Blog di Marco Castellani

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La confidenza della Luna

Siamo ormai ben abituati a vedere la falce di Luna nel cielo notturno, tanto che ci riesce strano pensare ad una immagine simile ma… con la Terra al posto del nostro satellite!

Una “falce di Terra” vista dagli astronauti di Apollo 15 (1971)

Eppure è quello che si vede in questa immagine, presa durante la missione Apollo 15. Che è stata una missione importante: dopo i successi delle prime missioni (Apollo 13 ovviamente, è un caso a parte, testimonianza di grande ingegno e dedizione orientati a salvare vite umane), questa era stata pensata per esplorare la Luna per un periodo più lungo, per esplorare una maggior porzione di territorio, e con più strumenti scientifici di quanto era mai stato fatto.

In altre parole, si stata finalmente prendendo confidenza con l’ambiente. Tanto che si osava fare di più. In quest’ottica, Apollo 15 includeva nella sua “dotazione” – per la prima volta – anche il Lunar Roving Vehicle (LVR) dal costo di ben 40 milioni di dollari (sì, in effetti esistono veicoli più economici, almeno per muoversi sulla Terra), che “vantava” una velocità di punta di 16 Km/h (e sì, ci sono veicoli più veloci, sempre sulla Terra). Il veicolo poteva trasportare quasi mezza tonnellata di carico utile. Da notare che era stato progettato senza conoscere molto dell’ambiente nel quale si sarebbe dovuto muovere, ma se la cavò benissimo ugualmente.

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Tre giorni sulla Luna

Cinquant’anni e due giorni fa, il 20 aprile del lontano 1972, il modulo Orion della Apollo 16 toccava la superficie lunare, presso l’Altopiano Descartes. Mentre Ken Mattingly orbitava pazientemente sopra le loro teste, gli astronauti John Young e Charles Duke gironzolavano per i dintorni con questo peculiare mezzo di trasporto depositato da Orion. La coppia avrebbe speso quasi tre giorni sulla Luna, in attività di esplorazione e di scienza.

Panorama lunare, anno 1972.
Crediti: Apollo 16NASAPanorama Assembly: Mike Constantine

Questa immagine è stata presa verso la conclusione della loro ultima escursioni lunare, con il rover in primo piano ed il modulo lunare a sinistra, un po’ distante. Duke è il fotografo, Young sta sistemando l’antenna ad alto guadagno orientandola verso la Terra.

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Polvere di luna

L’Apollo 17 fu l’ultima missione che portò uomini sulla Luna (erano previste Apollo 18, 19 e 20 ma furono cancellate nel 1970). Sembra strano, ma dal dicembre del 1972 più nessuna persona ha messo piede sul suolo lunare.

Uno dei campioni di superficie lunare riportato a Terra da Apollo 17 (con buona pace di chi sostiene che sulla Luna non ci siamo stati) è stato da poco aperto, con ogni cautela, al Johnson Space Center a Huston.

Un campione di “polvere lunare” prelevato dall’equipaggio di Apollo 17 nel 1972, aperto ora.  
Crediti: NASA/Robert Markowitz

Questi piccoli contenitori sono una vera memoria storica di particelle di suolo di un altro corpo celeste, preziosissime impronte geologiche di un mondo “altro” da noi: vicino abbastanza da interrogare le nostre coscienze, lontano abbastanza da rimanere (quasi sempre) fuori portata.

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Stella guarda la Luna

I poeti sono così. Possono dire stupidaggini dieci anni di fila e poi (o prima) uscire con due versi folgoranti. E l’Universo si ferma, trattiene un attimo il fiato. Fa spazio.

Francesco De Gregori è un poeta. C’è poco da fare. Sostenere il contrario sarebbe perdere tempo.

Già misurarsi con canzoni sotto i tre minuti (come sopra i cinque) non è cosa da poco, non è cosa per tutti. Per dire, devi chiamarti Stephen Still e allora fai 4+20 e rimane una perla. Punto.

Non c’è da aggiungere un secondo in più, inserire una o due note oltre queste. Perfetta così. In due minuti e pochi secondi inietti un contenuto artistico e comunichi emozioni, come altri non riescono in un disco doppio (come si sarebbe detto una volta, che appunto esistevano i dischi singoli e i dischi doppi e non esisteva Spotify).

De Gregori alla fine degli anni settanta mette questo piccolo pezzo, Babbo in prigione, dentro il celeberrimo long playing che porta il suo cognome e contiene la assai più famosa (stracantata in tutte le gite scolastiche per i successivi venti anni) Generale. Bella canzone, ma in qualche modo più ordinaria, più tranquilla. Strofa, ritornello, strofa. Giro di accordi. Tutto a posto, tutto normale.

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Un universo di corpi

Il bello delle eclissi è questo, che ci accorgiamo di colpo, ci riaccorgiamo in un lampo, che siamo immersi in un universo in movimento. Non siamo proiettati in uno spazio asettico e imperturbabile, dove giocare le nostre esistenze in modo avulso dal contesto.

Non ci pensiamo quasi mai, ci siamo costruiti un universo virtuale dove perfino la notte non c’è, se non la vogliamo. Luci artificiali inondano di fotoni le nostre città quando il Sole è impegnato altrove, scompare la volta stellata e noi ce la dimentichiamo, non ci sembra nemmeno che ci manchi. Salvo quando per qualche fortunata avventura, non ci troviamo in un posto isolato, buio. E lo spettacolo della Via Lattea ci avvolge, quasi ci sommerge.

Le eclissi ci raggiungono anche in città, sono eclatanti. Capiamo che il cielo è in movimento, che le cose cambiano. Che se siamo vivi è per una combinazione mirabile di fattori, anche astronomici. Che possiamo essere contenti di questo. Il cielo dà spettacolo e ci dice guardami.

Eclissi parziale di sole, vista da Arlington, Virginia (USA). Crediti: NASA/Bill Ingalls

Nell’eclissi di ieri (visibile solo in alcune zone del globo) la Luna si frapponeva al disco del Sole creando effetti belli come quello nell’immagine. Corpi celesti che solo con la loro posizione relativa, ci riconducono a pensare, ad immaginare. Capiamo che siamo dentro un universo di corpi – corpi celesti e corpi umani – e quel che conta è come si mettono in relazione, dalla loro relazione infatti possono provenire meraviglie, possono crearsi storie che nutrono l’universo stesso. L’universo è fatto di storie, non di atomi, avvertiva Muriel Rukeyser.

Una storia è una relazione tra corpi, innanzitutto. Non c’è da intellettualizzare nulla, ma da gustare quel che accade, quando accade. La storia del Sole con la Luna dura da miliardi di anni, e ci regala adesso questa meraviglia. Facciamone tesoro.

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Tempo di tornare a casa

Concluso il viaggio più famoso dell’epoca moderna, era tempo di tornare a casa. Open your heart, I’m coming home dice una famosa canzone degli anni ottanta, e la frase appare quanto mai appropriata.

Ragazzi, si torna a casa…
Crediti: NASAApollo 11Restoration – Toby Ord

La foto ferma un momento cruciale, un vero punto di svolta, che riguarda tutti. L’umanità ha l’abilità di spostarsi oltre i confini del pianeta Terra, è stato appena provato. Camminare sulla luna, si può.

L’immagine coglie la missione Apollo 11 in un momento delicatissimo, mentre Neil Armstrong e Buzz Aldrin – i primi uomini a mettere i piedi su un altro mondo – sono ripartiti dalla superficie del nostro satellite, a bordo del piccolo modulo lunare, per incontrare Michael Collins che li attende nel modulo di comando e servizio, rimasto in orbita attorno alla Luna. Scriverà poi Collins in Return to Earth che «ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato».

Grazie al cielo, anche la complessa procedura di aggancio avverrà senza problemi, così che l’equipaggio, felicemente riunitosi, potrà finalmente dirigersi verso Terra, verso casa. Del resto, è ormai tempo di tornare.

Proprio Collins – scomparso appena pochi giorni fa – scatta questa fotografia (è il 21 luglio del 1969) che è stata appena restaurata digitalmente, dove si vede il modulo con la Luna sottostante, e la Terra sullo sfondo, a distanza. L’area scura sulla superficie lunare è il cosiddetto Mare Smythii che si estende appena sotto l’equatore lunare, sulla parte visibile della Luna, vicino al bordo orientale del disco.

Di questa immagine così scopertamente simbolica, è stato detto che ogni persona tranne una si trovava davanti alla macchina fotografica.

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L’opera comune

L’Apollo 14 entra in orbita lunare. Siamo nel giorno 4 febbraio del 1971, cinquant’anni (e una manciata d’ore in più) dal momento presente. A bordo ci sono gli astronauti Alan Shepard, Edgar Mitchell e Stuart Roosa. Gli ingegneri del programma Apollo hanno modificato la navetta per prevenire il ripetersi dell’incidente che ha colpito l’equipaggio dell’Apollo 13 l’anno precedente. Non è passato molto tempo dal rocambolesco ritorno degli astronauti sani e salvi a Terra, e la volontà di evitare il ripetersi di queste situazioni è senz’altro grande.

La sala di controllo segue il conto alla rovescia per Apollo 14. Crediti: NASA

Il vettore Saturno V ha posto la navetta in orbita attorno alla Terra, poi il terzo stadio si è incaricato di portare gli astronauti verso la Luna. Ci siamo quasi.

La missione primaria è quella di investigare la geologia lunare, specialmente nella regione del cratere Fra Mauro, raccogliere materiale da portare indietro, depositare alcuni strumenti scientifici. Il giorno 9 febbraio l’equipaggio, dopo una missione di nove giorni, svolta con pieno successo, rientra con un tuffo nell’Oceano Pacifico. In quei nove giorni, scrive un pezzo importante di storia dell’esplorazione spaziale.

Ma la storia del programma Apollo la scrivono in tanti. Gli ingegneri, i progettisti, i tecnici della sala controllo. Un’opera comune, non lo sforzo di un singolo. Non è retorica, è storia: l’esplorazione lunare è uno dei segni moderni più eclatanti di un’opera comune. Di qualcosa che è inaccessibile al singolo, ma possibile ad una comunità motivata e focalizzata.

Si dice comunemente, vuoi mica la Luna? ma il senso di impossibilità non deriva tanto dal fatto che la vuoi, ma che la vuoi da solo. Insieme, si può. Non si tratta di essere buoni, ma di essere scaltri.

La Luna, lassù, ha forse questo specifico compito: di ricordarcelo.

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Nuove prospettive

Vorrei essere misurato con gli auguri di Natale. Del resto, chi se li ricorda più appena due giorni dopo? E rimanere in ambito astronomico, anche. Ecco che allora il tema specifico me lo suggerisce questa foto storica, appena ripubblicata da NASA.

La Terra sorge sull’orizzonte lunare, dall’Apollo 8 (Crediti: NASA)

Quello che è associato al Natale – qualsiasi cosa crediamo di credere – è senz’altro una nascita, un senso di ricominciamento, un soffio di nuove prospettive. Questo ci accomuna, sull’intero pianeta: mai come oggi abbiamo bisogno di nuove prospettive. Per la stanchezza di vivere in emergenza sanitaria, certo. Ma no solo.

Questa immagine della Terra che “sorge” sul panorama lunare, è stata acquisita dall’equipaggio dell’Apollo 8 in orbita attorno alla Luna. Bill Anders (l’autore della foto), Frank Borman, e Jim Lovell sono stati i primi uomini in assoluto a circumnavigare il nostro satellite, ottenendo questo interessante spunto di nuova prospettiva.

Possiamo augurarci questo, che un imprevisto renda la nostra vita più interessante. Siamo in un universo in perpetuo ed accelerato cambiamento, e in fondo è appena questo che ci è domandato, smettere di opporci e di puntare i piedi, lasciarci anche noi fluire nel cambiamento, tornare morbidi alla sorpresa. Aperti a quel che accade, meno serrati nella convinzione che la soddisfazione possa arrivare nel modo che ci siamo detti noi.

Una Terra che sorge è speranza per ognuno di noi, di sorgere di nuovo, respirare in nuovi orizzonti. Vuol dire nascita, scrivevo in un racconto per Natale, tempo fa. Lasciamo pure la parte già vista della festa, estinguersi in pochi giorni, poche ore, con i suoi panettoni e le sue canzoncine, il suo buonismo grossolano e sterile. Invece, scommettiamo ancora sul fatto che questo universo ci possa ancora sorprendere, incantare. Possa ritornare interessante, nella nostra ricerca di senso. Di tutto questo, auguri!

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