In questi giorni mi tornava in mente la coincidenza. Due canzoni che si chiamano allo stesso modo, due canzoni diversissime. Due canzoni dedicate alla medesima persona. Francesco Guccini, morto alcuni giorni fa.
Francesco, di cui ho amato – ed amo – moltissime canzoni, colonna sonora importante dei miei anni. A quanto ricordo, fu Francesco il primo artista in assoluto che ascoltai in concerto dal vivo. Ero appena un ragazzetto, forse facevo addirittura le medie. Con un compagno di scuola andai a sentirlo all’ex mattatoio di Roma. All’aperto, in una serata magica, tre ore filate di musica e parole. Con il proverbiale fiaschetto di vino, appoggiato a terra.
Troppe cose lascia aperte una morte, in un artista (penso anche a Fabrizio De André ora). E’ curioso, qualcosa comunque si ostina a non morire, qualcosa rivendica una immortalità ostinata. Qualcosa che va oltre la persona fisica, fragilissima, che può scomparire ad ogni istante. Il paradosso scandaloso dell’arte, forse. Tu muori ma quello che hai scritto, hai cantato, hai dipinto, rimane ed è un segno perenne, costante. Con cui fare i conti ogni giorno. Se qualcosa ti ha toccato il cuore quello rimane, perché ogni cosa che tocca il cuore è immortale. Come fa a morire veramente Beethoven, come fa a morire davvero Van Gogh? Non sono, a volte, più presenti di tante persone – tecnicamente – vive?

Nei giorni scorsi – come tutti – ho visto articoli su Francesco susseguirsi sui vari media. Tante analisi, aneddoti, interviste a chi l’ha conosciuto. E sempre mi torna in mente questo fatto curioso delle due canzoni, dallo stesso titolo. Che gettano luce su Francesco da punti di vista diversissimi, perché poi una persona non è mai inquadrabile in modo statico, non è mai definibile in modo stazionario (come l’universo, che stazionario non è, secondo il paradigma moderno). La persona, cambia a seconda dell’angolo da cui la osservi. La persona non è una quantità fissa di informazioni che puoi memorizzare e catalogare. La persona viva non la puoi inquadrare, fermare in un giudizio: il momento dopo può produrre una tale diversità rispetto al quadro che hai costruito, che devi rifare tutto. Può uscire sempre dal vestito che le hai cucito addosso.
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