Luna e delle stelle, ecco che Luna e stelle sono nel suo canto, sono il suo canto. L’arte vera è gentile e viene a parlarti nel linguaggio che tu conosci: lo fa lei tutto il lavoro per collegarsi con te. Tu devi solo aprire gli occhi, le orecchie.

Nel bel messaggio di Davide Prosperi di ieri compare una citazione stupenda di Luigi Giussani, riguardo il canto:

Chi non è toccato da un concerto di archi, come si può essere insensibili dinanzi ai colori di una sonata per pianoforte? Sembra il massimo. Eppure, quando sento la voce umana… Non so se capita anche a voi: ma è ancora di più, e di più non si può. Davvero, non esiste un servizio alla comunità paragonabile al canto.

L’artista entra nella tua vita con il suo materiale e poi che farne di tutto questo, decidi tu. Non mette alcun freno alla tua libertà. Il servizio alla comunità è reale, penso, se si gioca ultimamente in una possibilità offerta specificamente ad ogni persona: la proposta arriva così al singolo. Come dire, ti propongo questo, tu cosa ci fai? Come la tua creatività incontra la mia, cosa vi costruisce intorno?

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Cittadino d’Europa (apologia del bacio)

E’ successo proprio ieri. Dopo aver riflettuto su qualche cinguettìo (diciamo) autorevole, aver letto due o tre articoli da Repubblica (anche se dei giornalisti, sappiamo, è lecito dubitare…), ho iniziato a vederci un po’ chiaro. Mi sembra, almeno, di vederci più chiaro.

Il problema, alla radice, è il deficit. 

Quanto possiamo sforare, quanto ancora possiamo sforare questo deficit di poesia di dolcezza immaginativa, di lievità propositiva. E ho iniziato a desiderare di riprendermi il sogno, quel sogno che mi vogliono scippare. E che invece mi fa respirare. 

Si chiama appena Europa, e vuol dire proprio tanto. 
Europa. Mi sembra che in questi tempi stiamo soffrendo di un svilimento di questo nome, di ciò che di buono, di colorato e fragrante vi riposa, vi danza dentro. Vi dico la mia impressione. Quello che mi pare di aver compreso, o quasi compreso. Certa gente, questa gente, questa che sappiamo, che io e voi conosciamo, vuole una cosa che io non voglio, che (adesso) capisco bene di non volere. Sappiamo infatti – come avvertiva già Montale – ciò che non vogliamo.

Qual è la cosa che vuole, questa gente?
Vuole che io smetta di sognare una Europa vera, unita, affratellata. “Utopia, finzione, caro Marco, comandano le banche, ce l’hanno con noi. Difenditi, riparati, chiuditi.” Perché? Sembra che difendano i diritti sacrosanti degli italiani, sembra così in partenza, ma alla fine inducono un pensiero depresso di difesa ad oltranza del nostro territorio, difesa che si nutre di accusa, di recriminazione. Abbassano le frequenze su una tonalità minore, acida, non fluida.
Essere italiani è essere aperti, è baciare l’altro, baciarlo.
Io dico che essere italiani è baciare, in fondo. 
Fino in fondo.
Mia figlia da ieri sera è a Parigi, di ritorno, e magari guarda il cielo e vede lo stesso cielo d’Europa che vedevo io ieri sera, a spasso con il cane in un frammento periferico di Roma. E se esce a comprare qualcosa da mangiare, o un giornale, usa lo stesso denaro che ha usato oggi qui, non deve cambiare valuta (foraggiando le banche con le commissioni), non deve mostrare un passaporto perché sia lì.
Poi mi veniva da pensare anche al romanzo Il ritorno. E di capire una cosa nuova. Mi pare di aver scritto, di aver voluto scrivere, un romanzo impastato di Europa, senza calcolarlo, senza saperlo. Un romanzo sicuramente imperfetto, non perfettamente calibrato, probabilmente, anche se con schegge di luce qui e là, magari. Con tutto il fulgore dell’imperfezione, la grana grossa (in taluni casi) e saporita di un affondo in un terreno bellissimo e complesso (tale è quello del romanzo, in sé). E involontariamente impastato di Europa. Roma, Parigi, Monaco… un tessuto di esperienze e di sensazioni, colori e odori e atmosfere che rifrangono i moti del cuore, vi si specchiano e trovano riparo.

Ricordo l’amica pittrice, la telefonata che mi fece per dirmi che aveva apprezzato molto il romanzo, e soprattutto la parte ambientata a Parigi. Si capisce che Parigi ti piace, deve aver detto qualcosa così, rendendomi questa verità ancora più chiara a me stesso.

Roma, Parigi, Monaco. Voci del concetto Europa

Io sento che vogliono rubarci tutto questo, per qualche motivo lo vogliono. Vogliono riempirmi di calcolata acredine per i burocrati di Bruxelles che pagherei io (ma le persone al governo in Italia non lo pago io ancora più interamente ed esclusivamente?), vogliono avvelenare il mio sogno.
Che ha mille declinazioni imperfette (pure lui!) ma ha una grande anima, e ha già grandi realizzazioni. Certo, è totalmente imperfetto ma è vivo, palpitante: emozionante.
Senza confini, senza più confini.
E l’Europa insieme ha una potenza una varietà una pluriformità culturale e una profondità culturale che ogni America se la sogna, ogni Cina se la sogna. E ogni politico italiano un po’ forastico, un po’ interventista e sovranista (come si dice oggi), un po’ aitante e ruspante, forse potrebbe utilmente riscoprire. Auguri!
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Il ritorno

Un viaggio, degli incontri. Una avvenente collaboratrice, un misterioso e autorevole scienziato. La possibilità inattesa di un ritorno a casa, di una discesa a picco nell’istante presente. Luca è ad un punto di svolta, un punto critico: nella vita, nel lavoro e negli affetti. Ora è chiamato ad affrontare i propri fantasmi, per riscoprire un cuore vivo.

“La questione è proprio semplice, Luca”, abbassò gli occhi, e in quel momento mi sembrò seducente come non mai. “Io sono nella mia storia, Luca. Lo sono ora come lo ero quando ci siamo conosciuti, tanti anni fa, quando ero appena una ragazza. Anzi, sono assai più nella mia storia ora di quanto lo potessi essere prima. Nella mia vita c’è una strada. Una possibilità sempre aperta di gioia, di essere abbracciati….”

Il mio primo romanzo è disponibile per l’acquisto su Internet in forma cartacea e digitale. Il primo capitolo è disponibile per la lettura gratuita attraverso il portale Wattpad.
La trama si dipana tra Roma, Monaco di Baviera e Parigi, integrando la suggestione dei diversi luoghi come attore partecipe delle vicende stesse del romanzo.
“Che visione stupenda! Basta guardare, alle volte, mi dissi, guardare fuori, intorno.
Avere occhi per guardare le meraviglie del mondo.“
Il tutto avviene sotto gli occhi del lettore, sempre a stretto contatto con una colonna sonora che si integra organicamente con lo svolgimento, chiamando idealmente chi legge a partecipare anche attraverso la magia del suono, e attinge ad una seri di brani (italiani e stranieri) che copre un ampio intervallo di stili e di epoche.
La playlist (in corso di sistemazione su youtube) comprende i diversi brani della colonna sonora del romanzo, nell’ordine corretto. L’avvicendamento dei brani può sembrare privo di un vero nesso logico, ma (vi garantisco) è pienamente comprensibile attraverso la lettura del romanzo.

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Un luogo di ricominciamento

Pazienza, perseveranza, umiltà e coraggio… L’ho segnato sul mio tablet, domenica mattina, cercando di trattenere qualche “indicazione operativa” per avviare il lavoro personale.
L’entusiasmo dell’inizio infatti, so bene come è, è bello e confortante – il luogo del ri-cominciamento ha qualcosa di magico e brillante, al suo interno – ma va nutrito e rinfocolato ogni giorno, altrimenti darsi pace rimane un bellissimo anelito ma il lavoro concreto rimane sempre “dietro”: dietro a qualcosa che appare sempre più urgente, foss’anche “girare il sugo” come diceva Marco (quando del resto s’era ormai fatta ora di pranzo…). Del resto con quattro figli, una moglie, un lavoro, uno gli impegni non se li va a cercare. Ti trovano loro: puoi stare tranquillo. 
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Come un possibile ritorno…
Lunedì mentre la mia Paola si sottoponeva al suo piccolo intervento in day hospital (tutto bene, grazie al cielo), ero lì in sala d’attesa: sotto di me una meravigliosa veduta di Roma che si svegliava pigramente alle prime luci del sole, accanto a me il mio volume Darsi Pace, rispolverato per l’occasione (vuoi vedere che stavolta il lavoro si fa veramente?), un po’ di sonno per l’alzataccia, ma tanta voglia di mettersi all’opera. E un senso sottile me piacevole, confortante: come di una nuova nascita. Come di un possibile ritorno.
Più riguardo a Darsi pace
Ritorno. Marco Guzzi l’ha scritto sulla lavagna, domenica mattina, come prima cosa: sulla lavagna della sala Zatti dell’Ateneo Salesiano. Primo incontro della prima annualità dei gruppi Darsi Pace. Così, La via del ritorno. E mi ha colpito subito, come fosse un messaggio personale, un codice cifrato rivolto specificamente a me. Il mio tentativo letterario più ambizioso, il mio romanzo, l’ho proprio chiamato “Il ritorno”. Non ci credo alle coincidenze, non ci credo più. Tutto ha un senso. Non in generale: un senso per me, adesso.
Il sole è ormai alto, Roma è sveglia. Da qui, da questa collina, è come se si abbracciasse tutta quanta. Si potesse quasi amare tutta, lei e le persone che la abitano. E lo stato di forzata attesa, favorisce quest’idea della lettura meditativa. Passare e ripassare sulle stesse frasi, fino a farne uscire il succo, a sentirne il gusto, percepirne – almeno un po’ – la carica terapeutica.
Passare e passare sulle stesse pagine: ma perché? Per una cosa di pura esperienza, perché in questo momento mi fa bene. Esperienza: di discorsi – anche giusti, soprattutto giusti – ne ho a sufficienza. Basta, basta per carità. Che poi uno sperimenta l’amarezza dello scarto tra i discorsi “edificanti” e il tono generale della vita, o di tanta vita. Basta discorsi. Esperienza, ci vuole.
E l’esperienza di avere questo libro vicino, da prendere e riprendere, durante l’attesa, è buona. Conforta, riscalda. Dona una prospettiva di senso, anche se ancora potenziale.
Poi l’attacco dei dubbi (lucidamente preannunciato da Marco) avviene, strisciante ma concreto: sono troppo vecchio, troppo giovane per questo lavoro? Sto troppo male (che direbbe la mia psicologa…), troppo bene? E il più destabilizzante, “ma quante complicazioni: non basta pregare?” Dubbi che mi trovo ad affrontare anche nel lavoro proposto dal movimento al quale mi sento prossimo, quel  luogo dove – nel lontano 1984 – ho inaspettatamente scoperto che la fede può essere una cosa interessante, e perfino conveniente.
Lavoro, che mi appare così, ora: vicino e compagno di quello indicato in Darsi Pace.
Una possibilità, l’inizio – appena – di una verifica, che andrà fatta nel tempo. Del resto, tutto richiede una verifica empirica, nei giorni: niente è acquisito una volta per tutte, niente risparmia dalla condizione di ricerca. Anzi ogni evidenza, ogni luce nel cammino, di solito fa questo, rilancia…
 
Un possibile ricominciamento. Datato domenica 12 ottobre, anno di grazia 2014.
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Fabio sognava (scrivere è attraversare la paura)

“Fabio sognava di correre insieme con Liliana. Erano in un campo vastissimo, pieno di sole e di fiori gialli gialli. Lui correva e cercava di acchiapparla, lei correva più veloce di lui, gli sfuggiva sempre per un pelo. Poi alla fine lui riusciva a prenderla, ma con la sensazione che lei si fosse lasciata prendere per essere baciata. Come quando erano fidanzati, lui la stringeva a se e lei faceva la faccia con il broncio.”
E’ un po’ che ci gioco, con questo brandello di trama venuta su così, quasi senza volere. Che parte da alcuni luoghi, da una geografia prima che da una vera e propria storia. Orbetello, Montreal, St. Moritz… Luoghi e personaggi. Così accade che mi trovo a rileggere la parte iniziale del romanzo, che vorrei percorrere piano piano, facendolo crescere, lievitare come una torta, con pazienza e applicazione. E mi domando perché sia ancora lì, fermo.

Vediamo, cerchiamo di fare luce.C’è stato l’inizio, con l’entusiasmo tipico di ogni inizio. C’è stata poi la paura. La paura che tutto questo sia una perdita di tempo, che io non sia veramente in grado di scrivere una buona storia. Insomma tutte le paure più classiche che si possono avere: io ovviamente me le sono ritrovate addosso (io le paure le me le attiro addosso abbastanza bene). Così vi sono state sessioni di scrittura faticose – perché non convinte – e soprattutto lunghe fasi di stasi. Che come tutte le fasi stazionarie, non hanno risolto nulla.
Così ora che inizia un nuovo ciclo, un nuovo anno (per me l’inizio di un nuovo ciclo annuale è circa poco dopo ferragosto, è lì che riparte tutto: dopo la pausa estiva), ora che penso a come veleggiare attraverso l’autunno che sta arrivando, e poi l’inverno, ecco che capisco che ci forse ci manca un ingradiente, alla mia analisi.

Beh, avete probabilmente già capito quale.

Il bello è questo. Attraversare questa paura e scrivere. Allargo un attimo il quadro, permettetemi. E’ bello, gustoso, attraversare ogni paura che viene. A volte mi pare di capire che sia ben di più che un atteggiamento terapeutico. Di qualcosa da raccontare all’analista. E’ qualcosa di strettamente legato al mio compito, al motivo per cui sono qui, per cui sto vivendo. Nella disposizione interiore, che si traduce in una modalità di reazioni di fronte alle circostanze, vi è il nocciolo sacro della libertà, è misterioso ed ha connessioni misteriose e profonde con tutto quanto.

Venendo poi a scrivere. Scrivere è sempre rischioso (un rischio salutare) e scrivere un romanzo è molto rischioso, è come lasciare il porto e fare rotta verso un punto lontano. Verificare le dotazioni di bordo e andare. Del resto, dice qualcuno, le barche in porto stanno sicure: ma non sono fatte per rimanere in porto, le barche.
Allora il viaggio di quest’autunno, di questa fine anno e inizio del prossimo, potrebbe essere questo. Potrebbe essere far crescere un secondo romanzo, dopo Il ritorno. Scrivere un romanzo è una cosa, ma farne un secondo ha una portata profonda (vorrei dire, a prescindere dall’esito). Vuol dire riconoscere che non si può stare lontani dal raccontare storie. Vuol dire che non era una tantum. Vuol dire che non puoi farne a meno, no. 
Che la vita risulti scolorata e tesa quando uno non scrive, quando tenta di legarsi le mani (senza riuscirci) per risparmiarsi questa complessità e eludere ogni incertezza, è un segnale. Forte, netto, che deve essere assimilato. Non è certo completamente in mio potere decidere di scrivere bene. Ma è in mio potere accogliere questa (pressante) richiesta a scrivere, o rifiutare. Rifiutare però vuol dire comprimersi sulla superficie, mancare in profondità, perché il no avvelena e corrompe. Così devo passare oltre la mia autosvalutazione e dire sì. 
Alla fine è semplice: devo fare questo, devo andare a vedere. Devo vedere cosa succede nella storia di Fabio e di Liliana. Perché si sono allontanati, se si potranno riavvicinare, per che motivo, o per chi. Non devo creare, devo soltanto ascoltare i miei personaggi. Fare pace e silenzio dentro di me, perché loro mi parlino. E tenere traccia umilmente di quanto mi vogliono dire. Del resto, lo stanno già facendo. Mi stanno già parlando e io devo solo abbassare lo strato protettivo di distrazione e affanno per lasciar emergere quanto mi dicono. A piccoli passi, con pazienza. Baby steps, sempre.
E’ il tempo giusto per farlo, probabilmente. 
E’ sempre, questo tempo. Ma è soprattutto adesso, mi sembra.
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Perché stavolta non faccio il NaNoWriMo

Alla fine mi sto decidendo a lasciar perdere, e ne sono contento. Chissà perché, ci sono cose che si riescono a fare con la sufficiente motivazione soltanto una volta. Come, nel mio caso, il tragitto Roma-Argentario in bicicletta (quella estate dopo gli esami di maturità, con due amici), e per venire a questo post, il National Novel Writing Month (NaNoWriMo), quell’esercizio estremo di scrittura per cui la sfida è scrivere 50000 parole nell’arco di un mese.
Milleseicento parole al giorno non rientrano nel mio stato naturale di scrittura, al momento. Diverso è quando sarò famosissimo come scrittore e mi vedrò costretto a diminuire l’impegno come scienziato in favore di una adesione più piena alle richieste del mio (futuro) editore (chissà!).


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Una volta sola è sufficiente…

E’ vero che il NaNoWriMo è un modo eccellente e un po’ pazzo per vincere le resistenze del proprio editore interno e scrivere davvero. Però mi forza troppo. Dunque ho cominciato con qualche dubbio, ma già ieri ero abbastanza indietro. D’altra parte dovevo riconoscere che questo secondo romanzo almeno lo stavo finalmente mettendo in lavorazione. E quindi? Che fare? Fortunatamente, cercando per un numero minore di parole, mi sono imbattuto in questo articolo…. Era la risposta che cercavo. Mi è sembrato subito così sensato! 500 parole e non 1600 e più. E’ giusto darsi degli obiettivi anche giornalieri, ma è bene che siano ragionevoli.  

Ho capito cosa c’era dietro il mio calo di motivazione. Non mi va di scrivere all’impazzata tenendo solo conto del numero di parole, stavolta. Non mi va di trascurare questo blog e gli altri siti, per arrivare ogni giorno a superare le 1600 parole nel romanzo. Neanche, di sentirmi a disagio i giorni in cui non ce la faccio.

Fare il NaNoWrimo almeno una volta comunque è una pazzia divertente ed esaltante, grazie anche alla comunità di persone che si raduna intorno a questo “evento”. Così intendiamoci, sono contentissimo di averlo fatto, nel novembre del 2009, e di averlo vinto. Con tutta probabilità, non avrei ancora un mio romanzo, a questo punto della vita. Un romanzo scritto nell’arco effettivamente di un mese, anche se poi, come è ovvio, il processo di revisione e parziale riscrittura ha preso un tempo moooolto più lungo….

Ora se c’è una cosa buona che il NaNoWriMo di quest’anno (a cui appunto, non parteciperò) ha fatto, in quei due o tre giorni in cui ho pensato seriamente di buttarmici, è stato costringermi a prendere sul serio il fatto di affrontare un altro “grande progetto”. Scrivere un secondo romanzo, dopo “Il ritorno”.

Da molto tempo mi girano in testa dei fatti, delle situazioni. Dei luoghi, soprattutto. Quello che stavolta mi prende è soprattutto la geografia, vedere alcuni luoghi come catalizzatori di situazioni, di intrecci, di sentimenti. Ora mi accorgo che per molto tempo ho procrastinato, con varie (sempre onorevoli…) scuse.
Da oggi vorrei prendermi l’impegno di lavorarci in modo più continuativo, più professionale, diciamo. E siccome la cosa più importante è scrivere (è sempre la regola numero uno, a buon diritto), la cosa si traduce assai pragmaticamente in buttar giù un certo numero di parole al giorno (o alla settimana).

Tutti i libri, i manuali di scrittura, i siti per scrittori, convergono su questa cosa. Scrivere parole. Magari poi si scartano al 95%, ma non sono state vane (questa è una cosa che all’inizio non capivo, il mio ideale romantico non prevedeva di scrivere per acquisire pratica, per allenarsi, per trovare ed affinare la propria voce). E’ anche una cosa di umiltà. L’umiltà di fare pratica, di fare palestra. Crescere come scrittore, scrivendo. 

Argentario 005
A proposito di luoghi, il mio secondo romanzo si apre qui, in Argentario…

Lo so, ci saranno giorni in cui non metterò giù parola. Lo metto in conto. Ma allora – perlomeno – mi dovrò confrontare onestamente con quanto ho scritto qui, adesso. Con l’impegno a cercare di diventare sempre migliore nello scrivere. Ecco un’altra ragione per …. scriverlo. Qui. Nero su bianco (diciamo, sfondi colorati a parte…). In un certo senso è un impegno pubblico, per cui spero che la cosa mi aiuti a tenerlo in maggiore considerazione riguardo – poniamo – ad un patto segreto tra me e me.

Allo stesso tempo, cercherò di postare periodicamente qui dei resoconti sullo stato del progetto. Per lo stesso intento motivazionale. E anche con l’intento (segretissimo!) di creare almeno un po’ di interesse 🙂

Per cioò che concerne il numero di parole, vediamo se 500 vanno bene o se dovrò ritoccare in qualche modo. Io spero che possa andare: nell’arco di una settimana (lasciando un giorno fuori per riposare o recuperare) vuol dire 3000 parole. In cento giorni di scrittura dovrei avere le cinquantamila parole del NaNoWrimo.

Non è male, se pongo mente a quanto la scrittura sia terapeutica, per me. No, non è male, se penso a quante trances di cento giorni ho fatto passare scrivendo poco o anche meno…

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Come fare il brodo…

Come ti senti? E’ una domanda che mi hanno fatto su Facebook, pochi giorni fa. Il riferimento è al romanzo appena (auto)pubblicato, Il ritorno. Come ti senti, dopo averlo terminato? Cosa fare dopo? E potrei accostare un’altra domanda, rivoltami oggi di persona. E ora che hai finito il libro? Così il saluto di Teresa, qualche giorno fa, in occasione di un battesimo. Mi raccomando non smettere di scrivere.

Forse è questo. Forse è questa la risposta e il tratto di unione con le altre domande. Mi raccomando non smettere di scrivere. Se ci penso, c’è dentro tutto. Tutto quello che mi serve. E non c’è quello che porta fuori strada. Non dice mi raccomando cerca di farti pubblicare da un grande editore, mi raccomando cerca di sfondare. Non dice questo, no. Dice solo di non smettere. 

Don’t give up.
Questo mi fa pensare ad una frase del bel libro di James Scott Bell Writing Fiction for all you’re worth. E’ sempre troppo presto per smettere.
Così uno potrebbe dirsi, ok, ci siamo tolti questa soddisfazione, ora pensiamo ad altro. No, sarebbe sempre troppo presto. D’altra parte, c’è il fatto che le parole comunque arrivano, in testa. Tendono a strabordare, se contenute. Bisogna arrendersi. Mi devo arrendere al flusso, lasciar fluire.

Sono loro che fanno tutto, le parole.

Devo soltanto accettare di colorarle lasciandole passare attraverso me stesso, lasciandole impregnare di me, dei miei umori. In fondo fare lo scrittore è come fare il brodo. Bisogna lasciar impregnare della propria carne, della propria vita le parole. Che all’inizio sono neutre, come l’acqua. E’ una cosa sulla quale lavorare, così come devo, voglio, lavorare su me stesso (tentativamente) ogni giorno della vita. Lavorare sulle parole e lavorare su di sè. Non sono cose molto distanti, a pensarci bene. E’ più un lavoro che ingloba, comprende, entrambe le cose.

Veggie Brodo in the Afternoon
Fare il brodo è come scrivere (dettagli nel testo)!

Così penso che se uno ha la passione – diciamo – per l’uncinetto, il lavoro su di sè deve comprendere, trattare, affrontare, trasportare, anche questa passione. Siamo mica neutri e uguali, come contenitori che possiamo riempire con qualsiasi cosa si voglia. No, abbiamo una conformazione interna, come una forma nascosta, siamo fatti per seguire certe strade, accogliere certe cose. Ci vuole attenzione e rispetto di sè, per individuare la vocazione e per decidere di seguirla.

Certo che si può essere disattenti a sè e non seguire. Ma non è mai una buona idea. Se non seguo, mi  metto in rotta di collisione con tutto quanto, tutto quanto mi diventa pesante. Mentre accettare di seguire, nonostante tutti i dubbi e le perplessità,  mi libera immediatamente e mi rende intimamente contento e più robusto. Quante volte me lo devo dire. Quante volte me lo devo scrivere…

Perché è semplice, in fondo. Bastano tre parole. Ha ragione Teresa.

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