Stardust

Blog di Marco Castellani

Quasi da arrestare

Lo scrivo perché non trovo più con chi parlarne, senza che mi tiri appresso qualcosa. Ho provato un po’ ingenuamente a parlarne in casa, tempo fa. Lo sai che è uscita la demo dell’inizio di Tubular Bells 4? Bella… però peccato che Mike si sia ritirato, pare che non la completi…

E intanto uno si aspetta, che ne so, una certa partecipazione al dolore. Sì perché è un dolore, certo non comparabile con altri dolori più forti, per carità. Però è un dolore. Nel senso che uno sente un gusto, un sapore di qualcosa, ma non può proseguire, rimane appunto un accenno. Si incammina su una strada bella, alberata, con tante cose da guardare lungo il cammino. E poi, alla prima curva, quando si aspetta un cambio di panorama, si trova davanti un segnale di STOP. Proprio quando uno avrebbe voglia di saperne di più, di entrare meglio nella faccenda.

C’è quel tanto che basta per farti dire ok, mi interessa, mi piace, vediamo… ma poi niente, non vedi niente. Rimani lì. Rimani in demo.

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Il cosmo e la poesia (IV)

Alle volte sono le poesie, che ci aiutano. Ci aiutano a capire, a capire in che mondo siamo, in che universo stiamo vivendo. Ci aiutano a comprendere in che universo scegliamo di vivere, momento per momento. Sono intrinsecamente cosmologiche, le poesie.

Immagine creata con Copilot Designer di Bing

Del resto, la scelta è affidata – sempre e di nuovo – alla nostra libertà. Possiamo sempre e comunque transire di universo, passando da spazi privi di senso e senza speranza ad ambienti cosmici finalmente intrisi di significato, orientati ad un fine. Ambienti dove tutto  —  perfino il nostro dolore  —  acquista un suo peso specifico, una sua dignità di valore, adeguandosi, aderendo al campo di onde generato da quella data finalità, da quel principio d’ordine. Possiamo addirittura lasciarci sprofondare dentro un buco nero sapendo che non è la fine, ne usciremo attraverso un buco bianco, in questo o un altro universo (di pensieri, sensazioni). Sarà certo doloroso, perché è sempre doloroso lasciar indietro quel che non serve più. Doloroso ma necessario, per rinascere.

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Il supermassiccio più celebre

Messier 87 è una galassia ellittica molto brillante, ben famosa per ospitare il primo buco nero ad essere mai stato fotografato: la celebre foto fu pubblicata il 10 aprile 2019, realizzata ad opera della collaborazione Event Horizon Telescope (EHT, in breve). Anche se la sua esistenza, ben nota già da prima era stata ipotizzata già nel finire dello scorso millennio.

Un ben noto supermassiccio…
(Credit: NASAJPL-CaltechEvent Horizon Telescope Collaboration)

Ne ragionai a suo tempo sul blog Darsi Pace

Vediamo qualcosa che non si era mai visto, che non si pensava forse di poter mai vedere. Riusciamo ad avere una immagine di un oggetto enorme, smisurato e terribilmente lontano. Un oggetto che appartiene ad una classe, appunto, d’improvviso sbalzata fuori dalle ipotesi più ardite del pensiero, per coagularsi nella densità solida del reale (…) E questo universo si sta mettendo in relazione con noi, in modalità assolutamente sorprendenti. Tanto più quanto più ci mostriamo aperti. Lavorare alla nostra apertura, allora, al superamento – lentissimo e faticoso, ma possibile – degli strati di separazione e chiusura, non è affatto una occupazione egoistica o un passatempo come un altro: è al contrario disporsi di fronte al cosmo nell’attitudine più adatta, più adeguata, ad una ricezione nuova, per imparare a danzare in fase con quel moto di rivoluzione che può veramente (e allegramente) sovvertire l’ordine dominante nel cosmo.

L’occasione per tornare in argomento è data da questa interessante composizione di immagini che è apparsa pochi giorni fa su APOD.

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Il cosmo e la poesia (III)

Nel numero scorso, abbiamo sospeso la nostra riflessione su cosmo e poesia alludendo a quel mistero, che la poesia custodisce e difende. Credo valga la pena ripartire proprio da qui, perché è uno dei luoghi privilegiati dove poesia e studio del cosmo si possono davvero incontrare.

La parte di non essere è usualmente più libera, meno ingombrata, meno carica di pregiudizi e posizioni prese. Il vuoto del resto – la fisica moderna ce lo insegna – è tutt’altro che una zona morta, ma a guardarci bene è un pullulare di vita incredibile, un continuo zampillare di particelle che poi si annichilano rapidamente solo per riformarne altre, continuamente diverse, con mirabile abbondanza e ricchezza d’invenzione. Insomma, il vuoto quantistico è tutt’altro che vuoto, anzi è proprio il modo di intendere il vuoto una delle cose che più distingue la fisica moderna da quella classica. Da come guardi una mancanza, si capisce come guardi tutto, potremmo dire.

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Attraversare portali

Bella ed appassionante la conversazione di ieri pomeriggio con Gloria Ferrari, intriganti le domande e allo stesso tempo aperte. Domande in cui potevo mettere me stesso, nella misura esatta in cui lo desideravo. E piano piano, parlando, mi veniva naturale – anche per il tono accogliente dell’intervistatrice – mettere di più me stesso in quel che dicevo.

Davvero, raccontando qualcosa racconti comunque la tua storia. Se racconti con passione, racconti non tanto e non solo del cosmo, delle galassie, del Big Bang, dell’energia e della materia oscura, dei pianeti e delle stelle, ma racconti comunque di te. Nella misura in cui questo universo ti è entrato nel sangue (e più ne parli più ti entra nel sangue), raccontandolo racconti la tua storia. E non puoi fare altro, in fondo.


Poiché l’universo è fatto di storie, ognuno ha semplicemente la sua storia da raccontare, diversissima da quella degli altri. Forse uno guarisce accogliendo il fatto che la sua storia è realmente unica, lasciando perdere di copiare gli altri, rilassando quel desiderio distorto di uniformarci che, comunque, non ci salverà la vita.

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A Grosseto, cercando l’umano

Così è andata, come si era detto. Ma anche meglio, molto meglio di come si era pensato. La mattina di venerdì 22 marzo io e Paola siamo saliti in macchina, destinazione Grosseto. Con noi c’era Anita, come previsto. C’era con i libri, c’era nei racconti (le sue chiacchierate con Laura, la mamma astrofisica di professione), c’era nella mia testa con l’idea della sua esistenza, nell’ambito spaziotemporale del fantastico, certo. Un ambito quanto mai impattante sul reale, dunque un ambito – per farla breve – reale. Se infatti – da un punto di vista fisico – ciò che esiste è ciò che manifesta effetti nel presente universo, l’immaginario esiste, c’è poco altro da dire.

Disquisizioni a parte, è stata una giornata piena quella del 22 marzo a Grosseto. Per tutti quanti, sia per gli abitanti dello spazio che chiamiamo reale, sia per quella tipetta dello spazio che ci piace definire immaginario.

La mattina, poco dopo essere arrivati a Grosseto, un paio d’ore a parlare di Anita e la Luna, perché sapete, questa ragazzetta curiosa ha da dire la sua anche sul nostro satellite, ci mancherebbe. E anche su quello, ha tantissime domande. Come tante domande – grazie anche al lavoro preparatorio degli ottimi insegnanti – hanno fatto i ragazzi della scuola media Madonna delle Grazie, tanto che nella mattinata non si è parlato appena della Luna, ma del cosmo, dei buchi neri, delle sonde Voyager, del destino dell’universo… e non ci si sarebbe fermati mai!

La curiosità allegra di questi ragazzi, di queste stelle in formazione, del resto, è qualcosa che è di insegnamento per me adulto: il contatto con loro è un mutuo scambio, perché se io posso forse insegnare qualcosa sul cosmo, loro certo insegnano molto su come ritornare a vivere in modo autentico dentro questo cosmo che descrivo loro, cioè con curiosità allegria e voglia di fare. Ed può sembrare buffo che io adulto debba tornare ad impararlo, ad impararlo da loro, ma è così. E sono contento, che sia così. Che salire in cattedra sia anche uno scendere da certi propri inutili piedistalli interiori. Cose che fanno bene, ogni tanto.

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Il cosmo e la poesia (II)

Come abbiamo iniziato a comprendere la volta scorsa, la poesia ha costantemente guardato al cielo con quel senso di meraviglia che a volte l’impresa scientifica (possiamo pur dirlo) ha perso di vista, incalzata dall’inesorabile progredire della tecnica e dalle nuove possibilità che si aprono continuamente – in particolare – per l’esplorazione dello spazio. La poesia è allora ciò che aiuta l’astronomo a rientrare in sé, a recuperare la sua umanità e quindi lo aiuta e a tornare amico delle parole e perciò stesso, a raccontare e raccontarsi. Se l’intero è più della somma delle sue parti, il cosmo è ben più della mera collezione delle informazioni riguardanti gli oggetti che lo compongono. Il poeta non si cura di studiare la struttura degli interni stellari, compito senz’altro dell’astrofisico: egli intende piuttosto di riportarci a quella comprensione globale del cosmo che pur ci appare necessaria. Può esserci ancora spazio, in questo mutuo soccorrersi, per interrogativi oziosi su quale delle due attività sia da considerare privilegiata?

Busto di Saffo conservato nei Musei Capitolini a Roma

In fondo, la poesia è la divulgazione del mistero del cosmo e dell’uomo, in modalità fascinosamente sintetica e secondo la difformità di visioni che garantisce, per cui la scienza che torna amica della poesia è una scienza che si fa divulgare con maggior facilità e con più deciso riscontro. La poesia insomma fa bene alla scienza (ma vale anche il viceversa).

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Sguardi di luce

Ormai ci siamo. Il giorno 22 marzo sarò a Grosseto nell’ambito di una bella iniziativa, la rassegna “Sguardi di luce”, organizzata dall’instancabile amico Pasqualino Casaburi, che con la sua creatività intelligente ha dato forma a queste possibilità di incontro.

Questa la locandina dell’iniziativa. Quello che mi fa più piacere è partecipare a qualcosa che non è soltanto mio, non è una cosa che organizzo io, ma è un’opera collettiva. Una piccola opera che si innesta in una più grande opera comune.

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