Il brillìo del cosmo

Sempre più, quando vado in giro a raccontare le stelle mi capita di pensare che sto facendo il lavoro più bello del mondo. Proprio così. Un lavoro per cui è sicuramente valsa la pena studiare, è valsa la pena affrontare gli inevitabili momenti di aridità, le ineludibili frustrazioni.

Guardandomi indietro, perfino i mille ripensamenti – ma sarà per me questo lavoro? Mi corrisponde veramente? – e le pesanti, laceranti incertezze: tutto si ricompone. Tutto ha avuto la sua funzione, la sua importanza. Adesso lo capisco, tutto è stato necessario.

Le prime esperienze di pubblicazione di articoli scientifici e le borse di studio a Teramo, a Napoli. Il giro d’Italia per partecipare ai dottorati, presso le varie università. Cose ormai di molti, molti anni fa. Arrivavo il pomeriggio del giorno prima con il treno, cercavo gli alberghi più economici. La mattina di corsa alla prova scritta, dove trovavo tanti volti che avevo visto magari il giorno prima, in un altro luogo d’Italia. Bologna, Padova… città sfiorate per capire se avevano quello che cercavo. Se c’era strada per me. Quello a Roma afferrato infine in extremis, come ultimo tentativo prima di cercare un diverso lavoro. Il primo figlio (anzi, figlia) era già in arrivo: una ragazza che era anche lei alla prova scritta, saputo che mia moglie stava per partorire, mi chiese stupefatta e allora tu che ci fai qui?

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Come ti proietto nel futuro

Proseguo idealmente, in questo post, il discorso già avviato con il post precedente, ove si parlava bonariamente delle bufale espresse da taluni pronunciamenti dell’intelligenza artificiale.

Va chiarito in questa sede che l’intento non è appena far vedere che vi sia un certo grado di inaffidabilità in quanto viene fuori da questi moderni oracoli, anche se questo è già importante, se mette nella nostra testa una nota di prudenza. L’intento è mostrare come siamo di fronte ad un prodotto mirabolante, terribilmente utile ed interessante, ma che è in fase di crescita e richiede dunque molta accortezza, nell’uso.

In pratica, tutto potrebbe essere riassunto in un motto, quando usi l’intelligenza artificiale non spegnere quella naturale, che alla fine dice già tutto.

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Partenza… in musica!

Forse è argomento per StarDust, ma trattandosi (anche) di musica il post lo inserisco qui, su SegnaleRumore. Ecco qui infatti la playlist organizzata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) dedicata alla missione Juice, che dovrebbe essere lanciata a poche ora dal momento in cui scrivo queste righe.

Juice è destinata all’osservazione di tre lune ghiacciate di Giove: Ganimede, Europa e Callisto. Quasi inutile dire che per la presenza di acqua liquida sotto la superficie, sono di estremo interesse per gli studi sulla vita extraterrestre.

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Astronomia e pandemia

Diciamocelo chiaro. Siamo tutti un po’ stufi. Almeno, io lo sono. Non vuol dire che non capiamo la ragione di quello che avviene, la motivazione di certe restrizione della libertà personale, per carità. Ma è che siamo stufi. Questo penso ci possa stare. Stufi. E abbiamo necessità di capire di nuovo, se quello che stiamo facendo ha senso. Se ha un senso proprio adesso. Altrimenti, è inutile far finta, c’è qualcosa da cambiare.

Una suggestiva vista dall’interno della cupola dell’Infrared Telescope Facility della NASA, situato alle Hawaii. Crediti: UH/IfA

Per me (forse un poco anche per chi legge queste pagine), la domanda è ha senso parlare di astronomia, adesso? Vorrei raccontarvi – in poco – perché a mio avviso la risposta è affermativa.

Direte voi, ma che mi interessa del cosmo, adesso che non posso uscire nemmeno di casa? Ecco, forse mi interessa proprio adesso. Forse ora che sono incastrato in un gioco al ribasso nelle coordinate spaziali (confinato nell’esistere in un ambiente ristretto), forse proprio ora ho bisogno di sapere che esiste un altro ordine di cose, un ordine di cose che spazia verso l’illimitato, l’infinito. Se i miei segnali e stimoli corporei sono depressi in un intervallo molto definito, evacuato spesso di sorprese, ho bisogno almeno di sapere che ci sono segnali che mi arrivano ora, da Marte come dai più lontani quasar. Segnali di qualcosa che non conosco e che mi può sorprendere, sempre.

L’astronomia è tutto questo (ed altro). Ci proietta innanzitutto in un campo grande. Ci ricorda che il gioco è sempre molto più esteso di quanto pensiamo. Pensare in grande, insomma, senza credersi chissà che. Perché è altro che è grande, ed è fatto in modo che noi possiamo parteciparne. Dunque, questo temporaneo isolamento non è la realtà, la realtà è un cielo grandissimo che è un teatro – questo sì, sempre aperto – di rutilanti novità e di incredibili avvenimenti.

Sapere che in questa epoca plastificata e protetta, di sintetiche distanze e solitarie disinfettate esistenze, c’è un mondo infettato di vita e di esuberanza, ci fa molto bene. Di questa realtà ci fa molto bene parlare. Ci fa assai bene anche guardare il cielo, la notte, e sognare. Fa bene ai grandi e ai piccoli. Molto bene ai piccoli, ché proprio il cielo è qualcosa che contribuisce alla crescita armonica, a tenere tutto insieme, compresa la speranza ardente, così facile ad essere abbandonata dai più grandi. Così preziosa che vale la pena fare la fatica di riprenderla. Sempre e comunque.

Perché l’universo è qui dietro, e in qualche modo (che a volte non sappiamo, ma avvertiamo) vuole entrare in dialogo con noi. E ci aspetta, sempre.

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Allineamenti

In questa confusa ed asfissiante profusione di interventi, opinioni e pareri su diffusioni di virus e strategie per fronteggiarle (in senso fisico, psicologico, spirituale e quant’altro), leggo con quel residuo ancora vivo di interesse un pezzo di Luca Cimichella sul blog Darsi Pace. Il post ha un titolo piuttosto significativo, “Dal deserto globale. Uno sguardo”. Ed è uno sguardo che intanto apre ad una domanda che – anche in mezzo a questo fiume di parole – fa bene ascoltare, fa bene rilanciare.
La domanda che però quasi nessuno sembra farsi è: c’è soltanto questo? Siamo sicuri che un evento di questo tipo, assolutamente unico nella storia degli ultimi decenni, non abbia a celare un senso più vasto e complesso, non riducibile alle sue conseguenze immediatamente negative?
E dovrei dire grazie per questo bel pezzo (che vi invito a leggere), questo realismo alla fine rallegra, lo dico davvero. Rallegra esageratamente di più dei tanti slogan e appelli e tanti “andrà bene” di cui si percepisce lo sforzo volontaristico (e dunque, triste) anche lontano mille miglia. Quello sforzo volontaristico che un post su “Jung Italia” individuava ed etichettava senza mezzi termini, appena pochi giorni fa
Infantili e vuoti slogan come “#AndràTuttoBene; Ne usciremo più forti di prima (forse più compromessi sicuramente); siamo forti siamo italiani!”, ed altre rassicurazioni che potevano andar bene se avessimo avuto 6 anni, oggi più che mai sono deleterie per la metanoia e la trasformazione che ci spetta (o che ci travolgerà crudelmente più di ora) a livello individuale e collettivo.
Ecco la cosa che avrei voluto dire, avrei voluto esprimere se non temessi di essere troppo divergente (poco allineato) rispetto al sentire comune. O almeno, a quello che traspare nell’esperienza social che ora è diventata così preponderante nelle nostre giornate, tra l’altro. Ora, che non abbiamo possibilità immediata di contatto diretto. Ecco, viene detto che non soltanto queste affermazioni non sono utili, ma addirittura sono pericolose. Perché smorzano la necessaria trasformazione che può avvenire in noi, se non tamponiamo immediatamente questo disagio. Se ci abituiamo (silenziando la nostra voglia di dare e darci consigli) a guardare, senza giudicare.
Arrivo al punto. In questi riferimenti, questi allineamenti, presi qui come esempio, come spunto, trovo che vi sia come una prospettiva, un punto di fuga, la possibilità di cogliere l’occasione, la scommessa così pazza che in questa fatica e anche dolore ci sia nascosta anche, appunto, un’occasione.

Trovare significativi certi allineamenti, è anche questione di come si guarda…
Al proposito, già Julian Carron parla di questa “occasione”, in un intervento sul Corriere della Sera di alcuni giorni fa. Una occasione, aggiunge in chiusura, “da non perdere”.

Questo potrebbe essere, dopotutto, il lavoro. Il lavoro da portare avanti, senza fretta e senza perfezionismi, in questo tempo così particolare. Almeno per chi non è direttamente impegnato in un reparto rianimazione o in una corsia d’ospedale, o che si trovi davanti un destino particolarmente sfidante. In ogni caso, accogliere la propria condizione (o quanto meno, lavorare verso questo obiettivo), che poi è un monito di sempre, qui diventa particolarmente urgente, stringente. In parole povere (e tremendamente sfidanti), dire sì a ciò che sta accadendo. Allinearsi con delle forze cosmiche, se ci piace dire così, smettendo di esercitare febbrilmente questa nostra sterile opposizione, che piace tanto ad una parte di noi.
E il mio commento potrebbe, o forse anche dovrebbe, finire qui (quindi potete smettere di leggere, se volete).

Tuttavia da astrofisico, mi interessa in particolare l’accenno “cosmico” che viene svolto nel già citato post di Luca, con il preciso riferimento all’allineamento dei pianeti e all’asteroide in transito vicino alla Terra. Molto interessante. E che muove – allinea e disallinea – molte parti in me. Alla prima lettura, devo ammettere, una di quelle parti è saltata sù, stracciandosi le vesti ed esclamando (metaforicamente) “ma che c’entra questo? Cadiamo nell’astrologia, ancora, nel ventunesimo secolo!”.
Così ho preso tempo, quella parte l’ho lasciata gridare e sfogarsi e snocciolare positivismo spicciolo per un poco e anche ragionevolezza scientifica un tanto al chilo e – a vesti ormai stracciate (tanto non posso uscire di casa, pazienza, penserò dopo a rendermi presentabile) – ci sono tornato sopra, con il desiderio, appena, di allargare lo sguardo. Quando i pensieri si fanno guerra, meglio aspettare. Attendere un nuovo allineamento, una prossima armonia. Lasciando entrare aria, gustando sottilmente un delicato scompaginamento dei miei luoghi comuni.
Da un po’ di tempo, infatti, ho preso il gusto di pensare che ci può essere qualcosa di interessante nel lasciare aperti dei varchi nel mio universo spesso troppo solido, quasi marmoreo, assai pericolosamente stazionario, del mio modo “usuale” di vedere le cose. Del resto il mio modo di vedere le cose è (opinione mia) spesso saturo di “buon senso”, ma anche terribilmente poco eccitante: spesse volte, parecchio noioso.
E ho provato a ragionare, passando oltre la mia emozione istintiva di rigetto. Ho provato a far dialogare parti di me stesso, che avevano preso direzioni opposte, senza nemmeno salutarsi. Chissà, però è interessante, comunque, almeno come una ipotesi di lavoro. Intendo, che il cosmo, l’universo, “risponda” a quello che accade nella storia umana. L’idea, ecco, alla fine mi piace. Ha qualcosa dentro che, se mi calmo, trovo attraente. Certo, scientificamente la cosa è facilmente confutabile, almeno con le conoscenze scientifiche di oggi.
Molti miei illustri colleghi, riderebbero. Nessuna delle quattro forze che governano tutto il mondo fisico – per come lo capiamo oggi, e gli esperimenti ci dicono che lo capiamo piuttosto bene – può giustificare il fatto che un allineamento di pianeti possa avere una influenza che non sia appena men che impercettibile, in quel che accade sulla Terra. I conti, volendo, si fan presto a fare (tranquilli, non li faccio qui).

Ma diciamolo finalmente: il fatto che fisicamente non si spiega, beh non spiega ancora nulla.

Ne parlavamo proprio qualche sera fa, a tavola con la mia figlia minore. Anche lei mi diceva, “Beh papà, ma non tutto quello che accade è spiegabile con la fisica”. Io inizialmente, istintivamente ho borbottato, “beh, tutto quello che accade nel mondo fisico, però sì.” Poi mi sono corretto, “anzi no. Se credo ai miracoli, devo già dire di no”.

Quando sono credente (scrivo quando poiché trattasi, in certo modo, di una cosa dinamica), cerco di credere ai miracoli, ovvero provo a mantenere aperta la finestra della possibilità ad interventi del Mistero, che esulano dal mio schema delle cose (ma, Signore aumenta la mia piccolissima fede, sempre). Credo all’intervento possibile del divino, in lieve lieta leggiadra spericolata scanzonata violazione dei “comandamenti” fisici e matematici.
Ma se ammetto che il sistema regolatorio della fisica (così roccioso, in apparenza) in linea di principio possa essere violato, ho aperto una porta che poi non posso permettermi di chiudere a mio piacimento. Ho ammesso che possono succedere cose – nel mondo fisico – che la fisica non spiega. E non spiegherà mai (non è nemmeno roba di fisica quantistica, oggi tirata per la giacchetta ogni volta che non si capisce qualcosa). Cioè, la cosa sarebbe questa, alla fine: la fisica modella quel che accade nel mondo. Ma non tutto quel che è accade nel “mondo fisico” è spiegato dalla fisica.

Ripeto, non è così scontato. Molti molti miei colleghi, più bravi e intelligenti di me, non sarebbero d’accordo.
Ma io insisto, su questa linea.
Del resto, se a Natale acconsento a che i pastori furono guidati verso la grotta del Bambinello da segnali celesti (stella cometa, leggasi), poi come faccio a dimenticarmelo un attimo dopo, diciamo già prima di Pasqua?
Ecco il punto di quello che volevo dire. Mi pare che qui ci manchino dei modelli, esattamente. O io comunque, non li ho ancora assimilati, se ci sono.
Qui ci vuole un modello che ritrovi una congiunzione tra cielo e terra, per cui quel che avviene da una parte influenza quel che accade dall’altra, senza per questo cadere nella superstizione o nella “magia”. Che riprenda molta sapienza trattenuta nell’antica astrologia (del resto prima non era separata dall’astronomia propriamente detta), in una luce nuova.
Posso sbagliarmi, ma ho la sensazione che sia un’avventura ancora molto da percorrere.
Sarebbe bello dire, giunti a questo punto, che stiamo provando a farlo in AltraScienza, sarebbe bello ma penso un po’ troppo da spacconi, da esagerati, vista l’enormità del compito. Diciamo piuttosto, che proviamo a sintonizzarci su questa esigenza, a capire e vedere chi con più autorità e autorevolezza di noi, porta avanti in modo convincente questa istanza.
A volte puntare le antenne, è tutto ciò che serve. Ricercare un allineamento di forze, assecondare una strada che ci vien incontro, lasciarsi andare al fluire pacato delle stelle, delle galassie.
Soprattutto, direi, adesso. Soprattutto adesso.

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