Perché non uso Keynote

Qualche settimana fa sono andato in una scuola dell’infanzia, una esperienza molto bella che non avevo mai fatto prima. Avevo predisposto una presentazione molto semplice con a tema la Luna. Pochissime scritte (d’altra parte se l’uditorio non sa leggere, le scritte sono piuttosto inutili), molte figure, filmati. Qualcosa per interessare i più piccoli, cercando di non per annoiare.

La presentazione, iniziava così…

Avendo ormai fatto più di qualche conferenza qua e là, ho appreso qual è, dal lato tecnico, la cosa che porta meno problemi sia all’organizzazione che al relatore (me stesso, in questo caso). C’è poco da fare, quel che è più sicuro che funzioni, è avere una presentazione PowerPoint sul computer. Attenzione, non solo su OneDrive (e i suoi simili, tipo Dropbox e Google Drive e simili metodi per memorizzare altrove le cose tue), ma scaricata in locale, perché la rete non funziona quando ti serve davvero. E comunque, non puoi pretendere di trovarla in una scuola dell’infanzia. Devi avere la presentazione sul tuo computer, deve proprio essere lì.

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Le faccio un misto? Grazie, no.

Crescendo, cambio. Credo capiti a tutti. A me capita per certo. Anche nelle scelte che potremmo dire più spicciole, registro un cambiamento di attitudini. Non solo davanti ai grandi temi della vita, mi sento un po’ diverso rispetto a prima. Ad esempio, se considero il mio rapporto con la tecnologia, noto alcune differenze sensibili, rispetto anche a poco tempo fa.

Credo che se uno cambia, cambia un po’ in tutto. Vuole fare tutto in modo nuovo, esplora diverse possibilità, si fa domande che prima non si faceva, sulle cose che utilizza, sul modo in cui lo fa. Questo, è il modo migliore per me, adesso? Forse sono stanco delle mie modalità ormai supercollaudate di fare le cose, e desidero forse provare altro?

Io lavoro da diverso tempo in ambiente misto, ovvero uso un iMac (uno a casa e uno al lavoro), ho un portatile Windows, ho un Chromebook. Come sistema operativo mobile (smartphone e tablet) uso dispositivi Android. Questa varietà è stata una scelta deliberata, del mio me stesso di qualche tempo fa.

Da curioso della tecnologia, l’idea era di mettere il naso in tanti framework diversi, per imparare qualcosa da ognuno. Perché mai togliersi il piacere di studiare Windows 11, come pure investigare in profondità macOS Sonoma? Basta utilizzare strumenti con Windows assieme a dispositivi Apple, ecco lì che il gioco è fatto. Si prende il meglio di tutti e due gli ambienti. A questo poi associamo quanto sarebbe divertente esplorare ChromeOS, il sistema operativo di Google, perché no? Sempre tutto intrigante. Eppure.

Eppure? C’è questo, che niente viene gratis (no, alla fine non è vero, ma la frase ci stava bene). Perché uno scopre che tutta questa esposizione alla varietà viene necessariamente a scapito della profondità. E questo è un problema, tanto più quanto i sistemi operativi si fanno articolati e complessi.

In altre parole, lascia stare il fatto che tutti sanno usare Windows nella maniera “basica”. Lanciare un programma, perfino istallarlo, è piuttosto facile (averlo reso facile e disponibile alle masse è un grande merito del sistema operativo di Microsoft). Lo stesso anche per il Mac (e ormai anche per Linux, anche se lì rimangono ampie possibilità, volendo, di complicarsi la vita oppure, diciamo, di rendersela più interessante). Lascia stare questo, questo infatti è assodato. Ma se vuoi usare il sistema al meglio, ti tocca imparare una serie di scorciatoie, combinazione di tasti per arrivare rapidamente ad un risultato, automazioni, e via di questo passo. Per gestire bene molte applicazioni allo stesso tempo, devi padroneggiare il sistema a finestre che ti trovi davanti. E non sono mica tutti uguali, i sistemi a finestre. Certe combinazioni per massimizzare la finestra, minimizzarla, affiancarla alle altre in quel determinato desktop virtuale, sono uniche del tal sistema operativo. Se vuoi essere veloce ed efficiente nel tuo lavoro, devi impararle.

Poi le applicazioni. Non tutte le applicazioni esistono per tutti i sistemi operativi, dunque magari succede che ti abitui ad un certo flusso di lavoro (tipo cosa uso per portare a termine cosa) e poi ti sposti nell’altro ambiente – passando magari dal fisso al portatile e scopri che una delle applicazioni che usavi dove sei partito, qui non c’è. Certo la suite Office esiste su Windows e su Mac, siamo d’accordo. Ma se voglio usare (anche) altro? Metto tutti i miei testi (che vanno solitamente su Stardust e EduINAF) su Ulysses? Ma su Windows non c’è. E nemmeno su Android. Uso Paint per elaborare rapidamente una immagine, magari con l’aiuto della famosa Intelligenza Artificiale (certo, per quel che vale)? Va bene, ma considera pure che sul Mac non c’è.

Edito un video con iMovie? E se voglio finire il lavoro sul portatile? Ah no, lì non c’è iMovie, lì trovo Climpchamp.

Oppure (e non è detto affatto che sia meglio), l’applicazione esiste, ma è diversa. Cioè, è lei ma non è lei. Un caso eclatante è iA Writer, l’applicazione con la quale scrivo praticamente tutti i post (e anche altro, come poesie e racconti, o come un romanzo). Esiste sul Mac e c’è per Windows, ma le applicazioni sono significativamente differenti. Puoi fare cose da una parte, che dall’altra non puoi fare. Del tipo, vuoi cercare del testo tra tutti i tuoi files dell’archivio? Lo puoi fare dal Mac, non dal PC Windows. Vuoi un indice autogenerato che si possa fruire già dall’anteprima del file, visibile nella libreria? Su Windows c’è, sul Mac invece no.

Già tutto questo mi porta a pensare che, abbandonate le passate velleità di conoscenza enciclopedica, in futuro puntare su una certa omogeneità di ambiente potrebbe essere una gran buona idea.

Ma la faccenda si fa decisamente più pregnante quando si prendono in considerazione anche i sistemi mobili. Quando è iniziato questo blog, la cosa tutto sommato non era così importante. Adesso, con il moltiplicarsi di applicazioni mobili per cui diverso lavoro si può svolgere da smartphone, è diventato importante che computer e smartphone si parlino efficacemente. Ma questo (state tranquilli) sarà oggetto di una mia prossima ruminazione.

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Il meglio che si possa avere

Ho ripescato quasi per caso un post del 2014 in cui spiegavo perché “stavo con Apple” riguardo la scelta di un tablet. E con una certa curiosità mi sono messo a sfogliare la lista dei motivi per cui al tempo la mia scelta era caduta su iOS e non su Android. Questo mi fa capire ancora di più come le cose cambino velocemente, in campo tecnologico.

Per gioco, provo a riprendere i quattro punti dell’articolo orignale e aggiornarli. Inserisco qui di seguito una piccola tabella, a sinistra la voce originale del post del 2014, a destra la situazione odierna.

primaadesso
Non posso leggere i numeri di Poesia in digitaleLa rivista Poesia (ahimè) non pubblica più i suoi numeri in digitale, per nessuna piattaforma
Non posso leggere TracceTracce è da tempo disponibile sia per iOS che per Android
Non posso usare DayOneDayOne è ora disponibile anche per Android. Io però nel frattempo sono migrato a Journey per il diario personale
Non posso usare MomoNoteNon lo uso più. Ormai ci sono un sacco di buoni software per note, per tutti i sistemi operativi

In effetti molti dei motivi che avevo prima per preferire un dispositivo iOS sono ormai svaporati. E difatti da tempo uso un tablet Huwei, il glorioso – e per certi versi imbattuto – Huawei Mediapad M5, insieme con un Samsung Tab A8 acquistato più di recente, in caso serva uno schermo un poco più grande.

Per essere completi, andrebbe anche detto che se alcuni motivi sono spariti, se ne sono aggiunti altri che prima non avevo listato. Prima cosa il software per scrivere: su iOS potrei far girare Ulysses come pure iA Writer. Su Android Ulysses non esiste proprio e lo stesso iA Writer, pur esistendo, è decisamente più primitivo rispetto alla sua controparte per il mondo Apple.

Su iA Writer, come pure sullo struggimento per Ulysses e suoi miei ondeggiamenti verso il mondo Apple per (ormai) sua quasi esclusiva responsabilità, ho già scritto di recente.

Piuttosto, il vero problema, da come la vedo io, è che per qualche motivo – soprattutto nell’universo Android – c’è pochissima attenzione ai tablet di piccolo formato, che io invece trovo comodissimi. Basti dire che le caratteristiche del mio MediaPad (uscito, vorrei ricordare, nel lontano 2018), lo rendono ancora superiore – per molti versi – rispetto ai tablet contemporanei di comparabile grandezza.

Avevo ben sperato, per la verità, nell’uscita del Galaxy Tab A9 della Samsung, per poi patire l’ennesimo disappunto. Nella versione a 8.7 pollici, è decisamente un tablet economico con poche pretese: basti confrontare la risoluzione dello schermo, che è di 1340 x 800 pixel, con quella del MediaPad, che è invece di 2560 x 1600 pixel invece… bella differenza, no?

Per dirla tutta, il MediaPad infatti se la cava ancora più che bene. Tra l’altro a differenza degli Huawei moderni, ha pieno accesso al Play Store di Google, perché è stato prodotto prima dell’infausto blocco decretato per la casa produttrice cinese. Gli unici punti in cui senti di avere in mano qualcosa di un po’ datato, sono la memoria interna che al giorno d’oggi risulta davvero scarsa (miseri 32 GB, il che mi costringe a continue lotte per mantenere un po’ di spazio libero) e il fatto che la versione di Android sia bloccata, da tempo immemore, alla release numero nove.

Aggiornamenti, da tempo non ne vedono più: fino ad un certo punto sono arrivati quelli di sicurezza, ora mi pare che dalla casa madre non arrivi più nulla. Tutto tace. Ed è un vero peccato, perché il dispositivo di suo è veramente ottimo. Ribadisco, da tempo volevo sostituirlo con un altro circa della stessa dimensione, ma non trovo ancora nulla di percettibilmente migliore.

C’è insomma questa idea, che quello piccolo è quello economico, pensato per chi vuole spendere poco. Ma perché mai? Che c’entrano le dimensioni dello schermo con la spesa che si vuole affrontare? Quello piccolo è comodissimo da portare in giro, e potrei volerlo preferire ad uno più grande in diverse occasioni – pretendendo comunque un dispositivo dalle prestazioni onorevoli. Il fatto che il Tab A9 di dimensioni maggiori (indicato significativamente come Plus) abbia caratteristiche tecniche ben più allettanti rispetto al Tab A9 piccolino, del resto, la dice lunga su ciò che pensa Samsung.

Niente, su questo rimane solo Apple – piaccia o no – che sembra crederci, nei piccoli tablet. Per dire, il suo iPad Mini del 2021 non è affatto una versione degradata di un tablet più grande, ma rimane in sé un aggeggio di tutto rispetto (noto tuttavia che la sua risoluzione non raggiunge ancora quella del MediaPad, attestandosi su 2266 x 1488 pixel). E già si vocifera che una prossima versione di iPad Mini arriverà sugli scaffali dei negozi tecnologici, in questo stesso anno.

Già, ma Apple è Apple, nicely overpriced (come recitava una delicata presa in giro uscita tempo fa), e per ottenere un iPad Mini attualmente bisogna cavare fuori dal portafoglio la cifra non del tutto trascurabile di 659 Euro, stando al prezzo di listino. Lo so bene, non è la prima volta che mi spiaccico addosso alla politica dei prezzi della casa di Cupertino, riportandone varie contusioni.

E dunque? Niente, per ora mi tengo i miei due tablet Android. E vediamo un po’ cosa succede, nei prossimi mesi. E intanto che li uso, mi meraviglio delle stranezze del capitalismo internazionale, per cui un tablet di quasi cinque anni fa, fermo ad Android 9, è ancora – per certi versi – il meglio che si possa avere.

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A peso d’oro…

A peso d’oro o quasi, non ho fatto i conti. Certo che la cosa quando l’ho scoperta mi ha colpito non poco. Ora vi spiego. Come confessato nell’altro post di ruminazioni sui programmi di scrittura, sono da tempo in oscillazione tra il mondo Windows e quello Apple.

E per togliermi un poco dall’impaccio, mi diverto a comparare le vie percorribili, nell’uno e nell’altro universo. Per esempio, che portatile sui 13 pollici mi piacerebbe comprare? Sì, forse non è una domanda drammaticamente urgente, ma mi capita di farmela.

Quale il ruolo del prezioso metallo in taluni accessori per computer?

Ed ecco il problema. Da una parte mi attira il Galaxy Book 360, per il fatto che si può rigirare come un calzino (tipo) e si trasforma agevolmente in un tablet di tutto rispetto, con schermo touch e pennetta per scrivere, di serie. Dall’altra faccio un pensierino sul nuovo MacBook Air con chip M2. L’Air vanta una risoluzione molto maggiore (2560×1664 pixel, contro 1920 x 1080 del Galaxy), però, va anche detto che solo quest’ultimo è AMOLED.

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Certo che iA Writer…

Certo che iA Writer ha questo, che apri il programma e ti viene voglia di scrivere. Ancora non sai bene cosa scriverai, anzi non lo sai per nulla affatto. Però questa cosa è certa, ti va di scrivere. L’interfaccia linda e pulita è proprio un invito. Le lettere scorrono grandi dentro la finestra e il preview istantaneo ti dà un gusto particolare. Questo forse, chissà, è perché sei abituato ai codici che compilano, cioè a scrivere in un modo ed aspettarti che quello che scrivi venga modificato, interpretato in qualche modo.

Quindi anche se è un poco rozzo in tante parti gli si perdona molto, perché è molto simpatico per il resto. Poi il fatto che fa venire voglia di scrivere, davvero non ha prezzo.

Ho fatto l’abbonamento anche ad Ulysses perché mi attira molto con tutte le sue caratteristiche spaziali straordinarie, ma poi non so perché a scrivere torno sempre qui. Quasi sempre qui, voglio direi. Quindi non so, magari toglierò l’abbonamento tra un po’ di tempo, risparmiando qualche soldo. Tutto sta a vedere se riesco bene a proseguire il progetto del quaderno di Astronomia qui dentro iA Writer. Che poi è sempre il solito dilemma, Ulyssess esiste solo per il mondo Apple, e io nel mondo Apple ho appena un piedino, cioè ho mantenuto l’uso dell’iMac avendo sostituito il mio vecchio con quello equipaggiato con M1. Bel prodotto, non c’è che dire. Però in questo modo sono sempre a metà, un po’ su Apple un po’ su Windows (e un po’ su Android per tutto il resto), e quindi l’integrazione direi che manca. Abbastanza manca.

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Uno stile, come quello di Tim

Spot geniale, con potenti affermazioni da confermare.

Geniale perché sistema Tim Cook nella sua migliore posizione, e rimpiazza la ferocia carismatica leadership del compianto Steve Jobs con una esigente e inimpressionabile (apparentemente) Madre Natura.

Quindi bravissimi a proporre lo stile di Tim, più “coach di una squadra e partecipe con la squadra delle sorti”, che visionario condottiero, non come una deficienza rispetto a Steve, ma come una nuova luce, più forse invested nelle sorti della squadra tutta. Direi: più umana, più collaborativa, meno solitar-geniale.

In questo primo passo, Tim viene riproposto come 2nd in command. E il fatto che abbiano pensato a fare questo nonostante le critiche che non abbia la forza propellente del precedente CEO, è esattamente quello che trovo geniale

Invece di cercare di rispondere a quelle critiche forzando Tim in caratterizzazioni che sarebbero state artificiali, hanno mostrato il vero valore unico che uno stile come quello di Tim può dare alla compagnia Apple.

Le dittature visionarie dei geni funzionano straordinariamente, ma per un tempo limitato, generalizzando. Si può teorizzare che Apple aveva proprio bisogno di un CEO esigente, responsabile ma anche equilibrato, rispettoso, e capace all’ascolto

E comunque: detto questo – ed essendo grato per come hanno “aggiustato” un po’ la percezione di Tim – credo Apple debba innovare un po’ di piu .

Non sta proponendo molto, secondo me.

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La sala d’attesa?

Forse può essere divertente, ma alla fine rimango con un senso di insoddisfazione, quasi di amarezza. Lo spot recente di Apple punta giustamente ad evidenziare il fatto che i dati della salute gestiti dallo smartphone debbano essere considerati come dati sensibili (e lo sono) e dunque essenzialmente privati.

https://www.youtube.com/watch?v=nPtg_l_X1Es

E siamo d’accordo.

Io però che uso Samsung Health sul buon vecchio Galaxy M31 invece che il suo software su un suo iPhone, non penso per questo di diffondere i miei dati urbi et orbi (a meno di smentite, certo). Dunque sarebbe forse meglio, per un gigante come Apple, puntare sulle qualità del suo software invece che seminare inquietudini ingiustificate, seppure in modo originale.

Dobbiamo andare verso un mondo coeso in cui la tecnologia non ci spaventa, perché la conosciamo sempre di più ed entra a far parte delle nostre vite, senza per questo dominarle o condizionarle oltremisura.

Difficile, vero? Ma se la nostra intelligenza (come ci dice Federico Faggin) supera di molto quella artificiale, perché mai non dovremmo coltivare alte (e soprattutto umanissime) pretese?

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Adeguarsi allo standard

Certo c’è modo e modo, potremmo dire. Adeguarsi allo standard in certi casi pare esser qualcosa di difficile. Ognuno ha le sue ragioni, sicuramente. Se ne potrebbe parlare all’infinito: evitiamo.

Se non hai il cavetto “giusto”, vai piano piano…

La legislazione europea ha richiesto che gli iPhone e altri apparecchi di Apple si uniformino allo standard USB-C già adottato ampiamente nel mondo Android. Una cosa estremamente positiva, a mio modo di vedere. Una comodità incredibile, usare un solo cavetto per tutto (smartphone, tablet, lettore ebook, eccetera).

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