Blog di Marco Castellani

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Quell’iPhone 14, senza luce

Sì in pratica mi pare senza luce, e per quel che costa non mi pare poco. Senza luce quando è spento, quando non lo usi. Cioè, schermo nero. Voi direte, ma è normale, no? Fino ad un certo punto, normale fino ad un certo punto.

Perché anche molti telefoni di fascia più bassa (sì, sto pensando anche al mio Samsung Galaxy M31) hanno un always on display che ti mostra delle informazioni di base (ad esempio ora, lista di app che hanno notifiche, carica batteria) anche quando non lo stai utilizzando. Quando è appoggiato lì, sul tavolo. Gli butti un’occhiata, e ti dice qualcosa. Comodo, senz’altro. C’è una cosa simile ma solo per la versione Pro oppure Pro Max (prezzi sopra i 1300 Euro per il primo, sopra i 1400 per il secondo).

D’accordo, se sei fuori a vedere le stelle, va bene. Altrimenti, magari ti piacerebbe che lo schermo, anche se non manipolato, ti dicesse qualcosa.

Un cavetto USB-C, che ambirebbe ad essere universale

Un’altra cosa che non mi garba è che non lo carichi con la USB-C, come quasi tutto il resto del mondo ormai. Cioè se stacchi il Kindle, o il tablet, e attacchi il tuo bel nuovo iPhone, devi cambiare cavo. Questo sembra una stupidata ma nella vita pratica ti secca, ti secca proprio. Magari sei lì la notte che traffichi sul comodino, vuoi un modo semplice per mettere in carica il telefono, e invece no, il cavo che avevi già attaccato non va bene, ti devi alzare e prenderne un’altro. Poi dove l’avrò messo il cavetto dell’iPhone?

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Dovrei comprare un iPad mini?

Deve essere così. Mi pare molto ovvio che alla Apple leggano questo piccolo blog. Sì, perché quello che sta per entrare in commercio, insieme con l’iPhone 13 e tante varie cose, è un iPad mini davvero interessante. Che appare un po’ come la risposta operativa a quanto si andava argomentando nel post precedente a questo.

Vado subito al dunque. Sono d’accordo con chi dice che nel recente evento Apple (che definirei uno spot di quasi un’ora e venti oggettivamente realizzato benissimo, tanto che ne vorrei riparlare) la parte più interessante è rappresentata proprio questo iPad mini. E mi sento anche di assecondare chi asserisce che tale arnese risulti totalmente interessante anche per chi (come lo scrivente) graviti da molto tempo prevalentemente nel mondo Android.

Caro Google, una mela non è una pera “strana”. Un tablet non è un telefono “grande”. 

Tra l’altro, nel momento in cui scrivo, il sondaggio promosso dal sito iMore su quale sia stato l’annuncio preferito nel recente evento Apple, appare decisamente a favore di iPad mini. Ma so che non avete tempo da perdere, quindi entriamo nel merito. Vorrei dire perché mi intriga questo nuovo piccolo iPad.

  • Le dimensioni. Come si è già detto, considero un tablet di queste dimensioni estremamente usabile, in un ampio assortimento di situazioni. Non sono un grande fan dei dispositivi con schermo intorno ai dieci pollici, non si tengono facilmente in mano, non ci leggi bene sul divano o sul letto (e nemmeno in bagno). Vanno meglio per lavorare, ma a quel punto passi direttamente al laptop o ti siedi e fai le cose per bene, con un vero computer.
  • La connessione USB-C. Finalmente. Per un utente Android non è una cosa da poco. Vuol dire un cavetto di meno in giro, perché finalmente (qui) Apple adotta quello che è da tempo lo standard, nel resto del mondo. Un solo cavetto. Una grande comodità (e finalmente anche Kindle sta arrivando alla USB-C, ma questa è un’altra storia). Sarebbe veramente ora che Apple abbandonasse Lightning al suo meritato riposo e adottasse USB-C in modo convinto e completo (come anche l’Europa chiede).
  • Ascolto stereo in modalità orizzontale. Era ora. Ho già parlato del posizionamento bizzarro degli altoparlanti su iPad, tutti sullo stesso lato (corto): all’atto pratico, vuol dire che se ti metti a vedere Netflix tutto il suono lo senti uscire da una parte sola, altro che effetto stereo. In questo piccolo iPad invece l’effetto stereo può essere apprezzato non solo in cuffia, perché gli altoparlanti sono posizionati sui lati corti, appunto per fruire di un ascolto stereo in modalità landscape. Sì, va bene, come il Mediapad M5 di cui dicevo, in effetti. Uscito nel 2018, va detto. Ma è una “innovazione” assai gradita qui.
  • Il sistema operativo iPad OS. Non è un sistema perfetto, a voler essere pignoli ci sono alcune cose che non mi entusiasmano. Però è un sistema ottimizzato per tablet, ed è comunque ben fatto (e tra poco vedremo la versione 15 come si comporta). Non ci sono altri sistemi analoghi. Dopo l’abbandono da parte di Microsoft del folle (ma intrigante) progetto di mettere Windows 8 anche sui sassi, e perdurante il plateale clamoroso disinteresse di Google verso il mondo dei tablet, iPadOS è in confortante controtendenza: bisogna ammettere che sono rimasti solo quelli di Apple a ritenere che un tablet non sia appena un grosso telefono. No, il tablet è un tablet, appena. E va pensato in modo specifico.

Complessivamente, un grande salto in avanti anche, diciamo, rispetto a certe ostinazioni che francamente ormai risultano poco comprensibili: anche la versione più recente di iPad, mantiene la connessione proprietaria Lightning – anche bella vecchiotta se vogliamo, visto che sta per raggiungere i dieci anni di età – e presenta stolidamente i due altoparlanti sul medesimo lato (corto) dell’apparecchio (a questo punto, perché ostinarsi realizzare un’uscita stereo sugli altoparlanti, non si capisce).

Ecco, direi che le ragioni per acquisire un iPad classico si concentrano necessariamente sul suo sistema operativo iPadOS, ovvero si acquista essenzialmente un ingresso nell’universo Apple (un po’ come per iPhone SE). Qui c’è poco da fare. Oltretutto sul lato hardware un iPad classico non è esattamente al top. Ha comunque senso, soprattutto se associato ad una tastiera e/o ad una Apple Pencil. Ti consente di fare parecchie cose (no, per Netflix, ti conviene infilare gli auricolari).

Tuttavia, le ragioni per acquistare un iPad mini, questo iPad mini, mi sembrano ben più consistenti, anche a fronte di una spesa richiesta significativamente maggiore. Per chi è a caccia di un buon tablet dalle dimensioni contenute, per come già si argomentava, non c’è una grande scelta. Huawei (da quanto si desume dallo store) sembra aver abbandonato il formato “otto e qualcosa”. Samsung lo occupa – al momento – solo con modelli decisamente economici, come Galaxy Tab A7 Lite oppure Galaxy Tab A, interessanti solo se uno deve spendere poco, certo non comparabili con iPad mini (o con il mio buon vecchio Mediapad M5).

Dunque a mio avviso iPad mini costituisce una opzione molto interessante, per chi cerca un tablet moderno di dimensioni contenute. Almeno fino a quando non verrà fuori un’alternativa credibile (nell’hardware e nel software di gestione) dal mondo Android. Il che purtroppo – almeno per la parte software – temo che non avverrà molto presto.

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Miglior tablet otto pollici 2021 (tipo)

Complice il tempo libero delle vacanze, ho iniziato una ricerca per capire, in prospettiva, se fosse il caso di sostituire il mio tablet Huawei MediaPad M5 (8.4 pollici) che potrebbe essere considerato non nuovissimo, visto che è stato acquistato a novembre del 2018 (per il mio compleanno). Dopotutto, due anni e mezzo abbondanti non sono pochi per un arnese elettronico, in tempi come questi.

Per completezza, devo dire che qualche tempo fa mi sono fatto tentare da un’offerta molto allettante, e mi sono concesso l’acquisto di un iPad (settima generazione) come potenziale sostituto al MediaPad M5, e anche per avere un punto di accesso al modo di vedere Apple, se mi capite (riguardo al quale risento di una forza di attrazione oscillante in modo periodico).

Tuttavia, senza nulla togliere all’iPad (che mi è ben servito per dei lavori specifici, e che attualmente usa perlopiù mia figlia con molto profitto), proprio in questa occasione ho realizzato quanto per me sia comodo il formato otto pollici (tipo). In particolare, come questo realizzi un compromesso veramente splendido tra uno schermo ampio e leggibile e una discreta portabilità.

Siamo d’accordo che un (tipo) otto pollici è la cosa migliore?

Un tablet (tipo) otto pollici te lo porti in giro come se nulla fosse. Se stai leggendo e non vuoi interrompere puoi portartelo perfino al bagno, senza apparire troppo eccentrico (personalmente, non riesco a trasportare in modo dignitoso/casual un dieci pollici nel bagno, non so voi). Per leggere libri – in mancanza del fido Kindle che certo realizza l’esperienza ottimale di lettura, o anche per gli ePub che il Kindle sdegnosamente rigetta – è diecimila volte meglio (fidatevi) di un dieci pollici. Play Book si esprime alla grande sul mio MediaPad. Hai voglia a portarti in giro un dieci pollici per leggere un libro: niente, non è pratico.

Ugualmente quando si tratta di riviste digitali. Lo schermo del MediaPad è quello giusto, non c’è niente da fare. Più piccolo è un fastidio leggere, più grande è un fastidio tenere il lettore in mano. Certo devo usare gli occhiali, come con una rivista cartacea (non invecchiano solo i tablet, bisogna serenamente ammetterlo). Ma qui la cosa è mitigata perché posso allargare un po’ la pagina. Questo per dire, che Readly è di casa sul mio MediaPad. Certo, ho provato Readly anche su iPad, ci mancherebbe. Molto bello, forse superiore come animazioni e transizioni (iPadOS contro Android Pie, il primo vince facile) che si godono sfogliando le varie riviste. Ma niente, scomodo leggere su un dieci pollici, alla fine. Almeno questa è la mia impressione, adesso (le mie impressioni, lo so bene, cambiano con il tempo).

Anche questo, il formato. Ho sempre avuto problemi a digerire il rapporto di dimensioni di MediaPad: fosse stato per me, l’avrei fatto più largo e meno alto. Così, esteticamente: un poco più chiatto. Invece con quel rapporto 16:10 sembra un grosso telefono, non un tablet. Ma quando si parla di vedere Netflix, beh appare semplicemente perfetto. Ah, ovviamente anche YouTube. Dunque, si capisce perché l’han fatto così.

E qui voglio spezzare una lancia sulla genialità dei tecnici Huawei di aver messo i due altoparlanti sui lati corti opposti, in modo che si posizionino alla perfezione quando guardi un video in modalità orizzontale (che è la cosa più ragionevole), restituendoti un suono stereo più che dignitoso. Ah, se vi viene da dire beh ma ce ci vuole forse non avete realizzato come sono dislocati gli altoparlanti di iPad. Ve lo lascio scoprire, come l’ho (amaramente) scoperto io. Se vi trovate un senso, perfavore scrivetelo nei commenti. Devo ancora capirlo.

Nel complesso, sui vantaggi e svantaggi degli otto pollici si possono spendere molte parole, ma alla fine è questione di gusti personali e di come viene usato lo strumento. A me piace che il MediaPad si possa portare in giro molto facilmente, per dire. Già l’iPad ha un ingombro diverso, e si vede.

Quindi da tutto questo sproloquio, avrete capito che un otto pollici (o se vogliamo, otto e un po’) non mi dispiace. Anzi. E quindi, dopo aver cercato su Ecosia best tablet 2021 e cose simili, e aver trovato sorprendentemente pochissimi modelli (tipo) otto pollici, ho raffinato la ricerca e ho tentato aggiungendo, appunto, la specifica degli otto pollici. Così, tanto per andare dritto al punto. Ci sono diversi siti che fanno le loro liste, tra cui WordofTablet (apprezzabilmente nel circuito di ricompense Brave), o anche Lifewire, ed inoltre mytabletguide oppure (in italiano) 10best ed anche AltroConsumo. E via di questo passo.

Qui casca l’asino (diciamo). Se verifico le specifiche di moltissimi di questi, anche usciti più di recente del mio, spesso mi scontro con modelli inferiori, in un senso o nell’altro. Le chiacchiere stanno a zero: difficile trovare modelli con oltre 4 GB di RAM e con risoluzione superiore a 2650 x 1600, appunto (avrete indovinato) le specifiche del MediaPad. Esistono ovviamente una miriade di tablet migliori – e ci mancherebbe altro che mancassero – ma praticamente sempre con il formato dieci pollici o più.

Certo un valido competitor è iPad mini (in verità un poco più piccolo, con i suoi 7.9 pollici di diagonale). Se guardo però la risoluzione, emerge che iPad vanta una griglia di 2048×1536 pixel, dunque inferiore al mio MediaPad. Certo la risoluzione non è tutta la faccendo (poi è vero, la creatura di Apple ha uno schermo più piccolo), ma passando da MediaPad ad iPad mini, sentirei di perdere qualcosa. In questi casi, conta soprattutto se uno vuole (ri)entrare nell’universo Apple, anche magari ad un prezzo un po’ elevato. C’è da capire se vale la pena, e questo è un discorso essenzialmente individuale.

Al di là del fatto che ho compreso – a distanza di anni, d’accordo – che con il MediaPad ho fatto un buon acquisto, è evidente che l’industria non punta molto sugli otto pollici. Non ci crede, non spera di poterci guadagnare abbastanza.

Il che per me rimane un grande mistero. Lo aggiungo allora ai misteri riguardanti lo sviluppo tecnologico, che ormai ce ne sono tanti. Perché la gente si è accanita per anni ad usare Internet Explorer quando era ormai un rottame capolavoro di bachi e maestro d’inscurezza e non adesione agli standard W3C, mentre emergevano già browser più sicuri ed addirittura con la navigazione a schede come Firefox, ad esempio. Oppure, perché VHS ha vinto contro Betamax, tecnicamente superiore (dice chi ci capisce).

Ed intanto mi tengo il mio MediaPad. Che certo, è rimasto ad Android Pie ma, con qualche ritocco e l’interfaccia così carina di Microsoft Launcher, al posto di quella di Huawei (ormai ferma, come è fermo il suo Android), tanto male non è.

E mi interrogo, di quando in quando, sui misteri dell’informatica.

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Apple come IBM?

Forse sì. Può essere così. Aria di rivoluzione, cantava Franco Battiato molti anni fa. E le rivoluzioni vanno e vengono. Che Apple sia stata un fermento di vera rivoluzione, negli anni passati, è indiscutibile. Che lo sia ancora adesso, forse, non è così certo.

E’ possibile che dopo la dipartita del folle tiranno visionario Steve Jobs, il fermento di rivoluzione si sia sempre più affievolito? Fino magari a spegnersi? Che abbiano vinto definitivamente le logiche di mercato? Che insomma Apple sia diventata una azienda “tranquilla”, volta al mantenimento dello status quo, senza desiderio di rischiare, un po’ come una IBM ben assestata, insomma?

Apple, una rivoluzione ormai al termine?
Un’azienda certo dedita alla produzione di oggetti di alto livello (ad un costo studiatamente esclusivo), ma senza quella spinta innovativa che l’ha resa celebre? E con un orientamento decisamente volto a ritagliare dei margini ben precisi di intervento sulle proprie macchine, per giunta?

A volte si ha come l’impressione che la società funzioni come la Apple, che non voglia lasciarci prendere un cacciavite e guardare all’interno per capire da soli che cosa non va. (Matt Haig, Vita su un pianeta nervoso)

Ci pensano loro se qualcosa non va. Sono bravissimi, ma devi lasciarli fare. Tu, non impicciarti. Se non funziona qualcosa, loro te la cambiano. Alla fine questa cosa è frustrante.

Non so. Quando la rivoluzione si piega alla sua conservazione, contraddicendosi in essenza, di solito iniziano i guai. Aver messo a punto finissime strategie per pompare denaro nelle proprie casse è comprensibile, un po’ meno non usare veramente di questa presunta diversità per innescare un moto di cambiamento, oltre la pura logica di mercato.

Tutto è troppo equilibrato in Apple, insomma. Siate affamati siate folli diceva Steve nel suo più celebre discorso (quello sì, da rileggere). Qui più che fame c’è una moderata soddisfazione, come un po’ un appetito spento. C’è un recinto dorato, fatto (certo) di tante belle cose software e hardware, poco permeabile verso l’esterno, che viene in effetti la tentazione di chiudervisi dentro. 

Ma sbaglieremmo.

Perché c’è un mondo da cambiare, in effetti. Non basterà un brand a darci la sensazione consistente che lo stiamo facendo, non basterà neanche credere di pensare differente. Ma questa, naturalmente, è un’altra questione.

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Rispetto per gli utenti

Gli strumenti di comunicazione come WhatsApp o Telegram ormai sono considerati – a torto o a ragione – come indispensabili per una accettabile vita di relazione sul nostro pianeta. Benché WhatsApp sia ancora il più diffuso, Telegram spesso spicca per proporre soluzioni innovative, ed è pertanto a quest’ultimo che vanno le mie (e non solo mie) preferenze.

La storia che vi racconto oggi riguarda proprio Telegram, e la celebre azienda della mela morsicata, la Apple. Si tratta di un simpatico gioco delle parti, che ai meno affezionati può giustamente essere sfuggito, complice caldo e mascherine varie. Orbene, il giorno prima di Ferragosto, viene pubblicato un post sul blog di Telegram dove si annuncia il compimento del settimo anno di vita dell’applicazione, celebrato con l’introduzione della tanto attesa possibilità di effettuare video chiamate (senz’altro, la cosa più grossa che mancava rispetto al suo diretto concorrente).

L’avviso di aggiornamento disponibile, su Google Play

Nello stesso post, però (ecco la cosa interessante), si specifica che l’introduzione di questa feature per il momento è riservata agli utenti del sistema operativo Android, e non ai possessori di iPhone o iPad. Questo perché Apple non ha ancora approvato l’aggiornamento (nonostante – si fa notare in maniera piccata – sia stato sottoposto per la verifica ad Apple diversi giorni prima che a Google), che dunque non è potuto arrivare sullo store in tempo per la coincidenza con l’anniversario.

Ora, se andate a leggere il post, mi prenderete certamente per matto, perché nulla di tutto questo appare. Nel post datato 14 agosto, infatti, si parla soltanto dell’introduzione delle video chiamate per Android ed iOS, senza distinzione. Ci sono, e ci sono per tutti.

Che è accaduto? E’ accaduto che – nonostante quel post porti la data del 14 agosto, è stato modificato il giorno successivo. E’ facile capire perché, a mio avviso: Apple si è sentita in una situazione imbarazzante e si è sbrigata ad approvare l’aggiornamento.

E si può capire perché, visto che l’annuncio originale, reperibile (in inglese) sulla WayBack machine, appare piuttosto duro con la azienda di Cupertino (purtroppo il post corrispondente in italiano non è stato indicizzato e non si recupera, tuttavia presentendo qualcosa avevo fatto uno screenshot con il cellulare, tanto per riferimento futuro).


Parte del post sul blog di Telegram (prima stesura)

Questo appariva sul blog italiano, e d’altra parte è facile verificare che sia la fedele traduzione del post originale inglese, come reperibile ora sulla Wayback Machine (gloriosissima invenzione, detto tra noi).

Why not on iOS? We would like to apologize to all our iOS users for launching this feature on Android only. Apple has failed to review this update in time, even though we submitted it to the App Store several days before sending it to Google Play. If you’re on iOS and would like to try Telegram Video Calls, you’ll have to wait until Apple lets you – or switch to a platform that has more respect for its users and developers, like Android. 😉

Paragrafo, come si può verificare, totalmente assente nella versione di Ferragosto che al momento è anche quella definitiva. Nessun accenno a ritardi di Apple, alla mancanza di rispetto per utenti e sviluppatori: niente di niente.

Dunque alla fine, tutto rientrato. Probabilmente la mossa di Telegram è stata compiuta proprio allo scopo di dare una scossa ad Apple perché approvasse la nuova release (e magari Apple, avendo dalla sua applicazioni concorrenti come FaceTime, forse non aveva troppa fretta in questo caso…). Così che, una volta raggiunto lo scopo, amici come prima e via le polemiche, anche dal blog.

Se però la voglio ripercorrere, questa faccenduola, portandola alla luce per molti che non si sono accorti del giochetto, non è per pruderie giustizialistiche. E’ per quanto possiamo imparare, da questo. E’ per smascherare un nostro modo di intendere Internet, che è derivato probabilmente dai tempi diversi della nostra evoluzione biologica, rispetto a quelli assai celeri della comunicazione di massa. Dalla nostra intrinseca resistenza al cambiamento, specie se è così veloce.

Fateci caso. Siamo abituati a considerare quello che è scritto su un sito Internet come una cosa statica, permanente. Certo, non scolpito nella roccia, ma quasi. Diciamo infatti c’è scritto su quel sito! e spesso non ci rendiamo conto della intrinseca plasticità di questo supporto informatico. Qui, volendo essere più eleganti, potremmo anche parlare della intrinseca impermanenza delle informazioni su Internet, ma è lo stesso. Tutto può sparire in ogni momento, o peggio, tutto può cambiare. Spesso, senza che le persone possano averne consapevolezza.

Tornando al caso in esame: cosa comprenderebbe una persona che oggi si collegasse al blog di Telegram e leggesse il post datato 14 agosto? Che in quella data Telegram, in sostanza, ha celebrato il suo settimo anno di attività, e per l’occasione ha reso disponibile per tutti la possibilità di effettuare videochiamate, indipendentemente dal sistema operativo.

Il che è interessante e rassicurante. Però purtroppo è falso. In effetti la data del post, senza indicazione di una revisione successiva, porta ad un fraintendimento. Porta a pensare che il giorno prima di Ferragosto l’aggiornamento di Telegram fosse disponibile sia per gli utenti Android sia per quelli iOS. Non a caso, è questo il messaggio che deve rimanere, a prescindere dal fatto che non sia andata esattamente così.

Insomma ha un po’ il sapore di una delicata insabbiatura, la forma del post come è ora. Polemiche rientrate, d’accordo. Però mi chiedo: improvvisamente non è più vera l’esortazione di passare ad Android, che avrebbe più rispetto verso utenti e sviluppatori? Come mai questo veloce cambiamento d’opinione? O non è mai stato vero? O era strumentale, allo scopo di sollecitare una mossa della controparte?

Certo questo ci insegna qualcosa, al di là dell’interesse relativo delle scaramucce tra Apple e Telegram. Ci insegna a non fidarci mai troppo, di quanto leggiamo in rete. A non fidarci delle date, dei collegamenti temporali, del fatto “è scritto così”. Insomma, non c’è ipse dixit che tenga su Internet, salvo in rarissime e ben certificate situazioni. Tutto – o quasi – è sempre da verificare.

Siamo in una età liquida, come avvertiva Bauman. E la cosa più liquida di tutte, con ogni probabilità, è una informazione “scritta” su Internet. E se posso permettermi, il rispetto per gli utenti, forse quello, dovrebbe davvero essere meno evanescente, meno “strillato” ma più praticato.

Semplice a dirsi. Ma per questo, ci vuole una civiltà nuova, meno succube del modello neoliberista, che usi la tecnologia in modo diverso e più complesso e creativo, finalmente più libero dalle dinamiche del profitto. Serve Internet come era all’inizio, potremmo dire. Anzi no, serve un mondo nuovo, e persone che non smettano di crederci, e di lavorare allegramente per questo: perché anche la rete sia un luogo di ricerca di senso,che si possa cercare insieme, approfittando delle fantastiche potenzialità del mezzo tecnico.

E che si possa fare, anche scambiandosi messaggi su Telegram. Oppure (da adesso), perfino contattandosi in videochiamata.

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Dovrei comprare un iPhone SE?

Stavo leggendo una interessante recensione del nuovo iPhone SE sull’ultimo numero di MacWorld. Ora, da una parte mi pare molto positivo che vi sia un iPhone abbordabile ad un prezzo meno che stellare, certamente lo è.
Leggo anche, sempre sulla stessa sapida recensione (a proposito, sul numero di giugno, che è appena arrivato in Readly), grandi cose del suo processore A13 di Apple. Bene, ottimo. E che, essendo un “nuovo” iPhone, in ogni caso, beneficerà per alcuni anni di tutti gli aggiornamenti di iOS, laddove (e questo è vero) per Android sulla stessa fascia di prezzo si “sganciano” relativamente presto dalla versione più recente del sistema operativo, ricevendo al più i doverosi aggiornamenti di sicurezza.
Quanto spendo, per metterci le mani sopra?
Però ci sono ancora diverse cose che non riesco ad elaborare, che secondo me inficiano un po’ l’appetibilità di questo iPhone “economico” (le virgolette sono d’obbligo, essendo il prezzo di partenza fissato sul sito di Apple a 499 Euro, con la dizione probabilmente opinabile, a meno di quello che pensi).
Cose che, non dico puntino a veri e propri difetti, ma sono istanze che alla mia valutazione appaiono un pochino, diciamo così, problematiche. Peraltro è ampiamente questione di gusti, di percezione soggettiva, perché si trovano agevolmente opinioni un po’ diverse, sui vari siti.
Uno, il display. Questo brillante display retina da 4.7‘’ proprio. Ma scusate, non è un po’ piccolo? Intendo, per gli standard attuali. Io posseggo un Samsung Galaxy A8 (del 2018) e ha un display di 5.6‘’ e ancora a volte mi pare piccolino. Non so se vorrei tornare ad un 4.7‘’, anche se con un brillante processore dietro, e il marchio della mela a garanzia. Non so, magari invece c’è chi vuole.

L’altra è la risoluzione. Anche qui confronto con quello che ho, tanto per rimanere sul concreto. L’iPhone SE “vanta” una risoluzione di 1334 x 750 pixel, il mio (che non è in alcun modo un Android di fascia alta) se la cava egregiamente con 2220 x 1080 pixel. Abbastanza di più, per un telefono che costa abbastanza di meno (e non è più certo un “nuovo modello”). Certo con lo schermo piccolo la risoluzione minore si nota meno, siamo d’accordo. Ma qualche dubbio mi rimane.
Il mio dubbio è insomma quello di sempre. Quando posso essere disposto a pagare per entrare (o rientrare) nel modo Apple di vedere le cose? Pagare 500 Euro per un iPhone piccolino, con risoluzione (indubbiamente) limitata, ha senso solo come acquisizione di un terminale che “dialoga” con il resto del mondo Apple. Ovvero, se ho un iMac ad esempio, o un iPad, la scelta indubbiamente porta alcuni vantaggi di maggiore compatibilità. Vantaggi a cui ognuno può dare il suo peso.
Con meno di 200 Euro (meno della metà del prezzo) posso prendere un Galaxy A40, anche lui 64 GB di memoria (ma estendibile), display 5.9‘’, risoluzione 2340 x 1080. Che quando lo accendi, ti si aggiorna (provato) ad Android 10.
Ovviamente sono in ambiente Android, in questo caso. Vuol dire che alcune app non le trovo, anche se la maggior parte esiste nei due ambienti, oramai.
Naturalmente ci sarebbero da fare comparazioni ben più articolate di quella che ho abbozzato io, molto limitata. Ma del resto, qui si appuntano solo alcune considerazioni, opinabilissime per carità. Alcuni spunti, diciamo.
Ma questa domanda, guardando l’iPhone SE, mi rimane addosso, per il momento. Quando sono disposto a pagare il biglietto di ammissione al mondo iOS? E collegata a questa, ovviamente: questo prezzo di appartenenza è in qualche modo giustificato, da un punto di vista meno emotivo?
Lo scopriremo solo vivendolo, diceva il poeta (cantore). Qui io direi, lo scoprirò solo indagando in me stesso, scrutando i miei desideri, cercando di comprendere, con pazienza, quanto sono “indotti” dal mercato, quanto sono compensazioni di altri desideri di ben altra possibile compiutezza, quanto sono autentiche scelte ben ponderate.
Tutte cose che alla fine, hanno ben poco a che fare con un telefonino…

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Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c’è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E’ un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell’interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all’altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po’ di cammino…) 

L’altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l’iPhone all’iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell’iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l’ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale – dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l’ha ancora?) – si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L’obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei – perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse – è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello “della casa”. Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l’omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è “ma perché dovrei voler cambiare?”).

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft – che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android – è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E’ da un po’ che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E’ facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell’aggiornamento più recente.

Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E’ sostanzialmente  – al di là di ogni retorica – un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l’altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l’altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire – o pensare – me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell’interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell’universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l’universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall’ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito. 

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Il tempo della mela

Fin dall’inizio dell’avventura umana, la misura del tempo è stata fondamentale. Il tempo zero, l’istante dell’inizio dell’Universo, è sempre stato un punto privilegiato, luogo di accumulazione dell’interesse di ogni scienza ed ogni cultura, di ogni mito.

Per introdurmi ragionevolmente nell’argomento, faccio come si fa di solito, ovvero consulto wikipedia. La voce “tempo” è molto ricca, e tra l’altro recita:

La percezione del “tempo” è la presa di coscienza che la realtà di cui siamo parte si è materialmente modificata. Se osservo una formica che si muove, la diversità delle posizioni assunte, o se presto attenzione al susseguirsi dei miei pensieri o ai battiti del mio cuore, fatti fisiologici, e in ultima analisi, fisici, ciò certifica che è trascorso un “intervallo di tempo”. Si evidenzia “intervallo” a significare che il tempo è sempre una “durata” (unico sinonimo di tempo), ha un inizio e una fine.

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Capirete che è un tema in cui si può affondare ad libitum, perché è uno di quegli argomenti tanto proprio alla fisica come alla filosofia. In questo, il tempo segnala ciò che è tempo di comprendere, davvero: che non esiste una cultura “umanistica” contrapposta ad una cultura “scientifica”, ma sono semplicemente due approcci complementari, ambedue indispensabili. Anzi, sono uno. Parlare di “presa di coscienza” è legare il tempo alla profondità della cultura e del sentire umano, bel oltre il dato scientifico.

Purtroppo è accaduta una sorta di rottura di simmetria, che il compito della nostra epoca, dell’uomo del millennio appena iniziato, sarà di ricucire. Non con facili sincretismi, ma ideando un nuovo percorso, un cammino ancora inedito. Pazientemente, libera-mente, lavorando su sé stessi per poi intervenire efficace-mente sul contesto.

E’ che affondando nel tentativo di comprensione di cosa è il tempo che ci scontriamo, anche qui, con un sentimento di ultima impotenza (che mi pare un tratto squisitamente moderno), con una necessità di resa:

L’unico modo convincente di rispondere alla domanda “che cos’è il tempo” è forse quello operativo, dal punto di vista strettamente fisico-sperimentale: “il tempo è ciò che si misura con degli strumenti adatti”. Una analisi microscopica del problema tuttavia mostra come la definizione di orologio sia adatta solo a una trattazione macroscopica del problema e quindi non consenta di formulare una definizione corretta per le equazioni del moto di particelle descritte dalla meccanica quantistica.

Ed arriviamo facilmente al fatto che (permettetemi di metterla così)  il tempo esiste perché c’è l’Universo che lo giustifica,

in un certo senso l’intero Universo in evoluzione si può considerare il vero fondamento della definizione di tempo; si noti l’importanza essenziale della specifica “in evoluzione”, ossia in movimento vario, accelerato: senza movimento, senza variazione anche il tempo scompare!

Ma questo è davvero un tema enorme: affrontarlo prenderebbe una enorme quantità di tempo. Allora, per il momento vorrei volare più basso. Torniamo un attimo indietro: cosa si intende per “strumenti adatti” ?

Di orologi di diversa foggia sofisticazione ve ne sono infiniti, lo sappiamo. Vorrei adesso concentrarmi sull’ultimo arrivato: quello che dimostra il modo Apple di intendere il tempo, di misurarlo. L’Apple Watch è la declinazione del modo della mela, di come si può intendere un moderno sistema di misura del tempo. E’ il tempo della mela, dopo quel Tempo delle Mele dello scorso millennio, che fece sognare e commuovere moltissimi, tra noi non più giovanotti.

Che poi, essendo targato Apple (torno a parlare di mela al singolare), fa decinaia di altre cose, oltre che misurare il tempo. Cosa che peraltro dovrebbe fare assai bene, a leggere le specifiche: “mantiene uno scarto non superiore a 50 millesimi di secondo rispetto al tempo universale standard”.

Ma il punto non è la precisione. E nemmeno le diecimila cose che fa: ti controlla mentre fai attività fisica, mentre dormi (con chi dormi, forse…?), ti fa vedere le foto su Instagram, ti notifica email e messaggi Facebook, etc…

Il tempo, insomma, non sappiamo se sia relativo, ma certo – in questo modo – è relativizzato. E il tempo è così legato indissolubilmente al flusso erratico di notifiche e messaggi e allerte, di cui l’orologio (in questa moderna incarnazione) si fa  veicolo. Si può riprendere la frase di prima, traslandolo in versione più tecnologica, asserendo che “senza notifiche, il tempo scompare”.

Non so voi. Io sono attratto e spaventato allo stesso tempo. Attratto da cosa potrei fare con l’Apple Watch (il mio lato geek è letteralmente elettrizzato), spaventato del fatto che mi potrei così abituare ad avvertire le notifiche sulla pelle, tramite la discreta vibrazione dell’orologio, da non poterne più fare a meno. Da sviluppare una dipendenza.

Ma la cosa che mi preoccupa di più è un’altra. La dipendenza che mi terrorizza è quella dalla rete elettrica, non tanto da Internet. Fino a diciotto ore, dice. Anzi, per la precisione, dice fino a diciotto ore di autonomia. 

Sono esitante. Per adesso, l’orologio è l’unica cosa tecnologica che posso dimenticare di attaccare alla spina e ricaricare, ogni santa notte. Per ora.Ma il tempo passa. Gli orologi si aggiornano. E questi fanno appunto duecentomila cose.

Ma si scaricano.

E l’idea di arrivare a casa e attaccare tutto ai vari ricaricatori, non mi esalta.

Se poi vagassi nel deserto, in meno di un giorno si spegnerebbe tutto. Telefono, tablet, e ora perfino l’orologio. Tutto. Meno l’idea che a volte, troppa tecnologia – forse – non aiuta a vivere in maniera più umana. A viversi bene il tempo.

Forse.

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