Vivaldi e le aree di lavoro

Segnalo con piacere l’arrivo della versione 6.0 del browser Vivaldi, con diverse interessanti novità.

La cosa più intrigante per me è l’introduzione delle aree di lavoro, che permettono di separare gruppi di linguette in modo molto comodo ed efficace, dividendo ad esempio le pagine aperte per lavoro, per svago o semplicemente le pagine che si vuole esaminare in un secondo tempo.

Il browser Vivaldi alla versione 6.0 con le “aree di lavoro”

Vivaldi si conferma come un browser particolarmente flessibile, costruito sullo stesso “motore” di Chrome ma estremamente più versatile. Veramente non vedo (più) motivo per non passare a Vivaldi, se si usa il browser di Google.

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Perché usare Vivaldi?

Stavamo cercando di sistemare una cosa, non ricordo bene. Roba di siti Internet, comunque. Ad un certo punto la collega mi fa qualcosa tipo apri Chrome, vediamo… e io dico no, non ho Chrome, io uso Vivaldi al che lei, di rimando ah beh ma allora!

Come dire, allora te le vai a cercare! E qui vorrei in realtà eccepire. Perché l’esclamazione della collega è frutto di disinformazione, in larga parte. Se lei intendeva che quel determinato sito si deve vedere con Chrome e non con un browser che lei non conosce, probabilmente si sta sbagliando. Chrome e Vivaldi sono costruiti attorno allo stesso nucleo, che, come sappiamo, è Chromium. Dunque, il rendering dei vari siti non presenta sostanziali differenze. Ciò che si vede bene con Chrome si vede bene con Vivaldi. E viceversa.

Possiamo fare una differenza, anche scegliendo come andare in rete… 

Quello che c’è da dire è che Vivaldi ha un sacco di cose in più che Chrome non ha. Veramente molte. Inoltre, utilizzandolo, ci si prende una pausa dai giganti del Big Tech, e si evita di consegnare a Google tutta la propria cronologia (già gli consegno la mia posta, i miei spostamenti, insomma di roba mia ne hanno abbastanza direi).

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Le schede? Si chiudono da sole

Questo è quanto accade nella nuova versione del browser Vivaldi per Android. Veramente un bel browser, ora ancora migliore. Nella nuova versione si può impostare un periodo dopo il quale automaticamente si chiudono le schede rimaste aperte, liberando memoria a tutto vantaggio delle prestazioni del dispositivo.

Vivaldi sembra uno dei pochi a credere seriamente nello sviluppo di un browser per dispositivi Android, che non sia semplicemente una “copia in piccolo” del browser per computer. Mi piace proprio per questo, perché ci credono.

La faccenda delle schede che si “autochiudono” dopo un po’ di tempo è una piccola genialata per evitare gli affollamenti di schede rimaste aperte che contraddistingono Chrome su cellulare dopo un po’ di tempo che uno continua ad usarlo (ogni link che clicchi da WhatsApp o altrove ti apre l’ennesima scheda, tu lo guardi poi vai a fare altro e ovviamente ti dimentichi di chiuderlo).

Vivaldi è un ottimo browser intorno a cui si è sviluppata una comunità piuttosto attiva. Lodevole l’impegno del team, appunto, che non si concentra sul creare un software ma appunto nello sviluppare un ambiente vivo intorno, in cui il senso di comunità appare un fattore niente affatto secondario.

Ha tutti i vantaggi del classico (e google-centrico) Chrome in termini di universalità di approccio (nessun sito si può ormai permettere di non essere benvisto da Chrome) e di ampiezza del parco di estensioni installabili. Si può avere tutto questo, senza spedire i propri dati di navigazione a Google (o a chiunque altro). Di più, ha una serie di caratteristiche formidabili alle quali, in tempi recenti, si è aggiunto un completo client email, un lettore di feed, un calendario e un task manager.

Ciliegina sulla torta, arriva out of the box con la possibilità di abilitare il blocco dei traccianti oppure anche quello delle inserzioni, con impostazioni predefinite che si possono rifinire sito per sito.

Esiste per Windows, MacOS ed Android. L’unica pecca è che non c’è per iOS, almeno per ora.

Ah, e ha un parco di temi formidabili.

Decisamente, sono tempi in cui diversificarsi può far bene. Ampliare i soggetti attivi su Internet e difendere le diversità, è quanto mai importante. Anche piccoli gesti come provare un nuovo browser, possono aiutarci a sentirci veri protagonisti in questo mare magnum informatico, e non semplici consumatori.

Si tratta, come sempre, di non seguire passivamente il flusso. Ma di decidere.

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Vivaldi, si ripete

Sì Vivaldi, ma non Antonio, il celebre musicista. Quello che con entusiasmo oserei dire dadaista Franco Battiato citò nel celebre verso nel quale gli preferiva l’uva passa. No, questa volta intendo appena parlare del browser. Quel programmino che usiamo per navigare su Internet, ovvero quel programmino interagendo con il quale passiamo ormai anche diverse ore della giornata. Quella finestra sul mondo, ora potremmo dire sull’Universo. Quella che ci consente di osservare i panorami di Marte, o vederci da lontanissimo. Quella che stai guardando ora, insomma. Un tempo si chiamava Mosaic, ed era cosa sconosciuta ai più. Ah, quanto tempo. Cioè, pochi anni che sembrano moltissimi. Del resto, si sa che il tempo è relativo, la fisica stessa ce lo dice.

Il browser Vivaldi, con il tema Library di Wellingtonkling

Ormai di tempo (qualsiasi cosa sia davvero) ne è passato un po’ da quando ho parlato di Vivaldi. Tempo passato, in parte, per esplorare meglio anche altri blasonati concorrenti. Sono infatti reduce da un periodo di utilizzo – anche entusiastico, in certi momenti – di Brave, un altro browser basato su Chrome con alcune interessanti caratteristiche: prima di tutte, quella di rimborsare gli utenti per il tempo speso sui diversi siti, con una criptovaluta apposita, il Basic Attention Token (BAT). Di più, provando a sostituire le pubblicità del web con un proprio circuito di promozioni, con delle garanzie specifiche di non tracciabilità e privacy. Ma questa faccenda (che ha pregi e difetti) potrebbe senz’altro essere argomento di un altro post.

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Termini di servizio

Intorno a tutto il clamore per la chiusura dell’account Twitter di Donald Trump mi pare vi sia un fraintendimento. Soprattutto da parte di chi grida alla “censura”. Ragazzi, ci stiamo forse dimenticando una cosa semplice, ma essenziale. Twitter, Facebook (e gli altri) non sono servizi pubblici, sono aziende private che fanno quel che fanno per un ritorno economico, non certo per garantire una prestazione di pubblica utilità.

In nessun modo essere “bannati” da un social equivale ad essere censurati (se lo si percepisce così è perché il nostro mondo è dopato dalla comunicazione su Internet). Usando l’infrastruttura di un social per pubblicare i nostri pensieri, siamo semplicemente (piaccia o no) ospiti e mai padroni di casa (e i nostri dati, parimenti). Ogni social come Twitter ha i suoi termini di servizio in base ai quali, peraltro insindacabilmente, può decidere di metterti alla porta. Termini di servizio che ognuno di noi, incluso Donald Trump, ha dovuto formalmente accettare al momento dell’iscrizione.

Così, se è ipotizzabile che una autorità pubblica possa intervenire per chiedere di oscurare determinati account (incitamento alla violenza, terrorismo etc) non mi pare ugualmente pensabile che si possa pubblicamente protestare quando questo oscuramento viene deciso dal servizio medesimo. Io, rappresentante della collettività, posso dirti cosa non devi pubblicare, non posso certo dirti cosa devi pubblicare, in pratica. Decidi tu, sono i tuoi server. Dopotutto, è casa tua.

Le regole le fa il padrone di casa… 

Infatti, se ci guardate bene, Twitter dice che l’account di Donald è bloccato per violazione dei termini di servizio. Questo è. La cosa strana anzi è che non sia accaduto prima (sarebbe un altro argomento da sviluppare).

Nessun problema, dunque? No, il problema c’è, ed è grande. Ma non è legato direttamente alla censura. Viene detto molto bene in questo tweet di Licia Troisi.

Eccolo qui, il vero problema.

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Le vaccate e la lotta

Decisamente interessante il fondo di Luca Sofri significativamente titolato Vaccate apparso pochi giorni fa su Il Post. Riguarda qualcosa che interessa ognuno di noi, riguarda l’abbattimento verso il basso di tanta comunicazione.

… del meccanismo democratico si sono impadroniti in questi anni coloro che ne hanno capito i trucchi (una cattiva informazione, un lavoro di propaganda menzognera, una celebrazione dell’ignoranza e dell’egoismo, lo rendono sterile e fallimentare), e le leggi del libero mercato in assenza di principi etici generano mostri e ingiustizie, lo sappiamo da secoli.

Che sia la pubblicità che domina l’universo neoliberista è ben noto. Che sia il vero pilastro intorno a cui tutto si organizza, l’unica cosa indiscutibilmente vera in questa distorsione di priorità e di valore in cui siamo da tempi immersi. 

Più bravi noi di loro, a fare vaccate… 

Quello che a volte ci manca è il desiderio concreto di uscirne, e prima ancora meglio la percezione che sia possibile uscirne. There is no alternative è la risposta usuale del nostro cervello davanti a questioni del genere. Raramente ci viene da pensare che possa essere una menzogna, che ripetiamo a noi stessi. Che si può lavorare verso qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. Iniziando proprio dal linguaggio, dall’uso delle parole, che è poi il vero tema dell’intervento di Sofri.

La vera vaccata sarebbe questa, dopotutto. Rinunciare a cambiare.

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Il mio nuovo browser è Vivaldi

Verrebbe da dire, facendo il verso ad una nota pubblicità, il mio browser è differente e in effetti in un certo senso può essere vero, in questo caso.
 
Almeno la sensazione di salutare diversità un po’ la sento, adesso. Insomma, dopo anni ed anni di permanenza in Chrome, che è stata la mia “normale” finestra sul web per la gran parte delle circostanze, ora questo scossone si sente, e si sente con piacere. Diciamo che ogni tanto le acque vanno smosse, in molti campi, e magari mutare software di navigazione Internet può anche – al di là di vantaggi e svantaggi del software medesimo – aiutarci a ricordare che non c’è un solo modo di vedere le cose. Insomma parliamo dell’uomo prima ancora che delle macchine, e questo in sintonia precisa con gli intenti di questo blog.
 
Vivaldi è il browser che da qualche giorno ha rimpiazzato Chrome sui miei molteplici schermi, sia di computer che di tablet e di telefonino (solo il mio nuovo iPad settima generazione è rimasto olimpicamente indifferente a questa onda nuova, a motivo dell’assenza di Vivaldi nello store di Apple).
 
Come Chrome, con qualcosa in più…
 
Certo, diranno subito i miei piccoli lettori, comunque non è tutta questa novità, è un browser basato sullo stesso motore di gran parte degli altri browser più diffusi, ovvero Chromium. Lo stesso di Chrome, ovviamente, ma anche di Edge, di Opera, di Brave e svariati altri.
 
 

Vero, rispondo io. Tuttavia sulla base di questo motore è stato sviluppato uno strato successivo che mi pare piuttosto interessante, e che si traduce in una diversa e più ricca esperienza d’uso. Con diverse possibilità in più, tra l’altro.
 
La filosofia è un po’ diversa da quella di Chrome, che è essenzialmente assai scarno di possibilità native oltre la mera navigazione web (e certo le cose essenziali come segnalibri e cronologia), per le quali si appoggia ad un ricchissimo ecosistema di estensioni di terze parti. Per Vivaldi invece il motto è perché se è utile, dovrebbe essere integrato, frase che infatti campeggia sulla pagina Strumenti nel sito del browser stesso.
 
Certo c’è del positivo nell’incorporare di base alcune funzionalità. Ad esempio la coerenza del codice, dovrebbe essere superiore. Alla fine un tipico Chrome con diverse estensioni è un assemblaggio eterogeneo di codice di diverse parti, fatto con diverso stile, che dovrebbero funzionare bene insieme, certo, ma comunque rimane eterogeneo. Non vi è certezza poi che una estensione non impatti in maniera esagerata sulle risorse di sistema (ed infatti, talvolta avviene). Invece avere delle funzionalità nel core del programma, dovrebbe garantire una coerenza maggiore (ovviamente, il condizionale è obbligatorio). Inoltre, devo dire, è piacevole imbattersi in un software coraggioso, che fa delle sue scelte, che cerca di caratterizzarsi.
 
Un esempio su tutti? Mi piace molto la recente introduzione delle note in markdown, con possibilità rapida di arricchire il testo con degli screenshot del sito web che si sta visitando: per la verità, sono approdato a provare Vivaldi proprio per questa cosa delle note (per uno che scrive è sempre qualcosa di interessante).
 
Ho saggiato l’utilità di questo proprio nei tempi del lockdown, dove l’attività di lavoro ovviamente si era spostata massicciamente sul web, e per me e per i miei colleghi questo vuol dire, inclusi i seminari scientifici. Ebbene, con Vivaldi, prendere note durante un seminario e accludere “al volo” una schermata della slide che stava presentando il relatore, si è dimostrata cosa assai semplice e veloce. Certo si può aprire un programma apposito per le note, e poi allegare schermate del browser prese a momenti opportuni, ma è una procedura più lunga: mentre usando le note in Vivaldi, è appena un click.
 
La funzione “note” è perfetta per seguire un meeting online… 
 
Vivaldi ha anche – assai apprezzabilmente – Ecosia tra i suoi motori di ricerca (in ogni caso, si può facilmente aggiungere anche su altri browser). Parlare di Ecosia certamente richiederebbe un post specifico, ma intanto si può consultare il loro sito anche per iniziare ad avere un’idea dei modelli di social business e sul fatto, soprattutto, che vi è un modo diverso di fare azienda rispetto alle multinazionali che ben conosciamo, e che può essere un segnale incoraggiante, può valere la pena (soprattutto quando ci costa così poco) modulare il nostro comportamento per favorire alcune realtà di impresa sociale, più gentili ed accorte verso il nostro pianeta.
 
Certo non tutto quello che è gratis è da prendere senza vagliare, su questo vale il piccolo incidente di Brave (peraltro ottimo software). Quello che ci interessa, infatti, non è (solo) pagare poco, o pagare di meno, ma incentivare modelli di sviluppo che siano veramente alternativi alla logica neoliberista ora imperante. Questo per aprire prospettive nuove, per ritornare ad un respiro nuovo. Dalla tecnica, all’umano, in movimento continuo, ed ostinato. Anche un piccolo gesto può servire, almeno dal punto di vista psicologico: può aiutare a capire che, a differenza di quanto spesso si dice e si pensa, c’è sempre una alternativa, e questa alternativa chiede prima di tutto di essere vista, di essere percorsa, di essere curata e nutrita.
 
Ed allora, anche la scelta di un browser, o un motore di ricerca, può essere un segno, un inizio di un percorso nuovo, più vivo e più armonico (visto che il progetto prende il nome di un musicista, per di più italiano).
 
E più divertente, anche.

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Paola, e la bellezza intorno

Non c’è niente da fare, apparentemente.  Siamo abituati al lamento, e questa attitudine irriflessa, che spunta sempre inesorabile, quando non siamo intimamente disposti ad un lavoro su di noi, si riflette e si trasmette in quello che vediamo ed incontriamo. Ed ovviamente (ed è per questo che ne scrivo qui) anche nel mondo digitale, che è specchio abbastanza fedele di quello che usiamo chiamare reale. 
Questo mondo dei social, che illustri analisi di esperti ed esternazioni di meno esperti, consegnano spesso ad un giudizio negativo senza possibilità di appello (salvo poi, almeno per i non più giovanissimi, ad usarlo comunque, al ritmo inesorabile della quotidianità), ecco, questo mondo dei social, ha una sua parte buona, una parte virtuosa che noi pure utilizziamo, di cui ci gioviamo, ma senza quasi accorgercene. 
Ovvero, senza mettere l’accento sul positivo. Che pure ci farebbe bene, molto bene.

Quanta “carica positiva” può passare su Internet? Più di quanto pensiamo…

Per questo credo che raccontarci storie buone che riguardano l’uso dei media, non significhi affatto chiudere gli occhi sui tanti usi distorti che se ne possono fare, e che ben conosciamo. Tutt’altro: significa rischiare di aprirli davvero, quegli occhi, e mettersi di fronte ad una rivoluzione totale del modo di agire e pensare, il cui meccanismo propulsivo si trova proprio in questa innovazione tecnologica che ha investito la fine dello scorso secolo, di importanza senz’altro paragonabile all’invenzione della stampa nel quindicesimo secolo.

Mi è capitato l’altro giorno di leggere il bell’articolo di Massimo Mantellini su il Post, La storia di Paola e noi, che è un luminoso esempio di tutto questo. Il caso concreto che racconta, e che vi invito a leggere, è la dimostrazione limpida e commovente di quanto asserisce in apertura di articolo,

C’è una quantità enorme di bellezza nascosta intorno a noi. Ovunque, anche negli ambienti digitali, a dispetto di quello che sembrerebbe. Accanto all’orrore manifesto che salta subito agli occhi, all’odio, alla pochezza che ci colpisce e ci capita di sottolineare ogni giorno, esiste una quota molto grande di umanità e gentilezza che naviga sottotraccia, invisibile ai più, che racconta la complessità e le sorprese inattese del mondo. 

Mai come in questo periodo va ricordato tutto questo. Dobbiamo essere grati di avere accesso ad un mondo digitale, che in realtà (sarà superfluo ricordarlo) non vale certo di per sé, ma per connetterci gli uni gli altri. Vale come una estensione della nostra umanità, vale nella misura della nostra aumentata capacità di stendere reti.

Mai come adesso, in un periodo nel quale illustri ministri ci diseducano all’uso appropriato dei social network, abbassando drasticamente la frequenza di trasmissione e coinvolgendoci in piccole beghe di un mondo litigioso, individuando sapientemente il nemico di turno (oggi una nave di una ONG, oppure [sic!] una comunistella tedesca, e spesso, alcuni poveracci in cerca di una vita dignitosa…), per esiziali strategie del consenso, facendoci credere, inducendoci a pensare, che il mondo sia veramente piccolo così, sia davvero povero così.

No, il mondo è molto più poetico e vasto e spazioso di questa degradazione mediatica di piccolo cabotaggio, che inquina prima il mondo del digitale e poi – di conseguenza – avvelena i nostri stessi pensieri (e basta vedere il triste codazzo di commenti furibondi a tanti post, con frasi assolutamente improponibili per livello di inciviltà raggiunto, basta vedere questo per capire che stiamo giocando con il fuoco).

Ecco perché è bello e giusto lavorare diversamente. Perché è bello e giusto, allora, raccontare di Paola, di una ragazza che affronta il suo male con ironia e leggerezza, e usa Twitter per trasmettere segnali di vita buona, di una vita effervescente e che non si arrende nel dolore della malattia, non si richiude nel lamento. Una vita che insegna, tanto, a tutti noi (che facciamo finta di essere sani, per dirla con Gaber).

 La storia di Paola, in fondo, è la la storia di noi che abbiamo ancora una speranza. Anche quando sembrerebbe di no.

Giova ricordare, raccontare di queste storie, allora.

Facciamolo, continuiamo a farlo, continuiamo senza stancarci a ricercare e stanare la vena d’oro nel mare magnum di Internet. Portiamo a galla la bellezza, estraendola dal dato, e portandola al cuore.

Soprattutto adesso. 

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