Blog di Marco Castellani

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Dovrei comprare un iPad mini?

Deve essere così. Mi pare molto ovvio che alla Apple leggano questo piccolo blog. Sì, perché quello che sta per entrare in commercio, insieme con l’iPhone 13 e tante varie cose, è un iPad mini davvero interessante. Che appare un po’ come la risposta operativa a quanto si andava argomentando nel post precedente a questo.

Vado subito al dunque. Sono d’accordo con chi dice che nel recente evento Apple (che definirei uno spot di quasi un’ora e venti oggettivamente realizzato benissimo, tanto che ne vorrei riparlare) la parte più interessante è rappresentata proprio questo iPad mini. E mi sento anche di assecondare chi asserisce che tale arnese risulti totalmente interessante anche per chi (come lo scrivente) graviti da molto tempo prevalentemente nel mondo Android.

Caro Google, una mela non è una pera “strana”. Un tablet non è un telefono “grande”. 

Tra l’altro, nel momento in cui scrivo, il sondaggio promosso dal sito iMore su quale sia stato l’annuncio preferito nel recente evento Apple, appare decisamente a favore di iPad mini. Ma so che non avete tempo da perdere, quindi entriamo nel merito. Vorrei dire perché mi intriga questo nuovo piccolo iPad.

  • Le dimensioni. Come si è già detto, considero un tablet di queste dimensioni estremamente usabile, in un ampio assortimento di situazioni. Non sono un grande fan dei dispositivi con schermo intorno ai dieci pollici, non si tengono facilmente in mano, non ci leggi bene sul divano o sul letto (e nemmeno in bagno). Vanno meglio per lavorare, ma a quel punto passi direttamente al laptop o ti siedi e fai le cose per bene, con un vero computer.
  • La connessione USB-C. Finalmente. Per un utente Android non è una cosa da poco. Vuol dire un cavetto di meno in giro, perché finalmente (qui) Apple adotta quello che è da tempo lo standard, nel resto del mondo. Un solo cavetto. Una grande comodità (e finalmente anche Kindle sta arrivando alla USB-C, ma questa è un’altra storia). Sarebbe veramente ora che Apple abbandonasse Lightning al suo meritato riposo e adottasse USB-C in modo convinto e completo (come anche l’Europa chiede).
  • Ascolto stereo in modalità orizzontale. Era ora. Ho già parlato del posizionamento bizzarro degli altoparlanti su iPad, tutti sullo stesso lato (corto): all’atto pratico, vuol dire che se ti metti a vedere Netflix tutto il suono lo senti uscire da una parte sola, altro che effetto stereo. In questo piccolo iPad invece l’effetto stereo può essere apprezzato non solo in cuffia, perché gli altoparlanti sono posizionati sui lati corti, appunto per fruire di un ascolto stereo in modalità landscape. Sì, va bene, come il Mediapad M5 di cui dicevo, in effetti. Uscito nel 2018, va detto. Ma è una “innovazione” assai gradita qui.
  • Il sistema operativo iPad OS. Non è un sistema perfetto, a voler essere pignoli ci sono alcune cose che non mi entusiasmano. Però è un sistema ottimizzato per tablet, ed è comunque ben fatto (e tra poco vedremo la versione 15 come si comporta). Non ci sono altri sistemi analoghi. Dopo l’abbandono da parte di Microsoft del folle (ma intrigante) progetto di mettere Windows 8 anche sui sassi, e perdurante il plateale clamoroso disinteresse di Google verso il mondo dei tablet, iPadOS è in confortante controtendenza: bisogna ammettere che sono rimasti solo quelli di Apple a ritenere che un tablet non sia appena un grosso telefono. No, il tablet è un tablet, appena. E va pensato in modo specifico.

Complessivamente, un grande salto in avanti anche, diciamo, rispetto a certe ostinazioni che francamente ormai risultano poco comprensibili: anche la versione più recente di iPad, mantiene la connessione proprietaria Lightning – anche bella vecchiotta se vogliamo, visto che sta per raggiungere i dieci anni di età – e presenta stolidamente i due altoparlanti sul medesimo lato (corto) dell’apparecchio (a questo punto, perché ostinarsi realizzare un’uscita stereo sugli altoparlanti, non si capisce).

Ecco, direi che le ragioni per acquisire un iPad classico si concentrano necessariamente sul suo sistema operativo iPadOS, ovvero si acquista essenzialmente un ingresso nell’universo Apple (un po’ come per iPhone SE). Qui c’è poco da fare. Oltretutto sul lato hardware un iPad classico non è esattamente al top. Ha comunque senso, soprattutto se associato ad una tastiera e/o ad una Apple Pencil. Ti consente di fare parecchie cose (no, per Netflix, ti conviene infilare gli auricolari).

Tuttavia, le ragioni per acquistare un iPad mini, questo iPad mini, mi sembrano ben più consistenti, anche a fronte di una spesa richiesta significativamente maggiore. Per chi è a caccia di un buon tablet dalle dimensioni contenute, per come già si argomentava, non c’è una grande scelta. Huawei (da quanto si desume dallo store) sembra aver abbandonato il formato “otto e qualcosa”. Samsung lo occupa – al momento – solo con modelli decisamente economici, come Galaxy Tab A7 Lite oppure Galaxy Tab A, interessanti solo se uno deve spendere poco, certo non comparabili con iPad mini (o con il mio buon vecchio Mediapad M5).

Dunque a mio avviso iPad mini costituisce una opzione molto interessante, per chi cerca un tablet moderno di dimensioni contenute. Almeno fino a quando non verrà fuori un’alternativa credibile (nell’hardware e nel software di gestione) dal mondo Android. Il che purtroppo – almeno per la parte software – temo che non avverrà molto presto.

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Miglior tablet otto pollici 2021 (tipo)

Complice il tempo libero delle vacanze, ho iniziato una ricerca per capire, in prospettiva, se fosse il caso di sostituire il mio tablet Huawei MediaPad M5 (8.4 pollici) che potrebbe essere considerato non nuovissimo, visto che è stato acquistato a novembre del 2018 (per il mio compleanno). Dopotutto, due anni e mezzo abbondanti non sono pochi per un arnese elettronico, in tempi come questi.

Per completezza, devo dire che qualche tempo fa mi sono fatto tentare da un’offerta molto allettante, e mi sono concesso l’acquisto di un iPad (settima generazione) come potenziale sostituto al MediaPad M5, e anche per avere un punto di accesso al modo di vedere Apple, se mi capite (riguardo al quale risento di una forza di attrazione oscillante in modo periodico).

Tuttavia, senza nulla togliere all’iPad (che mi è ben servito per dei lavori specifici, e che attualmente usa perlopiù mia figlia con molto profitto), proprio in questa occasione ho realizzato quanto per me sia comodo il formato otto pollici (tipo). In particolare, come questo realizzi un compromesso veramente splendido tra uno schermo ampio e leggibile e una discreta portabilità.

Siamo d’accordo che un (tipo) otto pollici è la cosa migliore?

Un tablet (tipo) otto pollici te lo porti in giro come se nulla fosse. Se stai leggendo e non vuoi interrompere puoi portartelo perfino al bagno, senza apparire troppo eccentrico (personalmente, non riesco a trasportare in modo dignitoso/casual un dieci pollici nel bagno, non so voi). Per leggere libri – in mancanza del fido Kindle che certo realizza l’esperienza ottimale di lettura, o anche per gli ePub che il Kindle sdegnosamente rigetta – è diecimila volte meglio (fidatevi) di un dieci pollici. Play Book si esprime alla grande sul mio MediaPad. Hai voglia a portarti in giro un dieci pollici per leggere un libro: niente, non è pratico.

Ugualmente quando si tratta di riviste digitali. Lo schermo del MediaPad è quello giusto, non c’è niente da fare. Più piccolo è un fastidio leggere, più grande è un fastidio tenere il lettore in mano. Certo devo usare gli occhiali, come con una rivista cartacea (non invecchiano solo i tablet, bisogna serenamente ammetterlo). Ma qui la cosa è mitigata perché posso allargare un po’ la pagina. Questo per dire, che Readly è di casa sul mio MediaPad. Certo, ho provato Readly anche su iPad, ci mancherebbe. Molto bello, forse superiore come animazioni e transizioni (iPadOS contro Android Pie, il primo vince facile) che si godono sfogliando le varie riviste. Ma niente, scomodo leggere su un dieci pollici, alla fine. Almeno questa è la mia impressione, adesso (le mie impressioni, lo so bene, cambiano con il tempo).

Anche questo, il formato. Ho sempre avuto problemi a digerire il rapporto di dimensioni di MediaPad: fosse stato per me, l’avrei fatto più largo e meno alto. Così, esteticamente: un poco più chiatto. Invece con quel rapporto 16:10 sembra un grosso telefono, non un tablet. Ma quando si parla di vedere Netflix, beh appare semplicemente perfetto. Ah, ovviamente anche YouTube. Dunque, si capisce perché l’han fatto così.

E qui voglio spezzare una lancia sulla genialità dei tecnici Huawei di aver messo i due altoparlanti sui lati corti opposti, in modo che si posizionino alla perfezione quando guardi un video in modalità orizzontale (che è la cosa più ragionevole), restituendoti un suono stereo più che dignitoso. Ah, se vi viene da dire beh ma ce ci vuole forse non avete realizzato come sono dislocati gli altoparlanti di iPad. Ve lo lascio scoprire, come l’ho (amaramente) scoperto io. Se vi trovate un senso, perfavore scrivetelo nei commenti. Devo ancora capirlo.

Nel complesso, sui vantaggi e svantaggi degli otto pollici si possono spendere molte parole, ma alla fine è questione di gusti personali e di come viene usato lo strumento. A me piace che il MediaPad si possa portare in giro molto facilmente, per dire. Già l’iPad ha un ingombro diverso, e si vede.

Quindi da tutto questo sproloquio, avrete capito che un otto pollici (o se vogliamo, otto e un po’) non mi dispiace. Anzi. E quindi, dopo aver cercato su Ecosia best tablet 2021 e cose simili, e aver trovato sorprendentemente pochissimi modelli (tipo) otto pollici, ho raffinato la ricerca e ho tentato aggiungendo, appunto, la specifica degli otto pollici. Così, tanto per andare dritto al punto. Ci sono diversi siti che fanno le loro liste, tra cui WordofTablet (apprezzabilmente nel circuito di ricompense Brave), o anche Lifewire, ed inoltre mytabletguide oppure (in italiano) 10best ed anche AltroConsumo. E via di questo passo.

Qui casca l’asino (diciamo). Se verifico le specifiche di moltissimi di questi, anche usciti più di recente del mio, spesso mi scontro con modelli inferiori, in un senso o nell’altro. Le chiacchiere stanno a zero: difficile trovare modelli con oltre 4 GB di RAM e con risoluzione superiore a 2650 x 1600, appunto (avrete indovinato) le specifiche del MediaPad. Esistono ovviamente una miriade di tablet migliori – e ci mancherebbe altro che mancassero – ma praticamente sempre con il formato dieci pollici o più.

Certo un valido competitor è iPad mini (in verità un poco più piccolo, con i suoi 7.9 pollici di diagonale). Se guardo però la risoluzione, emerge che iPad vanta una griglia di 2048×1536 pixel, dunque inferiore al mio MediaPad. Certo la risoluzione non è tutta la faccendo (poi è vero, la creatura di Apple ha uno schermo più piccolo), ma passando da MediaPad ad iPad mini, sentirei di perdere qualcosa. In questi casi, conta soprattutto se uno vuole (ri)entrare nell’universo Apple, anche magari ad un prezzo un po’ elevato. C’è da capire se vale la pena, e questo è un discorso essenzialmente individuale.

Al di là del fatto che ho compreso – a distanza di anni, d’accordo – che con il MediaPad ho fatto un buon acquisto, è evidente che l’industria non punta molto sugli otto pollici. Non ci crede, non spera di poterci guadagnare abbastanza.

Il che per me rimane un grande mistero. Lo aggiungo allora ai misteri riguardanti lo sviluppo tecnologico, che ormai ce ne sono tanti. Perché la gente si è accanita per anni ad usare Internet Explorer quando era ormai un rottame capolavoro di bachi e maestro d’inscurezza e non adesione agli standard W3C, mentre emergevano già browser più sicuri ed addirittura con la navigazione a schede come Firefox, ad esempio. Oppure, perché VHS ha vinto contro Betamax, tecnicamente superiore (dice chi ci capisce).

Ed intanto mi tengo il mio MediaPad. Che certo, è rimasto ad Android Pie ma, con qualche ritocco e l’interfaccia così carina di Microsoft Launcher, al posto di quella di Huawei (ormai ferma, come è fermo il suo Android), tanto male non è.

E mi interrogo, di quando in quando, sui misteri dell’informatica.

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Android Go, cosa è essenziale (e cosa no)

Mi piace l’idea. Una versione di Android fatta apposta per dispositivi poco potenti. Android Go si presenta dichiaratamente per chi ha un telefonino non troppo performante. Il sistema operativo non è istallabile dall’utente ma dovrebbe arrivare con il telefonino stesso. Questo dà ai produttori, di fatto, una scelta tra che “livello” di sistema implementare, che non mi sembra affatto male.
Il punto di forza vero di Android, dovrebbe essere la sua flessibilità (Crediti: Google)

Chiaramente le animazione e tutto il “superfluo” è mantenuto all’osso nella versione Go, privilegiando le cose essenziali. In questo modo si può scegliere di comprare uno smartphone pagandolo a seconda dell’uso effettivo che si intende farne. Un appassionato di tecnologia estrema e una mamma di famiglia (o una nonna) avranno cose diverse da chiedere al proprio smartphone, faranno girare un numero di applicazioni molto differente e si disporranno fisiologicamente su richieste assai diverse. Non ha alcun senso far pagare 500 Euro per un telefonino a chi usa risorse per un quinto del suo prezzo. Quindi è bene che vi siano telefoni differenti e sistemi operativi sintonizzati con l’hardware.

Il mercato è (o dovrebbe essere) anche questo, rispetto per gli utenti. Il rispetto è usabilità, soprattutto. E intelligenza. In realtà, in effetti, la vera peculiarità di Android (rispetto a iOS) è il ventaglio estremamente ampio di dispositivi su cui viene istallato. Un telefono entry level di 100 Euro e uno top edge di 1500 Euro si differenziano in tutto, tranne che nel sistema operativo. Dunque è giusto anche rendere questo sistema più flessibile e granulare, per venire incontro alle diverse esigenze.

Un sistema operativo che rispetta l’hardware non spingendolo verso inutili fatiche si traduce nel rispetto per l’utente, recuperando un uso calibrato delle risorse, sapendo cosa è essenziale e cosa no.

Consapevolezza che è sempre particolarmente sfidante, e certo non solo in ambito tecnologico.

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Dovrei comprare un iPhone SE?

Stavo leggendo una interessante recensione del nuovo iPhone SE sull’ultimo numero di MacWorld. Ora, da una parte mi pare molto positivo che vi sia un iPhone abbordabile ad un prezzo meno che stellare, certamente lo è.
Leggo anche, sempre sulla stessa sapida recensione (a proposito, sul numero di giugno, che è appena arrivato in Readly), grandi cose del suo processore A13 di Apple. Bene, ottimo. E che, essendo un “nuovo” iPhone, in ogni caso, beneficerà per alcuni anni di tutti gli aggiornamenti di iOS, laddove (e questo è vero) per Android sulla stessa fascia di prezzo si “sganciano” relativamente presto dalla versione più recente del sistema operativo, ricevendo al più i doverosi aggiornamenti di sicurezza.
Quanto spendo, per metterci le mani sopra?
Però ci sono ancora diverse cose che non riesco ad elaborare, che secondo me inficiano un po’ l’appetibilità di questo iPhone “economico” (le virgolette sono d’obbligo, essendo il prezzo di partenza fissato sul sito di Apple a 499 Euro, con la dizione probabilmente opinabile, a meno di quello che pensi).
Cose che, non dico puntino a veri e propri difetti, ma sono istanze che alla mia valutazione appaiono un pochino, diciamo così, problematiche. Peraltro è ampiamente questione di gusti, di percezione soggettiva, perché si trovano agevolmente opinioni un po’ diverse, sui vari siti.
Uno, il display. Questo brillante display retina da 4.7‘’ proprio. Ma scusate, non è un po’ piccolo? Intendo, per gli standard attuali. Io posseggo un Samsung Galaxy A8 (del 2018) e ha un display di 5.6‘’ e ancora a volte mi pare piccolino. Non so se vorrei tornare ad un 4.7‘’, anche se con un brillante processore dietro, e il marchio della mela a garanzia. Non so, magari invece c’è chi vuole.

L’altra è la risoluzione. Anche qui confronto con quello che ho, tanto per rimanere sul concreto. L’iPhone SE “vanta” una risoluzione di 1334 x 750 pixel, il mio (che non è in alcun modo un Android di fascia alta) se la cava egregiamente con 2220 x 1080 pixel. Abbastanza di più, per un telefono che costa abbastanza di meno (e non è più certo un “nuovo modello”). Certo con lo schermo piccolo la risoluzione minore si nota meno, siamo d’accordo. Ma qualche dubbio mi rimane.
Il mio dubbio è insomma quello di sempre. Quando posso essere disposto a pagare per entrare (o rientrare) nel modo Apple di vedere le cose? Pagare 500 Euro per un iPhone piccolino, con risoluzione (indubbiamente) limitata, ha senso solo come acquisizione di un terminale che “dialoga” con il resto del mondo Apple. Ovvero, se ho un iMac ad esempio, o un iPad, la scelta indubbiamente porta alcuni vantaggi di maggiore compatibilità. Vantaggi a cui ognuno può dare il suo peso.
Con meno di 200 Euro (meno della metà del prezzo) posso prendere un Galaxy A40, anche lui 64 GB di memoria (ma estendibile), display 5.9‘’, risoluzione 2340 x 1080. Che quando lo accendi, ti si aggiorna (provato) ad Android 10.
Ovviamente sono in ambiente Android, in questo caso. Vuol dire che alcune app non le trovo, anche se la maggior parte esiste nei due ambienti, oramai.
Naturalmente ci sarebbero da fare comparazioni ben più articolate di quella che ho abbozzato io, molto limitata. Ma del resto, qui si appuntano solo alcune considerazioni, opinabilissime per carità. Alcuni spunti, diciamo.
Ma questa domanda, guardando l’iPhone SE, mi rimane addosso, per il momento. Quando sono disposto a pagare il biglietto di ammissione al mondo iOS? E collegata a questa, ovviamente: questo prezzo di appartenenza è in qualche modo giustificato, da un punto di vista meno emotivo?
Lo scopriremo solo vivendolo, diceva il poeta (cantore). Qui io direi, lo scoprirò solo indagando in me stesso, scrutando i miei desideri, cercando di comprendere, con pazienza, quanto sono “indotti” dal mercato, quanto sono compensazioni di altri desideri di ben altra possibile compiutezza, quanto sono autentiche scelte ben ponderate.
Tutte cose che alla fine, hanno ben poco a che fare con un telefonino…

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Sassi e luci, quella storia che continua…

Mi è venuto in mente così, di riprendere quel post, e agganciarci questo tema. E mi sono accorto, prima di tutto mi sono accorto, rileggendolo, come io non sia cambiato quasi per nulla, o meglio non sia cambiato nel mio nucleo di convinzioni di base e punti di vista, in questo caso su certe  specifiche interpretazioni del fatto tecnico. 
Sono sempre quello, insomma: il che può essere un bene o un male (devo ancora deciderlo). In ogni caso, sono sempre quello che ha scritto quel post del febbraio di sei anni fa. Forse mi sono evoluto un po’, speriamo. Comunque (se non altro) è l’argomento stesso che si è evoluto. E se nel 2012 bastava una lucina, per dare quel poco di informazione di base (molto, molto di base) ora la cosa può essere più elaborata, più completa, più sofisticata. Come ho imparato da poco. Ora c’è la funzionalità Always on Display.
E che io sappia, non c’è (ancora) nel mondo Apple. C’è chi la vuole, comunque. E giustamente. 
Che poi è logico, insomma. Cioè, che poi ormai non ci meravigliamo di nulla. Tipo, spendi più di mille euro per un telefono (che ci compravi un computer, nemmeno tanto male, con quella cifra), e poi ti ritrovi un qualcosa di bellissimo, moderno, avveniristico, sensazionale, mirabolante. 
Che quando non lo usi è come un sasso. 
Ovvero, è spento, chiuso, nero, zitto. Niente informazioni. 
E’ mirabolante quando lo stuzzichi, lo digiti, lo manopoli. Ci fai cose. 
Se lo lasci lì da solo, se lo lasci a sé stesso, quello niente. Si chiude in sé, non ti dice più nulla.
Schermo nero nero, niente. Come un sasso, davvero.
Un sasso non presenta un display ricco di informazioni… 
Cioè, riassumendo.  Uno spende mille euro e passa per avere un sasso, la maggior parte del tempo?

Non so. A me piace il mio Galaxy A8(2018) anche per questo, perché quando non fa nulla, in realtà fa sempre qualcosa. Se guardo lo schermo ricavo delle informazioni. Senza dover toccare niente. Senza nemmeno che sappia che sto rivolgendo la mia attenzione proprio a lui.

Insomma, un po’ come la antica lucina (che c’è ancora, non essendo appunto un iPhone che di queste luminarie non ne ha mai voluto sapere). Come lei, ma un po’ meglio. Perché mi porta un po’ più di informazione: oltre a sapere che c’è qualcosa di cui devo essere informato, mi dice anche che tipo di informazioni mi attendono.

Di che parla, un telefono in stand-by? 

Oltre a sapere che ore sono (che non fa mai male), infatti, mi presenta una lista delle applicazioni che hanno notifiche. Se aspetto un email importante, e sono in una riunione, posso evitare di riaccendere compulsivamente lo schermo del cellulare,  perché tanto  – non ci sono santi – se non compare l’icona della posta, vuol dire che il messaggio non è arrivato ancora (forse è il mittente che è in ritardo, chi lo sa). Sempre se aspetto questo ormai famoso email (sì, deve essere veramente importante), posso anche evitare di guardare ossessivamente il display per timore di non perdere l’istante in cui si attiva per segnalare l’arrivo del mail, per poi tornare al mutismo consueto (come dovrei fare, correggetemi se sbaglio, se possedessi un iPhone).

Sì, lo so, che vi domandate a questo punto, quanta batteria consumi. Avete ragione, ottima questione. E  beh, a quanto leggo, abbastanza poco, sui display AMOLED.

In realtà ho scoperto che può fare e mostrare anche altre cose, perché ci sono dei moduli installabili per modificare l’aspetto e le informazioni di questo Always on Display. E da quanto capisco, vi sono possibilità in queso senso anche per gli altri smartphone Android.

Peraltro, ho scoperto anche, che ho detto una cosa un po’ inesatta, in apertura.Sì, perché se andiamo a vedere bene, l’idea non è assolutamente nuova, anzi ha ben più di qualche anno.

Ma è tutt’altro che stagionata, concederete.

E che sia utile, beh questo lo sanno anche i sassi. 

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Microsoft ed Android, prove tecniche di convergenza

In questi tempi di progressioni furibonde e di convergenza sempre più spinta tra fisso e mobile, c’è una cosa che mi pare particolarmente degna di nota. Una cosa da seguire con attenzione, in questo  nostro piccolo laboratorio. Del resto, ogni ipotesi e schema di convergenza è interessante. E’ un allaccio di universi distinti, una strada di amicizia tra protocolli diversi. Un cammino che non è scontato a priori, ma è sempre una avventura.

Sappiamo bene della convergenza che è in atto da diversi anni, nell’interno del mondo Apple: chi ha un telefonino e un computer con il celebre marchio della mela morsicata, si trova piano piano a disporre di un ambiente integrato e sempre più omogeneo, con possibilità estesa di dialogo tra i vari apparecchi, con possibilità di riprendere il lavoro spostandosi da uno all’altro apparecchio, sincronizzazioni automatiche, e via di questo passo. Indubbiamente molto comodo.

Prove tecniche di convergenza (vabbè, con un po’ di cammino…) 

L’altro lato della faccenda, è che se ti capita di mettere un piede fuori da questo ecosistema, iniziano le difficoltà, cominciano i guai.

Se poniamo (non sia mai) ti risolvi a ritornare su Android, per il tuo smartphone, ma ti mantieni più o meno aderente ai dettami Apple in quando computer e/o portatile, devi certamente venire a patti con una prevedibile difficoltà di interfaccia, tra i due mondi. Per esempio, se colleghi il tuo Android al tuo iMac, non ti aspettare che avvengano cose particolarmente audaci.

Infatti, non accade nulla.

Certo, puoi montare Android File Transfer, così hai accesso ai file del tuo telefono, da computer. Ma in modo parecchio spartano, peraltro.

Ovviamente, se invece colleghi l’iPhone all’iMac, ti si apre un mondo. Sempre secondo quanto è stato già stabilito da altri, però. Esempio, il trasferimento della musica lo fai solo attraverso iTunes, altrimenti te lo scordi proprio. Il filesystem dell’iPhone è peggio della materia oscura, del resto: non lo vedi proprio, per quanto lo cerchi. Al di là di questo, che può piacere o no: indubbiamente l’ambiente ti viene incontro per facilitarti in quel che devi fare.

In questo contesto, è degno di nota lo sforzo di Microsoft la quale – dopo aver abbandonato il tentativo di sfondare con i suoi Windows Phone (chi ce l’ha ancora?) – si sta applicando seriamente per realizzare una convergenza virtuosa tra il sistema Windows e i telefoni Android. Le ultime notizie vanno sempre più in quella direzione, ed è francamente incoraggiante, per chi (come me) ha fatto da tempo la scelta di rientrare in Android e ora si trova anche felice possessore di un sistema Windows, il Surface 4.

L’obiettivo di una reale convergenza tra sistemi in linea di principio eterogenei – perché Google e Microsoft sono ovviamente due entità diverse – è reso più facile dalla plasticità intrinseca del sistema Android, in contrasto con il capillare controllo che invece Apple detiene sul suo sistema mobile (anche qui, pro e contro, non ci dilunghiamo).

Concretamente? Su Android posso cambiare launcher, se mi stanco di quello “della casa”. Posso scegliere tra varie possibilità, e cambiare secondo i miei gusti, o le mie risorse hardware. Questo lo dico ogni volta che un aficionado Apple (niente di male, lo sono stato anche io) inizia a magnificare la brillanza e l’omogeneità di iOS (la risposta ovvia che mi viene data, è “ma perché dovrei voler cambiare?”).

Niente, a me piace cambiare. Sopratutto mi piace la libertà di poterlo fare.

Tornando a noi, la mossa intelligente di Microsoft – che prende fiato proprio dalla architettura più aperta di Android – è quella di aver ideato e distribuito Arrow, un suo launcher, ovviamente progettato per rendere possibile questa convergenza. E’ da un po’ che lo uso sul mio glorioso Galaxy Note 3 e devo dire che, convergenze a parte, è realizzato molto bene e in modo intelligente. E’ facile configurarlo ed è un piacere usarlo.

E poi la convergenza comunque aumenta, aumenta ad ogni aggiornamento (e gli aggiornamenti sono parecchio frequenti), come si vede. Qui sotto, vedete come mi si presentavano le novità dell’aggiornamento più recente.

Così, mi piace e mi intriga questa ricerca di un ambiente comune per due entità in principio molto diverse (anzi, competitor), che trovano in questa convergenza, evidentemente, un mutuo vantaggio. Mi piace la scelta di Microsoft che, una volta accolta la sostanziale sconfitta del progetto Windows Phone, abbia imboccato una strada virtuosa e feconda: come dire, se non puoi batterli, allora fatteli amici. Se non puoi sconfiggerli, allora lavoraci insieme. 

E’ sostanzialmente  – al di là di ogni retorica – un approccio aperto, pensato per interfacciarsi con chi è diverso, massimizzando le possibilità di contatto, di scambio. Lavorando a smussare le differenze, o meglio, a fare sì che non siano ostative di un vero rapporto di scambio, di una reale interazione.

Al di là dei motivi squsitamente commerciali (le ditte sono ditte, non enti di beneficienza) che potremmo ci sono e pure potremmo analizzare, mi piace approfondire, capire questa attitudine.

Per  far questo, infatti, devo avere un atteggiamento aperto verso l’altro, devo assorbirne i caratteri, il modo di essere, e sintonizzarmi di conseguenza. Devo prima guardare, capire, assorbire l’altro. Uscendo fuori dai miei schemi. Ci vuole disponibilità, concretezza, anche molta umiltà.

Lungi dal demonizzare il mio avversario, del dire – o pensare – me ne frego (come purtroppo capita), mi aspetta un paziente lavoro di ricerca di punto di contatto. Mi aspetta un lavoro di inedita relazionalità, nell’interesse comune. Un lavoro, probabilmente, che trova un suo specifico accordo con le linee di forza dell’universo (azzardo, lo so, ma è bello pensare così), poiché alla fine l’universo non è altro che un sistema relazionale, come ci dice il fisico Antonio Bianconi.

Tutte cose su cui è interessante riflettere. Tutte cose utili, a ben pensarci, anche fuori dall’ambito di computer e telefonini. Anzi, se possibile, molto più utili e fecondi esattamente fuori da tale ambito. 

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iA Writer, scrivere fatto semplice

Scrivere senza distrazioni è probabilmente la frase più usata (ed abusata) per il software di scrittura al computer. Visto che il minimalismo va ancora abbastanza di moda, è sempre un lancio elegante ed efficace. Però questa volta direi che l’appellativo risulta abbastanza azzeccato.
iA Writer è la mia attuale opzione per quanto riguarda la scrittura creativa (racconti, poesie), per una serie di ragioni che accennerò in parte, se vorrete seguirmi.
Bisogna dire subito, è multipiattaforma. Esiste per OS X, iOS, Android e — tra pochissimo — anche per Windows. Dunque puoi veramente portare il tuo lavoro dappertutto, qualsiasi computer o tablet o telefonino tu stia portandoti appresso in un dato momento. Puoi iniziare con il MacBook, per dire, poi spostarti sul tablet e quando sei fuori casa, dare una ritoccatina alla tua opera usando lo smartphone.
Nella ricerca di ambienti adeguati di scrittura, ho fatto un viaggio abbastanza articolato, che è partito — tralasciando ora la preistoria — dall’infatuazione per Scrivener (sul quale ho compiuto tutta la lunga opera di revisione del romanzo Il ritorno), per muoversi poi su Ulysses, ed approdare infine a iA Writer. Provato quasi per caso, poi piano piano è maturato l’interesse e direi quasi la passione. Certo il passaggio da Ulysses a iA Writer — in particolare — non è stato facilissimo, perché abbandonare un ottimo software, con delle eccellenti caratteristiche, non è mai facile. Eppure l’esigenza di poter avere accesso alle mie cose anche sui dispositivi mobili Android, alla fine ha prevalso.
In questo, la scelta di Ulysses di passare ad un modello di business che prevede un abbonamento mensile, in luogo dell’acquisto del software, ha dato anche lui una mano, lo devo ammettere. Senza entrare adesso in accurate disanime dei vari modelli per finanziare uno sviluppo di software, direi solo, in questa sede, che non è un modello a cui io sia particolarmente affezionato. Ho già troppi abbonamenti (Netflix, Spotify…) per accollarmene un altro a cuor leggero.
Ed eccoci. Da diversi mesi uso iA Writer sia per la prosa che per le poesie. Certo, c’è da abituarsi al fatto che si deve lavorare in Markdown, che per i più — magari abituati a Word — può essere un attimino spiazzante. Eppure dopo un pochino ti ci abitui, e anzi inizi ad apprezzare il vantaggio indiscutibile di lavorare con file di puro testo, essenzialmente l’unico formato che rimane leggibile in un tempo abbastanza lungo (fatte salve le iscrizioni rupestri).
Il racconto Venti Passi su iA Writer, (a sinistra in formato Markdown, a destra il rendering)

Nel Markdown la formattazione è tenuta al minimo (l’idea è che pensi a quello che devi scrivere e rimandi gli abbellimenti per dopo), ed è integrata nel testo ASCII. Così se parti per la Luna un anno o due e poi torni, non è apri l’ultimo Word e scopri che i tuoi files non sono più leggibili. In linea di principio, un qualsiasi stupido editor di testo, te li presenta in formato leggibile.


Ok, vai. Se devi, vai… Ma hai salvato tutto in Markdown, prima di partire?

La qual cosa, mi piace.
E del resto, anche Ulysses sposava già la stessa filosofia. Avendo già sofferto il cambiamento all’uscita da Scrivener, ora soffro un po’ di meno.
La chiave di tutto — a mio modo di vederere-— è la possibilità di esportare in una ampia serie di formati: per terminare l’ultima parte di lavoro, dove sia necessario. Ad esempio, puoi esportare in formato Word e finire l’ultima revisione lì. Siamo pratici: è assai difficile che un editore — o una piattaforma di autopubblicazione — accolga i tuoi lavori redatti in uno splendido Markdown. Ti chiederanno piuttosto un “bel” file Word, se non magari un PDF.
Ed ecco il trucco.
Tutto il backstage (il 99% del lavoro) lo fai in Markdown, e poi l’ultimo ritocco lo apponi esportando in Word e sistemando quelle due o tre cosette (impaginazione, caratteri, etc…) di cui in fase creativa potevi tranquillamente non occuparti.
iA Writer ha di suo diverse caratteristiche comode ed interessanti (e anche qualcosa in meno di Ulysses), ma è inutile che vi faccia perdere tempo elencandole tutte. Le trovate nella loro pagina web (come è normale che sia).
La cosa che più mi piace, e che mi fa affrontare e superare anche qualche asprezza ancora presente nel software (esempio, una qualche differenza nel rendering del Markdown quando si usi un ambiente OS X rispetto alle applicazioni Android), è però qualcosa di più immateriale, se possibile, del software medesimo.
Ed è l’attitudine. La scelta del focus, se volete. Facciamo sempre questi due esempi, che sono uguali ed opposti, tanto per capire. iA Writer punta ad essere disponibile su ogni piattaforma (no, a parte il VIC 20, che ora ha un segmento di mercato abbastanza ridotto). In soldoni: c’è per OS X, iOS, Android e — ormai ci siamo — per Windows. Ulysses, per parte sua, si indirizza esclusivamente (e/o elitariamente…) al mondo Apple (OS X e iOS).
iA Writer con il suo sbarco su Windows rende — grazie al cielo!— anche il mio Surface 4 un attrezzo adeguato al mio lavoro di scrittore (suona alquanto pomposo, lo so, ma in fondo come bisogna chiamare uno che scrive?). E spazza via i piccoli residui di incertezza che ancora potevo avere, in caso li avessi avuti (forse sì, non è certo).

Solo Apple oppure Apple e resto del mondo? Niente di male o di esecrabile in entrambi i casi, ma è ovvio che tale scelta di fatto si ritaglia una porzione di mercato e specifici utenti, già di per sé. Se io mi trovo bene con il mio mix OS X + Android + Windows (Surface 4, appunto), è ovvio che Ulysses non potrà essere la mia prima opzione. Più articolato è il caso di chi si muove già dentro un ecosistema tutto Apple, in quel caso potrà scegliere solamente in base alle caratteristiche e al modello di business.

Ah, da non dimenticare. Per lavorare ovunque è necessario e sufficiente che il lavoro sia memorizzato sul cloud, come si dice oggi. iA Writer mi permette di appoggiare i files su Dropbox (o Google Drive) in modo di poterci accedere da qualsiasi dispositivo, in qualsiasi momento. E anche di sentirsi un po’ meno preoccupato del crollo randomico di qualche unità a disco, proprio nel momento in cui stai per mettere l’ultima parola sul manoscritto sul quale hai faticato per un congruo numero di mesi.
E’ un progetto attivamente sviluppato, e alcune nuove caratteristiche che stanno per essere implementate, me lo rendono ancora più piacevole.

Per cui, niente, la mia scelta è questa adesso.

Ora scusate, dovrei andare a scrivere.

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Nexus vs Ipad: leggere il Corriere

All’indomani del famoso e discusso KeyNote di Apple, dove sono stati presentati tra le altre cose il nuovo iPhone 6 e gli iWatch, ha iniziato a girare in rete un simpatico e assai impietoso confronto tra le caratteristiche hardware del nuovo melafonino e del Nexus 4, un modello di smartphone Android in commercio già dal 2012.

Iphone6 vs nexus4

Nonostante le perplessità che nutro per le novità presentate nel KeyNote, mi sento di dire che questo confronto è misleading, in buona sostanza. Giova ripeterlo: non è nelle caratteristiche hardware che si appoggia chi sceglie (consapevolmente) un prodotto Apple. Non è una novità che per avere l’hardware migliore – a parità di prezzo – di solito è meglio rivolgersi altrove.

Ho scelto l’iPhone non per l’hardware in se stesso: ho scelto l’iPhone – e l’iPad (l’ormai vetusto iPad 2) – per la eccellente integrazione di hardware e software. E per le caratteristiche di iOS. E per il software che ci gira sopra. E per come ci gira sopra (more on this later).

Perché il confronto è fuorviante? Per lo stesso motivo per cui non conta vantare i megapixel di una camera digitale come se da soli facessero la differenza. Facciamo un esempio che fa capire meglio l’errore. Un esempio che ho provato, diciamo, sulla mia pelle. E che potete divertirvi ripetere a casa vostra, come si dice, se disponete del materiale necessario.

Prendiamo il Corriere della Sera. O meglio, la sua app (per Android e iOS). Va bene, voi potreste preferire un altro giornale. Non vi preoccupate, non è questo il punto. Prendiamo dunque l’app del Corriere su due dispositivi diversi: l’iPad 2 e il Nexus 7  2013 (casualmente, quelli che sono in mio possesso).

Facciamo una ulteriore premessa. Doverosa. L’hardware del Nexus è oggettivamente superiore a quello dell’iPad 2. Basterà dire che l’iPad ha un processore Apple A5 1 GHz Dual Core mentre il Nexus incorpora un Qualcomm Snapdragon 600 donwcloccato a 1.5 GHz (quad core). D’altra parte è un modello molto più recente, il Nexus. Notare che incorpora l’ultimissima versione di Android.

Sembrerebbe dunque un confronto impari. Un modello di tablet del 2013 contro un modello del 2011. E intendiamoci: per molte cose in effetti il Nexus è decisamente più responsivo.

Poniamo però che uno acquisti il tablet anche (se non solo) per leggersi il giornale. E qui iniziano i guai. 

Facendo i confronti, la lettura del Corriere risulta estremamente più fluida sul vecchio iPad 2 che sul Nexus (provate, provate pure). Intendo, ovviamente, utilizzando l’applicazione ufficiale – aggiornata all’ultima versione – su entrambi i sistemi. Mentre sull’iPad tutte le operazioni di giro pagina, ingrandimento articolo, pinch to zoom sono sorprendentemente fluide, sul Nexus si riscontra subito come la risposta appaia fastidiosamente irregolare e percettibilmente “a scatti”. Di fatto la lettura diventa un processo irritante, per nulla naturale. Tutt’altra cosa sull’iPad. Sull’iPad vecchio, per intenderci.

Ora, questo è un caso particolare, di appena una applicazione.

Non vuol dimostrare nulla.

O forse sì. Una cosa la dimostra. Che la semplice contrapposizione dell’hardware – per qualche motivo che qui non approfondiamo – non spiega tutto. 

In breve: chi avesse comprato il Nexus per leggere il giornale, facendo il confronto dell’hardware, avrebbe fatto davvero un pessimo affare. 

Ora mi direte: ma l’app su Android non è matura, ma il processore grafico, ma questo e quello… Ma un domani…  

Ok, quello che volete. Ma il fatto resta: il Corriere si legge molto molto meglio su un iPad di tre anni fa, che sul Nexus dell’anno scorso. A voi capire perché.

Ma a me dichiarare  che questi confronti hardware lasciano – per buona parte – il tempo che trovano. 

Almeno per chi legge il corrierone.  

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