L’Apollo 14 segna la ripresa dei contatti con la Luna, dopo l’incidente dell’Apollo 13, miracolosamente finito bene per gli astronauti a bordo. Il lancio di Apollo 13 era stato nell’aprile del 1970, l’Apollo 14 partirà nel gennaio del 1971: una pausa di alcuni mesi, necessaria per capire cosa non avesse funzionato, e garantire una migliore sicurezza per gli astronauti.

Certo, perché andare sulla Luna non è esattamente come fare una passeggiata al parco. Personalmente, ancora mi meraviglio, andando a passeggiare con il cane la sera, alzando lo sguardo al cielo buoi ed osservando il nostro bel satellite. Ancora mi meraviglio che esseri umani abbiano osato avventurarsi così lontano. Stretti dentro un cubicolo metallico, lanciati nel cosmo con tutta la consapevolezza dei rischi di tale impresa. Più di trecentomila chilometri di viaggio, altrettanti a ritorno, confidando che tutto vada bene. Perché se disgraziatamente qualcosa va male – una mancata accensione di un propulsore, un guaio all’ossigeno, un difetto di carburante – da lassù certo nessuno ti può venire a riprendere. Lode, dunque, a questi intrepidi astronauti, alle dodici persone che hanno camminato sulla Luna finora (ancora uniche, per adesso) ed alle sei che sono rimasti in orbita, in paziente e vigilante attesa.

Una vista dal modulo Antares di Apollo 14
Crediti: Edgar Mitchell, Apollo 14NASAMosaic – Eric M. Jones

Questa foto è presa dal modulo Antares di Apollo 14, che si appoggiò sulla superficie lunare proprio il 5 febbraio del 1971 (ovvero oggi, ma cinquantatré anni fa). Si era ormai verso la fine della missione e l’astronauta Ed Mitchell scatta una serie di foto (scaricabili dalla libreria fotografica online di Apollo 14). Le immagini mostrano la formazione Fra Mauro (che prende il nome dall’omonimo gigantesco cratere, contenuto al suo interno, di ben ottanta chilometri di diametro). Fra Mauro, per la cronaca, è stato un monaco e cartografo italiano del XV secolo.

In primo piano – come apprendiamo da APOD – siede il loro trasportatore di apparecchiature modulari, a due ruote, dispositivo simile a un risciò utilizzato per trasportare strumenti e campioni. Vicino all’orizzonte in alto appare un masso largo 1,5 metri soprannominato roccia di tartaruga. Nel cratere poco profondo sotto la roccia di tartaruga c’è la lunga maniglia bianca di uno strumento di campionamento, gettato lì in stile giavellotto da Mitchell. Lo stesso Mitchell ha anche usato con successo di sei un improvvisato ferro da sei per colpire due palline da golf, una delle quali risulta appena visibile come un punto bianco appena sotto il giavellotto di Mitchell.

Trovo molto interessante questo accenno al gioco, perché l’esplorazione spaziale in fondo è un gioco in sé stesso. Un ben gioco – anche drammatico a volte, impegnativo – è sempre il gioco di scoperta del mondo. In fondo è la continuazione dell’opera del bambino, che scopre progressivamente l’ambiente intorno e sé ed impara a conoscerlo.

Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, siamo stati finalmente in grado di estendere la nostra conoscenza fino all’ambiente lunare: come bambini curiosi siamo andati a vedere (certo la corsa alla luna è stata anche dettata da motivi di carattere politico e tutto il resto, ne siamo consapevoli). Come bambini curiosi dobbiamo continuare ad esplorare lo spazio e le sue meraviglie (e tornare sulla Luna), perché la meraviglia è forse la cosa che più ci manca in questo mondo disincantato e tendenzialmente cinico, che si pone sempre al di là di ogni entusiasmo e di ogni fiducia, come se tutti avessimo in qualche modo già visto tutto.

Perché questa è la sensazione dominante. Siamo post-moderni, nulla ci stupisce più. E se invece, tutti quanti, ci stessimo semplicemente sbagliando? Riflettiamoci oggi, nel giorno in cui una piccola navetta si appoggiava cautamente al suolo di un altro mondo, portando due uomini coraggiosi e curiosi, a contatto con un ambiente che non aspettava altro che di essere esplorato. Da noi.

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