Stardust

Lo spazio, gli strumenti, il calcolo, la meraviglia. Le storie.

Taccuino di un astronomo vulnerabile

E ogni tanto bisogna pur parlarne, di Tumblr. Possiedo un mio Tumblr personale da molto tempo. Tumblr è fantastico, ha una sua forza tranquilla assolutamente invidiabile.

Nel tempo, ha visto sorgere e morire innumerevoli servizi più o meno simili (molto simile era Posterous ad esempio, anch’esso ormai bello che defunto). E invece lui, lanciato nell’ormai lontano 2007, è ancora vivo e vegeto: quasi venti anni di attività ininterrotta, non è poco nell’universo turbolento di Internet.

Tecnicamente è un tumblelog, che vuol dire (prelevo pari pari dalla voce di Wikipedia),

è un tipo di sito web, variante del blog, la cui caratteristica principale consiste nella brevità dei contenuti testuali arricchiti da altri elementi multimediali, differentemente dai lunghi editoriali frequentemente associati ai blog.

Come ho scritto più volte, ho avuto il privilegio di veder nascere Internet. Ho assistito al suo venir su secondo il semplice paradigma degli ipertesti (e già era una cosa che ci sembrava incredibile) e poi – con l’avanzare lento ma inesorabile dei linguaggi per il web e della velocità di trasferimento dati – specializzarsi in mille servizi. Da entusiasta, ne ho provati tantissimi. Di alcuni mi sono anche molto affezionato, tanto da provare un vero senso di perdita quando sono stati spenti (uno era sicuramente Quaiku).

“Osservatore sotto la Via Lattea”, elaborazione dell’Autore via chatGPT

Non ci avevo mai fatto caso fino al momento di scrivere questo pezzo, ma sono planato su Tumblr a distanza di pochi mesi dal suo lancio, come testimonia il classico post di prova. Da allora, l’ho usato in modo intermittente, poiché il mio atteggiamento è passato più volte dall’entusiasmo assoluto all’indifferenza quasi totale. Magari ero preso da qualche altro servizio nuovissimo e mi ci perdevo a sistemarlo e configurarlo… per poi scoprire una bella mattina che era stato chiuso e tutte le mie ottimizzazioni si erano improvvisamente dissolte nel vuoto cosmico.

E non soltanto.

Loading

Una pillolina astronomica (ritornare in cura)

Non è affatto la prima volta che mi viene in mente. Anzi. Diverse volte ho provato a mettere in pratica questa mia idea fissa, di dare forma a delle pilloline astronomiche da somministrare via Internet (in qualche sito o social) a cadenza periodica. Tale idea, che mi torna in mente in modo assiduo, è anche indotta dalla sensazione di essere tutti quanti, almeno un poco, preda di false concezioni. Cose pesanti, pensieri faticosi, che possiamo lasciar andare. Nel merito: non c’è bisogno di digerire grossi tomi di teorie astronomiche per godere del cielo sopra di noi, non è necessario sudare sui libri per stupirsi.

Un momento. Non sto dicendo certo che studiare sia inutile. Studiare è fondamentale per acquisire una conoscenza articolata in un dato campo, qualsiasi esso sia. Conoscenza a sua volta indispensabile qualora si desideri lavorare in quel campo, portare il proprio contributo, proporre la propria visione delle cose, dei problemi.

Elaborazione dell’Autore via Copilot Designer di Microsoft

Però la storia del cielo e dei suoi protagonisti (scienziati, astronauti…) si può anche assorbire un poco alla volta, quasi in modo omeopatico. Se non si hanno obblighi lavorativi, in questo senso, certamente si può fare. Per dire, si può scrollare Instagram due minuti di meno (che poi, da buon boomer io ancora non ho capito bene come funziona davvero, questo Instagram, tra storie, caroselli e cose del genere), apprendere qualcosa che poi magari ci spingerà ad approfondimenti, a letture più articolate. Oppure solo rimarrà lì, nella mente, come piccolo arricchimento. O perfino, qualcosa da citare all’occorrenza, già solo per fare bella figura!

Rispetto a miei precedenti tentativi (ripenso ad uno di dieci anni fa), peraltro, qualcosa è cambiato. Anzi, molto è cambiato.

Loading

Ho visto Grace volare

Non ho resistito, per il titolo di questo post ho scelto di parafrasare il titolo di una stupenda canzone contenuta nell’ultimo disco di Fabrizio De André, Anime Salve, ovvero Ho visto Nina volare. Ma se mi fermo a parlare di De André non ne usciamo che dopo molte centinaia di parole, ora invece desidero dedicarmi al lancio del Nancy Grace Roman Telescope (sul perché del nome è uscito un articolino sul canale Telegram Qui Universo).

E allargare un po’ lo sguardo, ma dopo.

Perché l’ho proprio visto volare, come molti di voi che state leggendo. Era appena domenica scorsa, verso l’ora di pranzo. Mi sono collegato un’oretta prima e – dopo qualche giro per YouTube, tra le varie offerte – ho scelto la diretta di Adrian Fartade.

Anche se è da solo, Adrian è veramente bravo, conosce indubbiamente un sacco di cose, risponde regolarmente alle domande che gli arrivano in chat. A proposito di questo, sono rimasto sinceramente ammirato dalla pazienza che ha sempre mostrato nel rispondere – magari sinteticamente – anche a domande livello zero, che presuppongono che uno si sia collegato quasi per caso. Tipo, magari a pochi minuti dal lancio, mi sono perso, che cosa sta per partire? oppure a che serve questo telescopio?. Domanda alle quali – se guardate il video vi rendete conto – lui non risponde mai ah l’ho già detto ma accoglie tutti con una vera risposta, con lodevole pazienza.

Loading

Al via il Roman Nancy Grey Telescope

Così, finalmente il Telescopio Spaziale Nancy Grace Roman sta per guadagnare la sua via allo spazio. Verrà lanciato – se tutto va come previsto – domenica 30 agosto alle 11:26 UTC (che se non sbaglio dovrebbero essere da noi le 13:26) per viaggiare fino al Punto Lagrangiano 2 (L2), a più di un milione e mezzo di chilometri da Terra (proprio dove fu spedito Gaia, a suo tempo). L2 rappresenta una posizione gravitazionalmente stabile che gli permetterà di osservare l’universo senza interferenze atmosferiche.

Il vettore di lancio è il razzo Falcon Heavy di SpaceX. Il luogo di lancio è il Centro Spaziale Kennedy, in Florida.

Facile prevedere che il Roman Space Telescope aprirà una nuova fase della cosmologia osservativa: grazie alle sue esplorazioni infrarosse ad ampio campo, potrà mappare miliardi di galassie e misurare con precisione l’espansione cosmica, indagando la natura dell’energia oscura.

Le sue osservazioni permetteranno anche di tracciare la distribuzione della materia oscura attraverso lenti gravitazionali deboli, rivelando come questa componente invisibile modella la struttura dell’universo su larga scala. E magari – speriamo proprio – aiutandoci a capire un po’, di cosa si tratta veramente.

Loading

Canzone per Francesco

In questi giorni mi tornava in mente la coincidenza. Due canzoni che si chiamano allo stesso modo, due canzoni diversissime. Due canzoni dedicate alla medesima persona. Francesco Guccini, morto alcuni giorni fa.

Francesco, di cui ho amato – ed amo – moltissime canzoni, colonna sonora importante dei miei anni. A quanto ricordo, fu Francesco il primo artista in assoluto che ascoltai in concerto dal vivo. Ero appena un ragazzetto, forse facevo addirittura le medie. Con un compagno di scuola andai a sentirlo all’ex mattatoio di Roma. All’aperto, in una serata magica, tre ore filate di musica e parole. Con il proverbiale fiaschetto di vino, appoggiato a terra.

Troppe cose lascia aperte una morte, in un artista (penso anche a Fabrizio De André ora). E’ curioso, qualcosa comunque si ostina a non morire, qualcosa rivendica una immortalità ostinata. Qualcosa che va oltre la persona fisica, fragilissima, che può scomparire ad ogni istante. Il paradosso scandaloso dell’arte, forse. Tu muori ma quello che hai scritto, hai cantato, hai dipinto, rimane ed è un segno perenne, costante. Con cui fare i conti ogni giorno. Se qualcosa ti ha toccato il cuore quello rimane, perché ogni cosa che tocca il cuore è immortale. Come fa a morire veramente Beethoven, come fa a morire davvero Van Gogh? Non sono, a volte, più presenti di tante persone – tecnicamente – vive?

Guccini insieme a Fabrizio De André (pubblico dominio)

Nei giorni scorsi – come tutti – ho visto articoli su Francesco susseguirsi sui vari media. Tante analisi, aneddoti, interviste a chi l’ha conosciuto. E sempre mi torna in mente questo fatto curioso delle due canzoni, dallo stesso titolo. Che gettano luce su Francesco da punti di vista diversissimi, perché poi una persona non è mai inquadrabile in modo statico, non è mai definibile in modo stazionario (come l’universo, che stazionario non è, secondo il paradigma moderno). La persona, cambia a seconda dell’angolo da cui la osservi. La persona non è una quantità fissa di informazioni che puoi memorizzare e catalogare. La persona viva non la puoi inquadrare, fermare in un giudizio: il momento dopo può produrre una tale diversità rispetto al quadro che hai costruito, che devi rifare tutto. Può uscire sempre dal vestito che le hai cucito addosso.

Loading

Un Bing Bang per le Voyager

Può capitare di rimanere a corto di energia. A tutti capita, per carità. Ma se viaggi nel cosmo da 49 anni senza mai fare rifornimento, la cosa diventa ancora più comprensibile.

E’ il caso delle sonde Voyager, sonde gemelle di cui ho spesso scritto, per la grande ammirazione che ho verso queste due dimostrazioni splendenti dell’ingegno umano, straordinario quando si applica a cose positive come la conoscenza del cosmo. Le sonde – roba anni Settanta del secolo scorso – sono attive a dispetto di ogni previsione iniziale, poiché erano calibrate per funzionare (ragionevolmente) appena pochi anni.

Una immagine artistica di una delle sonde Voyager (Crediti: NASA)

Voyager 2 in particolare sfiorò i pianeti giganti Giove e Saturno. Poi i tecnici si resero conto che sfruttando un allineamento planetario abbastanza raro potevano farla proseguire verso Urano e Nettuno, e così accadde. Di fatto, la maggior parte della informazioni che oggi abbiamo su questi pianeti proviene proprio dalla Voyager 2, unica finora ad avere compiuto passaggio ravvicinati a questi due ambienti. E lanciata, come le gemella, nell’ormai lontano 1977.

Loading

Albion, il rivoluzionario tranquillo

Per gran parte del Novecento, il Sistema Solare sembrava finire in un punto preciso: poco oltre l’orbita di Nettuno, dove Plutone appariva come un corpo solitario in esilio. Un pianeta minuscolo, inclinato, eccentrico, difficile da classificare. Per decenni abbiamo immaginato che oltre di lui ci fosse solo silenzio, comete di passaggio. E buio cosmico. Per decenni, il Sistema Solare è stato il luogo dove non ci si potevano attendere particolari sorprese. Alla fine, ci andava bene così, lo potevamo capire così. Non eravamo pronti per altro, da questo.

Ma le cose non rimangono sempre uguali a sé stesse. Anzi, non lo fanno mai. Guardando attentamente, si scopre sempre che le cose non sono mai così statiche. Guardare è far esistere le cose, in un certo modo. Guardare è sempre l’inizio di una possibile rivoluzione.

Infatti, nel 1992, qualcosa è cambiato.

In una serie di immagini raccolte all’Osservatorio di Mauna Kea, due astronomi – David Jewitt e Jane Luu – notano un punto di luce che si muove con particolare lentezza. Non è un asteroide, non una cometa, non è nemmeno un pianeta. Rappresenta qualcosa di diverso: un corpo che orbita oltre Nettuno. Stabile, piccolo, ma presente.

Lo chiamano con la sigla 1992 QB₁.
Oggi lo conosciamo più familiarmente come Albion.

Nel circoletto, Albion (immagine acquisita presso l’European Southern Observatory nel 1992, poco dopo la scoperta).

Albion, scoperto proprio ad agosto, è stato il primo oggetto della Fascia di Kuiper mai riconosciuto come tale. Il primo segnale che Plutone non è un’eccezione, ma il componente più grande di una popolazione molto vasta e molto antica.

Loading

Sognare, ancora

E’ da pochi giorni online la nuova puntata del podcast INAF Tra le righe del cielo. Con Elisa, siamo arrivati alla quinta puntata, che dedichiamo ad un tema fondamentale, di cosa sono fatti i sogni?

Il programma è molto ricco, tanto che ci siamo trovati a dover escludere alcune cose che pure ci erano venute in mente (i nostri brogliacci di lavoro, a seguirli tutti, ci condurrebbero ad episodi di diverse ore). Ma il rischio di fare una puntata troppo lunga stavolta era davvero concreto, perché su argomenti come questi, non ci si fermerebbe mai.Lo sentiamo tutti, è veramente importante ritornare a pensare al sogno, al desiderio. Così abbiamo decantato, strappando via anche a fatica, provando a dire l’essenziale. Attraversando, come nostro solito, saggi ed opere letterarie.

L’urgenza che avverto, è forte. Il rischio che corriamo è quello di vivere una sorta di esistenza minore, alla giornata. Navi ben attrezzate e lucidate, che hanno paura di uscire dal porto. Cantava Angelo Branduardi (uno dei miei musici preferiti, da sempre) in Domenica e Lunedì

È la vita che se va
Se ne va
Dura solo il tempo di un gioco;
Se ne va
Non sprecatela in sogni da poco

In un certo senso, proprio perché la vita è limitata, i sogni non devono avere troppi limiti. Dobbiamo lasciare un’impronta. Lascia traccia, raccomandava Josemaria Escrivà de Balaguer nelle primissime righe del suo famoso Cammino.

Che paura ci spinge a non sognare più? Cosa limita il nostro desiderio? E poi, venendo al nostro ambito, cosa ci spinge a credere che il desiderio non c’entri con la scienza? Su questo, certo, abbiamo le nostre opinioni.

Io ho voluto fare un gioco – che spero di ripetere per le prossime puntate del podcast – ed invece di annoiarvi con le mie elucubrazioni, ho chiesto alla mia amica e collega Elisa, saggia e frizzante compagna di podcast, cosa pensa di queste faccende, proponendole due domande un poco provocatorie.

Loading

Page 1 of 467

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén