Il cosmo e la poesia (III)

Nel numero scorso, abbiamo sospeso la nostra riflessione su cosmo e poesia alludendo a quel mistero, che la poesia custodisce e difende. Credo valga la pena ripartire proprio da qui, perché è uno dei luoghi privilegiati dove poesia e studio del cosmo si possono davvero incontrare.

La parte di non essere è usualmente più libera, meno ingombrata, meno carica di pregiudizi e posizioni prese. Il vuoto del resto – la fisica moderna ce lo insegna – è tutt’altro che una zona morta, ma a guardarci bene è un pullulare di vita incredibile, un continuo zampillare di particelle che poi si annichilano rapidamente solo per riformarne altre, continuamente diverse, con mirabile abbondanza e ricchezza d’invenzione. Insomma, il vuoto quantistico è tutt’altro che vuoto, anzi è proprio il modo di intendere il vuoto una delle cose che più distingue la fisica moderna da quella classica. Da come guardi una mancanza, si capisce come guardi tutto, potremmo dire.

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I bizzarri limiti di Outlook per Windows

Sono ormai molti anni che ho a che fare con l’informatica (come potreste agilmente verificare raspando indietro in questo blog). Di conseguenza sono anni ed anni che ho a che fare con la posta elettronica. Fin da quando tale posta non viaggiava su Internet (che non c’era, o quasi) ma su rete Decnet, e ad essere raggiungibili (con tale sistema) erano solo le persone negli istituti scientifici. E ci si scriveva (prevalentemente) per motivi professionali, su terminali testuali, in monitor a fosfori verdi. Dovrei essere abituato un po’ a tutto, diciamo, per quanto riguarda lo scambio di corrispodenza digitale.

Immagine generata con Bing Creator

Eppure, certe cose mi creano ancora un (moderato) sconcerto. Per esempio, prendiamo Outlook, il famoso guardafuori, client email ufficiale di Microsoft.

Attualmente lo sto provando in ambiente Mac con una certa soddisfazione. Sì, perché Microsoft ha preso da tempo la sana abitudine di rendere disponibili molti dei suoi applicativi anche in ambiente Apple.

Fatemi subito dire, viste le premesse, ci si aspetterebbe che la versione d’eccellenza di un programma Microsoft sia quella che gira proprio su Windows, essendo il sistema operativo proprietario della ditta medesima. Nella eventualità in cui le versioni su diversi sistemi operativi arrivino all’utente finale, con caratteristiche diverse.

Che così accada in questo caso, è assai semplice verificarlo. Basta scaricare Outlook (che ora è gratis) su un Mac e su un PC per accorgersene. Che sia però vera l’assunzione che ho appena ipotizzato, beh è tutta un’altra storia. Come ho imparato quando, preso dall’entusiasmo per la validità e anche la bellezza del client Outlook per il Mac, ho voluto subito istallarlo anche sul mio portatile Windows.

E lì c’è stata la doccia fredda.

Perché i due Outlook – a dispetto del medesimo nome – sono diversi, ma diversi anche in faccende che per me sono diventate irrinunciabili in un client email, come la casella di posta unificata. Avrete capito, ma in breve, è quella prerogativa del programma, per cui se hai varie caselle di posta (e chi non le ha, magari una privata, una per il lavoro, una per le mailing list), puoi scegliere di vedere la nuova posta sia casella per casella, sia in una vista unificata, per avere tutto comodamente sotto controllo.

La casella di posta unificata ormai è di casa su tutti i programmi moderni per la posta, inclusi quelli per cellulari e tablet. Non solo ce l’ha Apple Mail, ma ce l’ha Thunderbird, ce l’ha l’ottimo Vivaldi Mail, eccetera (si potrebbe andare avanti parecchio).

E infatti, come ci si potrebbe aspettare, ce l’ha anche Outlook. Ma attenzione, quello per OS X. Quello per Android. Quello per Windows, invece no.

Ora, questa cosa è piuttosto difficile da digerire, ed infatti non ci volevo credere e dunque ci ho messo un bel po’ di tempo smanettando su Windows per attivare questa posta unificata che, in effetti, non c’è. Come si vede nel prontuario delle differenze, diligentemente compilato dalla Microsoft, al quale mi sono dovuto arrendere.

Chiaro e tondo…

Ad aumentare la stranezza della cosa, va detto che perfino l’oltremodo spartano programma Posta – di default sulle istallazioni Windows fino a ieri – aveva questa caratteristica. Ora Windows sta spingendo ad abbandonare quel programma (che infatti verrà presto dismesso) per adottare Outlook, al suo posto. Il quale, al proposito, viene pomposamente definito il futuro di Posta, Calendario e Persone. Roba forte, no? Il quale futuro però – almeno al presente – non ha la posta unificata.

Nonostante questo, lo stanno spingendo parecchio. Con tanto di video pubblicitari (qui sotto) e di pagine dedicate

A questo punto sorge inevitabile la domanda, ma perché? È così difficile implementarla, questa posta unificata? E se c’era nel vecchio programma Posta? E perché la devo perdere, questa possibilità? Al momento, mi tocca ricorrere ad un altro programma di posta, se la considero irrinunciabile.

Insomma, se c’è una logica in tutto ciò, questa logica, al momento, posso dire che mi sfugge.

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Attraversare portali

Bella ed appassionante la conversazione di ieri pomeriggio con Gloria Ferrari, intriganti le domande e allo stesso tempo aperte. Domande in cui potevo mettere me stesso, nella misura esatta in cui lo desideravo. E piano piano, parlando, mi veniva naturale – anche per il tono accogliente dell’intervistatrice – mettere di più me stesso in quel che dicevo.

Davvero, raccontando qualcosa racconti comunque la tua storia. Se racconti con passione, racconti non tanto e non solo del cosmo, delle galassie, del Big Bang, dell’energia e della materia oscura, dei pianeti e delle stelle, ma racconti comunque di te. Nella misura in cui questo universo ti è entrato nel sangue (e più ne parli più ti entra nel sangue), raccontandolo racconti la tua storia. E non puoi fare altro, in fondo.


Poiché l’universo è fatto di storie, ognuno ha semplicemente la sua storia da raccontare, diversissima da quella degli altri. Forse uno guarisce accogliendo il fatto che la sua storia è realmente unica, lasciando perdere di copiare gli altri, rilassando quel desiderio distorto di uniformarci che, comunque, non ci salverà la vita.

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A Grosseto, cercando l’umano

Così è andata, come si era detto. Ma anche meglio, molto meglio di come si era pensato. La mattina di venerdì 22 marzo io e Paola siamo saliti in macchina, destinazione Grosseto. Con noi c’era Anita, come previsto. C’era con i libri, c’era nei racconti (le sue chiacchierate con Laura, la mamma astrofisica di professione), c’era nella mia testa con l’idea della sua esistenza, nell’ambito spaziotemporale del fantastico, certo. Un ambito quanto mai impattante sul reale, dunque un ambito – per farla breve – reale. Se infatti – da un punto di vista fisico – ciò che esiste è ciò che manifesta effetti nel presente universo, l’immaginario esiste, c’è poco altro da dire.

Disquisizioni a parte, è stata una giornata piena quella del 22 marzo a Grosseto. Per tutti quanti, sia per gli abitanti dello spazio che chiamiamo reale, sia per quella tipetta dello spazio che ci piace definire immaginario.

La mattina, poco dopo essere arrivati a Grosseto, un paio d’ore a parlare di Anita e la Luna, perché sapete, questa ragazzetta curiosa ha da dire la sua anche sul nostro satellite, ci mancherebbe. E anche su quello, ha tantissime domande. Come tante domande – grazie anche al lavoro preparatorio degli ottimi insegnanti – hanno fatto i ragazzi della scuola media Madonna delle Grazie, tanto che nella mattinata non si è parlato appena della Luna, ma del cosmo, dei buchi neri, delle sonde Voyager, del destino dell’universo… e non ci si sarebbe fermati mai!

La curiosità allegra di questi ragazzi, di queste stelle in formazione, del resto, è qualcosa che è di insegnamento per me adulto: il contatto con loro è un mutuo scambio, perché se io posso forse insegnare qualcosa sul cosmo, loro certo insegnano molto su come ritornare a vivere in modo autentico dentro questo cosmo che descrivo loro, cioè con curiosità allegria e voglia di fare. Ed può sembrare buffo che io adulto debba tornare ad impararlo, ad impararlo da loro, ma è così. E sono contento, che sia così. Che salire in cattedra sia anche uno scendere da certi propri inutili piedistalli interiori. Cose che fanno bene, ogni tanto.

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