Me ne accorgo dopo un po’ che lo faccio. Non sono un tipo che fischietta in palestra, non in modo particolarmente evidente. Ma tra me e me qualche volta capita. Piano, che secondo me non sente nessuno. O quasi nessuno. A meno che non mi passi molto vicino. Mi va bene così.

Però mi sono accorto di una cosa buffa, l’altro giorno. Non è che stessi fischiettando un motivo di quelli del momento, o dell’estate passata, del Festivalbar o di Sanremo. La mia mente aveva invece selezionato – senza che io me ne rendessi conto – un motivo del lontano 1983. Il titolo della canzone è Softly Over, contenuta nel disco You and me both. Il gruppo è quello degli Yazoo.

Precisamente quel che mi veniva da fischiettare non è proprio la canzone in sé, ma la sua introduzione, ovvero quel grappolo di note (una ventina, ho provato a contarle) che precede il canto. Poco più di dieci secondi, sufficienti per il dispiegarsi di una linea melodica dolce, evocativa, sottilmente inquietante. E che da allora – da quando lo comprai ragazzetto e lo ascoltai, il disco – mi si è piazzata in testa e lì rimane. Praticamente in background, pronta a venire fuori in momenti in cui, finalmente, allento la tensione e smetto di cercare di controllare me stesso e il mondo. In questi casi la mente spesso sceglie un canto, forse per dirmi che è abbastanza contenta. Tra le tante in giro per il mio cervello, questa linea melodica – come dicevo – viene selezionata di frequente. Chissà se Clarke e Moyet se ne rendono conto, di come mi sono entrati in testa.

Che poi, la mente è strana, io non lo so come funziona, alla fine credo nessuno lo sappia. Già tanto si parla della coscienza, un campo affascinante dove convergono fisica, metafisica, biologia, filosofia. Per certo, alcune cose mi sorprendono. Come questa di tirar fuori dal cappello una canzone di esattamente quarant’anni fa.

Che poi la canzone, diciamolo pure, è bellissima. Forse per questo mi ritorna addosso, ogni tanto. Chissà, quanto ci avranno messo per comporla? Magari solo qualche giorno? Magari un mese, con arrangiamenti (molto scarni e molto elettronici) e tutto? Boh, io me la porto appresso da quaranta anni. Credo anzi che me la porterò appresso per tutta la vita.

Che mistero la creatività, che mistero l’arte. La voce di Alyson Moyet così calda e quel suo tremolìo, sopra quel tappeto quasi glaciale dei sintetizzatori, sapientementet gestito e tenuto a bada da Vince Clarke. Fenomenale. Mi ha sempre ammaliato questa commistione di cose tanto eterogenee: voce calda che lega, impasta insieme, che vole sopra un ambiente sonoro totalmente sminuzzato, frammentato, dissezionato fino al limite, ferocemente asciutto, antiretoricamente ristretto all’essenziale.

Che poi, i sintetizzatori.

Contestualizziamo. Oggi non ci possiamo rendere minimanente conto di quanto apparisse nuova questa musica, allora. Voglio dire, quanto apparisse nuova alle orecchie di un ragazzo abituato ad ascoltare pop/rock. Questa è una musica che rompe, che innanzitutto dice basta. Basta con onnipresenti tappeti di chitarre acustiche, basta con gli esperimenti sinfonicheggianti, basta con la batteria (inutilmente?) complicata, con il mellotron onnipresente, con il pianoforte, la chitarra elettrica e i suoi assoli, basta con gli incerti ammiccamenti alla classica ed al jazz, basta basta basta.

Tutto bello, per carità, ma ora basta.

Questa musica – al suo arrivo, in apertura degli Ottanta – appare nuova perché inedite sono le possibilità offerte dai risultati dell’elettronica applicata al suono, prima su tutte – appunto – la possibilità di girare pagina. Insomma, una reazione artistica, resa possibile da un fatto tecnico. Nel disco precedente, questi due ragazzetti avevano già detto arrivederci ai Settanta: qui lo dimostrano ancora più radicalmente.

Del resto, c’è come un fermento, una tensione nuova, nel cambio di un decennio. C’è questa voglia di rivoltare le cose, le abitudini, le consuetudini, le faccende inizialmente bellissime ma che poi si sono sedimentate, si sono imborghesite, si sono coperte di polvere, hanno perso sapore, hanno perso colore. Graham Nash nel suo bel disco Earth and Sky che esce quando gli Ottanta sono appena arrivati, nella canzone di chiusura dell’album avvisa – denunciando appunto quelle stanchezze che ci portavamo dietro dal decennio appena chiuso – che “in the 80’s, we must come alive” ovvero “negli anni ’80, dobbiamo prendere vita”.

Ecco, prendere vita. I Settanta si erano proposti (anche musicalmente) con tante promesse di rivoluzione, di cambiare il mondo, tante cose così. Gli Ottanta già vedono già il limite di una impostazione sognante ma per certi versi velleitaria. Vedono cosa si è riusciti a fare e cosa no. Il sintetizzatore che prende il centro del campo musicale facendo lestamente uscire di scena tutti i vari ed assortiti tappeti di chitarra (parlo delle composizioni che più segnano il periodo), è per dire ok, ora bisogna cambiare.

Che poi come può essere poetico un sintetizzatore se usato bene, lo dimostra – nello stesso disco – And On, una canzone strabiliante che ha a che fare con il senso della perdita. Un pezzo dove le sonorità evocate, ancora oggi, scendono ad essere parte integrante del brano, definiscono perfettamente una atmosfera. La coniugazione degli opposti tra la voce calda della Moyet e la fredda elettronica qui è semplicemente perfetta. Perfetta. Il testo poetico, sofficemente incomprensibile, come deve essere: non ti spiego tutto, ma ti faccio entrare in un mondo. Ecco quel che serve. Ecco quello che deve essere.

Insomma, per queste cose e altre, You and me both me lo porto dietro, volente o nolente. Non è strano come ti entrano dentro, certe cose, come ti rimangono addosso? Ormai, se non metto un meeting in agenda è piuttosto certo che non ci andrò, non perché non mi va (beh può anche essere) ma principalmente perché mi scordo. Eppure, l’intro di una canzone è lì e lì rimane. Ogni tanto viene fuori per dire, oh io ci sono. E quel che è importante, oserei dire, non è che lei ci sia. Ma che il puro e semplice ed incontrovertibile fatto che lei ci sia, mi indichi qualcos’altro.

Una cosa piccola piccola, come ehi guarda che la bellezza esiste, tra tutti i tuoi vari casini, non te lo scordare. E per dirla tutta, che anche la voglia di rivoluzione esiste, è vera, è giusta. I tentativi storici sono stati imperfetti, anche drammaticamente sbagliati. Così varie teorizzazioni. Ma da questa evidenza al rassegnarsi al “there is no alternative“, ce ne corre. Perché attenzione, l’anelito è sacrosanto. E se l’anelito è così potente ed anche inestirpabile dalla profondità di noi stessi, vuol dire che la strada esiste.

Un messaggio a cui vale la pena esporsi, sempre e di nuovo. E che giustamente usa anche la musica, per affiorare alla coscienza.

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