Blog di Marco Castellani

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L’urgenza della verità

C’è qualcosa che è diventato insostenibile, in questo prolungato tempo di Covid. La polarizzazione di pareri ed opinioni ci spinge sempre di più a radicalizzarci, in quella che sembra diventata (solo) una guerra tra bande. Più passa il tempo, tra dati di ricoverati, ammalati, decessi, più questo fenomeno mi pare che aumenti. Un passatempo universale, la vera distrazione di massa. Per questo, insostenibile.

Tanto che non conta più chi sei, in ultima analisi. Conta soltanto da che parte stai. Tu che mi vieni vicino, che mi parli. Tu, che incontro in caffetteria sul luogo di lavoro, al bar, in un negozio. Tu che sei altro da me. Che puoi dunque veicolare il nuovo, farti ambasciatrice, ambasciatore di quello che io non mi aspetto. Tu, che sei tutto questo (e molto altro, teoricamente lo sappiamo). Ebbene, all’atto pratico, non mi importa tanto di te, mi importa capire subito (senza perdere tempo) in che squadra militi.

 233 letture su Stardust,  1 oggi

Teresa è all’Harry’s Bar

Me lo scrive sorella Chiara (intesa in senso di parentela), Domani vado a vedere questo, con i ragazzi… così, ammiccante. E intanto mi passa il link. Non lo sapevo. Non ne sapevo proprio niente. Prendo tempo, intanto dico bravissima ma non mi decido. Alla fine però c’è qualcosa, qualcosa che non mi lascia passare oltre, non mi lascia scartare, troppo facilmente.

Va bene ci vado, ci vado. Acchiappo il biglietto in extremis. Un po’ angolato il posto, è quel che rimane, ma va bene lo stesso. In realtà (con il classico senno del poi) sarebbe andata benissimo, non bene. Non mi aspettavo quello che sarebbe successo, non mi aspettavo niente, di ciò che sarebbe successo. Uno non si aspetta mai niente quello che succede, d’altra parte. Non può proprio. Stai alla frontiera, quel che viene non lo calcoli, lo attraversi.

Sì De Andrè, la PFM, carino… E poi, proprio pochi giorni prima, passeggiando in montagna, mi ero riascoltato e riassaporato quel piccolo capolavoro che è Volume 8 riscoprendo molte canzoni che avevo dimenticato. Straordinarie canzoni. De André è un vero artista. Un poeta, per quanto questa espressione sia terribilmente abusata, nel campo della musica. Ma lui, lui lo é. Diamine, andrà pure detto. Ribadito.

Così a Chiara scherzando (ma non troppo) chiedo, ma me la fanno Giugno ’73? E rincarando la dose (è impossibile smorzare il desiderio, è cosa contro natura), e poi Amico fragile? Due canzoni pazzesche, bellissime, contenute in quell’album. Due canzoni (soprattutto la prima) che avevo scordato, avevo totalmente svaporato la loro umanità così spudorata, così toccante.

Così sarà, per la cronaca. Ma anche di più. Sarà molto di più. Perché è un collegamento con il cuore, che si accende. Un tuffo nel passato che ritorna qui, presente e palpitante. Tuffo imprevisto, ma istantaneo. Più che tuffo, spanciata. Accade subito, appena la PFM inizia a toccare gli strumenti, le prime note che si levano in aria. Ti viene addosso qualcosa, frontale.

La PFM nella Cavea dell’Auditorium (foto da cellulare, come si capisce bene…)

Io non so come fanno, non conosco i dettagli di questa magia, ma realmente fanno esplodere la musicalità che c’è nelle canzoni di Fabrizio, senza forzare nulla, senza introdurre niente di estraneo. E’ un lavoro a far venir fuori, non a sovrapporre altro. Esaltano De André, lavorando a far uscire cose che già ci sono, piuttosto che ad inserire elementi arbitrari. E quindi sono bravi, sono bravi proprio. Le canzoni ti investono, sono realmente godibili, gli equilibri tra gli strumenti mi appaiono molto ben lavorati. Fin dalla prima canzone, ogni canzone è una festa, per le orecchie e per il cuore.

Per me è qualcosa di speciale, che esonda potentemente la portata dell’evento. E lo capisco. Il fatto è questo, papà amava De André. Fin da piccolissimo ascoltavo risuonare per l’aria, a casa, queste curiose melodie dal sapore arcaico. E poi una stranissima voce bassa, calma, una voce che mi è sempre sembrata così, come dire, incredibilmente autorevole. Gravida di mistero, lambiva territori sconosciuti, portava odori, sapori di cose lontane ma interessanti, evocava universi appena socchiusi, mondi diversi e sempre umani, umanissimi.

Questo mi ritorna spudoratamente addosso, appena la PFM inizia a suonare. E mi sbatte addosso senza preavviso, il me stesso di tanti anni fa. Subito, subitissimo. Lo so che non sono imparziale, ma il cuore è troppo coinvolto. E poi questi hanno rispetto, per De André, grande rispetto: si sente a pelle. E quindi hanno rispetto per me, per la mia storia. Anche per papà, è chiaro. Lo rispettano. D’accordo, Magari non lo sanno, ma è così.

O forse invece lo sanno. Sì, secondo me lo sanno.

Perché se non lo sapevano, come veniva loro in mente di rifare, nella parte centrale del concerto, gran parte de La Buona Novella? Quel disco, proprio quel disco. Quello che papà ascoltava con religiosa attenzione, quell’unico disco a cui dedicava attenzione totale. Quelle note scarne che mi entravano nella pelle, da bambino, quegli arpeggi semplici e profondi, quelle parole addosso, prima ancora che capissi di cosa parlassero, che storia viva trasportassero.

Sì, quando la ascolto piango. Mi vengono esattamente le lacrime, mi manca papà, anche adesso che scrivo mi si inumidiscono gli occhi. Ma è una mancanza buona, sono lacrime buone, le voglio. Eppure l’emozione – e il senso di nostalgia – è fortissimo. Mi lascio piangere, per un po’ è necessario, non si può fare altro. Accidenti, speriamo solo che non mi veda nessuno. Come fai a spiegare?

E mi ricordo, ancora. Quando da ragazzetto, mi studiavo le note di copertina di quel disco che papà aveva portato a casa. Quello che per lui aveva una importanza tutta particolare. Non era un tipo che ascoltava molta musica “leggera”, papà. Anzi. Però quel disco era un’eccezione, una poderosa eccezione. C’era una nota del gruppo che suonava, si chiamavano I Quelli, e parlava del rapporto con questi testi, e con Fabrizio. Scrivevano qualcosa tipo dopo un po’ siamo andati da Fabrizio incuriositi, a chiedere perché aveva scritto questa cosa... A proposito, per come narra De André la nascita di Cristo (sempre con grande poesia e umanità comunque), rimando alla trattazione di Giovanni Marcotullio che per me è una delle cose più sensate che abbia avuto occasione di leggere, sul tema. Qui non sto valutando l’opera, controversa in alcuni punti, figlia del tempo in certe parti. Sto affondando nei ricordi. Anzi no, sono loro a venire su e inondarmi. Colpa loro.

Bene, quando dal palco avvisano che eseguiranno La Buona Novella in modo diverso da come l’avevano fatta a suo tempo sul disco (e si parla del 1970) , per un momento non comprendo. Subito viene aggiunto a quell’epoca ancora ci chiamavamo I Quelli. Tutto torna. Allora sono loro. Ed è ancora più magico, ancora più magico essere qui.

Ed è tutto particolarmente sbalorditivo, se penso alla casualità che mi ha portato qui, sbalordisco. Ma infatti, nessuna casualità, non è credibile. Non può essere un caso, se sono qui, adesso. Fatevi pure, al proposito i vostri ragionamenti rassicuranti, bilanciati, distaccati. Io non vi seguo. Se sono qui non è un caso, non lo è per niente.

E de André è un gigante, anche nei testi. Non è qualcuno che riveste di parole un motivo musicale, affatto. Le parole non accompagnano, e basta. No, le parole fanno esplodere la musica, la caricano a potenza. Queste cose non le fanno tutti, queste cose le fanno solo i poeti. Fabrizio De André è stato un poeta (anzi è un poeta, perché i poeti non muoiono mai). Sai, sono cose che magari quando ascolti le canzoni da ragazzetto, non te ne accorgi, non te ne accorgi del tutto.

Ora, con i miei cinquantasei anni, me ne accorgo molto di più. E mi commuovo, ancora e di nuovo.

Perché c’è Giugno 73 con il suo bellissimo, paradossale incipit

Tua madre ce l’ha molto con me
perché sono sposato e in più canto,
però canto bene e non so se tua madre
sia altrettanto capace
a vergognarsi di me.

E questi allegri pirati della Premiata Forneria Marconi, fanno anche Amico Fragile, ovviamente (ma è logico, visto che la serata è per me, in qualche modo arcano).

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte
feritoie della notte,
con un bisogno di attenzione ed amore
troppo “se mi vuoi bene piangi”
per essere corrisposto

L’ho detto, suonano bene, le canzoni sono sempre arricchite e mai stravolte, c’è quel profondo rispetto per Fabrizio, quell’amicizia devota che si allarga dolcemente dai musicisti all’intero uditorio. Ed è un po’ come se lui fosse qui (e in una canzone “compare” la sua voce, come tributo doveroso).

Il gioco fra musica e parole funziona, i testi del Faber invadono l’aria serale tardoestiva di una Roma sotto Covid ma con tanta voglia di tornare a respirare, e risanano con i loro delicati paradossi. Appena entrato dentro Rimini, sbatto il cuore su una articolazione umanissima, che mi commuove in modo inaspettato. Di nuovo mi inumidiscono gli occhi…

Ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene

Ed anche, questa sovrabbondanza mediterranea di Andrea, il delizioso ritornello che ti sveste di ogni pensiero malinconico e ti porta dentro il mondo – al tempo stesso introverso e frizzante – tipico di Fabrizio.

Che ora lo capisci bene, e proprio per questo ti commuove a raschiare il pianto. Perché è un mondo in cui l’unica cosa che è declinata è la pietà. L’unica cosa di cui si parla. Come architrave di tutto. Pietà per gli ultimi, per quelli ai margini, pietà per gli assassini e le puttane. Una pietà credibile, scomoda, terribilmente concreta perché sfacciatamente antiretorica. Declamata con coraggio, decenni prima di ogni buonismo, sfida perpetua ai benpensanti e ad ogni loro (e nostro) pruriginoso bigottismo.

Mi guardo intorno. Stasera non c’è nulla di morto. De André è vivo, è ancora l’amico che cantava in salone quand’ero bambino, nella casa a Poggio Ameno. E papà è vivo: la sua mancanza infatti è terribilmente concreta, esiste, si tocca, è lui, è la sua, lui è qui. La PFM onora il maestro (i maestri?) nell’unico modo possibile: poche frasi, niente retorica. Le sue canzoni, dal sapore di donna, dal sapore dell’oceano. Il timbro di voce di papà, anch’esso così basso, mi si unisce in memoria. Sapeva di avventure, di amicizie, di amori e guerre.

Ora Teresa è all’Harry’s Bar
guarda verso il mare…

 302 letture su Stardust

Quella Luna degli anni settanta…

Sono lì che ascolto. Sono seduto al mio posto nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica (che ho appena scoperto essere ora chiamato Ennio Morricone), e sono appena stato oggetto (credo, con altre persone) di un fenomeno spaziotemporale abbastanza curioso.

Me ne sono accorto appena il tastierista ha affrontato la stupenda intro di pianoforte di The Lamb lies down on Broadway, questo fantasmagorico disco realizzato dai Genesis nel 1974. Vabbè, più che disco, dovremmo precisamente dire concept album, come appunto viene menzionato da quelli che la sanno lunga.

Ma dicevamo, il fenomeno spaziotemporale. Eccolo. E’ un salto indietro nel tempo per un ammontare di circa 45 anni, e nessuno mi aveva avvertito. Di fatto, dopo un minuto di musica (glorioso tripudio di tastiere), mi trovo nel bel mezzo degli anni settanta. Non c’è possibilità di sbagliare, non c’è alcun errore. E’ tutto perfettamente coerente, in effetti la coerenza è veicolata dalla musica, dai rapporti di tensione e distensione tra le note, dall’architettura di universo che espongono, e diffondono, istante per istante.

Beh, foto fatta con il mio smartphone (riapparso per un momento appena, d’accordo)

Penso che ogni melodia, anche la più banale, proponga una architettura di universo, trasporti un modello cosmologico. Un modo di pensare, di guardare alle sensazioni, alle emozioni, alle pulsioni, alla natura, al cielo, alla Luna. Al destino dell’universo, alla presenza di un senso o alla sua mancanza. A come vanno a finire le cose, per te e per tutti quanti e per tutto quel che c’è. Certo tale modello è nascosto, è cablato nelle note e nel ritmo, nei timbri degli strumenti e nel modo di suonarli. Nascosto, e per questo più potente. Ti arriva sottopelle senza passare per il ragionamento, lo assorbi senza quasi accorgerti. Ti arriva in vena, senza che tu debba iniettarti nulla.

Ed eccola lei, la Luna. Si vede bene dal mio posto nella Cavea (Tribuna Numerata, fila E), durante la prima parte del concerto. La guardo con curiosità, e trovo subito piena conferma. E’ stata sostituita, non è quella solita. Per la precisione, è una Luna del 1975 (o giù di lì, l’esattezza totale non è possibile), una Luna ancora tutta emozionata, un po’ scomposta, un po’ arruffata, dall’essere stata visitata dall’uomo solo pochi anni prima, toccata per la prima volta. Eh già, penso, in fin dei conti l’arrivo sulla Luna degli astronauti di Apollo 11 è del 1969, insomma pochi pochi anni fa. Una Luna che stiamo percorrendo adesso in fin dei conti (l’ultima missione, Apollo 17, è appena di un paio di anni fa). Siamo nel 1975, ricordiamoci.

Essere nel 1975 vuol dire qualcosa. Non è una cosa leggera. Non c’è Internet, non ci sono telefonini. Soprattutto (non troppo strano) non esiste niente, di tutta la musica creata dopo il 1975. Non esistono tutte le invenzioni melodiche, ritmiche, inventate dopo. Per dire, non esiste il suono delle percussioni più secche e precise, degli anno ’90 (infatti in realtà non so di cosa sto parlando): qui ci sono ancora quelle pastose, piene, totali. Non ci sono i ritmi disco degli ‘80, i ritmi facili e ripetitivi e minimalistici. Quali? Non lo so, ripeto. Non esiste ancora The Wall dei Pink Floyd, nemmeno come possibilità del pensiero. Attenzione, qui. Essere nel 1975 vuol dire che puoi pensare quello che vuoi, che credi di poter pensare qualsiasi cosa, ma di fatto non riesci a pensare il giro di basso di Another Brick in the Wall nemmeno se ti sforzi come un pazzo. Non ti viene. Non ti avvicini nemmeno. Puoi prendere una nota o due se sei geniale, come anticipo nell’aria, ma subito ricaschi nella circuitazione più barocca, meno cinica e più enunciativa, propria di questi tuoi anni. E’ una categoria mentale che non esiste, e tu non ti rendi nemmeno conto che non esiste, è questo il bello. Non capisci che c’è uno spazio di esistenza di qualcosa di incredibile, ma che ora non esiste. Non vedi lo spazio vuoto, è disponibile ma in un certo senso non lo è. Si nasconde, non c’è. Non lo sai. Lo saprai tra qualche anno (non molti), ma ora no.

E mica è finita qui. Non esiste nemmeno Abacab, questa canzone che è così stupendamente nelle corde dei Genesis (quelli senza Peter Gabriel, d’accordo, ma ora non entriamo nel dettaglio), che ti stupisci totalmente del fatto che non esiste. Che non è nell’aria. Che vuoto che lasciano le cose che non esistono! Ora sarebbe intollerabile. E tu niente, nemmeno sai che non esiste, appunto. Pazzesco, a pensarci.

Così ho attraversato un tunnel spaziotemporale e ora mi trovo qui. Del resto è normale. Perfettamente normale. Non è che ti avvertono prima che tu attraversi un tunnel di questi. Mica trovi dei cartelli attenzione al tunnel, ti porterà negli anni settanta, vuoi proseguire? No, niente di tutto questo.

Potenza della musica, potremmo dire. E qui la musica c’è, c’è eccome. E c’è gente capace di suonarla, di cantarla: per la cronaca, un supergruppo composto dai Revelation e dagli Squonk. Vabbé io non li conoscevo, ma non importa. Ciò che importa adesso è che c’è gente che ti esegue Lambs con una precisione nitida quasi da maniaci. Sì, e con bravura. Certo. Parecchia, anche. Tutto è come nel disco (forse anche troppo? Non so). Ogni specifico pattern di batteria (e sì che è una invenzione continua quel disco, che Phil Collins se ne è inventate di tutte) è riprodotto qui dal vivo adesso, ed ecco spiegato il meccanismo della macchina del tempo. Rendere viva una cosa degli anni settanta è possibile solo se sei negli anni settanta. Diamine, questo spiega tutto. E anche la parte visiva è curata, l’idea che non ascolti appena una musica, ma sei dentro una storia, calato completamente in una storia, che è di colori, maschere, costumi, video.

Mi dico, questi qui che suonano, ma quanto avranno studiato il disco come dei pazzi maniaci? Ogni grappolino di secondi di suono è stato certo riascoltato innumerevoli volte, per fare questo reverse engineering che restituisce un’opera rock (con una trama complessa ed onirica) con questa precisione quasi imbarazzante.

E le luci, i colori, che accompagnano il dipanarsi della storia di Rael, il giovane portoricano sbucato fuori dal riformatorio di Pontiac (la storia narra di un altro salto spaziotemporale, quella di Rael verso una sorta di regno sotterraneo sede di incontri tra il mitologico e l’allucinato).

Il filmato sostituisce la tonnellata di diapositive che a suo tempo (cioè ora) i Genesis si portavano in concerto, e muove tra l’evocativo, il sognante, l’inquietante, con lo spaesamento dell’arrivo inesorabile dell’epoca moderna, il sogno che si fa incubo perché non è più accolto, è pigiato verso le profondità della coscienza dalla modernità industriale che nell’esaltato delirio della produzione in serie pialla ogni differenza, la solitudine, la violenza, la paura dell’intimità, il mondo non più avvertito come rifugio, ma come un posto dove ci si gioca tutto, non ci si può rilassare, anche l’amore è ridotto ad una prestazione, un imparare dei codici di azione (e di sopraffazione) per non fare brutta figura, affidandosi ai manuali, in perdita verticale di spontaneità libera. Fino all’uscita finale, nel qui ed ora, forse sbrigativa ma in ogni modo indicativa, riunificativa (anche nella storia), che chiude il tunnel spaziotemporale e mi riporta (dopo un esteso bis, in verità) all’anno 2020: quello dove di botto ritornano all’esistenza i telefonini, Internet e tutto il resto.

Insieme con la nostalgia di un’epoca, provvisoria ed imperfetta quanto si vuole, dove sognare non era ancora concepito come antitesi al cambiamento del mondo, ma ne era la necessaira premessa.

Come in realtà deve essere, perfino dopo 45 anni da allora.

 147 letture su Stardust

Viaggio nel Sole…

E’ un piccolo viaggio nel Sole, quello che viene proposto in questo volume. Un viaggio che per chi scrive è iniziato diverso tempo fa, e si è concluso giovedì scorso, con l’uscita del volume in edicola, in connessione con il Corriere della Sera
 
Ora è qui, è solido, è concreto. 
 
E’ bello vederlo, sfogliarlo, pensare che tutto sommato ne è uscito un bel lavoro. Certo, un libro così è un lavoro di squadra, essenzialmente. C’è chi scrive (lo stesso che scrive le righe che ora state leggendo), e sceglie le (tante, tantissime) fotografie. Ma poi c’è chi fa il paziente lavoro di interfaccia con l’editore, e chi cura la grafica, la disposizione delle foto, la revisione del manoscritto, l’impaginazione, e tante altre cose, che sono piccole solo in apparenza.
 
Di questa avventura ne parlo un po’ più diffusamente su GruppoLocale (visto l’argomento astronomico, mi sembrava il posto adatto), ma non mi andava di lasciar passare la cosa senza che sporcasse un po’ di sé anche questo ambiente, che è quello mio più personale, in un certo senso più intimo, anche se aperto al mondo (interessante questa polarità, poi, questo lavoro continuo e non sempre facile, di verità nel raccontarsi davvero e di fiducia nell’aprirsi).
 
Grazie ad Umberto Genovese, per la bella immagine! 
Insomma è bello sfogliare questo libro, ora che è compiuto. Ricordando gli affanni, i momenti di crisi, quelli di esaltazione, e capire che soltanto l’applicazione paziente, l’adesione (tentativamente) umile a quel che c’è da fare, ha reso possibile che un’idea, un sogno, si trasformasse in un pezzo tangibile di realtà.
 
Il volume è l’undicesimo della seria Viaggio nell’Universo e fino ad oggi che scrivo, dovrebbe essere reperibile nelle edicole. Altrimenti almeno per un po’, lo potete trovare dentro il negozio online del Corriere, insieme ovviamente con gli altri volumi. 
 
Più di tutto, questo credo di avere imparato. Che le cose si possono fare, si possono realizzare. Grandi e piccole (che poi, ogni scala è relativa), anche cose piccolissime che nessuno vede, che sono spesso più grandi di tante visibili, per chi le fa, per la sfida che ha dovuto affrontare, le paure e le esitazioni che ha dovuto superare. 
 
Le cose si possono fare, io le riesco a fare (perfino io ci riesco), tanto più ci riesco, quanto imparo a dimorare nella domanda più che nella pretesa. Non è facile, è un lavoro sporco contro l’inclinazione spontanea, contro la continua deriva momentanea – un lavoro a volte aspro, quasi sempre faticoso. Ma a questo regime di frequenza, la risposta arriva, mi sento di dire, arriva sempre. 
A volte nei modi che non mi aspetto, ma arriva.
 
Un’evidenza, a volerla davvero vedere, quasi solare. 

 164 letture su Stardust

Nominare le cose

La poesia è bella, è importante, mi dico, soprattutto per questo. La poesia prende sul serio le parole, le prende sul serio e le ama una per una. Il poeta smonta e rimonta un verso, ed è attento ad ogni singola parola. La rispetta, la onora. Anche una congiunzione, addirittura un carattere sospensivo, una virgola. Ecco, anche questa. Muovere un virgola in un verso a volte è cambiare tutto.
Il poeta ascolta le parole e ne estrae il succo, le mette insieme alle altre e controlla la miscela, gestisce l’alchimia. O almeno prova a farlo, perché poi la vera poesia, sfugge sempre di mano, esonda dai calcoli ordinari, acchiappa quell’aggancio di infinito che ha appena sfiorato e ci fa dimora, ci fa casa. Da lì si comunica anche ad altri, perché è irresistibilmente missionaria. E si realizza la magia, la rinnovata fratellanza tra gli uomini, legati dal comune anelito del cuore. 
Viviamo in una epoca diametralmente opposta alla poesia. La quantità di parole scritte è altissima (sui social, sulle reti di messaggistica), ma una gran parte di queste è utilizzata al minimo potenziale, è svilita, è prostituita. La parola così depotenziata è volgare, sempre volgare. E’ questa, a ben vedere, la vera pornografia. Perché è la più perniciosa: induce un pensiero parimenti depotenziato, servile, non libero. La vera poesia è liberante, non sopporta costrizioni ideologiche o morali, non le sopporta affatto.

Nacque il tuo nome da ciò che fissavi è il titolo del meeting di Rimini di quest’anno, ed è soprattutto un verso di una poesia di Giovanni Paolo II. Il segnale che raccolgo è positivo, confortante. In tempi di slogan e pensiero semplice, dove i cinguettii informatici di illustri ministri fanno a gara in inciviltà e nel rilancio del pensiero pigro, mettere un verso di una poesia a titolo di qualcosa, è andare in salutare controtendenza.

Come dice assai bene l‘articolo di Fabrizio Sinisi,  Tornare a nominare le cose, riscoprirne il nome, è un modo di sancire un nuovo inizio: è come nascere di nuovo. E cosa chiede il mondo d’oggi più di ogni cosa, se non il dono di poter rinascere? 

Abbiamo bisogno di un nuovo inizio, ne abbiamo sempre più bisogno. Ne abbiamo bisogno a livello personale e a livello sociale, in maniera inscindibile. Abbiamo bisogno di riprendere a sperare, di comprendere che erigere muri (dentro e fuori di noi), chiudere gli accessi (personali e nazionali), serrare i confini (di ogni tipo), non è la risposta alla sete di sicurezza, che è solo un ingabbiamento ulteriore nelle nostre paure e nella nostra solitudine. E chi fomenta tutto questo, giocando sporco sulle nostre paure e le nostre fragilità, non sta facendo un buon servizio, ai singoli e alla società.

La poesia è un superamento allegro e curioso, di ogni recinto… 

Abbiamo bisogno di un riscatto, di una ripresa. Diceva Don Giussani, alcuni anni fa, che abbiamo una sola legge: riprendere, ricominciare, risorgere. La poesia ci aiuta in questo, solo che le diamo udienza. Se accogliamo il suo modo di parlare al cuore, il nostro cuore si riapre, si allarga di nuovo. Possiamo ascoltare, di nuovo, il canto del mondo. E noi, di nuovo, respiriamo.

Ritorna bella e invitante, seducente e accogliente, la prospettiva di guarire, di ritrovare un modo e un mondo di rapporti più sereni, distesi, pieni ed appaganti. Ed il cielo ritorna a vivere dentro di noi, come recita il titolo della mostra su Etty Hillesum al meeting (e questa, a Dio piacendo, dovrò proprio contemplarla nella mia visita).

Etty non ha scritto poesie, che io sappia, ma il suo diario è un’opera incredibilmente poetica, e profetica anche. E’ un punto di partenza prezioso per ogni progetto di umanità nuova, che non eriga a sistema le sue paure, non le congeli dentro la vergogna di controversi decreti di sicurezza, ma le attraversi costantemente, slanciandosi verso l’ideale e la sua scintillante bellezza.

Non abbiamo bisogno di tanti discorsi, non c’è bisogno di retorica. Abbiamo bisogno di poesia, che è l’antidoto emozionante ad ogni sclerotizzazione ideologica, è una delle poche risorse per venire a galla dai discorsi, dai discorsi che non servono più.

Come già scriveva Alda Merini, nella lirica Ho bisogno di sentimenti,

Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

Il meeting (se uno non si fa imbrigliare dai discorsi, appunto, e dall’idea che si è fatta di Comunione e Liberazione, ma semplicemente procede ad occhi aperti e cuore allargato) è una splendida occasione di sperimentare una umanità in ricerca, aperta agli stimoli della modernità e affezionata al valore buono delle tradizione, ai valori della cultura e della solidarietà (cosa non troppo banale, di questi tempi). Ed è sempre propositivo, un calderone – anche a volte affastellato, piacevolmente confuso – di proposte perché si comprenda che una vita migliore, più umana, è sempre possibile.

E non si ottiene certo chiudendosi dietro un limite, ma attraversandolo continuamente.

 281 letture su Stardust

Guarire, in una storia di parole

Credo che il miglior modo di iniziare a ragionare di poesia e guarigione, il modo più diretto e veloce per entrare subito nel vivo, sia riferirsi a quanto scrive il poeta e filosofo Marco Guzzi nell’introduzione al mio volume di poesie, il cui titolo è appunto, Imparare a guarire

[Ciò] esprime un desiderio che accomuna tutti gli uomini di tutti i tempi, e che oggi si fa ancora più pressante, urgente, indilazionabile, in quanto lo stato di malattia, e di malessere universale, sembra aver raggiunto un livello terminale, una soglia di insostenibilità, che mette a repentaglio la stessa sopravvivenza della specie umana sul pianeta terra.

Sono parole nette, con le quali qui ci vogliamo confrontare. Riconoscere infatti di essere accomunati da un disagio così forte, segno di questo passaggio di epoca che molti filosofi rintracciano come cifra significativa nel decodificare le complessità e contraddittorietà del tempo attuale, è il primo passo necessario. Ci motiva con decisione a ricercare, finalmente, non più strategie spicciole di sopravvivenza, ma a puntare su un sogno più grande. Riprendere coraggio e, armati solo di un pugno di versi, andare alla scoperta di strade che possano aiutarci, tramite le quali sia possibile, con tutta la gradualità che ogni vero processo trasformativo richiede, imparare a guarire. 
 
 
 
Qui subito si instaura, già si instaura, il suggestivo parallelo tra poesia e guarigione. E’ un fatto, la poesia si connette a doppio filo con il tema della guarigione, se non altro – vorrei dire – carnalmente, cioè per la natura stessa del poeta, della sua persona. 
 
 

Rubo le parole al poeta Franco Arminio, per avvertire che
 

c’è un problema quando si hanno rapporti con i poeti. Il problema deriva dal fatto che il poeta è una creatura patologicamente bisognosa di amore. Una creatura in subbuglio con cui non si può mantenere un’amicizia generica e blanda. Col poeta non ci possono essere pratiche attendistiche e interlocutorie, bisogna gettargli in faccia il nostro amore o il nostro odio, bisogna tenerlo ben vivo nella nostra mente, bisogna pensarlo, parlargli delle sue parole, raccontargli le sue storie.

 
Il poeta dunque si presenta sul palcoscenico del mondo, interseca le nostre vite indaffarate, con una ricettività particolare, con una irriducibilità alle convenzioni della vita sociale. Ci scrolla dai nostri facili equilibri, dalle nostre connivenze con ciò che non è autentico, e ci richiama prepotentemente – e spesso in modo scomodo – al suo ed al nostro cuore. E’ tra quei personaggi un po’ fastidiosi, che ci rimandano all’urgenza del processo di guarigione, alla necessità indilazionabile di darvi spazio, respiro. Chiaro, è qualcosa che non necessariamente ci compiace, ci gratifica, in prima istanza. Questo richiamo al cuore infatti può mettere in crisi i diecimila equilibri che, per quanto precari, per quanto inevitabilmente a scadenza, avevamo così prudentemente ed accortamente messo in opera, testato e collaudato. Guarire implica la fatica di iniziare a pensare in maniera diversa, a vedere in maniera diversa. Insomma, un tempo avremmo detto, a convertirsi. A che giova tutto questo?, ci si può chiedere. Continua infatti Franco,
 

Uno allora può dire: ma a che serve tutto questo? Io penso che alla fine non serva al poeta, perché il poeta non ha mai bisogno di quello che gli viene dato. Penso che tutto questo serva a chi dà, a chi si protende a lenire le varie disperazioni del poeta. L’atto di guarire chiude le ferite, ma solo al guaritore.

 
Se prendiamo per vera questa parola di poeta, ci diventa evidente come la poesia sia un ambito privilegiato per avviare o riavviare quel processo di risanamento, di guarigione, che oggi è più che mai necessario, per tutti. In questa luce, mi pare che la coltivazione della disciplina della poesia – ovvero prima di tutto la sua quotidiana frequentazione – acquisisca una importanza decisiva, per il nostro cammino umano. Avere a che fare con la poesia è ipso facto essere impegnati in una opera di guarigione: di più, vuol dire essere impregnati di quest’opera, che è allo stesso tempo personale e sociale. 
 
Per iniziare a convincersi, basti pensare alla sostanziale alterità della poesia (e del poeta) verso gli aspetti più massificanti e commerciali del mondo contemporaneo. Niente da fare, il poeta proprio non ha patria nel mondo dell’economia intesa come misura di tutte le cose, nell’universo che fa della borsa e degli andamenti dei mercati una moderna divinità, ovvero ciò che realmente “esiste” e sarebbe eresia soltanto porre in discussione. Bene, il poeta è radicalmente altro rispetto a questo, ma la sua alterità è sempre un pungolo al nostro modo di vita distratto e a volte perfino collaborazionista con questo sistema, ed insieme una possibile via di recupero, di guarigione e di riscatto.
 
Di fronte ad un mondo morente in tante sue manifestazioni, la poesia testimonia (a volte in modo scomposto, slabbrato) una irriducibile polarizzazione verso la nascita, la rinascita, come allettante possibilità di quel perpetuo inizio che è sempre speranza di fioritura. 
 
PERPETUO INIZIO
 
A grappolo quei fiori 
fioriscono, dalle finestre 
sulla piazza tutto è
 
appena un segno, tutto è
questa mappa d’acqua di 
indicazioni sommerse di 
frammento di poesie disperse,
 
tutto è
quella gloria che non si veste
 
di altro che il tuo sciogliere, 
scegliere di non sapere di
non erigere opposizione di non
 
elaborare eccezione 
a ciò che accade.
 
A grappolo i fiori fioriscono,
 
nutrono la
luce dai balconi sulla piazza, tutto è 
questa pietà così assurda che ogni 
cosa è sempre riportata all’inizio, 
sempre nuova sempre
 
in perpetuo ricominciamento.
 
C’è prima di tutto una decisione da prendere. C’è da decidere dove guardare, dove indirizzare i nostri sforzi. Se indugiare in un mondo morente, o attivarsi verso il nuovo, che può essere anche tenue e sottilissimo, quasi un accenno embrionale, ma è come una prima luce che annuncia un’alba radiosa. Lo ha detto assai bene Aldo Moro, che se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime.
 
La poesia traffica sempre con le cose che nascono: sono quelle che davvero la attirano. Per questo i ragazzi, sono così attenti e ricettivi verso di lei. Per questo la scuola è un ambito privilegiato, un laboratorio d’eccellenza, per fare della poesia una via di autentica crescita umana. Gli allievi di tanti professori attenti ed appassionati, come Carla Ribichini, lo sanno, e lo testimoniano. Anche in questa sede, se ne è parlato. Ma ad ogni età, volgersi verso l’aurora è una possibile opzione, innanzitutto. Bisogna infatti decidere di guarire, ha detto sempre Guzzi. Accogliere questa ipotesi, è sempre una nostra libera decisione.
 
IPOTESI DI ROSA
 
No non questo appena, ma 
qualcosa.
 
Un nuovo orizzonte 
oppure lo sai,
 
quell’ipotesi di rosa.
 
Qualcosa che 
chiama che
 
esige imperiosa 
la tua dedizione.
 
La tua unica 
decisione.
 
Come mettersi all’opera? Come avviare assai praticamente la nostra personalissima e agognata guarigione? Ci interessa in effetti una traiettoria pratica, percorribile, sperimentabile con i sensi, rupestre e sedimentaria, nel senso di una concretezza più rocciosa e solida, di ogni discorso fatto appena di vibrazioni d’aria, che rapidamente si ricompongono. Seguo ancora quello che scrive Guzzi nell’introduzione al volume, là dove avverte che
 

l’opera della nostra guarigione è un’opera paziente, richiede un lavorio costante sulle fibre dolenti della nostra anima ferita. Siamo chiamati sempre di nuovo ad ammorbidire la sostanza contratta e impaurita del nostro cuore, siamo chiamati a riconoscere tutti i nostri moti interiori, a non negare o rimuovere nulla, neppure gli aspetti più oscuri e penosi. Siamo chiamati a comprendere cosa significhi non giudicare, e non giudicare prima di tutto noi stessi, per lasciarci invece benedire, curare, e appunto così guarire nelle più aspre e sanguinanti profondità.

 
Così che la guarigione – che appunto avviene in compagnia della poesia – deve abbracciare la pazienza, deve sposare, amare tutta la particolarità di un percorso, che arriva fino alla temeraria richiesta di riconciliazione con la nostra debolezza, con il luogo stesso della nostra ferita, insomma con il suo sanguinare, finalmente guardato, accolto. Possiamo anche dire che il poeta – uomo o donna che sia – è chiamato ad accogliere la sua recuperata docilità, la sua intima femminilità – espressa con potente valenza simbolica – proprio attraverso questo ostinato sgorgare, questo mestruo non gestibile, non controllabile, del suo stesso sangue. Amare la propria ferita sanguinante, infatti, è l’atto più spaventoso, quasi scabroso, ed è l’atto più risanante, rivoluzionario, follemente creativo, ultimamente gioioso, di quanto si possa pensare. E avviare un’opera così – così importante e così coinvolgente – non può che avvenire attraverso la pazienza, esercitata, richiesta, desiderata.  Implorata. 
 
 
L’OPERA PAZIENTE
 
Vedere accadere le cose, 
vederle senza
 
essere degno nemmeno
della loro ombra.
 
Un regalo continuo una 
eccedenza imbarazzante quasi,
 
felicemente sconveniente. 
 
Eppure ancora sangue. Ora.
 
La ferita continua
ugualmente a sanguinare, devi 
mettere le mani
proprio affondarle
 
nel sangue, scoprire che 
che puoi stare lì, puoi
 
essere lì, non deve 
fermarsi non devi fermare
 
cambiare, spostare niente. 
Non devi curare
nulla ma appena
 
appena lasciare ogni pretesa all’opera 
paziente.
 
La tua più abile impresa,
la tua guittezza più scaltra sarà 
lasciare
 
operare.
 
Risanare il mondo, abbandonare ogni iperattivismo e ogni perfezionismo per lasciare operare, per ritornare a quote più normali, come cantava Franco Battiato, è un’opera che non si tenta mai in solitaria, ma si affronta in cordata: è cosa che richiede l’alleanza, la rinnovata alleanza tra donna e uomo, tra nero e bianco, tra credenti in diverse fedi. La poesia è sempre inclusiva, mai escludente. Si impara a fiorire imparando a spostare, faticosamente, le pietre tombali della nostra incapacità a relazionarci, delle nostre umanissime esitazioni a metterci a nudo. Si impara a fiorire, nella parte di noi che abbraccia. Che bacia. 
 
IMPARARE A FIORIRE
 
Non sapevi, timida,
verificare la sequenza limpida
d’ogni segmento esploso, eroso
in questa spietata e petrosa
intersconessione.
 
Sapevi appena questo – come
adatta, adattata dalla pratica
resa morbida dalla
pratica, resa quasi morbida quasi
meno aspra, dalla costante
pratica.
 
Sapevi di questo lavoro
che ripesca gioia dove
non avevi sentore, fin tra il tuo
stesso identico
odore oppure
 
ti fermi feconda in quell’oppure
gravida ormai di formula e azione nel tuo
stare e pensi oppure,
il lavoro.
 
O il lamento o il lavoro non
c’è infatti terreno in mezzo e l’attesa
ricama l’intimo compimento come
 
parto d’un mondo terminale, che
nelle tue mani giunte già
ricomincia a
fiorire.
 
Il mondo ricomincia a fiorire nelle mani della donna, dell’uomo, che lo accolgono, l’universo si acquieta e si raggomitola nella gratitudine di un moto di assenso, di diversione dall’usato sentire, di un intima propensione a dire sì, stavolta sì, nell’aprirsi alla speranza fiduciosa e rivoluzionaria che c’è molto più di quanto i nostri occhi riescono a vedere, che la realtà delle cose si presta, si piega quasi, alla fuga verso qualcosa di maestoso, di grande, che innerva questo cosmo di speranza buona, fragrante come la pizza appena sfornata del forno in fondo alla strada, quello con la bella luce gialla dell’insegna che si spande nel blu denso e pastoso del giorno ormai al tramonto. Contemplando questa speranza, sperandola e contemplandola, ci viene naturale il silenzio, ci viene spontaneo il radunarci in quieta celebrazione di questo silenzio, di questa perpetua speranza di novità nella nostra vita. Di questa alba che, come pensavamo da bambini, seguirà ad ogni nostro tramonto, sempre.
 
QUESTO SILENZIO
 
Sì, questo silenzio finalmente spegne
la panoplìa rutilante del
distrarsi, di un eterogeneo
alimentarsi, apre
 
lo spazio di nuovi universi,
limpidi e nutrienti nello
 
spazio terso – non più disperso – del
tuo cielo interno.
 
Vieni, ora, fai casa, fai nido nel
tuo silenzio. Ascolta l’abbraccio di
 
un nuovo universo.
 
Del nuovo,
di nuovo.
 
La poesia è dunque convocata come ospite d’onore, a questo enorme lavoro di rigenerazione e fioritura dell’umano, di riconciliazione del corpo con il cosmo, di redenzione di ogni più piccola fibra d’esistenza. Poesia come balsamo e guida, nella indiscutibile fatica di questo strano ed ancora  misterioso travaglio verso un nuovo mondo. 
 
Solo il praticarla, la poesia, potrà persuasivamente sgombrare ogni sospetto: solo la pratica costante ci potrà convincere del fatto che non si tratti di inutili astrazioni, ma dell’incontro amoroso con la carne palpitante, del mondo.
 

 

Quella che avete letto è la relazione (con minime rielaborazioni) tenuta presso il Fondo Ferroni (Frascati, provincia di Roma) per l’associazione Frascati Poesia, in data 5 giugno 2019, che aveva come titolo “Imparare a guarire. L’esperienza del fare poesia nel cammino verso la nuova umanità”.
 
Il volume “Imparare a guarire” (Di Felice Edizioni, Euro 12), da dove sono estrapolate le poesie nel testo ed i brani della prefazione di Marco Guzzi, è acquistabile sul sito ibs.it oppure direttamente scrivendo all’editrice, all’indirizzo di posta elettronica info@edizionidifelice.it (nessuna spesa di spedizione).
 

 298 letture su Stardust,  2 oggi

Vivere, amare (ovvero, cattedrali in crollo)

A volte è difficile rimanere su Facebook, girare per Internet, senza avvertire quasi un senso di nausea. In queste occasioni, soprattutto. Perché un fatto doloroso, penoso come l’incendio di Notre Dame viene interpretato e tirato in mille direzioni diverse, in diecimila percorsi, più o meno opinabili. 
Che uno avrebbe giusto voglia di dire basta! Stiamo ai fatti, per carità.

E’ difficile stare alla realtà: appunto, stare ai fatti. Ma è un esercizio necessario. Io credo che i semplici fatti sono questi, che niente su questa terra è eterno. Noi lo sappiamo, certamente lo sappiamo a livello teorico. Ma a volte, nella vita pratica, facciamo finta che non sia vero. 
Così si mostrava, quando la guardavo a dicembre dell’anno scorso
Siamo cioè noi stessi che ci muoviamo come fossimo eterni, che avessimo sempre molto, molto tempo da spendere. Da investire in cose inessenziali, cose transitorie, cose di passaggio. Tempo quasi infinito, per intrattenerci in cose che noi stessi, noi per primi, non reputiamo fondanti, non reputiamo essenziali per la nostra vita. Distrazioni, appunto.
Io avverto invece questo sentimento, quando accadono queste cose. E’ come se suonasse una sveglia, si alzasse un richiamo. Un richiamo potente a tornare all’unica cosa degna, a vivere la tua vita. Non si parla di essere (più o meno) buoni, di essere (più o meno) cattivi. Non è questo, non è il vero punto. Il richiamo è a vivere la tua vita fino in fondo, a viverla cercando il significato. Di questo, si tratta, non di meno.
La cattedrale è un simbolo religioso, certamente. Per questo vorrei ricordare la frase di Luigi Giussani, per me una delle più belle in assoluto:

L’unica condizione per essere sempre e veramente religiosi è vivere sempre intensamente il reale.

Se proprio vogliamo leggerci un messaggio, il messaggio secondo me è questo, il tuo tempo non è eterno. Tutto si muove, vedi, tutto si modifica. In questo tempo non eterno, stai facendo quello per cui sei nato? Stai provando a cercare e realizzare la tua vocazione? 
Che contiene quest’altra domanda, quest’altra fondamentale domanda: ci credi che sei qui per un compito, un compito che nella sua precisa e compiuta definizione, puoi svolgere esattamente te, soltanto te? 
Questo è vivere intensamente, appena questo. Rispondere a questa domanda, dentro di sé, in un senso o nell’altro, attiva delle forze misteriose nell’universo, allinea o disallinea con i campi di forza di quasar lontanissimi. E’ qualcosa che ha a che fare con l’armonia dell’universo, il suo significato operativo, il suo tesoro di bellezza pratica ed esistenziale. 
Bellezza di cui ogni bellezza, inclusa la cattedrale di Notre Dame, è grato riverbero.
Il resto sono piccoli passatempi, cose inessenziali. Cose buone per chi, semmai, potrebbe pensare di vivere un tempo indefinito. 
Se proprio vogliamo vedere un segno, in questo incendio, in questo crollo, allora vediamolo come una spinta a vivere la nostra vita, a diventare noi stessi. A rischiarci in quell’opera unica che è la nostra vita. 
Che è un altro modo di dire, imparare ad amare. Noi stessi, e quindi gli altri. 
Il resto, sono chiacchiere che alla fine stancano.
E di discorsi, ne abbiamo abbastanza, come ci dice un anticlericale come Peguy,

Ce ne han dette tante, o Regina degli apostoli, 
Abbiamo perso il gusto per i discorsi 
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice.

Preghiamo dunque che ci venga donato, ogni giorno, il coraggio di vivere, di amare.

Di vivere davvero. 
Di amare, davvero.

Di cosa altro dovremmo mai occuparci?

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Prima immagine di un buco nero

Ormai l’avrete già vista dappertutto. In due giorni appena è diventata una delle immagini più onnipresenti nel web. E questa volta è una immagina scientifica. E molto, moltissimo umana.

E’ una immagine che parla di un grande risultato della scienza – la prima volta che si ottiene una immagine di un buco nero – e di un grande risultato dell’uomo. Direi questo, soprattutto.

Cerchiamo di capire perché. Bene, la cosa in sé la sapete, inutile aggiungere altre descrizioni, oltre a quelle già molto accurate che si sono affacciate in rete: quella che già viene chiamata la foto del secolo è una immagine del buco nero supermassiccio nella galassia M87, acquisita tramite l’Event Horizon Telescope (Eht, in breve). Vediamo qualcosa che non si era mai visto. Riusciamo ad avere una immagine di un oggetto enorme, smisurato e lontanissimo. Un oggetto che appartiene ad una classe, quella dei buchi neri, che quando ero ragazzo era trascritta nei libri di testo con la doverosa specifica di ipotetica.

Già, fino a non molti anni fa i buchi neri erano ipotesi di lavoro, appena.

E ora, invece, vediamo questo.

Crediti: The Event Horizon Telescope

Cerchiamo di allargare lo sguardo. Cosa sta accadendo in questi anni? Sta acquisendo una dignità di esistenza nel nostro linguaggio comune una teoria, una immagine di cielo, che fino a ieri pareva fuori dalla nostra portata. La rilevazione delle onde gravitazionali, e ora l’immagine del buco nero, sono gli eventi che suggellano questo cambiamento, questo turning point.

 117 letture su Stardust,  2 oggi

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