Blog di Marco Castellani

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L’universo che non si muove

L’universo non è (più) qualcosa di statico, se si percepisce così vuol dire che siamo noi che abbiamo bisogno di guardare meglio. L’universo era statico per gli antichi. Non è che sembrava, lo era davvero. Cioè lo era a tutti gli effetti, esistenzialmente. Era percepito così, dunque era così. Ora Paola canta di un universo che non si muove segnalando come un disagio sotterraneo. Perché l’universo che non si muove, adesso, è antistorico, è fuori dal tempo, realmente fuori dal nostro tempo.

Il bisogno di cambiare che c’è in me si rispecchia in un universo che – appunto – non si muove e chiede che inizi a muoversi oppure ritorni a muoversi. L’espansione accelerata che ci riporta la ricerca cosmologica attuale non può essere un semplice dato tecnico, da addetti ai lavori. Ci deve dire qualcosa di importante, per noi. L’universo ci ha sempre detto qualcosa di importante, a volerlo ascoltare.

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Volando per me

Questa immagine è stata acquisita dallo Space Shuttle Columbia con una camera digitale, durante la missione STS-107. Mostra il Sole che gioca con l’atmosfera terrestre, diffondendo un ampio e suggestivo bagliore.

Crediti: NASA

L’equipaggio del Columbia perì durante un tragico incidente nel rientro a Terra, il primo febbraio del giorno 2003. Questa foto è stata diffusa dalla NASA nel Giorno del Ricordo 2022, a diciannove anni da quella terribile tragedia.

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La rivoluzione nel cuore

Se ci penso, mi sorprende quanto in fretta sia cambiato tutto. Funziona così, ti abitui ad un certo clima e pensi che sia immutabile, che sia il modo di vedere il mondo. I buddisti parlano di impermanenza mettendoci dunque in guardia: ma non ci siamo molto abituati, noi occidentali.

Sono cresciuto convivendo con la viva speranza (ed il progetto spesso impaziente) di cambiare il mondo. Ricordo bene, in questo senso, i miei tempi del liceo (siamo a cavallo tra i settanta e gli ottanta). Il mondo nuovo sembrava fosse veramente all’uscio, che stesse ormai premendo per entrare. Finalmente tutto cambia. Poco conta alla fine che mi sentissi “di sinistra” o meno, che guardassi alla sedicente rivoluzione proletaria con un senso di ammirazione o invece con paura. Perché in quel clima, in quell’aria che parlava di cambiamento imminente, c’eravamo dentro tutti. Destra o sinistra, dunque, io c’ero. Le cose si vedevano in un certo modo, si mangiava, si dormiva, si amava in un certo modo. C’era questa rivoluzione da fare: comunque le cose sarebbero cambiate. Presto. [Continua a leggere sul sito di Darsi Pace…]

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Stella guarda la Luna

I poeti sono così. Possono dire stupidaggini dieci anni di fila e poi (o prima) uscire con due versi folgoranti. E l’Universo si ferma, trattiene un attimo il fiato. Fa spazio.

Francesco De Gregori è un poeta. C’è poco da fare. Sostenere il contrario sarebbe perdere tempo.

Già misurarsi con canzoni sotto i tre minuti (come sopra i cinque) non è cosa da poco, non è cosa per tutti. Per dire, devi chiamarti Stephen Still e allora fai 4+20 e rimane una perla. Punto.

Non c’è da aggiungere un secondo in più, inserire una o due note oltre queste. Perfetta così. In due minuti e pochi secondi inietti un contenuto artistico e comunichi emozioni, come altri non riescono in un disco doppio (come si sarebbe detto una volta, che appunto esistevano i dischi singoli e i dischi doppi e non esisteva Spotify).

De Gregori alla fine degli anni settanta mette questo piccolo pezzo, Babbo in prigione, dentro il celeberrimo long playing che porta il suo cognome e contiene la assai più famosa (stracantata in tutte le gite scolastiche per i successivi venti anni) Generale. Bella canzone, ma in qualche modo più ordinaria, più tranquilla. Strofa, ritornello, strofa. Giro di accordi. Tutto a posto, tutto normale.

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Quarant’anni di fiducia

Degli ABBA ho ricordi davvero lontani, eppure risalenti ad un periodo in cui non erano già più il presente musicale, ma un glorioso passato. Correvano gli anni novanta, a quell’epoca avevo una borsa di studio da svolgere per la maggior parte del tempo presso l’Osservatorio di Collurania (Teramo), ora Osservatorio Astronomico d’Abruzzo. Con Maurizio, vincitore pure lui di una analoga borsa, facevamo il viaggio da Roma ogni inizio settimana, per rientrare nella capitale la sera del giovedì.

Il fatto che si fosse all’ingresso negli anni novanta è importante, perché implica che non ci fosse ancora Spotify o niente di analogo, e che per allietare il viaggio con della musica l’equipaggio avesse a disposizione appena un robusto (ma non così pratico) lettore a cassette.

A Stoccolma esiste un museo degli ABBA.
Con tanto di stivali (ovviamente).

Orbene, tra gli ascolti che lo stereo a cassette della mia Panda color grigio Oslo (secondo la casa automobilistica, per i comuni mortali era piuttosto un verdino un poco sbiadito) ci elargiva con più costanza, poiché – a nostro giudizio – particolarmente adatti alla guida – c’erano anche i grandi successi del celebre gruppo svedese (la cassetta era di Maurizio, che volentieri la portava con sé per l’occasione). Ancora adesso, mi assalgono vaghi ricordi dell’imponente massiccio del Gran Sasso – come si può ammirare percorrendo la A24 verso Roma, passato Teramo – con le mitiche note di Chiquitita a farcire la piccola autovettura di sapienti coretti scandinavi e soprattutto ad esporre una vena melodica spudoratamente debordante (solo ora scopro che il video è girato in montagna, quindi alla fine tutto torna). Chiquitita, e poi naturalmente tutti gli altri immortali successi del gruppo.

Al tempo noi eravamo (e per molti versi, lo siamo ancora oggi) ragazzetti parecchio centrati sul rock e in particolare su quello progressivo (io anche con una marcata predilezione per Mike Oldfield che Maurizio assecondava in parte, asserendo però – da buon batterista – che certi pezzi di Mike non sono abbastanza “suonati”, anche se questa è un’altra storia). Per capirci, Pink Floyd, Genesis, Peter Gabriel e compagnia varia, come repertorio standard. Eppure, devo dire che gli ABBA – uno dei pochissimi scarti che ci concedevamo rispetto al nostro pensiero musicale dominante – ci hanno tenuto parecchio compagnia, in quelle ormai mitiche trasferte.

E certo, sono passati ormai molti, molti anni. In tutto questo tempo gli ABBA per me – e per moltissimi – hanno significato un preciso riferimento temporale, quello a cavallo tra i settanta e gli ottanta del secolo scorso. Varcato il nuovo millennio, chi ci pensa più? Certo sono belle melodie, questi coretti nordeuropei scendono giù bene e si gustano anche a distanza di decenni, ma insomma, è sempre una rivisitazione di roba passata, archiviata, conclusa. Oppure no?

Chi l’avrebbe detto che in questi giorni mi sarei imbattuto, in pieno 2021, in un nuovo disco degli ABBA? Si chiama Voyage e comprende dieci canzoni registrate prima del COVID, nel 2018, ma dato alle stampe (si fa per dire, ormai) solo adesso. Il nono disco del gruppo, contando solo quelli registrati in studio. Tutto normale, se non fosse che l’ottavo, The Visitors, risale al lontanissimo 1981. Tanto per dire, narrano le cronache del tempo che The Visitors sia stato il primo disco in assoluto ad essere stato stampato in formato CD, formato che ormai è caduto in disuso esso stesso (o quasi). Tutta l’era del CD in pratica è trascorsa senza che agli ABBA (posto che si concepissero esistenti) sia venuta voglia di buttare nuova musica sopra questi dischetti.

Detto alla spicciola, sono passati più di quarant’anni. Concederete che non è del tutto consueto far passare quarant’anni tra un’opera d’ingegno e l’altra, nemmeno Stanley Kubrik era così pacato nella realizzazione dei suoi capolavori. C’è di che essere colpiti. Quindi mi sono approcciato a questa nuova uscita con una certa curiosità, insieme con la paura di rimanere deluso. Non sarà un accanimento terapeutico per caso? Chissà mai se avranno davvero qualcosa ancora da dirci, questi ABBA (considerato che già è stato uno shock sapere che esistono ancora).

La risposta a tali questioni la si vive solo ascoltando. L’apertura è in grande stile, comunque. I Still Have Faith in You è una ballata che ti entra subito in testa, per la sua ricchezza timbrica, la felicità melodica. Hey, primo singolo dopo 38 anni, precisamente da Thank You For The Music, che risale per l’appunto al 1983. Grazie per la musica, ci risentiamo tra qualche decina d’anni. In pratica.

Ragazzi, trentotto anni non sono pochi. In trentotto anni – per rimanere in ambito musicale – uno come Mozart fa in tempo a nascere, crescere, comporre capolavori assoluti che non verranno mai dimenticati finché esisterà l’uomo, e poi (purtroppo per lui, ma anche per noi) perfino morire.

Epperò qui il tempo non sembra passato per niente. Meglio, sembra che il tempo che passa non sia più l’ultima parola. Che il tempo stesso sia parecchio relativo, insomma. Cioè che volontà, perizia, dedizione, attitudine positiva e quant’altro, certo non fermino il tempo e tuttavia lo influenzino intimamente, dettandone le condizioni del fluire e mortificandone quell’assetto che troppo spesso si pretende inossidabile, incoercibile. Il dramma è questo, caspita. Che noi abbiano nel cervello il fatto del tempo come entità in spostamento rigido e costante: le solite favole delle lancette implacabili, della faccenda che niente dura, insomma la dedizione meccanicistica di Time dei Pink, indubbiamente geniale ma anche implacabile, ossessivo, pervasivo nella sua carica di angoscia.

Il tempo pensato come scorrere meccanico ultimamente ci angoscia, perché – azzardo – è una brutta menzogna, un cattivo racconto. Il tempo in realtà è morbido, plastico. Ormai anche la fisica lo sa. Si piega, rallenta intorno a stelle e pianeti, accelera altrove. Secondo me, rallenta anche attorno ad addensamenti di significato, di senso. Ho ancora fede in te come dichiarazione potente si innesta in quel tempo che a torto si ritiene meccanico introducendo un principio di felice rivoluzione, di lieto scardinamento. Non va tutto come al solito, non è sempre la dura attualità apparente, quel sentire tutto provvisorio e tutto a rischio tanto che si pensa, si dice everything dies baby it’s a fact come lucidamente canta Springsteen, o almeno non necessariamente lo è. Non è per forza così. Non è un fatto, o meglio i fatti dipendono anche, almeno certi fatti, da come li pensi, da come li vivi.

Se hai una buona storia, questo fa la differenza. Il tempo scorre implacabile se non c’è una storia, ti trasporta via se non hai un quadro di significato, se non hai radici. Non riposando ultimamente su di una qualche normalizzazione, allora sì che spinge all’infinito e trascina tutto con sé. Ma lo sappiamo, la vera stoffa dell’universo sono le storie, l’universo stesso è fatto di storie, anche il mio lavoro – grazie al cielo – me lo ricorda. In fondo gli ABBA (vecchi e nuovi, che queste categorie svaporano felicemente con lo svaporare stesso del tempo meccanico) cantano proprio questo, ma lo dicono proprio, arrivano subito al punto nel testo di questa formidabile canzone, cantano abbiamo una storia e questa è sopravvissuta e così facendo innestano una sfida gagliarda nel tempo, una riscossa sul tempo pensato meccanico e dunque pensato male. Si propone implicitamente un ripensamento del tempo, un allentamento e un allietamento di tempo. Questo, fin dalle prime note. Poi l’orchestra arrangiata in modo sapiente, il tappeto discreto di sintetizzatore (una delle pochissime connessioni alla modernità), i coretti svedesi (volete che non ci siano in un disco degli ABBA) fanno il prodigio sonoro, rendono l’opera compiuta, godibile. Che bella canzone. Degna certamente degli ABBA di un tempo, ma il tempo che esiste davvero è solamente questo tempo e infine il tempo che cosa è realmente?

Così si sbuca fuori da questa canzone con la sensazione di aver assaggiato un prodotto ispirato (e confezionato assai bene). Ti ricircola addosso un gusto buono che ti predispone favorevolmente all’ascolto del resto del disco, che però non vi sto a dire traccia per traccia perché qui sono già andato parecchio lungo e soprattutto perché già molto bene è stato detto.

La cosa che ti sorprende più vai avanti è che il tempo non sia passato, oppure (meglio) che il tempo non sia quello che pensi tu, povera sprovveduta personcina preda dei modi comuni di pensare (non vi offendete, sto dipingendo me). Gli ABBA ti fanno una lezione sul tempo senza astruse equazioni o pompose enunciazioni e lo fanno operando tagli, cuciture e modifiche nel tempo tali che tu rimani a bocca aperta, incastrano arrangiamenti e modi di suonare che sono quelli degli anni settanta ed insieme sono attuali, sono quelli che servono, quelli che ci vogliono, quelli nello stile ABBA insomma.

Così più ascolti più senti che qui c’è palesemente qualcosa di bello ma c’è anche qualcosa che non va. La cosa bella riguarda la musica, la cosa che non va riguarda la fisica ed appunto il tempo e meglio ancora, più precisamente, come tu lo pensi. Se non cedi ad un tempo morbido e plasmabile, qui non capisci più niente. Se non lasci agli allocchi l’idea di un tempo indipendente dagli eventi (dagli occhi, dai luoghi, dai sorrisi e dalle emozioni) come nastro trasportatore inesorabile, non ti raccapezzi.

La cosa ti sembra assurda e magari non ne parli con nessuno, ma alla fine capisci che il tempo è una faccenda molto bizzarra e meno inquadrabile sommariamente e questo è un gran bene perché alla fine anche tu sei immerso nel tempo e questa cosa di invecchiare meccanicamente verso un destino mediamente poco esaltante non ti è mai andata a genio e forse rinegoziando il tempo forse, mettendoci insieme cose come senso e significato, miscelando il tutto con sapienza certosina o zen o comunque antica, le cose cambiano un po’ o forse anche più di un po’ ed allora apparenti assurdità come un disco degli ABBA in puro stile ABBA quarant’anni dopo la fine evidente e completa degli ABBA iniziano perfino ad avere senso, eppure questo sarebbe anche poco. Forse inizia anche ad avere senso una vita che scorre in un campo di eventi e sorprese come quella tua personale, ora che la vedi in modo diverso, e dunque la cosa non è tanto scappare dal tempo ma iniziare a familiarizzarsi con un altra natura del tempo, metterci i piedi pian piano come quando vai in acqua e all’inizio non sai e non ti decidi ma poi capisci che ti ci trovi bene e dici perché non ci sono entrato prima. E quando pensavi che non ci sarebbero state già sorprese le sorprese infatti (oppure invece), arrivano.

E per questo scoprire un nuovo tempo, c’è sempre tempo. L’essenziale è non lasciar scappare le occasioni di scoperta. Non chiudere la porta non blindare la meraviglia incipiente con pensieri pigri alla tanto ormai. Invece no, farsi prendere dalla musica (e dalla fisica) ed insomma rilanciare in puro stile ABBA, esclamando in allegra pazzia cose come ho ancora fiducia in te.

Queste cose il tempo (qualunque cosa pensi di essere) lo incartano, lo confondono, lo spiazzano. E magari, lo rendono amico.

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Un (altro) tè per il timoniere

Ci sono canzoni che rimangono, e altre che volano via subito. Ci sono pezzi che traversano i decenni, e con il tempo diventano solo più robusti, si assestano in un loro ambito, creano il loro spazio. O meglio, lo spazio per loro c’era, e lo riempiono bene. Esiste lo spazio, per tutte le cose utili. C’è sempre, questo spazio. Forse solo le immondizie musicali per dirla con Battiato, faticano a trovare spazio, non lo trovano facilmente, non si sedimentano, rimangono appena un istante, ad aggiungere rumore a rumore. Il rumore dell’inutilità.

Sono di parte, ovviamente, e voglio esserlo. Sono convinto, per ribadire, che tanto di Sanremo 2021 volerà via presto, e non lo rimpiangeremo. Sì sono di parte, persuaso che è necessario per dare sapore al discorso, per non sbiadirsi nel politicamente corretto e nel lodare tutto ciò che è contemporaneo, nel mostrarsi comprensivi e aperti fino a non distinguere più la fuffa dalla sostanza, fino magari ad avere una buona parola per tutto, che è l’anticamera della dispersione (e della disperazione) più completa.

Peraltro, alla fine è il tempo che decide. Il poeta e filosofo Marco Guzzi, nella sua appassionata conferenza su Holderlin di qualche mese fa, raccomandava di frequentare principalmente quei libri che hanno traversato i secoli. Credo si possa dire anche per la musica, e per la musica moderna ugualmente (magari restringendo un poco l’arco temporale per la verifica).

Il cantautore inglese Cat Stevens, classe 1948, è noto anche in ambito extramusicale per la sua improvvisa conversione all’Islam, che lo indusse ad un prolungato silenzio. Aveva calcato con grande successo le scene musicali degli anni settanta del secolo scorso, consegnandoci capolavori ispirati e sognanti. Come Tea for the Tillerman, per esempio. Album uscito esattamente nel 1970, che contiene canzoni ancora notissime come Wild Word, che conoscono (e forse canticchiano) perfino i sassi. O anche, Father and Son.

Portate un (altro) tè al timonere, perfavore… 

Incontrai questo disco durante una vacanza all’Argentario a casa di un amico, avvenuta appena dopo il conseguimento della maturità (partimmo in quattro in bicicletta da Roma, fu un’impresa, di quelle che invecchiando inizi a raccontare a tutti, temo anche a sproposito). Era su una cassetta Stereo 8, se ben ricordo. Veramente, cose di un’altra epoca, ormai.

Un album che ho amato tantissimo, da allora. Che ancora amo. Qualcosa capace, appunto, di traversare i decenni (all’anagrafe, sono cinque abbondanti, da quando è stato registrato). Se lo ascolti adesso non ti sembra datato, non senti quel sapore di arrangiamenti vecchi, di schemi abusati. Forse per la sua essenzialità (non concede molto a vezzi armonici che non siano funzionali al progetto), la sobrietà espressiva – unita ad una robusta vena melodica – riesce ad uscire indenne dal consumarsi delle varie mode musicali.

Va da sé, in molti hanno ripreso questi brani, hanno realizzato cover, hanno provato a renderli più attuali (cosa che appunto, secondo me, non serve). Ma il disco originale del 1970 è rimasto comunque il punto di riferimento. Cinquant’anni e passa, portati decisamente bene, che altro dire.

E tutto sarebbe rimasto così, magari. Se non che, il maestro ha deciso di ritornare sulle scene, da qualche anno. Certo è invecchiato, ma la sua figura è ancora affascinante e – quel che più conta – la sua voce è notevole.

E nonostante l’età, non ha paura di confrontarsi con il suo passato più glorioso. Ma i veri artisti sono così, riprendono il loro passato e ci giocano. Mi viene in mente Mike Oldfield con il suo incredibile Return to Ommadawn, per citare qualcosa di quasi altrettanto recente.

Cat Stevens ha deciso di ripercorrere tutto l’album che lo ha reso immortale, canzone per canzone. Interpretandolo nuovamente, a cinquant’anni di distanza. Ecco dunque che nel 2020 – l’anno terribile della pandemia – esce Tea for the Tillerman 2. Già qui mi sorprende. Prima ancora di ascoltare, mi incanta la mancanza di paura nel ritornare su qualcosa di così famoso. La tranquillità di non temere confronti, di proporre ancora qualcosa e non lasciare un album come questo, a sfavillare indisturbato nella sua gloria.

Nel brano di apertura, da come la vedo io, c’è già il senso di questa operazione. Where Do The Children Play è fedele all’originale, fino al dettaglio, eppure allo stesso tempo è nuovo. Qui c’è l’alchimia segreta che governa tutto l’album, in proporzioni variabili a seconda del brano, ma presente dall’inizio alla fine. Le nuove interpretazioni non stravolgono, non negano, non fanno violenza alle vecchie. Piuttosto, costruiscono su una fedeltà al dettato originale. Fedeltà dalla quale, soltanto, può veramente nascere il nuovo. Il nuovo nasce sempre da un’amore a ciò che esiste, da un (anche implicito) omaggio alla tradizione.

E mi meraviglio, di fronte ad alcune variazioni così semplici, ma anche così inaspettate, di come nessuno ci avesse mai pensato. In questi anni, nessuno l’ha fatto. Qui credo che conti moltissimo il fatto di averle scritte, queste canzoni. Sì, capisci che l’autore ha in testa uno spettro ampio di possibili incarnazioni di una idea, e che quella che decenni fa è finita sui dischi, è appena una delle molte possibilità. Perché qui magari ne sceglie altre, con una facilità e sapienza che tu non capisci da dove venga fuori. Cioè, nessuno come chi ha ideato qualcosa, riesce a modificarla e a rinnovarla così efficacemente, rimanendo fedele all’idea originale.

Questo rimane vero perfino nella canzone forse più sorprendente del nuovo album, Longer Boats, dove la rivisitazione è così profonda da cambiare perfino delle strofe, e dove c’è una virata decisa sul rap così temeraria che nessuno se non l’autore stesso avrebbe mai osato. Due minuti e mezzo assolutamente geniali, che rimani a bocca aperta. Tu, con la tua idea che Cat Stevens sia una cosa, e il rap un’altra. Con le tue caselline ben separate nel cervello.

L’espressione artistica scombina le varie caselline, frulla via allegramente tutte le distinzioni tra generi, tutte le gerarchie di valore che ci costruiamo. Tutte le nostre comodità mentali – ordinariamente così dure – si sciolgono come neve al sole, davanti alla pura meraviglia di qualcosa di bello. Sia un quadro, un libro, un film. O come qui, una canzone. Che acquista nuova forza, senza rinnegare sé stessa, senza abiurare al proprio passato.

E convince che Cat Stevens con questo rinnovato atto di amore al proprio passato – passato che per un lungo periodo ha voluto silenziare – ci mostra come l’arte è amica della vera spiritualità, anzi che l’arte costituisce parte essenziale di ogni cammino spirituale. E che la forza di certe canzoni, non si smorza con il passare del tempo. Perché dietro le canzoni c’è un’idea e ogni forma è provvisoria. Chissà, se Beethoven fosse qui ora, come rivisiterebbe la Quinta, ad esempio. E certo non perché abbia bisogno di essere rivisitata! Del resto, mutatis mutandis, nemmeno queste canzoni ne avevano bisogno.

Ma la vera arte si esprima come una misteriosa sovrabbondanza. L’ha sempre fatto, e non dubito che lo farà ancora ed ancora. Per il diletto profondo del nostro cuore, e per venire incontro al nostro bisogno di consolazione, anch’esso così misteriosamente grande.

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Di tutte le impressioni…

Parto da questo flashback. Sole, molto molto sole. Caldo. Estate piena. Sono al mare. A conti fatti, credo sia il 1982. Campeggio sulla Feniglia. Sto ciabattando intorno all’ingresso (forse vengo dalla spiaggia, o ci sto andando), sabbia, macchine parcheggiate, afa. Da qualche altoparlante esce la musica di Franco Battiato. Chi è costui? Fino a qualche mese fa nessuno ne sapeva niente, nessuno lo conosceva. E quest’estate ecco, è esploso. Non si ascolta altro.

Ricordo bene questa impressione. Dappertutto passano quasi solo le canzoni di questo album. La voce del padrone. Io ragazzo quasi ventenne, ripenso ai dischi con il cagnolino seduto davanti al grammofono. Papà o mamma mi avevano spiegato l’arcano, la riproduzione del disco è così fedele che il cane riconosce appunto, la voce del padrone. Avevamo anche dei 78 giri, a casa. Oggi farebbe sorridere il pensiero che il cane possa cogliere alcuna differenza tra lavoce reale e quella riprodotta: non ci riusciamo più nemmeno noi.

Il famoso cagnolino della casa discografica La voce del padrone

Torno a quell’anno, a quel disco. Il titolo mi piace, lo trovo intrigante. Le canzoni sono carine, orecchiabili ma non stucchevoli. Si sopporta facilmente il fatto che, in vacanza, vengano sparate ovunque, ad una frequenza quasi improponibile. Qualsiasi altra musica, ripetuta a questo livello, avrebbe portato al collasso. Sfibrata dal ripetuto ascolto, avrebbe presto mostrato il suo limite. Questa, resiste.

Personalmente, mi trovo nella piena fase cantautorale. Branduardi, De Gregori, Venditti, Guccini, Bennato. Un po’ di Cocciante (poco, quelli troppo romantici li guardo ancora con la puzza sotto il naso). Niente Battisti (la cosa è francamente incredibile, e me ne scuso: ma avrei recuperato dopo). Questo Battiato non lo pratico molto. Ma non lo praticava molto quasi nessuno. Fino a quel momento, almeno.

Dice Wikipedia che è il suo undicesimo disco da studio. Beh io me li ero persi quasi tutti, senza fatica. Come tanti, del resto. Ma ora non si può più, non si può più far finta che non ci sia. Entrato di prepotenza nelle nostre orecchie, nel nostro cervello. Un pop facile ed ispirato insieme, testi sufficientemente misteriosi che non umiliano la tua facoltà di comprendere, ti lasciano addosso quel tanto di mistero che poi ti ricircola piacevolmente in testa. La sensazione che c’è sempre altro da capire, non è un palloncino che appena comprato si sgonfia. Addirittura, puoi non capire niente e te la godi lo stesso. Basta lasciarsi andare alle suggestioni che i testi evocano.

Gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori, della dinastia dei Ming.

Non male per noi abituati – al tempo – a ritornelli profondi ed evocativi come quelli (esempio) dei Ricchi e Poveri, in circolo in quello stesso periodo

Che confusione sarà perché ti amo, è un’emozione che cresce piano piano; stringimi forte e stammi più vicino, se ci sto bene sarà perché ti amo.

Davanti a tutto questo, Battiato esplode come una cosa nuova, coraggiosa, impertinente. Coscientemente commerciale e insieme sperimentale. La quadratura del cerchio, in musica.

Ricordo quell’estate, e poi confusamente, alcuni dischi nel periodo universitario. L’era del Cinghiale Bianco, per esempio. Indimenticabile quell’ironia dissacrante nell’incipit di Magic Shop,

C’è chi parte con un raga della sera / E finisce per cantare “la Paloma” / E giorni di digiuno e di silenzio / Per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear

Con Battiato c’è questo, c’è il gusto del non capito che comunque restituisce una profondità marina all’intera questione (e per questo sulla Feniglia suonava benissimo), hai questa sensazione di stare sulla soglia di qualcosa di profondo, che già ti basta. Ti appaga, in qualche modo misterioso, arcano. Io non capivo nemmeno il titolo dell’album. Certo, Stereoplay nella sua recensione diceva qualcosa sul fatto che il cinghiale bianco fosse il simbolo della rinascita spirituale. Mi accontentavo di questo, anche se sulla rinascita spirituale non avevo esattamente idee chiarissime.

Mi misi a cercare altri dischi ed incappai presto nel suo periodo sperimentale. Del resto questi sui primi dischi erano entrati nelle collane economiche, potevo permettermelo, anche se non sapevo assolutamente cosa mi stavo portando a casa. Ma la curiosità musicale che nutrivo mi spingeva ad osare, a prendere dei rischi. In questo ero molto aiutato, capisco oggi, dall’accesso ad un repertorio abbastanza ristretto, ovvero quello che potevo permettermi di acquisire tra misurati acquisti e condivisioni di dischi di amici. Non c’era Spotify (per dirla tutta non c’era nemmeno Internet, e quindi l’assenza di Spotify era in qualche modo giustificata) e questo, in un certo modo, faceva gioco. Sì, perché eri spinto a non darti per vinto, sopratutto se avevi investito qualche soldo nella faccenda. Eri spinto ad andare a fondo della musica che avevi comprato con i tuoi sudati risparmi, invece di passare subito alla successiva, cambiare playlist con un click, o roba del genere. Non avere accesso a milioni di dischi ti spingeva a estrarre il massimo succo da quei pochi che avevi a disposizione.

Quindi, il disco che (ad un certo punto) avevo acquistato da Ricordi a prezzo popolare, era Juke Box. Devo dire, ci volle tutta la mia ostinazione musicale per non lasciar perdere, già a metà della prima facciata. Ma poi, cominciai ad entrare un poco nelle dinamiche di quel lavoro. Non ero certo di capirlo bene, anzi non ne sono certo nemmeno adesso. Ma qualcosa mi intrigava. La provocazione minimalista dei ben nove minuti di Martyre Celeste, per esempio. Illuminante o irritante, a seconda dei punti di vista (forse tutte e due le cose). O ancora di più, Hiver, per soprano e pianoforte. All’inizio fai fatica ma dopo un po’ ci entri dentro e quello si piazza dentro di te e ci rimane. Negli anni, rimane. Hai presente quando il soprano riprende con Quelquefois dans le crepuscule… e il pianoforte (galeotto) inizia a srotolare quel tappetino di note fintamente inoffensivo, che accompagnano lievemente, come in una promenade? Mi torna in mente anche ora, a distanza di anni che non lo ascolto.

Inciso polemico: quanta musica contemporanea (alta o bassa, d’élite o popolare) invece scivola via in un avvitamento intellettuale senza carne, senza sangue, senza umanità? Del resto, era sempre Franco che avvertiva, da Patriots, la musica contemporanea, mi butta giù. Chiudo l’inciso.

Potrei continuare ad agganciare rapsodici ricordi, ma poi mi chiedo chi leggerebbe fino in fondo (e se siete arrivati fin qui, vi prego lasciate un commento in modo che io vi possa quanto meno ammirare). Potrei, ma alla fine non servirebbe. Battiato è stato tutto questo anzi, è tutto questo, perché le opere di un artista non sono soggette alla corrosione del tempo, si muovono in un ordine diverso. Battiato è Hiver e Bandiera Bianca insieme. Qualcuno che comunque sia – adotti scaltramente il linguaggio del pop o si diletti nello sperimentalismo – ha un approccio geniale alla musica, non si fa incasellare in un genere. Soprattutto, non tira fuori sempre lo stesso prodotto.

Battiato è uno che ci ha insegnato – non con le parole ma con la pratica artistica – che i confini tra i generi musicali non esistono, sono invenzioni di comodo, riparo del pensiero pigro. Che il genio sorpassa ogni steccato. E che quando decide che si è stancato di giocare all’intellettuale e vuole parlare alle masse (per così dire) lo fa in modo semplice e non banale. Con una voce autorevole, la voce del padrone appunto. Padrone della musica e delle parole, che domina con irresistibile fantasia.

Un tipo che dedica metà di un disco fantastico, Come un cammello in una grondaia, a lieder di autori classici. E le canzoni della prima parte, così belle che oggettivamente non capisci più, non distingui, saltano gli schemi.

Uno che in un disco di cover di canzoni famose, Fleurs 2, ti inserisce a sorpresa un pezzo originale (non riesco proprio a chiamarla canzone) come L’addio, delicatissimo e struggente. Arte, senza ulteriori qualifiche.

E vorrei raccontarvi ancora di tanti tanti altri dischi, che ho amato e amo visceralmente. Ma inutile rincorrere il miraggio di essere esaustivi. L’arte del resto, non la possiedi, non la catturi, nemmeno con le parole. Al massimo, ti lasci catturare. In qualcosa che non ha una conclusione, non ha una fine. In un oceano di silenzio, potremmo anche dire. La vera musica è molto più amica del silenzio di quanto lo è la musica piccola, povera, sintetica. La vera musica gioca col silenzio, lo esalta, lo edifica all’interno del tuo animo affannato. Che così respira, di nuovo.

Riflettevo su questo, giorni fa. L’uscita di Franco dal mondo dello sperimentalismo è una sconfitta e una vittoria, insieme. Una sconfitta, perché è la presa d’atto dell’impossibilità di raggiungere un vasto pubblico, dentro i confini (diciamolo, spesso autoreferenziali) della cosiddetta “musica colta”. Una vittoria, perché di fatto è una iniezione di una massiccia dose di coraggio e di creatività nel mondo della musica di consumo. E’ vero, come dice lui stesso, che sul ponte sventola bandiera bianca. Ma è una resa di altissimo livello. Magari di grande furbizia, ma anche di notevole creatività. E appunto, di fantasia.

Lui ne aveva di fantasia, eccome. Come tutti i veri artisti, il suo transito terrestre (per citarlo ancora), il suo appassionato registro di tutte le impressioni che abbiamo in questa vita lascia un Universo più ricco, complesso, strutturato, di quanto era prima del suo arrivo.

E questo certamente basta, per la nostra gratitudine.

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Voglio essere profilato!

Certo il titolo è volutamente provocatorio, ma niente, mi veniva in mente ieri mattina mentre andavo al lavoro, una volta tanto in presenza (uno degli svantaggi dello smart working è che non hai questa possibilità, che colonna sonora vuoi mai goderti mentre ti sposti appena dalla camera da letto al salone). Ho messo su uno dei Daily Mix proposti da Spotify, quello che lei mi compila sulla musica italiana, e mi sono goduto alcune (per me) bellissime canzoni. Inanellate, si direbbe, con mano sapiente, in gustosa sequenza. Non troppo stranamente, mi sono trovato d’accordo con tutte le scelte proposte: tanto che ho ascoltato la scaletta con la netta sensazione che, tra me e Spotify, ormai c’eravamo ben capiti.

Dopo anni di utilizzo, in pratica Spotify mi ha profilato. Mi ha studiato, per ogni scelta musicale che compivo, ha incamerato dati sul mio comportamento (solo musicale, grazie al cielo) e ha memorizzato tutto, archiviando nei suoi server dislocati chissà dove. Facendone tesoro. Mi vuole conoscere, dal punto di vista del suono. Certo lo fa per un suo preciso interesse. Desidera che io torni spesso sulla piattaforma, che la frequenti sempre di più, che rinnovi il mio abbonamento e che non vagheggi evasioni su piattaforme diverse. Desidera continuare ad essere pagata, pertanto cerca di rendersi utile. Anzi, lei punta ad essere indispensabile, ormai lo so. Anche io un po’ la conosco.

Se non ti conosco, come posso cantarti qualcosa che ti piace?

Lo fa innegabilmente per un suo interesse. Che però, voglio dire, è anche il mio, in buona parte. Mi fa comodo, mi fa piacere, che nel tragitto casa-lavoro io debba appena pormi il problema se voglio ascoltare un po’ di musica italiana o di pop/rock o magari un sottofondo smooth jazz, e lasci a lei la bega di compilare la scaletta. Ieri, dicevo, mi ha regalato una serie di godibilissime canzoni italiane (a mia opinione, ovviamente, e il punto è proprio questo). Venditti, Fossati, Lauzi, Fabi, Graziani, Conte (niente, poi sono arrivato al lavoro proprio mentre Conte aveva appena finito di parlare delle donne che fanno pipì rischiando di perdersi il passaggio epico di Bartali, passando il testimone ad uno del calibro di Battisti, che a malincuore ho dovuto zittire). Ribadisco, sequenza mirabile e godibile.

Il ritorno è stato parimenti interessante, con uno scorrimento (diciamo così) sull’inevitabile Grande Raccordo Anulare condito dalle note (e le ugole) di Battisti, Fossati, Paoli, ancora Graziani, Zero, Venditti, De Gregori, Battiato, ancora Venditti (se volete impicciarvi un po’ di più e disquisire sulla scelte musicali c’è sempre il mio feed che Spotify confida quotidianamente a last.fm).

Capiamoci. Quando parlo di canzoni, non intendo canzoni qualsiasi, ma tutte canzoni meravigliose, sia chiaro. Lei sa anche cosa preferisco di ogni cantautore, ormai. Sa molto, indubbiamente. Anche se ogni tanto mi provoca, butta lì in mezzo un brano che non conoscevo ma che giudica affine a quelli che ascolto di solito. Tipo, senti un po’ questa Marco? Che ne dici, eh? (non glielo sento dire ma insomma è come se lo facesse). A volte così ho scoperto delle autentiche gemme. Insomma non mi tiene del tutto dentro la mia bolla, mi aiuta a scoprire cose nuove, sempre però in modo ragionato e progressivo.

Dunque alla fine, mi fa piacere essere profilato da Spotify. Non vanto alcuna privacy musicale da difendere, nei suoi confronti. Anzi, sono io che le dico vieni e impara dai miei gusti sempre di più, che mi fai contento. Sono lieto di essere profilato, anche se capisco che i miei dati rappresentino un valore, da lui giocabile in vari modi.

Che poi noi siamo un po’ strani, anche contraddittori a volte. Siamo capaci di passare una vita intera sperando che qualcuno ci profili adeguatamente, che apprenda i nostri gusti e le nostre simpatie, che intervenga e ci solleciti su cose che a noi specificamente interessano, che ci capisca a fondo, ma veramente a fondo. Esempi di questa nostra irresistibile aspirazione del cuore ce ne sono a bizzeffe, anche musicali (e parecchio struggenti). Abbiamo il desiderio profondissimo di essere capiti, completamente. Che ci sia, e sia vicino, chi mi conosce completamente, che ha realmente capito come sono (e mi ama così). Desiderio umanissimo, che ci porterebbe lontano analizzare.

Ma poi, ecco, ci irrigidiamo se qualcuno tenta di capirci davvero. Certo, già sento l’obiezione: Marco, il parallelo è troppo tirato! Qui non è un essere umano che si interfaccia con me, è appena una macchina. Non mi vuol bene, non mi capisce sul serio. Verissimo. Tuttavia è comunque un sistema che raccoglie informazioni su di me per migliorare il rapporto con me, mettiamola in questi termini. Sì certo, lo fa per i suoi interessi. Commerciali, lo consento.

Però così facendo, viene comunque incontro ad una mia esigenza, ad un mio desiderio. Proseguendo nella (sconsiderata) provocazione: preferisco ricevere pubblicità mirata rispetto a “consigli per gli acquisti” generici. Un libro di un autore che ho già letto, magari. Certo mi inquieta un attimo, vedere che appena dopo aver cercato (diciamo) tablet da otto pollici su Amazon, poi su un qualsiasi sito di notizie vedo diversi inserti pubblicitari sui vari tipi (guarda un po’) di tablet da otto pollici. Lì per lì mi inquieta un poco, poi mi passa. E magari un inserto pubblicitario di tablet mi interessa realmente, viene incontro ad una mia esigenza. Certo mi interessa di più di un modello di reggiseno (se non indossato) o una serie di otto chiavi a T snodate (dovendo ancora perfezionare l’entusiasmo per i piccoli lavori domestici). Non mi preoccupa di per sé che ci sia chi faccia soldi con alcune informazioni che mi riguardano, anche se questo non vuol dire necessariamente che sono disposto a svelarmi a lei (o a lui) completamente.

Insomma io voglio essere profilato. Voglio che si occupino di me, cose e persone (e anche animali). Forse è un rigurgito di narcisismo, forse una slittamento indebito su un terreno già scivoloso di suo, chi può dirlo. Ma va bene, insomma: occupatevi dei miei gusti. Fate la fatica di venire a conoscermi davvero, modellate il vostro servizio secondo quanto posso davvero gradire. Così il mio Spotify sarà unico, diverso da quello di tutti gli altri.

Ma sospetto anche, che già lo sia.

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