Blog di Marco Castellani

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Un cielo infinito di stelle

L’estate astronomica è iniziata da pochi giorni, quella percepita, da molti di più. Sono da poco arrivato in Abruzzo, nel tentativo di sfuggire alla canicola romana. Qui pure fa caldo, è vero, ma in modo più mite, meno accanito. Non si sfugge al riscaldamento globale, certamente: ai guai che abbiamo causato ed ancora causiamo, per la nostra resistenza terribile a riflettere, meditare, guardarci dentro, capire che la creazione fa parte di noi e noi di questa, e che l’attitudine predatoria ha già causato innumerevoli danni.

Siamo assediati da notizie di guerre, epidemie, carestie, siccità. Siamo assediati e sempre impreparati, ci meravigliamo sempre, come se pensassimo di poter abusare dell’ambiente naturale senza doverne pagare conseguenza. Come se il pianeta Terra fosse capace in modo illimitato di porre rimedio ai nostri sconquassi. [Continua a leggere sul sito di Darsi Pace…]

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L’umanità dietro la scienza

Ed è proprio l’umanità dietro (dentro) la scienza forse il valore più bello che sento dobbiamo ancora scoprire, riscoprire, per la nostra vita. Secondo questo punto di vista ogni scoperta che facciamo nel cielo, in qualche modo, è un tassello in più dell’umanità che è in noi, una possibilità di capire meglio noi stessi.

Per questo la scienza è interessante, per questo l’astronomia – lo studio di oggetti lontanissimi, apparentemente distanti dalla nostra esperienza quotidiana – ha una sua piena dignità di esistenza, di partecipazione all’avventura umana, del conoscere e del capire.

 262 letture su Stardust,  1 oggi

Cinquemila e passa

Questa generazione sta traversando una soglia epocale per l’astronomia. Anche, per l’astronomia. Gli indizi sono tanti. Fino a ieri, l’umanità viveva in un Universo con un piccolissimo numero di pianeti conosciuti, tutti orbitanti attorno al Sole. Per secoli la situazione è rimasta immutata. La prima scoperta di un pianeta extrasolare risale appena al 1995, un pianeta intorno alla stella 51 Pegasi. Oggi se ne conoscono diverse migliaia, di pianeti al di là del Sistema Solare.

Immagine artistica di un pianeta delle dimensioni di Giove, che ruota intorno ad Epsilon Eridani, a poco più di 10 anni luce da Terra.
Crediti: NASA, ESA, and G. Bacon (STScI)

Gli ultimi 65 sono stati aggiunti proprio l’altro ieri, facendo superare la soglia dei cinquemila all’archivio di esopianeti della NASA. Altre compilazioni differiscono un poco per il conteggio totale, ma sono certamente dettagli.

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Occhi chiari sul cosmo

Posso ben concordare sul fatto che una stella di nome 2MASS J17554042+6551277 non sia esattamente facile da ricordare né, magari, da menzionare agli amici. Tuttavia la sua importanza è indubbia, anche se questa figura di diffrazione ci dice molto di più sulle bellezze che potremo scoprire in futuro, che sulla stella in sé stessa.

La stella 2MASS J17554042+6551277 osservata da JWST.
Crediti Immagine : NASASTScIJWST

Questa figura di diffrazione infatti è creata dai diciotto segmenti esagonali del James Webb Space Telescope. Dopo essersi dispiegato nello spazio, i diversi segmenti si sono assemblati per far sì che possano operare in modo concertato come un singolo specchio dal diametro di 6.5 metri. Uno specchio così grande ovviamente non poteva essere spedito intero nello spazio, e la manovra di assemblaggio automatico – per la sua indiscutibile complessità – è sempre stata oggetto di grande preoccupazione.

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Ho incontrato le stelle

Un caro amico mi ha consegnato ieri un lettera bellissima, che riproduco qui con il suo permesso. Sentirle leggere, in occasione di un incontro, mi ha commosso. Tanto che ho chiesto subito di poterne avere una copia.

In casi come questo, non c’è molto da aggiungere. Cerco quindi di tenere le (mie) parole al minimo.

Una cosa sola. Rimango commosso dalla percezione della bellezza anche in certi momenti drammatici. Nella drammaticità di vivere in zona di guerra, incontrare le stelle è incontrare un segno palpitante, fisico, di questa bellezza.

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Guardare le stelle

Sono tempi difficili, lo sappiamo. Siamo tutti (perlomeno) preoccupati. Mi sono chiesto molte volte, in questi giorni, se ha senso continuare a parlare del cosmo, guardare le stelle. Ma che beneficio avremmo se smettessimo di meravigliarci, pur consapevoli di tutto quanto di pazzo e feroce sta avvenendo intorno a noi?

Nei tempi difficili, scrivevo sabato scorso, credo sia importante che ognuno rientri con più convinzione in quello che fa, in quello che vive, in ciò che lo definisce.

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Quel volo di stelle, oltre le parole

Le cose sono fatte di memoria e di novità, insieme. E’ come una filigrana tessuta insieme stretta stretta. A volte ci vuole solo questo, appena questo: un posto dove mettere le cose, dove sistemarle e farle respirare. Perché si intreccino con la vita, la vita di adesso, perché reagiscano con l’istante, lo fermentino e gli restituiscano profondità e spessore. In gioiosa rivolta contro la civiltà ultrapiatta che lavora a togliere, lavora a togliere colorito e sapore e a disperdere quella ultima carnalità infinita delle cose, che sola porta al respiro profondo e alla pace.

Ci sono cose belle, sì. Mi guardo indietro e vedo cose belle, in realtà vedo tante cose da qui, certo anche delle cose da sistemare, o meglio da lasciar respirare. Da tornare a guardare con occhi nuovi. E certe cose belle, che sono passate e passano nello scrivere, come architettura possibile, come possibilità non invasiva, risanante, ricostituente. 

Così ho pensato di aprire una piccola sezione, dove inserire piano piano alcuni testi, da qualcosa che è passato in alcuni libri, o anche senza passarci, è arrivata direttamente qui. Dalla stessa vita, dall’idea costante di sporcare il foglio con tracce di vita, di farlo per un desiderio di più vita ancora, ecco che arriva qui. Magari con qualche immagine, qualche disegno. Qualche collaborazione, innesco di relazione, possibilità di un cammino di guarigione. Cercando intrecci, modi per cui parole e immagini possano incontrarsi, possano baciarsi. 
Spesso le cose belle sono legate alle parole, per me. E’ strano, sono cose legate alla parole, ma a parole che cercano sempre di esondare da sé stesse. Il discorso di parole oggi è qualcosa di molto particolare. Ci affezioniamo sempre tanto, ai discorsi. E’ facile, viene semplice, con poca fatica. Rischiamo, in un certo modo, rischiamo di rimanere in un certo mondo. Un mondo dove le parole non dicono che sé stesse, qualcosa che è strutturalmente incompleto. Dove la parola amore rimane una parola, per esempio, e non si sporca di niente che abbia a che vedere con l’amore, quello vero. Quello che si riceve e quello che si dà, che è immensamente più bello e disordinato e profondo e sporco e slabbrato e doloroso ed incantevole, della parola amore. Dove perfino dire stelle ti mette comunque al sicuro dallo sperdimento del cuore e della pelle e della coscienza che ti può accadere sotto un cielo stellato. Ma no, tu usi le parole per distanziare il tuo corpo dall’accadere purissimo, per quella ultima paura di metterti in gioco, di giocare a vivere tra tutta l’irrazionalità magica che ti immagini, quando lasci la briglia, finalmente lasci correre, ti godi l’aria addosso e basta.

Oltre la parola, è l’immagine che ci guarisce… 

Dobbiamo svelare il gioco, dobbiamo tornare alla connessione tra parola ed immagine. Dobbiamo legare le parole al mistero perpetuo ed istantaneo del flusso del sangue nelle vene e delle pulsazioni periodiche dei tempi, della luna piena, del mestruo e della fecondità, del respiro del cosmo. Delle stelle in volo, adesso. Dal giorno e della notte, fuori da questa architettura artificiale di iperattività al neon, che non ci appartiene, che non ci soddisfa, che non ci rispetta.

Le parole da sole, sono così e a volte da certi usurati percorsi verbali sbuchiamo fuori e ci accorgiamo he non abbiamo toccato niente, e non ci siamo fatti toccare da niente. Così le parole sono sterili, tratteggiano un mondo senza carne, un mondo abitabile soltanto in apparenza. Infatti arriva il momento che ci accorgiamo di non farcele bastare, le parole, e stiamo male. Non ci stiamo più in questi confini, soffriamo. Un sorriso, uno sguardo, un tocco, un profumo, un odore, un corpo. Certe parole disegnano involucri vuoti, più ne costruiamo più sentiamo la mancanza di un pieno che ci sostenga. 
La civiltà televisiva è un fiume di parole, ma tutto rimane strutturalmente confinato in uno schermo piatto, asettico. Un sorriso di donna attraversa lo schermo ma è appena una manciata di pixel, lei non mi vede, non riorganizza il suo universo corporeo, per mia presenza. Non modula gli sguardi, la sua biochimica non ritorna a negoziare la tavolozza degli odori, il ritmo del respiro, per il fatto semplice d’esserci, insieme. Così gli schermi dei computer, le baruffe sui social, le dispute politiche e le foto dei piatti cucinati. I sorrisi per i follower. Manca carne e sangue in questo mondo virtuale, manca sempre di più. 
La parola che buca l’universo stesso al quale appartiene, è la parola poetica. Lo buca non perché è più capace, ma perché è più onesta. E dunque il passaggio è facile che si apra da sé, il passaggio in un cosmo diverso, più carnale. Dove dire una parole vuol dire quasi mangiarla, dire un’idea è assimilarla (sempre geniale Gaber, soprattutto quando cantava se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione), è farei conti con il nostro corpo, il nostro respiro. 
Insomma la parola onesta è quella che non nasconde, non nasconde il suo immenso bisogno. Il suo bisogno strutturale, cosmico. La poesia vera non nasconde mai il bisogno strutturale dell’uomo. Di amore, affetto, di senso, di essere salvato. Possiamo provarci a nascondere questo bisogno quotidiano, a volte così scomodo. Possiamo esercitarci in questo, ma ci allontaniamo da noi stessi, e dalla poesia. Lei, proprio non può nasconderlo questo bisogno. 
C’è un pieno da ricercare dietro le parole, oltre le parole, e le parole hanno senso quando ti lanciano oltre, ti spingono verso qualcosa che loro non ti possono dare, ti fanno da trampolino e si arrestano all’imbarco, al tuo imbarco verso il centro di te, verso le stelle, verso quell’ambito sacro dove le parole non arrivano.

E tu ritorni a guardarti amorevolmente, e le stelle ritornano tutte in volo. 

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L’infinito di stelle

Così si chiama la bella canzone che apre l’album (straordinario, epico, mirabolante, destinato a restare) Mina Fossati, ed questo infinito di stelle mi torna in mente, mentre rifletto sui primi capitoli del libro di Amedeo Balbi, L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo.  
Sì perché mi sembra proprio questo, mi sembra che ci sono cose a cui praticamente, non pensiamo mai. Nonostante siano cose enormi, siano questioni che definiscono e rinormalizzano la nostra stessa posizione nel mondo. Il modo in cui pensiamo e ci pensiamo, nel (nostro) universo. E non può essere che tutto questo non abbia impatto, in qualche modo –  anche involontario e irriflesso- sulla nostra vita quotidiana, su come ci rapportiamo agli altri, su come carezziamo il cane o nutriamo il gatto, sul modo in cui pensiamo al prodigio della nostra nascita, al mistero della nostra morte.

Le stelle non sono infinite. E per questo, ognuna di loro è speciale…
I primi capitoli del libro di Amedeo, trattano proprio di cosa c’è intorno. La grande questione, se siamo dentro un universo infinito, magari sempre uguale a sé stesso nel tempo e nello spazio (principio cosmologico perfetto, come si dice tra gli addetti ai lavori), oppure se quello che c’è intorno a noi è quantificabile, misurabile, è definito in termini di massa presente, di spazio occupato.
Io direi, davvero, che fa tutta la differenza del mondo. 
Certo oramai lo sappiamo – non ci spendo molte parole – che lo scenario cosmologico oggi comunemente adottato è quello del Big Bang, un “momento iniziale” da cui è derivata ogni cosa del nostro mondo fisico. Il quale, appunto, è finito (anche se non necessariamente limitato) derivando proprio dall’espansione – sia pur accelerata – di quel momento esplosivo (diciamo) al tempo “zero” del nostro universo. Abbiamo ormai accumulato una grande serie di dati che confermano questo scenario: sempre il nostro Amedeo, ne parla in modo interessante in uno dei suoi video.

Ma a parte i dettagli, andando dritto alle implicazioni filosofiche di questa teoria: un tempo iniziale, uno sviluppo, definisce molto limpidamente un prima e un dopo, il che si presenta come una irreversibile infrazione del principio cosmologico perfetto, che pure ha tenuto banco per molto, molto tempo. 

Come descritto nel bel volume di Amedeo, perfino Einstein si oppose al Big Bang: di fatto, perfino un fisico “moderno” come lui affondava le sue convinzioni nell’antico (e tenace) presupposto di un cosmo sempre uguale a sé stesso, in ogni tempo e ogni posizione. Quel presupposto che un universo in espansione (come crediamo sia il nostro) manda completamente a gambe per aria.

E rifletto su come sta cambiando il nostro modo di pensare, come ci stiamo adeguando a quanto ci dice la scienza.  O meglio, al modo in cui il cosmo risponde – oggi – alle nostre domande. Anche se avviene tutto molto, molto velocemente, ci stiamo adeguando. Difatti, non riesco a pensare davvero ad un universo infinito pieno di stelle, mi sfugge proprio, mi sfugge da ogni parte. L’idea di materia infinita è qualcosa che la mia mente non riesce ad afferrare, esulando da ogni esperienza sensibile.

Forse allora il Big Bang con la sua quantità finita di materia ed energia, è una cosa a noi più congeniale. Più ancora di quell’universo non solo illimitato ma anche infinito, pieno di stelle, di un infinito di stelle che propagandosi in ogni direzione sempre uguale a sé stesso, alla fine sfugge completamente ad ogni rappresentazione mentale convincente.

Ma poi se le stelle fossero infinite, sarebbero così tanto preziose? Così belle? Le stelle, le galassie, mi sembrano tanto più mirabili se penso che sono tante, tantissime, ma sempre numerabili.

Nell’infinito di oggetti, ogni oggetto conta zero, alla fine. Di oggetto come lui ce ne sono senza limiti, la sua esistenza è inessenziale. Nel nostro Universo, invece, ogni cosa (sia un essere vivente, una galassia, un pianeta, una luna) conta. In modo infinito, direi. Proprio perché non è l’infinitesimo componente di una serie. Proprio perché è unico. 

Ed essendo unico, arricchisce l’universo in modo specifico.
Un arricchimento di importanza decisiva.
Probabilmente, infinita.

 265 letture su Stardust

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