Indubbiamente il concetto di album discografico è entrato in una fase problematica, con l’avvento dell’ascolto in streaming dalle grandi piattaforme (Spotify, Apple Music e compagnia cantante, possiamo ben dire). L’album, infatti, è storicamente legato al supporto fisico: due facciate di musica, che poi diventano uno con l’avvento del CD (girare il quale, come è noto, non produce alcun risultato musicalmente apprezzabile)
Avvenuta la smaterializzazione, di colpo tutta la musica è disponibile con identica (e confondente) facilità. Per capirci: posso passare dai Beatles a Beethoven con un paio di click, non devo togliere il disco in ascolto dal giradischi, infilarlo nella custodia, riporlo nella libreria, aprire l’altro, pulirlo con la pezzetta preventivamente umidificata, metterlo sul piatto e posizionare la puntina all’inizio del solco.
Ora è tutto immediato, o quasi.
A mio avviso, questo facilita la proliferazione e l’abuso delle playlist. D’accordo, quando ero giovane c’era sempre l’amico che produceva una musicassetta con brani scelti, nell’ordine scelto, seguendo una sua idea tematica. In pratica, organizzava una playlist. Ci voleva tempo e dedizione, per realizzarla. E ci voleva anche calcolo: quanti brani metto in una lato della cassetta? Come li distribuisco al meglio per non sprecare nastro, per non dover avvolgere veloce prima di girare la cassetta, in modo da cominciare dall’inizio del lato B in maniera sufficientemente comoda? Tutte cose, probabilmente, che per la generazione digitale, non hanno alcun significato.
Ora infatti la playlist si fanno, si disfano, si modificano in un attimo. Non è una cosa brutta, anzi è una gran comodità. Il problema che vedo, piuttosto, è che il concetto di album in sé rischia di trascinare nella sua crisi anche tante le sue caratteristiche positive. Quelle che ancora, lo rendono unico.
Devo essere sincero: io stesso da molto tempo non ascoltavo un album intero, dall’inizio alla fine. Spesso viaggio in macchina in compagnia della playlist (appunto) dei miei brani preferiti o con una di quelle che Spotify compila automaticamente, analizzando la mia pregressa esperienza di ascolto (i cosiddetti Daily Mix).
Stavolta, avevo davanti un’ora e quaranta circa di viaggio.
Ero andato a tenere una conferenza divulgativa presso il liceo scientifico Tuscania (in provincia di Viterbo) e mi stavo per dirigere verso casa, a Roma. La conferenza era andata bene, l’interesse di studenti e professori è sempre confortante e corroborante. Tante domande, anche. Poi la giornata era chiara e luminosa, fatta per dirmi sì Marco, questo è ciò che vuoi e devi fare. Continua così.

Tuscania è molto bella. E si mangia molto bene. Con Ester Marini, la collega che mi accompagna in questo progetto (che si articola in due diversi seminari), ci siamo fermati a mangiare qualcosa alla locale bruschetteria. Poi, dopo una breve passeggiata, ci siamo salutati per ritornare verso le nostre abitazioni.
Salito in auto, mi sono posto il quesito. Come occupo questo tempo di guida? Faccio semplicemente scorrere canzoni, fidandomi di Spotify? Metto un random nella lista dei preferiti e via così?
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