Nell’arido deserto dello Utah, in un bel mattino del 2004, qualcosa ha tracciato un arco nel cielo. I radar lo seguivano, gli elicotteri gli correvano dietro (e su questo ci torno dopo), e chiunque avesse visto la scena da lontano avrebbe giurato di assistere all’ennesimo capitolo dell’immaginario UFO: un disco volante che precipita sulla Terra.

E in effetti, la forma era quella “classica”. Un piatto metallico, lucido, sospeso per un istante prima dell’impatto. Un oggetto che sembrava arrivare direttamente da un altro pianeta, da una diversa civiltà.

 Crediti immagine: USAF 388th Range Sqd., Genesis MissionNASA

Ma non c’erano alieni in ballo. Solo scienza. Solo una storia umana, qualcosa che ci parla di noi, nonostante tutte le apparenze contrarie.

Il “disco volante” avvistato era infatti niente altro che la capsula di rientro della missione Genesis, una sonda lanciata nel 2001 per raccogliere particelle del vento solare e studiare la composizione del Sole. Un compito forse semplice da descrivere, ma difficilissimo da realizzare: quelle particelle, infatti, vengono normalmente deviate dalla magnetosfera terrestre, e catturarle richiede una danza precisa attorno alla nostra stella.

Genesis aveva dunque orbitato il Sole per anni, raccogliendo frammenti minuscoli della sua essenza, custodendoli con notevole pazienza. Infine, era stato deciso che tornasse a casa, per riportare al mondo quello che aveva catturato.

Ma qui, qualcosa era andato storto.

I paracadute, semplicemente, non si erano aperti. E ripensandoci ora, non era stata una buona idea (direi che non lo è mai). La capsula, non frenata da nulla e nessuno, aveva infatti colpito il suolo a oltre 300 chilometri orari.

Perché era successo?

Secondo la ricostruzione che si fece a posteriori, il decelerometro era stato montato male, pertanto la complessa procedura di arrivo era saltata totalmente. Che complessa, poi, lo era per davvero: contemplava infatti l’apertura di un primo paracadute per rallentare e poi un secondario per stabilizzare la discesa. Infine, un elicottero avrebbe dovuto recuperare in volo la capsula in modo che (fa sorridere viste come sono andate le cose) non si dovesse danneggiare – hai visto mai – con una discesa al suolo, sia pure (si pensava!) frenata dai paracadute.

Ma niente di tutto questo, appunto.

Il decelerometro, figurandosi una situazione tutta diversa, non aveva mandato il segnale per l’apertura dei paracadute. Invece, un impatto secco, brutale, che avrebbe facilmente potuto cancellare tutto: anni di lavoro, di attesa, di speranza. Schiantati sul suolo di un arido deserto.

E invece no.

Incredibilmente, molti campioni erano rimasti intatti, abbastanza da poter essere analizzati. La scienza, a volte, ha una resistenza che sorprende: sopravvive alle cadute, alle fratture, agli errori. Sopravvive persino a un atterraggio che non ha niente di aggraziato, è anzi un impatto bello e buono.

Da quei pochi frammenti, gli scienziati hanno ricavato nuovi preziosi dettagli sulla composizione del Sole e sulle differenze di abbondanza degli elementi nel Sistema Solare . Informazioni che oggi ci aiutano a ricostruire la storia della nostra stessa origine: come si è formato il Sole, come si sono aggregati i pianeti, quali processi hanno plasmato la materia che oggi chiamiamo “casa”.

E allora l’immagine iniziale — quel disco volante che cade nel deserto, inseguito dagli elicotteri (e la foto con gli elicotteri all’inseguimento, per chi ha visto Capricorn One, non può non generare qualche brivido) — cambia significato. Non è più un oggetto misterioso: ciò che sembra alieno è, in realtà, profondamente nostro. Un frammento di tecnologia umana che, cadendo, ci restituisce un pezzo della storia cosmica.

Anche nella scienza, non sempre le cose vanno bene. A volte è un problema di verifiche mancate: nel caso presente, sembra infatti che dei test preliminari a terra – che non furono però condotti – avrebbero potuto facilmente individuare il problema.

Lo stesso sistema di paracaduti venne poi utilizzato per la missione Stardust (forse ai lettori di questo blog il nome potrebbe risuonare), che si svolse senza alcun problema, rilasciando una capsula che rientrò a Terra nel 2006, in maniera decisamente meno brutale.

Però è bello che si possa ottenere qualcosa – a volte, molto più di qualcosa – anche raccogliendo i pezzetti, per così dire. A volte, per capire da dove veniamo, dobbiamo guardare ciò che precipita (per colpa nostra, o no).

La verità è che, anche nelle brusche cadute, il cosmo ci continua a parlare.

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